Mario Spagnol e Giampaolo Dossena.
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AVVENTURE E VIAGGI DI MARE.
GIORNALI DI BORDO, RELAZIONI, MEMORIE.
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1959. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Trentatr storie vere, di vita vissuta, dai protagonisti con ingenuit e crudelt, allucinazioni e con smargiassate. In questa antologia (raccolta con scrupolo documentario e gusto letterario, ma soprattutto con una gran voglia di letture divertenti) si alternano e si amalgamano in un colossale collage una galleria di personaggi apparentemente contraddittori e sproporzionati, eterogenei e non pertinenti, in un paesaggio morale multiforme, sconvolto, a forti tinte, e tinte sempre variatissime. Accanto agli scopritori coraggiosi che hanno cambiato la faccia del mondo spuntano e troneggiano i pirati e i corsari, i mercanti e i negrieri, gli ammutinati e i naufraghi che reinventano il cannibalismo, i balenieri a caccia di balene e gli scrittori a caccia di sensazioni, e i maghi della tecnologia del Nautilus e gli avventurieri di mestiere - ma avventurieri sono tutti e ogni pagina  un'avventura. Cos accanto ai personaggi della Storia (i vichinghi, Colombo, Magellano, il capitano Cook) compaiono e scompaiono con vento e salsedine, con una straordinaria libert, i Fratelli della Costa e il Bounty e la zattera della Medusa, il primo Robinson e il vero Moby Dick, e Conrad accanto a De Amicis, Stevenson accanto a Garibaldi, Melville accanto a Comisso. Tutti dicono Io... e tutti sanno raccontare. La maggior parte di questi testi non era mai stata tradotta in italiano, o non veniva ristampata da secoli.
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GLI AUTORI.
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Spagnol, Mario 1930-1999. Editore, critico letterario, saggista. Nato a Lerici (SP).
Dossena Giampaolo, Giornalista, saggista, esperto di storia e tecnica dei giochi, critico letterario.
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Al Capitano di lungo corso Giovanni Biaggini in memoria.
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Annone Cartaginese: Al di l delle Colonne d'Ercole.
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I cartaginesi deliberarono che Annone dovesse navigare fuori delle Colonne d'Ercole ed edificar delle citt libofenice (i cartaginesi, come  noto, erano di origine fenicia, e sotto il nome di Libia si comprendeva tutta l'Africa). Egli navig con sessanta navigli detti pentecontori (cio fuste da cinquanta remi), conducendo con s una grande moltitudine di uomini e di donne, in numero di trentamila, con vettovaglie e con ogni altro apparecchio.
Di questa spedizione, che dovette aver luogo nel quinto secolo avanti Cristo, Annone stesso scrisse una relazione in prima persona, in lingua punica, e la dedic nel tempio di Cronos, in patria, probabilmente scolpita su una stele. A noi ne  giunta una traduzione in greco, col codice 398 di Heidelberg, col preambolo che abbiamo riportato.
Ora, la colonizzazione commerciale cartaginese delle coste occidentali dell' Africa  attestata anche da altre fonti, e i punti di riferimento del portolano sotteso alla relazione di Annone sono riconoscibili ancor oggi con buon margine di sicurezza: Thymiatrio corrisponde a Mehdia, alla foce del Sebu; il promontorio Soloente  Capo Cantin; il gran fiume Lixo  il Draa; l'isola di Cerne  Herne, nel golfo del Rio de Oro; il Chrete forse  la Baia del Riposo, a ridosso del Capo Bianco; l'altro fiume grande e largo pieno di coccodrilli e di ippopotami,  il Senegal; i monti grandissimi pieni di alberi corrispondono a Capo Verde; la profondissima foce nel mare  quella del Cambia; il Corno d'Esper  l'estuario del Rio Grande; il Carro degli Dei  il monte Sagres, del Futa Gialon; il Corno di Noto potrebbe essere l'estuario della Sierra Leone.
Su questa strada a certi studiosi non  stato difficile razionalizzare ogni riga di Annone (supponendo ad esempio incendi nella foresta e fuochi di feste indigene: feste ininterrotte...)
- ma le isole a scatola cinese restano inspiegabili, e in verit una antica relazione marinara suona autentica proprio quando non manca di elementi meravigliosi.
Giunti alle Colonne d'Ercole, le passammo, e, avendo navigato di fuori per due giornate, edificammo la prima citt nominandola Thymiatrio; intorno alla quale era una grandissima pianura.
Da poi, volgendoci verso ponente, giungemmo ad un promontorio della Libia detto Soloente, tutto pieno di boschi; e, avendo quivi edificato un tempio a Nettuno, di nuovo navigammo mezza giornata verso levante, finch arrivammo ad una palude che giace non molto lontana dal mare, ripiena di lunghe e grosse canne: ed eranvi dentro elefanti e molta copia d'altri animali che andavano pascendo.
Poi che avemmo trapassata la detta palude quanto sana il navigar d'una giornata, popolammo di coloni alcune citt nella marina, chiamate Muro Carico, Gytta, Aera, Melitta, e Arambe.
Ed essendoci partiti di l venimmo al gran fiume Lixo, che discende dalla Libia; appresso il quale stavano a pascere i loro animali alcuni pastori detti lixti; coi quali dimorammo infino a tanto che si dimesticarono con noi.
Nella parte a loro di sopra abitavano gli etopi, che non vogliono aver commercio con alcuno, ed il loro paese  molto salvatico e pieno di fiere ed  circondato da monti altissimi; dai quali dicono discendere il fiume Lixo. E intorno ai monti dicono abitare i trogloditi, uomini di forma strana e diversa; nel correr sono pi veloci dei cavalli, secondo che dicevano i lixti.
Avendo noi tolti alcuni interpreti dai lixti, navigammo presso di un deserto, verso mezzogiorno, per due giornate. E di l poi volgemmo una giornata verso levante, dove nell'intima parte di un golfo trovammo un'isola piccola, che di circuito era cinque stadi; la quale popolammo di coloni nominandola Cerne.
E per lo spazio della navigazione fatta giudicammo che l'isola fosse opposta a Cartagine: perciocch mi pareva simile la navigazione fatta da Cartagine infino alle Colonne e la navigazione dalle Colonne infino a Cerne.
Dalla quale partendoci, e navigando per un gran fiume chiamato Chrete, arrivammo ad una palude, che aveva tre isole, maggiori di Cerne. Dalle quali avendo navigato per ispazio d'un giorno, arrivammo nell'ultima parte della palude, di sopra alla quale si vedevano montagne altissime, che le sovrastavano: dove erano uomini salvatici, vestiti di pelli di fiere, i quali tirando delle pietre ci discacciavano, vietandoci di ismontare in terra. Da poi navigando via di l venimmo in un altro fiume grande e largo, pieno di coccodrilli e di cavalli marini, cio ippopotami. Di qui, volgendoci di nuovo a dietro, ritornammo a Cerne.
Navigammo poi per di l per dodici giornate verso mezzogiorno, non allontanandoci troppo dalla costa, la quale tutta era abitata dagli etopi, che senza punto aspettarci da noi si fuggivano. E parlavano di maniera che neanche i lixti che erano con noi li intendevano. L'ultimo giorno arrivammo ad alcuni monti grandissimi e pieni di alberi, i legni dei quali erano odoriferi e di vari colori.
Avendo dunque noi navigato due giorni a torno a questi monti, ci trovammo in una profondissima foce nel mare: dall'uno e dall'altro lato, verso terra, vi era una pianura dove la notte vedemmo fuochi accesi d'ogni intorno, distante l'uno dall'altro alcuni pi alcuni meno.
Qui avendo fatto acqua navigammo presso terra pi avanti cinque giornate, tanto che giungemmo in un gran golfo il quale gli interpreti ci dissero che si chiamava il Corno di Espero.
In questo vi era una grande isola, e nell'isola una palude che pareva un mare. Ed in questa vi era un'altra isola.
Nella quale, essendo noi dismontati, non vedevamo di giorno altro che boschi: ma di notte molti fuochi accesi, ed udivamo voci di pifferi e strepiti e suoni di cembali e di timpani, ed oltre a ci infiniti gridi. Del che noi avemmo grandissimo spavento, e i nostri indovini ci comandarono che dovessimo abbandonare l'isola.
Onde velocissimamente navigando passammo presso di una costa infuocata e coperta di fumo dalla quale alcuni rivi infuocati sboccavano in mare, e nella terra per l'ardente caldezza non si poteva camminare. Per la qual cosa spaventati subitamente facemmo vela.
E in alto mare trascorsi a lungo per spazio di quattro giornate vedevamo di notte la terra piena di fiamme, e nel mezzo un fuoco altissimo, maggiore di tutti gli altri, che pareva toccasse le stelle. Ma questo poi di giorno si vedeva che era un monte altissimo chiamato Tenchema, cio Carro degli Di.
Ma avendo poi per tre giornate navigato presso quei rivi infuocati, giungemmo in un golfo che si chiama Ntukras, cio Corno di Ostro; nella parte pi interna del quale vi era un'isola simile alla prima, che aveva una palude, ed in essa vi era un'altra isola piena di uomini selvatici, le femmine erano assai pi: le quali avevano i corpi tutti pelosi, e dagli interpreti nostri erano chiamate gorille.
Noi, avendo perseguitato alcuni degli uomini, non ne potemmo prender nessuno perch tutti fuggirono via su alcuni precipizi, e con le pietre facevano difesa. Ma delle femmine ne pigliammo tre, le quali, mordendo e graffiando quelli che le menavano, non li volevano seguire.
Onde essi avendole ammazzate, le scorticammo, e ne portammo le pelli a Cartagine; poich, essendoci mancate le vettovaglie, non navigammo pi innanzi.
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Anonimo: I vichinghi scoprono l'America.
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Fetidi di grasso, ubriachi di cervogia, conquistatori irsuti e sanguinari, quintessenza della barbarie: cos l'immaginazione popolare, o - che  lo stesso - il cinema, si figura i vichinghi. E meno pittoreschi ma egualmente terribili gli uomini del Nord dovettero apparire alle popolazioni costiere vittime delle loro scorrerie. Nel mondo chiuso del medioevo essi furono il pi inquieto dei popoli europei, e pi d'ogni altro coltivarono l'inclinazione alla scoperta di nuovi orizzonti, all'avventura per mare, alla colonizzazione, alla preda. Furono navigatori eccellenti e spinsero le loro snelle navi - i drakkar da guerra e i knarr da commercio - in mare aperto nelle acque infide del Nord. Nel 985 alcuni di loro, guidati da Eirik il Rosso, osarono perfino trasferire armi e bagagli in quell'inospitale ghiacciaia naturale che  la Groenlandia, per colonizzarla. Qualche anno pi tardi, il figlio d'uno di questi coloni avvist le coste americane; pi tardi ancora, poco dopo il 1000, Leif, il figlio di Eirik il Rosso, vi sbarc. Altri vichinghi groenlandesi vi furono in seguito, a pi riprese, ma quella scoperta affidata a racconti orali, manoscritti soltanto nel QUINDICESIMO secolo (quasi nessuno dubita oggi della loro veridicit) si confuse con la leggenda e fu dimenticata a lungo dalla storia.
Herjolf era figlio di Bard, uno dei figli di Herjolf. Era parente di Ingolf, il colonizzatore. A quelli e a Herjolf don Ingolf la terra compresa tra Vogur e Reykjanes. Herjolf dimor dapprima a Dreppstokkur. Thorgherd si chiamava sua moglie e Bjarni il loro figlio, il quale lasciava molto sperare. Egli fu attirato fuori dall'Islanda sin dalla giovane et e giunse alla ricchezza e alla rinomanza, e un anno trascorreva l'inverno fuori patria e l'altro presso suo padre. Presto Bjarni possedette una nave da traffico; e l'ultimo inverno che stette
in Norvegia, Herjolf part per la Groenlandia insieme con Eirik, lasciando la sua dimora. Sulla nave con Eirik era un uomo delle isole del sud, costui era un cristiano e scrisse il Poema dei Fatti di Mare. Esso contiene questa strofa:
Mio Onnipossente, ti prego di favorire un viaggio senza pericoli; la sede del falco stendi su di me, Signore dell'alta volta della terra.
Herjolf prese dimora a Herilfsnes(1); era un uomo nobilissimo. Eirik il Rosso prese dimora a Brattahlid. Egli era circondato dalla massima stima e tutti gli si inchinavano. Questi erano i figli di Eirik: Leif, Thorvald e Thorstein, e Freydis si chiamava sua figlia. Ella era sposata a un uomo che si chiamava Thorvard e abitavano a Gardar, dove ora risiede il vescovo. Ella era molto nobile e Thorvard era un uomo modesto, ma ella era stata sposata alla ricchezza. In Groenlandia a quel tempo erano pagani.
Quella stessa estate Bjarni giunse con la sua nave a Evrar, donde suo padre era salpato in primavera. Questa notizia parve a Bjarni importante e non volle scaricare la nave. Allora i marinai gli chiesero dove volesse dirigersi, ed ei rispose che intendeva mantenere la sua abitudine e accettare ospitalit dal padre anche quell'inverno.
E desidero portare la nave in Groenlandia, se l volete seguirmi. Tutti dissero che accettavano la sua decisione. Allora Bjarni disse: Insensato potr apparire il nostro viaggio poi che mai nessuno di noi si  spinto nel Mare di Groenlandia.
E dunque presero il largo non appena furono pronti e navigarono per tre giorni prima che la terra scomparisse, poi manc il vento propizio e diede luogo al vento del nord e ai groppi, ed essi non seppero dove fossero diretti. Cos trascorsero giorni e notti. Dopodich videro il sole e potettero cos distinguere la loro rotta. Issarono allora la vela e navigarono l'intero giorno e l'intera notte fino a che videro terra; si chiesero pertanto quale terra questa fosse, e Bjarni disse che a lui non pareva che fosse la Groenlandia, 
Quelli gli chiesero se voleva oppure no dirigersi su quella terra. Bjarni risponde: Questo  il mio parere, di veleggiare in prossimit della terra. Cos fecero e tosto videro che la terra non aveva montagne, era coperta di boschi e piccole alture vi si levavano; si portarono allora con la terra a sinistra e la costeggiarono. Dipoi navigarono per due giorni e due notti prima di vedere la seconda terra.
Chiesero allora a Bjarni se pensava che fosse la Groenlandia. Ei disse che non meno della precedente questa non gli pareva la Groenlandia: Perch dicono che i ghiacciai sono molto alti in Groenlandia. Si avvicinarono presto a questa terra e videro che era piatta e coperta di vegetazione. Poi il vento cess di essere propizio. Allora i marinai espressero la loro idea che bisognasse prendere terra l; ma Bjarni non volle. Quelli temevano che mancassero la legna e l'acqua.
Nessuna delle due vi mancher, dice Bjarni; ma venne riprovato dai suoi marinai. Ordin di issare le vele e cos fu fatto, e misero la prora al largo e navigarono con vento propizio dal sud per tre giorni e tre notti, e infine videro la terza terra; questa terra era alta e montagnosa e coperta di ghiacci; domandarono allora a Bjarni se voleva prender terra l, ma quegli disse che non voleva: Poi che questa terra a me pare inospitale. Pertanto non ammainarono la vela e si tennero accosti alla terra e videro che era un'isola.
Volsero ancora la poppa a quella terra e presero il largo con lo stesso vento propizio. Ma il vento crebbe di forza e Bjarni ordin allora di terzarolare la vela e di non tesarla pi di quanto reggessero la nave e le scotte. Navigarono questa volta quattro giorni e quattro notti. Allora videro la quarta terra. Quindi chiesero a Bjarni se pensava o no che questa fosse la Groenlandia. Bjarni rispose:
Questa  in tutto simile a quella che'mi  stata descritta come la Groenlandia, e qui prenderemo terra. Cos fecero e a sera sbarcarono nelle vicinanze di un promontorio e presso di questo vi era una barca. L dimorava Herjolf, padre di Bjarni, su quel promontorio che da lui prese nome, poi che in appresso venne chiamato Herilfsnes.
Si port dunque Bjarni dal padre e smise di viaggiare, rimanendo presso di lui fino a che Herjolf visse. Indi dimor l dove era stato suo padre.
In appresso avvenne che Bjarni part dalla Groenlandia per recarsi a trovare lo jarl(2) Eirik, e ben fu accolto dallo jarl. Parl Bjarni dei suoi viaggi e delle terre che aveva viste, e a tutti parve che era stato poco ansioso di esplorarle poi che non aveva nulla da raccontare su quelle terre, e si ebbe per ci qualche biasimo. Bjarni fece parte del seguito dello jarl e l'estate seguente part per la Groenlandia.
Molto si parlava intanto di viaggi di esplorazioni. Leif, figlio di Eirik il Rosso di Brattahlid, and a trovare Bjarni, figlio di Herjolf, e comper da lui una nave reclutando rematori fino al numero di trentacinque uomini. Leif preg suo padre Eirik di comandare ancora una volta la spedizione. Eirik tent di sottrarsi e affermando d'essere troppo carico d'anni si disse non pi adatto alle fatiche come un tempo. Leif rispose che lui era ancora il pi vigoroso della famiglia per poter comandare la spedizione. E dunque Eirik si arrese a Leif e mont a cavallo, poi che quelli erano pronti. E stavano per portarsi alla nave allorch il cavallo montato da Eirik scalci e quegli cadde di sella, ferendosi al piede. Allora Eirik disse: Non pare dunque che io debba scoprire altre terre fuori di questa che ora abitiamo, non possiamo pi dunque partire insieme. Ritorn Eirik a Brattahlid mentre Leif si diresse alla nave seguito dai trentacinque uomini. Partecipava al viaggio un uomo del sud di nome Tyrkir.
Apprestarono dunque la nave e fecero vela non appena furono pronti, e scopersero per prima quella terra che Bjarni e gli altri avevano scoperta per ultima. Vi si diressero e diedero fondo all'ancora, misero in mare una barca e presero terra, e l non videro erba. Ovunque nell'interno erano enormi ghiacciai e da questi al mare tutto pareva un'unica lastra di pietra, cos che ad essi quella terra sembr sterile. Allora Leif disse: In questa terra noi siamo sbarcati a differenza di Bjarni. Ordunque io dar un nome al paese e lo chiamer Helluland(3). Dipoi tornarono alla nave.
Dopodich fecero vela e scopersero la seconda terra; si diressero ancora verso riva e diedero fondo all'ancora, quindi
misero in mare la barca e sbarcarono. Questa terra era piatta, coperta di boschi e di bianche sabbie nella sua estensione che essi percorsero tutta, e bassa sul mare. Allora Leif disse: Dalla sua natura questa terra prender nome e si chiamer Markland(4). Dipoi tornarono al pi presto alla nave.
Di l, con vento di settentrione, presero dunque il largo e stettero per mare due giorni e due notti prima di vedere terra; allora accostarono e pervennero a un'isola situata a nord della terraferma. Vi misero piede ed essendo bel tempo si guardarono intorno, e scopersero che l'erba era coperta di rugiada; avvenne allora che passando le mani su quella rugiada e portandole alla bocca parve a loro di non aver mai assaggiato niente di altrettanto dolce. Dopodich tornarono alle navi e fecero vela nello stretto che si stendeva tra l'isola e l'estrema punta settentrionale della terraferma; si diressero a occidente e doppiarono il capo. L incontrarono una distesa di acque basse e la nave si aren quando il mare si ritrasse allontanandosi di molto dalla nave. E tuttavia essi erano tanto ansiosi di toccar terra che non vollero aspettare che il mare montasse sotto la nave, e corsero a terra l dove un fiume scorreva da un lago. Ma tosto il mare mont sotto la nave e allora risalirono sulla barca e remarono fino alla nave, che portarono su per il fiume fino al lago, dove diedero fondo all'ancora e sbarcarono i loro giacigli e costruirono a riva dei capanni. Allora decisero di apprestarsi a trascorrere l quell'inverno e costruirono cos case grandi. Sia nel fiume sia nel lago non mancava il salmone, il salmone pi grosso di quanti avessero mai visto prima. Quella terra era cos fertile che giudicarono non vi fosse bisogno di foraggio per il bestiame durante l'inverno. Non veniva la gelata durante l'inverno e l'erba era poco meno copiosa. Il giorno e la notte v'erano pi uguali che in Groenlandia e in Islanda; il sole qui saliva in cielo alle nove del mattino e alle tre e mezza nei giorni corti. Tosto che ebbero terminata la costruzione delle case, Leif disse ai suoi compagni di viaggio: Ordunque divider la nostra compagnia in due gruppi poi che desidero conoscere il paese, e una met della compagnia rimarr qui presso i capanni, mentre l'altra met
esplorer il paese senza spingersi tanto lontano da non poter ritornare la sera e senza perdersi. E ci dunque fecero poco dopo. Leif fece parte d'ambedue i gruppi, ora partendo con gli uni e ora rimanendo con gli altri presso i capanni. Leif era un uomo grande e forte, d'aspetto il pi imponente di tutti, saggio e molto prudente in ogni impresa.
Una sera volle il caso che un uomo dell'equipaggio venisse a mancare; era Tyrkir, l'uomo del sud. Leif ne fu molto addolorato, poi che Tyrkir era stato a lungo con lui e con suo padre e molto aveva amato Leif da bambino. Pertanto molto ebbe Leif a lamentarsi con tutti i suoi compagni e s'apprest a partire con dodici uomini alla sua ricerca. Ma si erano di poco allontanati dai capanni allorch Tyrkir venne loro incontro, e fu bene accolto. Tosto Leif s'avvide che il suo padre adottivo era contento. Costui aveva la fronte alta, gli occhi irrequieti ed era piccolo di corporatura, basso e sparuto, ma abituato a ogni sorta di fatica. Allora Leif gli chiese: Perch ti sei tanto attardato, padre, e ti sei separato dai compagni? Quegli prese a parlare a lungo nella propria lingua volgendo gli occhi in tutte le direzioni e battendo le palpebre, mentre quelli non comprendevano ci che diceva. Allora, dopo un poco, disse in norvegese: Invero, non sono andato molto pi lontano di voi. Vi porto una notizia: ho trovato vite e uva.  dunque vero, padre? esclam Leif. Certo che  vero, disse quegli, poi che l dove io son nato n la vite n l'uva mancano. Pertanto la notte dormirono e la mattina Leif disse ai suoi uomini: Ordunque ci attendono due compiti: per tutto un giorno raccoglieremo uva e per tutto l'altro taglieremo la vite e abbatteremo alberi per caricare la mia nave. E questa decisione presero. Cos si vuole che il loro battello a rimorchio venisse riempito di uva. Indi' tutte le piante tagliate furono caricate sulla nave. Quando fu primavera si prepararono a far vela, e Leif dette un nome a quella terra che ne ricordasse la fertilit e la chiam Vinland(5). Dipoi presero il mare ed ebbero vento propizio fino a quando avvistarono la Groenlandia e le cime ghiacciate dei monti.

Note.
1. Capo di Herjolf.
2. Personaggio di maggior dignit, dopo il re, in Norvegia.
3. Cio: terra delle pietre piatte (probabilmente il Labrador, o Terranova).
4. Cio: terra delle foreste (probabilmente la Nuova Scozia).
5. Cio: terra del vino (probabilmente la regione di Capo Cod).


Piero Querini: Da Canda alla Norvegia.

Viaggio del magnifico messer Piero Quirino, gentiluomo. viniziano; nel quale, partito di Candia con malvase per ponente l'anno 1431, incorre in un orribile e spaventoso naufragio; dal quale alla fine con diversi accidenti campato, arriva nella Norvegia e Svezia, regni settentrionali.
Questo  il titolo della storia straordinaria conservataci dal Ramusio: della perla che  rimasta nascosta sino ad ora nei tre in folio del Ramusio (accompagnata da una relazione gemella, pi opaca, di altri due scampati: Cristoforo Fioravante e Nicol di Michiel).
N del Querini n dei suoi compagni sappiamo nulla di pi di quanto si ricava da queste pagine.
Dovete adunque saper che (per desiderio di acquistar parte di quello di che noi mondani siamo insaziabili: cio onore e ricchezze) io m'intromisi di patronizzar una nave per il viaggio di Fiandra; nella quale non solamente la mia persona, ma eziandio dispuosi di metter la facult. e uno mio maggior figliuolo.
E come piacque al Salvator nostro, i giudizi del quale sono immensi e profondi, per principio di miei singular doni e grazie (ancorch io allora per lo affetto paterno non li conoscessi), giorni cinque avanti il mio partir di Candia, dove io avea caricata la detta nave, il detto mio figliuolo pass di questa vita: il che mi fu di un estremo cordoglio, che mi penetr nelle viscere, parendomi esser rimasto solo, e privo di ogni consolazion, in un viaggio cos lungo come dovea fare. Oh, quale e quanta fu la cecit e ignoranza mia, che di s fatto principio mi riputassi esser da Dio offeso!(1).
Essendo seguito il detto miserabil caso alli 25 aprile 1431, essendomi sforzato, con grande amaritudine dell'animo mio feci partenza di Candia per venir in ponente.
E avendo costeggiata gran parte della Barberia per contrasto de' venti contrari, usciti che fummo fuor del stretto di Gibralterra giugnemmo a d 2 giugno con la infelice nave appresso il luoco di Calese(2), posto in la provincia di Spagna.
Dove, per causa del pedota(3) ignorante, accostati alla bassa di San Pietro toccammo con la nave in una roccia di scoglio non apparente sopra il mare: in modo che il nostro timone uscitte del luoco suo, non senza risentimento delle cancare, come si dimostr per i seguiti casi. E oltre di ci la nave in tre parti della colomba si ruppe, facendo infinita acqua, con tanta furia che con gran pena si poteva tener seccata.
Questo cos inopinato caso raddoppi il dolore al mio appassionato cuore; pur, il nostro Signore Dio clementissimo non manc della sua grazia: ch, giunti in Calese, immediate discaricammo la nave rotta (e fu a d 3 di giugno), e discaricata la mettemmo a carena, e in giorni venticinque, non senza difficult, remediammo al tutto, ritornando il carico in la nave.
E perch'io ebbi notizia della guerra bandita fra la mia Ducal Signoria di Venezia e i Genovesi, fummi bisogno accrescer il numero dei miei combattenti: s che soggiunsi sino alla somma di persone 68.
E a d 14 di luglio per seguitar l'infortunato viaggio mi partii; e per non incontrarmi in molte navi nemiche, quali si aspettavano di ponente, deliberai (alquanto andando fuor di cammino) allontanarmi dal capo di San Vincenzo.
I venti contrari lo portano a sud, fino alle Canarie: e solo il 25 agosto arriva a Lisbona. Riassetta la nave, riparte il 4 settembre.
Doppia il capo Finisterre e si dirige verso la Manica; ma
i venti lo fanno deviare verso ponente. In novembre si trovava circa il fin dell'isola d'Irlanda.
Accadette che a d 10 del detto mese, la vigilia di San Martino, che per forza ed impeto del gonfiato mare venne a meno il nostro timon delle sue cancare, il quale era freno e segurt della infelice nave, non rimanendone pur una sola al suo sostegno.
Quanta e qual fosse l'angustia e desperazion nostra lo lascio considerar ai savi auditori; n in altro modo in quel ponto mi vidi abbandonato di vita di quello che faccian li miseri quando, col capestro al collo, si veggon tirar in alto.
Pur, fatto animo meglio ch'io potei, cominciai ad usar l'officio del patron, con la voce e coi gesti inanimando e confortando gl'impauriti marinari (che gi erano mezzi persi), che con una grossa tortizza legorono il detto timone: non gi che fussimo sicuri di mantenerlo al suo luoco, ma solo per averlo raccomandato, per fortezza di quello, nel lato della nave che andava tuttora travagliando.
Ma ne avvenne il contrario: che, dispiccatosi in tutto dalla nave, rimase da poppe nondimento legato, e cos inutilmente tre giorni ce'l tirammo drieto.
Pur, alla fin con vigorosit d'animo e con gran forzo il recuperammo dentro la nave, ligndolo pi che potevamo, a causa che nel travagliar di quella non percotesse l'una e l'altra parte, con total apertura di quella.
Trovandomi dunque in cos alto ed impetuoso mare, con tanta rabbia di fortuna, senza governo alcuno, e con le vele alzate al vento andando a posta di quello (quando straorzando fina al batter della vela, poi alquanto poggiando), discorrevamo secondo ed a quella parte che la fortuna ne spingeva, sempre allontanandoci da terra.
Per il che, vedendomi in cos disperato cammino, cognoscendo la natura dei marinai (che vogliono di continuo saziar gli appetiti loro), dopo varie ed util considerazioni gli esortai che si mettesse regola e misura a quello che ne era rimasto della mensa nostra, dando il governo di quella a due o tre che alla maggior parte fosse piaciuto, li quali con equalit la distribuissero due volte fra il giorno e la notte (non
iscludendo ancor me da questo numero), acciocch, durando il
nostro infortunio, con questo ordine pi lungamente fussimo preservati dalla morte. Il che da tutti fu laudato, e messo ad esecuzione.
Dapoi, vedendo che non si poteva far altro, io mi ridussi tutto solo nella mia cameretta con grande amaritudine di animo.
Or, trovandone nel sopradetto stato, per consiglio d'un nostro marangon fu terminato di fabbricar, delle antenne superflue e alboro di mezzo, due timoni alla latina, sperando di metter freno all'immenso travaglio della nave. Li quali con ogni sollecitudine furono immediate fatti e posti alli lor luoghi congrui e convenienti: e questa opera ne dette assai conforto e speranza, vedendo per esperienza che facevan l'offizio suo. Ma la fortuna inimica, che non ne concedeva termine di poter respirar, aument di sorte la possanza dei venti e gonfiamento del mare che, percotendo con l'onde i detti timoni, li lev via del tutto dalla nave.
Del quale accidente rimanemmo cos attoniti e storniti come fanno quelli che in tempo di pestifero morbo si sentono affebbrati col segno mortale. E cos abbandonati discorrevamo il cammino verso il qual la furia dei venti ne menava.
E gi per le continue piogge e furie dei venti la vela era tanto indebolita che la cominci a squarciarsi, s che, per pi fiate nel tanto batterla, ne fummo del tutto privati. E ancorch ne mettessimo una seconda, che si suol portare per simil respetti, nondimeno, per esser ancor lei non troppo forte, come la fu bagnata e dalla furia dei venti gonfiata, poco tempo ne servitte.
Or, trovandosi la nave senza vele e senza timoni, instrumenti necessari al navicare, similmente li animi di tutti noi erano tanto afflitti e sbattuti che non si trovavan pi forza, lena n vigor. E ancorch la detta nave fosse nuda e priva delle dette cose, e non avesse pi corso, e rimanesse come stanca, nondimeno a tutt'ore l'impeto grande del mare la percoteva in s fatto modo che la faceva risentir in tutte le sue fitture, e alcune fiate la soperchiava ed empiva di acqua: e noi pur miseri, cos stanchi, eravamo astretti a svuodarla.
Pi volte avendo esperimentato col scandaglio nostro di
trovar fondo, avvenne che ci trovammo in passa 3 di giaroso terreno. E, s come accade a quelli che non sanno notare - che, trovandosi in acqua profonda, si attaccano ad ogni piccolo ramoscello per non perire - medesimamente noi, redutti in tanta estremit, ne parve di tentar un simil remedio, qual solo ne restava: cio di afferrarsi con le ancore. E cos facemmo, ponendo quattro nostre tortizze, una in capo dell'altra.
La qual nostra retenzion ne venne fatta, ancorch alla fine ne riuscisse inutile: perch, avendo per ore quaranta sopra il detto sostegno travagliato grandemente la gi indebolita nave, uno dei miseri compagni, spaventato, e dubitando di peggio, al luoco di prua nascosamente tagli il capo e fine dell'ultima tortizza.
Incredibilmente il tempo peggiora ancora. Raccontano Cristoforo Fioravante e Nicol di Michiel: in queste tenebre si vedeva alle fiate aprir il cielo con folgori e lampi cos risplendenti che ne toglievan la vista degli occhi, e ora ne pareva toccar le stelle, tanto la nave era portata in alto, ora si vedevamo sepolti nell'inferno. E imbarcano acqua in modo pauroso.
Alla fine fu arricordato per ultimo rimedio che si tagliasse l'alboro, pensando che la nave, alleviata da quel peso, dovesse alquanto respirare e sollevarsi. E cos fu fatto: e, avendolo tagliato, venne una botta di mare che lo lanci fuori insieme con l'antenna senza toccar punto la banda, come se a mano fosse stata fatta.
Or trovandosi la nave cos spogliata di tutti gli arbori (che sono quelli che la sostengono dritta, come sanno tutti i marinai), dove speravamo che la respirasse alquanto la cominci ad andar pi alla banda, di sorte che le onde del mare facilmente v'entravano dentro. E noi, afflitti per il continuo travaglio patito gi tanto tempo, n star in piedi n sentar potevamo(4), tanto erano i corpi nostri redutti in estrema debolezza: e pur convenivamo a tutt'ore adoperarsi con gl'instrumenti a votar l'acqua.
Piero Querini tiene agli uomini un discorso che ci  riferito nella relazione di Cristoforo Fioravante e Nicol di Michiel: privi di ogni soccorso e aiuto di poter navigar con questo corpo di nave, che, senza arbori vela e timon, si pu chiamar morto, propone di abbandonarlo, e di approfittare d'un momento di bonaccia per scendere sulle lance (una grossa barca e un piccolo schifo). Ma era molto preoccupato per alcuni suoi compagni viziosi, abituati in bever vino fuor di misura, e di starsi tutto il giorno a scaldarsi, accendendo il fuoco di odoriferi cipressi. A tutti questi, lasciar la nave il caldo e la malvasa doveva riuscir fatale.
A d 17 di decembre, essendo fatta alquanto di bonazza, con gran difficult mettemmo le piccole fuste nel grande e spaventoso mare, al far del giorno; e, ragunate le vettovaglie che ne eran rimaste, giustamente le dividemmo (dandone a quelli del schifo per persona ventuna la sua rata, e alla barca per quarantasette), ma del molto vino che si attrovavamo
l'una e l'altra turba ne prese quanto le fuste con debito modo erano capaci.
Venuta adunque l'ora della partenza e separazion nostra, primamente io chiamai tutti quelli che mi parveno pi spogliati di vestimenti, e a cadauno diedi delli miei, che mi attrovava.
Dapoi, quando fummo nell'entrar e separarsi, si perturbammo tutti di una immensa tenerezza di cuore, e si abbracciavamo l'una e l'altra parte basciandosi per la bocca, mandando fuori acerbissimi sospiri. E ben pareva (come avvenne) che pi non eravamo per rivederci.
Partimmoci adunque nel fare del detto giorno, abbandonando la infelice nave, la qual con sommo studio e con gran delettazione aveva fabbricata, e nella quale io aveva posto, mediante il suo navigare, grandissima speranza. Lassammo in quella botte 800 di malvasia, assai odoriferi cipressi lavorati, pvere e gengevo(5) per non poca valuta e assai ricche robe e mercanzie.
Come dicemmo, in quel giorno mutammo fusta, ma non per fortuna; conciossiach nella sopravvenente lunghissima notte, che fu il marted al far del mrcore, il vento da levante
e scirocco tanto refresc che la misera nostra conserva, qual era nel schifo, si smarr da noi, n pi sapemmo qual fusse il lor fine. E noi, dalla forza del mare e dell'onde vedendosi soperchiare per esser stracargati si mettemmo per ultimo remedio a libar: e per slungarsi la vita si privammo della causa del vivere.
Or qui  da far intendere gli amarissimi casi per li qual il numero di quarantasette che entrorno nella barca cominci a manoare. E prima per il martellar della misera barca aveva patito nel travaglio della nave la si era alquanto
risentita(6), e faceva acqua: e di continuo a sette per guardia scambiandoci eravamo astretti a votarla, e star al timon per governo con grandissimo freddo(7). Secondariamente, per il mancar del vino, che in poca quantit n'era rimasto, fu necessario di ponerli ordine, pigliandone il quarto d'una tazza (non per grande) due volte tra il giorno e la notte: che era una miseria. Del mangiare, pur si potevamo contentare alquanto meglio, per che di carne salata, formazzo e biscotto ne avevamo assai bene; ma il poco bere ne metteva spavento addosso, dovendo mangiar cibi salati.
Adunque per le cause sopra dette alcuni cominciorono a morire; n avanti mostravano alcun segno mortale, ma in un momento ne cadevano avanti gli occhi morti. E, per pi distintamente parlare, dico che i primi furono quelli che nella nave dissolutamente vivevano in bere molto vino, e in darsi alla crapula, stando al fuoco senza alcuna moderazione: che, per il variar d'una estremit all'altra, ancorch fussero i pi robusti, nondimeno erano manco atti a tollerare tali accidenti.
Cadevano morti tal giorno duoi, tal giorno tre e quattro: e questo, durante dalli 19 decembre fino alli 29. E subito li buttavamo in mare.
Essendo ridutti in questa estrema necessit del bere, molti, arrabbiati di sete, si misero a bere dell'acqua salmastra: e cos uno avanti l'altro secondo la lor complessione andavan mancando di questa vita.
Io, con alcuni della miserabil compagnia, contenendosi, si ponemmo a bere dell'urina nostra, cagion potissima di preservarne in vita(8). E per non patir maggior siccit mi astenevo di mangiare se non pochissimo, perch d'altri cibi non avevamo che di salmastri.
Nel qual miserrimo stato continuassemo per giorni cinque.
E a d 4 di zenaro, avanti il far del giorno, navicando con suavissimo vento per greco, uno dei compagni, che si trovava verso la prova, vide quasi ombra di terreno avanti di noi, sottovento.
Il quale con voce ansiosa cominci ad annunziarne quel che li pareva, s che tutti bramosi di tanto bene con gli occhi attenti guardammo verso quella parte. E, per non esser ancora sopravvenuto il giorno, rimanemmo per fin che la chiarezza ne certific esser terra, con grandissima nostra allegrezza.
Adunque, reassumendo vigor e forza, pigliammo i remi per approssimarsi al tanto desiderato terreno: ma per la molta distanza e per la brevit del giorno (qual era di spazio di ore due)(9), quello perdemmo di vista, n potemmo usar troppo i remi per debolezza; e quella lunghissima notte dimorammo con non poca speranza.
E sopravvenuto il d sequente, smarritosi il detto terreno dal veder nostro, di sotto il vento ne vedemmo un altro, montuoso e assai pi prossimo, in modo che ne parve di poter pi facilmente smontar in quello che nell'altro per avanti veduto.
Quello adunque tollemmo a segno col bossol nostro per non smarrirlo la notte seguente.
Il 5 di gennaio riescono a toccar terra in modo miracoloso su quest'isola, chiamata l'Isola dei Santi: l'attuale Sand (ma ancora per molti giorni dovevano restare all'oscuro del dove fossero capitati).
In questo luoco ferimmo con la prova della barca: e quelli che si ritrovavano in quella parte saltarono immediate in terra, qual trovrono tutta coperta di neve, della qual ne presero senza misura per raffreddar le viscere loro arse ed asciutte. Il che fatto, a noi (ch'eravamo rimasti per debolezza in barca, e per difenderla dal rompersi) ne porsero una secchia e caldiera.
Io con verit vi dico che tanta ne presi, ch'io non l'arei potuta portar sopra le spalle, e mi pareva che nel prender di quella consistesse ogni mia salute e felicit. Ma il contrario avvenne a cinque della misera compagnia, perocch quella notte, avendo ancor loro mangiatone, spirrono di questa vita. Noi stimammo che l'acqua salmastra che per avanti beverono gli desse la caparra della lor morte.
Qui dimorammo la lunghissima notte per salvar la fusta dal romper (non avendo corde n altro modo di ligarla) e aspettammo il breve giorno; il qual fattosi, descendemmo, sedeci rimasti di quarantasette, non trovando altro che neve: nella qual si mettemmo a riposare, ringraziando il Signor Dio ch'al natural sito nostro n'avea condotti, e campati dal soffocarci nel mare.
Constretti poi dalla fame rivedemmo quello che ne fosse rimasto della mensa nostra, n altro ritrovammo che, in fondo d'un sacco, molte frgole di biscotto messedate(10) con sterchi di ratti, un persutto, e un pezzo piccolo di formaggio: le qual cose, riscaldandole ad un piccolo fuoco che noi femmo di costrati della barca, ci restaurammo alquanto dalla fame.
E, conosciuto poi con certezza quello esser scoglio deserto, deliberammo di partirci il secondo giorno, empiendo cinque nostre barille di acqua che usciva dalla neve. Fattosi il d
sequente, entrammo nella barca per veder di trovar qualche altro luoco abitato: a ventura, e non per alcuna certezza che sapessimo dove andar.
Ma, cos tosto come vi montammo dentro, entrando l'acqua del mare per le commissure (perocch non era stata ben ligata la precedente lunghissima notte, e sbattuta sulle pietre, e in diverse parti apritasi) and a piombino a fondo: e noi tutti bagnati ci sforzammo di ritornar a terra.
Or, vedendoci rimaner in tal deserto luoco tutto coperto di neve, soprapresi da grande tristizia (ma non gi comparabile alla precedente: dico, quando ci vedemmo nella piccola barca su l'alto mare) stimavamo che per alcun giorno ne fusse prolungata la morte, ma non perdonata.
E che altro ci dovevamo immaginare, vedendoci debolissimi in uno scoglio della detta condizione, senza coperto alcuno, e senza vettovaglia da mangiare?
Pur, inspirati dal nostro unico Benefattor, provvedemmo a duoi estremi e deboli remedi. L'uno fu di fabbricar duoi coperti con li remi, duoi gabbanetti e vela(11); l'altra, di tagliar le corbe e maieri della barca e far fuoco, e riscaldarci.
Poi per unico cibo ricorrevamo al lito del mare, raccogliendo buovoli e pantalene(12), delle quali poca quantit si trovava. Con quelli si mitigava alquanto la nostra rabbiosa fame.
Erano tredici sotto un coperto, e tre sotto un altro, giacendo parte sopra la neve, e parte sedendo; ci scaldavamo ad assai debole e fumoso fuoco, perocch, dalla pgola bagnata, procedeva tanto fumo dai detti legni che appena il potevamo tollerare. E gli occhi nostri e il volto s'enfrono di sorte che dubitssemo di perder la vista.
Ma, peggio, che noi eravamo carghi e pieni di tanto vermenezzo di pedocchi che a pugnate li gettavamo nel fuoco: e, tra gli altri, sopra il collo di uno mio scrivanello ne vidi tanti, che gli avevano rosa la carne fino alli nervi: e stimo che fussero potissima cagione della sua morte.
Essendo in tale misero stato, tre degl'infortunati compagni di
nazion spagnuola, uomini robusti e ben formati, spirrono di questa vita (credo, per il bere dell'acqua del mare). E per esser, noi tredeci che eravamo rimasti, deboli ed impotenti, non li potvemo rimover dal fuoco: s che tre giorni e notti vi stettero. Pur con difficult li mettemmo fuori del coperto nostro, il quale poco ne defendeva.
A questo punto, per intendere certe incertezze del racconto di Piero Querini, torna ragionevole tener presente quanto accenna la relazione, molto meno pia, di Cristoforo Fioravante e Nicol di Michiel: cos vivemmo tredici giorni continui con pochissima carit fra noi, per la gran penuria di tutte le cose ed estrema fame facendo pi tosto vita bestiale che umana... Ora, essendo fra noi mancata la concordia, ciascuno usava il suo proprio avviso...
In capo di undici giorni, andando il mio servitor a raccoglier delle pantalene (perch altro non era il cibo nostro), avvenne che nell'estrema parte del scoglio trov una casetta fatta di legnami al loro modo(13); ed intorno di quella, e dentro, vi era sterco di bove: s che chiaro si conosceva da nuovo esservi stati animali di quella sorte, e che gente umana vi praticasse.
La qual cosa ne dette non poca speranza; per il che terminammo d'andarvi per trovar riparo e coperto. Ma tre della compagnia erano tanto estenuati e appresso al morire che non si poteron partire.
Onde noi dieci, fatti fasci de' legni della nostra barchetta (ed io con una mia anconetta(14) d'un Crocifisso che mai non mi abbandon - n io lui) ce n'andammo verso la detta casa; e per la molta neve io, che pi debole era degli altri, molto mi affannai a giugnervi, bench non fosse oltra che un miglio e mezzo discosta dal primo luogo.
Dentro la qual arrivati, ne parve aver trovato grande rimedio, perciocch ne riparava dal vento e dalla neve. E, fatta netta meglio che fu possibile, ci ponemmo a giacere,
ragionando fra noi che alcun luoco abitato dovesse esser qui propinquo: ma che solamente nella state dovevano venir a questo luoco a veder i suoi animali (perch gi, per la freschezza del sterco di bove, conoscevamo esservi stati animali). E ancor che la ragion e necessit ne suadesse che dovessamo andar cercando quelli, nondimeno per l'estrema debolezza nostra non era possibile ch'alcun potesse ascendere il monte vicino.
E cos dimorando, sospinti dalla fame andavasi per il lito del mar propinquo un trar di pietra cercando il cibo nostro consueto, cio pantalene e buovoli marini.
L'andata nostra in questa casa fu un gioved; sopraggiunse il sabato, che fu giorno a noi salutifero. Perch, essendo andati tutti (eccetto me) per pantalene, avvenne che uno della misera compagnia trov un pesce di mirabil grandezza, morto sopra lo lido del mare, che poteva pesare da lire 200(15), e pareva esser morto da fresco. In che modo l fosse stato buttato, noi non lo sappiamo, ma ben debbiamo credere che 'l misericordioso Dio per salvarne cos permettesse.
Colui che 'l trov cominci a chiamare i suoi compagni nunziandogli la grazia sopravvenutagli; e, diviso in pi pezzi, lo portorono alla casetta, dove io aveva acceso un debil fuoco.
Considerate che allegrezza fu la nostra!
E immediate ci mettemmo a cuocerne parte, qual si poneva in la caldiera che si trovavamo(16), e parte su le deboli brace, s che, al sentimento dell'odor suo, alcuni dei compagni sopravvenendo, con stupore che avessero sentito tal inconsueto odore, per la grande fame non potendo aspettare che fosse del tutto cotto, lo cominciammo a mangiare.
E per giorni quattro senza regola alcuna ce ne saziammo. Poi, vedendolo mancare, fu ricordato che a misura da l avanti fosse distribuito.
Ma non  da lasciare a drieto una particella necessaria.
Dico che de' tre de' nostri compagni che dapprima erano
restati addrieto, vedendo che noi eravamo partiti, un di loro ricercandone venne a trovarne il d sequente che trovammo il pesce. E, vistolo entrare, fu tra noi uno di tanta malignit che dava per consiglio che al detto non se ne dovesse lasciar gustare: anzi, egli voleva violentemente obviargli(17)
Ma io, con parole convenienti persuadendo il contrario, indussi tutti a fargliene parte; il qual rest quella notte con noi; poi, l'altro giorno, and agli altri dua suoi compagni e invitogli alla grazia mandatene da Dio: e cos vennero a refciarsi.
E con la regola posta, come ho detto, dopo giorni quattro, il detto pesce ne dur giorni dieci, porgendone non solamente soddisfazione alla fame, ma vigore alla indebolita natura. E, di pi: quanto dur il detto pesce, tanto fu tempo fortunale, e cos impetuoso che per niun modo averamo potuto aver ricorso alle solite pantalene; s che chiaramente comprendemmo che Dio per salvarne ne lo aveva mandato.
Consumato il pesce, ritornammo all'opera e guadagno solito di trovar da saziarci di pantalene: cibo di poco nutrimento.
Or qui si dir come miracolosamente piacque al Salvator nostro di cavarne da tanti guai e disperazione.
E fu in questo modo: che - ritrovandosi a miglia 8 prossimo uno scoglio(18) abitato da pescatori, nel qual ve n'era uno che aveva duoi figliuoli, e nel detto disabitato luoco dove noi ci trovavamo aveva in pascolo serrati in una casetta sopra il monte alcuni suoi animali - ad uno delli detti figliuoli venne in visione come i prefati animali si erano derupadi dalla parte dove noi ci ritrovavamo. E, narrata al padre questa cosa, egli deliber di venirsene insieme con detti suoi figliuoli in una sua barchetta a vedere ci che fusse.
E cos all'alba vennero al lito prossimo dell' abitazion nostra, e discesero i duoi figliuoli, rimanendo il padre al governo della barca.
E, vedendo fumar la casa dove eravamo, verso quella drizzrono i passi, ragionando insieme che volesse dir questo
fumo nella casa disabitata: perch non potevano pensar che a questo luoco vi potesse capitar gente da parte alcuna.
Ma per avventura la voce umana prima pervenne all'orecchie d'un mio compagno nominato Cristoforo Fioravante, qual disse con ammirazione:
Non udite voi voce umana?
Rispose il nocchier nostro: Sono questi maledetti corbi che aspettano la fin nostra per divorarne, come hanno fatto degli altri corpi dei nostri compagni!
Ma, pi approssimandosi i predetti, a tutti fu chiaro la voce esser umana: onde n'andammo verso l'uscio con immaginazione di qualche inopinata speranza.
E vedendo noi costoro, i nostri cuori si empierono d'inestimabil conforto.
Ma essi, che ci videro in tanto numero di persone incognite, rimasero per buon spazio spaventati e muti.
Ma poi che da noi con li gesti e con la voce furono certificati che eravamo persone pericolate e bisognose d'aiuto, comincirono a parlare, nominando il suo scoglio e assai altre cose. Ma nulla per noi era inteso.
Duoi della nostra compagnia, sperando di trovar qualche cibo, se n'androno verso la barca; ma niente vi trovrono, e, venuti a noi, estimssemo che detta barca fosse di luoco abitato prossimo: e per non aveano portato seco da mangiare.
Qui terminammo che duoi di noi andassero con detta barca (perch di pi non era capace): e, quantunque ad alcuni paresse bene si dovesse ritener uno de' detti paesani (con dir che sarssimo con pi prestezza aiutati), nel vero n a me n agli altri parve di acconsentirli, per non sdegnar gli animi di alcuni di loro dai quali aspettavamo qualche grazia e rifugio.
E cos li nostri duoi androno in detta barca, e con atti cercavano di farli intendere il bisogno nostro: perch con parole niuna delle parti si poteva intendere.
E partronsi un giorno di venerd, rimanendo noi in grande speranza, e aspettando che il giorno sequente venisseno per noi.
Accadette che non apparve n messo n ambasciata; onde la notte del sabato, venendo la domenica, dimorammo in
grandi sospiri e fastidiosi pensieri, estimando che, per esser la barchetta di piccola portata e troppo caricata, per il cammin si fosse rovesciata.
Ma la causa dell'indugio processe perch gli abitatori del scoglio, essendo alle loro pescagioni, non poteron aver notizia del caso e bisogno nostro; ma, sopravvenuta la domenica, all'ora della messa il suo cappellano, ch'era tedesco (il quale aveva parlato con uno delli duoi ch'androno l, il quale era fiamengo), compita la messa fece intendere a tutti il caso, la condizione e nazion nostra, mostrandoli i nostri compagni. E, commossi a piet, tutti lagrimorono. E beato colui che prima pot mettersi in via con le loro barchette, portando di lor cibi, per trovarne.
S che la detta domenica, giorno di somma venerazione e a noi salutifero, barche sei qual prima e qual ultima vennero per noi, portandone copia dei suoi cibi.
E chi potra stimare quanta e qual fosse l'allegrezza nostra vedendoci visitar con tanto amore e carit?
Venne con loro il frate suo cappellano dell'ordine di San Domenico, e con parlar latino dimand qual fra noi era il padrone.
A cui rispondendo mi dimostrai per esso.
E lui, poi che m'ebbe dato da mangiar dei suoi pani di segala (che mi parvero manna), e da bere della cervosa(19), mi prese per mano, dicendo ch'io menassi duoi con me.
Onde elessi uno Francesco Quirini, candiotto, e Cristoforo Fioravante, veneziano; e insieme seguitammo il detto frate.
Entrati in barca del principal di detto scoglio fummo condotti in quello, e menati all'abitazione del detto, che pur era pescatore, per un suo figliuolo per la mano sempre, per esser io tanto debole che non poteva camminare.
Entrati nella casa ne venne incontro la madonna(20) con una sua fantesca: ed io, ricordandomi del modo che sogliono far alcune schiave grezze quando riconoscono qual sono le sue madonne, mi gettai a terra per volerli baciar il piede.
Ma lei non volse: perch, commossa a piet, mi condusse al fuoco, e prsemi un scodellotto di buon latte.

Note.
1. Dir pi avanti, in uno dei molti passi meditativi e edificanti che abbiamo dovuto tagliare per ragioni di spazio: veramente io confesso che il rimuovermi dagli occhi quella persona, la qual per il paterno affetto amava grandemente, mi fu d'incredibile alleviamento alle immense angustie che mi soprastavano: perch non so come fosse stato possibile che non mi fosse crepato a tutte l'ore il cuore vedendolo, e considerando che mi dovesse morire avanti agli occhi.
2. Cadice.
3. Pilota.
4. Non potevamo reggerci, non che in piedi, neppur seduti.
5. Pepe e zenzero.
6. Forse  da intendere per il martellar che la misera barca.
7. La relazione di Cristoforo Fioravante e di Nicol di Michiel a questo punto dice: pativano freddo senza 
comparazion molto maggiore di quello, qual gi non sono molti anni in Venezia: quando tutti i canali erano talmente agghiacciati che da Margara [Marghera a Venezia passavano sopra il ghiaccio non solamente gli uomini e le donne, ma buoi, cavalli, carri e carrette in gran quantit, con ammirazione di tutto il popolo.
8. La relazione di Cristoforo Fioravante e di Nicol di Michiel a questo punto parla di certi ingordi i quali avevano per somma grazia di poterne [di orina] impetrar dai compagni; dei quali ve ne furono alcuni che la negavano al suo pi propinquo per riservarla a se medesimi. Vero  che alcun di noi cautamente la mortificava con alquanto sciroppo di gengero verde, o di limoni, a caso rimastici. (E a quest'ultimo proposito si noti che non si ebbero mai in tutta questa peregrinazione sintomi di scorbuto.)
9. Il giorno durava solo due ore (erano d'inverno a nord del circolo polare artico).
10. Briciole di biscotto, mescolate.
11. Coi remi, e con due cappotti e telo da vela, metton su una tenda.
12. Chiocciole e patelle.
13. S'intende: secondo l'uso degli abitanti (tuttora ignoti per ai naufraghi). La relazione di Cristoforo Fioravante e di Nicol di Michiel parla di un solitario e antico ridutto gi fatto da pastori per il tempo della state.
14. Piccola immagine (icona).
15. Duecento libbre. La relazione di Cristoforo Fioravante e di Nicol di Michiel parla qui di un pesce grandissimo, al qual non so che nome dargli: o balena, ovver porco di mare.
16. Che ci trovavamo ad avere.
17. Impedirglielo.
18. Verranno a conoscerne pi tardi il nome: Rustene (l'attuale Rst, nelle Lofoten meridionali).
19. Birra.
20. La padrona.


Alvise da Ca' da Mosto: Nalligazione atlantica.

L'Infante di Portogallo Enrico, detto il Navigatore (1394-1460) non navig quasi mai, ma si occup di arte nautica e di esplorazioni con una passione che, fosse capitata a un altro, sarebbe stata il pi bell'esempio di hobby. A ventun anni possedeva gi una flotta privata, e and a abitare nel porto di Sagres per non lasciarsi scappare nessun navigante, per aver notizie fresche da tutti su tutto. Pietro, suo fratello, duca di Coimbra, tornando da una guerra contro i turchi gli port in dono il Milione di Marco Polo.
Piloti, astronomi, cartografi capitati in Portogallo da tutte le rotte e da tutte le citt del Mediterraneo, erano ospitati e trattenuti nella villa dell'Infante, a lavorare per lui, quando non si lasciavano persuadere a tentare azzardatissime navigazioni, a sud, sempre pi a sud, lungo le coste dell'Africa, dove nessuno era pi stato da secoli (e di Annone si era perduto anche il ricordo).
Alvise (Luigi) da Ca' da Mosto, capitato per caso a Sagres nel 1454, era nato a Venezia nel 1432; a Venezia doveva tornare nel 1463, e morirvi nel 1488. A lui si attribuisce la scoperta delle isole del Capoverde, effettuata nel 1456, durante la sua seconda navigazione atlantica, un anno dopo quella di cui ci parla in queste pagine (che fra l'altro sono fra i primi testi fondamentali nella storia dell'etnologia).
Come messer Alvise, partito da Venezia per la Fiandra, si ferma al Capo di San Vincenzo. - Trovandomi adunque
io Alvise da Ca' da Mosto nella nostra citt di Venezia l'anno del Signore 1454, di et di circa anni ventidue, avendo navigato per alcune parti di questi nostri mari mediterranei, avea determinato di tornare in Fiandra, dove un'altra volta era stato; e questo a fine di guadagnare, perch tutto
il pensier mio era di esercitar la mia giovent travagliando
per ogni via possibile per acquistarmi facult. acciocch poi con la esperienza del mondo, in et, potessi pervenire a qualche perfezione di onore.
E avendo deliberato di andarvi, come ho detto, mi misi in punto con quelli pochi danari che mi trovava, e montai sopra le galee nostre di Fiandra, capitano messer Marco Zeno cavaliere: e cos, col nome di Dio, partimmo di Venezia nel soprannominato millesimo a' d 8 d'agosto; e navigammo per nostre giornate, facendo le nostre scale ne' luoghi consueti, finch capitammo in Ispagna.
E ritrovandomi, per tempi contrari, star con dette galee al Capo di San Vincenzo, che cos vien chiamato, avvenne per avventura non troppo lontano di quel luogo esservi alloggiato il signor Infante don Enrico in una villa vicina chiamata Reposera, nella quale, per esser remota dalli tumulti delle genti, e atta alla contemplazione degli studi suoi, vi abitava molto volentieri.
E avendo notizia di noi, mand alle nostre galee un suo segretario, nominato Antonio Gonzales, e in sua compagnia un Patrizio di Conti, il quale si dicea esser veneziano, e consolo della nostra nazione nel detto regno di Portogallo (come mostr esser vero per una lettera della Signoria con il sigillo pendente); il qual Patrizio ancora egli era provvisionato dal prefato signor Infante(1).
E vennero alle predette nostre galee per sua commissione, con alcune mostre di zuccheri della isola di Madera, e di sangue di drago(2), e altre cose cavate delli luoghi e dell'isole del prefato signore: le quali mostrate a pi persone, essendo io presente, e dimandati da' nostri delle galee di diverse cose, dissero che questo signore avea fatto abitare isole nuovamente trovate, le quali mai per avanti erano state abitate (e in segno di questo mostravano li detti zuccheri e sangue di drago, e altre buone cose utili); e che questo era niente rispetto ad altre maggiori cose che detto signor faceva: dichiarandoci come da certo tempo in qua aveva fatto navigar mari che mai per altri furono navigati, e discoperte terre di diverse generazioni strane, fra le quali si trovano cose maravigliose; e che quelli che erano stati in quelle parti
avevano fatto fra quella nuova gente di grossi guadagni, perch di un soldo ne facevano sette e dieci.
E circa questo dissero tante e tante cose, che mi fecero fra gli altri assai maravigliare, anzi mi fecero crescere un desiderio di voler col andare; e dimandando se 'l prefato signor lascera andar cadauno che vi volesse navigare,
risposono di s, facendo l'una delle due condizioni quello che vi voleva andare: cio, che armasse la caravella a sue spese, e mettervi la mercanzia, e poi di ritorno sara obbligato a pagar per diritto e costume al prefato signore il quarto d'ogni cosa ch'egli riportasse, e le altre parti fossero sue; o che veramente il detto signore armera egli la caravella a chi volesse andarvi a tutte sue spese: solamente quello vi mettesse la mercanzia, e poi al ritorno partissero per met tutto quello che si traesse da' detti luoghi, e che in caso che non si traesse alcuna cosa, che la spesa fosse fatta a suo danno. E questo dichiar ch'ei non si poteva tornare se non con gran guadagno, e che se alcuno della nostra nazione vi voleva andare, che 'l predetto signore l'avara gratissimo, e farali gran favore, perch egli presumeva che nelle dette parti si scoprirano spezierie e altre buone cose, e sapeva che li veneziani ne erano pi conoscitori che alcun'altra nazione.
Udito questo, terminai di andare con li sopraddetti a parlare al detto signore; e cos feci; il qual brevemente mi conferm tutto quello che mi avevano detto esser vero, e molto pi, promettendo di farmi onore e utile se volessi andarvi.
Io, veramente, inteso il tutto, vedendomi giovane e ben disposto a sostenere ogni fatica, desideroso di veder del mondo, e cose che mai alcun della nazion nostra non avea vedute, sperando etiam di doverne conseguire onore e utile, deliberai al tutto di andarvi; e informatomi delle mercanzie e cose che vi erano necessarie venni alla galea, dove, consegnate tutte le cose che avea per ponente ad un mio parente, comperai sopra dette galee quelle che mi parvon esser necessarie per il mio viaggio; e cos dismontai in terra, e le galee seguirono il suo viaggio per Fiandra.
Come messer Alvise, rimasto al Capo di San Vincenzo, l'anno seguente si parte per le Canarie. - Essendo io rimaso al Capo di San Vincenzo, il detto signor Infante mostr
aver gran piacere, e mi fece festa assai; e dappoi molti e molti giorni mi fece armare una caravella nuova, di portata di circa botti novanta e della quale era padrone uno Vincente Dies natural di Lagus (che  un luogo appresso il Capo San Vincenzo a miglia sedici); e fornita di tutte le cose necessarie, col nome di Dio, e in buona ventura, partimmo dal sopraddetto Capo San Vincenzo a' d 22 marzo 1455, con vento da greco e tramontana in poppa, drizzando il nostro cammino verso l'isola di Madera, andando alla quarta di garbin verso ponente a via dritta.
Alli 25 del detto mese giungemmo all'Isola di Porto Santo, circa mezzogiorno, che  lontana da detto Capo San Vincenzo miglia seicento in circa.
Del porto dell'Isola di Madera. - Dappoi a' d 28 marzo partimmo dalla detta isola, e in quel medesimo giorno giungemmo a Moncrico, che  uno de' porti dell'isola di Madera, la quale  distante da quella di Porto Santo miglia quaranta: e vedesi, con tempo chiaro, l'una dall'altra. Questa isola di Madera ha fatto abitare il prefato signore da' portogallesi pur da ventiquattro anni in qua, la quale mai per avanti fu abitata; e ha fatto governatori di quella due suoi cavalieri, de' quali uno ha nome Tristan Tessera, e costui tiene la met dell'isola dalla parte di Moncrico, e l'altro, nominato Giovangonzales Zarco, tien l'altra met dalla parte del Fonzal(3).
E chiamasi l'isola di Madera, che vuol dire isola de' legnami, perch quando prima fu trovata per quelli del detto signore non vi era un palmo di terra che tutta non fusse piena di arbori grandissimi; e fu necessario, alli primi che la vollero abitare, darli il fuoco, il quale and ardendo per l'isola un buon tempo. E fu s grande il primo fuoco, che mi fu detto che al sopraddetto Giovangonzales, che ivi si trovava, fu necessario, lui e tutti gli altri con le mogliere e' figliuoli, fuggir dalla furia, e ridursi all'acqua in mare, dove stettero in essa fin alla gola per circa due giorni e due notti senza mangiar n bere: ch altramente sarano morti.
Cos spazzarono gran parte di detto legname, facendo terra da lavorare.
Delle sette isole delle Canarie, e delli loro costumi. - Partimmo dalla infrascritta isola di Madera seguendo il nostro cammino per ostro, e pervenimmo alle isole di Canaria, che sono distanti dall'isola di Madera circa miglia trecento e venti. Queste isole di Canaria sono sette: quattro abitate da cristiani, cio Lanzarotta, Forte Ventura, la Gomera e il Ferro; tre sono d'idolatri, cio la Gran Canaria, Teneriffe, la Palma. Il signore di queste abitate da' cristiani  nominato Ferrera, gentiluomo e cavalier naturale della citt di Sibillia e soggetto al re di Spagna.
Gli abitanti di queste quattro isole soggette a' cristiani sono canari, e sono differenti di linguaggio, e poco s'intende l'un con l'altro; le quali isole non hanno alcun luogo murato, salvo villaggi, ma hanno ridotti nelle montagne, per esser quelle altissime, e passi molto forti, che tutto il mondo non gli pigliera, salvoch per assedio. Questo basti quanto alle quattro abitate da cristiani: cadauna delle dette isole  grande, e la minore di esse non volge pieno di novanta miglia.
Le altre tre, abitate da idolatri, sono maggiori e molto meglio abitate, e spezialmente due, cio la Gran Canaria, che fa da circa otto in nove mila anime, e Teneriffe, che  maggior di tutte tre, che si dice aver da quattordici in quindici mila anime; la Palma fa poca gente:  bellissima isola a vedere. Le quali tre isole, per esser abitate da molta gente da difesa, con montagne altissime, e luoghi pericolosi, i quali sono forti, non si hanno mai potuto soggiogar da' cristiani.
Discorso dell'Etiopia(4), e del diserto ch' fra quella e la Barbera e per che causa il Capo Bianco fu cos chiamato. - E nota che partendosi l'uomo fuora dello Stretto di Gibilterra, venendo a man sinistra per la detta costa, che  della Barbera verso questa Etiopia, non si truova abitato da' detti berberi, salvo perfin al capo detto di Cantin: e dal detto capo per la detta costa verso il Capo Bianco cominciano le
terre arenose, che  il diserto che confina dalla parte di tramontana con le montagne le quali serrano questa nostra Barberia di qua da Tunis e da tutti quelli luoghi della costa.
Il qual diserto i detti berberi chiamano Sarra, e dalla parte di ostro confina con li negri d'Etiopia; ed  grandissimo diserto, che dura a traversare da cinquanta in sessanta giornate di uom cavalcante, e in alcuni luoghi pi e meno; e viene a bere questo diserto sul mare Oceano alla costa, la qual  tutta arenosa e bianca e secca, ed  terra bassa tutta eguale, e non mostra esser pi alta in un luogo che in altro, fino al detto Capo Bianco.
Il qual fu chiamato cos perch i portogallesi che prima lo truovarono videro quello esser arenoso e bianco, senza segnale di erba o di rbore alcuno. Ed  bellissimo capo, per esser in triangolo: cio in faccia di esso fa tre punte, larghe l'una dall'altra circa un miglio.
Dello appalto fatto per il signor Infante nell'isola d'Argin circa le mercanzie; del fiume di Senega; e degli Azanaghi(5). - E il predetto signor Infante ha fatto di questa isola d'Argin uno appalto per dieci anni, a questo modo: che nissuno possa entrare in questo golfo per mercadantare con li detti arabi, salvo quelli che hanno l'appalto, i quali hanno abitazione in detta isola, e tengono fattori che comprano e vendono con li detti arabi che vengono alle marine, facendo mercanzie di diverse cose, come sono panni, tele e argenti, e alchezeli, cio cappotte, tappeti e altre cose, e soprattutto formento, perch sono sempre affamati: e hanno, all'incontro, teste di negri(6) che conducono i detti arabi dalle terre de' negri, e oro tiber(7). Immodoch questo signor Infante fa lavorare un castello in detta isola per conservar questo traffico in perpetuo: e per tal cagione tutto l'anno vanno e vengono caravelle di Portogallo alla detta isola.
Immodoch ogni anno si tragge d'Argin per Portogallo da
settecento in ottocento teste; dichiarando che avanti che fosse ordinato questo traffico solevano le caravelle di Portogallo venire a questo golfo d'Argin armate, quando quattro, e quando pi, e saltavano in terra di notte, e assalivano alcuni villaggi di pescatori, e anche scorrevano fra terra; in modo che prendevano di questi arabi, s maschi, come femmine, e conducevangli in Portogallo a vendere; e cos facevano per tutta l'altra costa, e pi avanti, che tien dal detto Capo Bianco fino al Rio di Senega, il quale  uno gran fiume, e parte una generazione che si chiama azanaghi, dal primo regno de' negri: i quali azanaghi sono uomini berrettini, e pi presto forte bruni che berrettini; e abitano in alcuni luoghi della detta costa che  di l dal Capo Bianco; e vanno per quel diserto molti di loro fra terra; e confinano coi sopraddetti arabi di Oden.
Quel che stimassero gli azanaghi esser i navil quando furono da loro primamente veduti. -  da sapere che costoro non hanno avuto notizia d'altri cristiani, salvo de' portogallesi, li quali li fecero guerra per anni tredici o quattordici, prendendone molti di loro, come ho predetto, e vendendoli per ischiavi; certificandovi che quando costoro ebbero la prima vista di vele, ovvero navil, sopra il mare (che mai per avanti n per loro n per i suoi antecessori erano stati veduti), crdettero che quelli fossero uccelli grandi con ale bianche, che volassero, e fossero venuti d'alcun strano luogo; e dappoich abbassavano le vele per sorgere, alcuni di loro pensavano che quelli navili fossero pesci, vedendoli cos da lungi. Altri dicevano che erano fantasme che andavano di notte, e ne avevano grandissima paura: e questo perch la sera alle fiate erano assaltati in un luogo, e in quella medesima notte, all'alba, veniva esser fatto quel medesimo cento miglia pi oltra per la costa, o alle volte pi indietro, secondoch ordinavano quelli delle caravelle di fare, e secondo li rispondevan li venti; e dicevan tra loro:
Se queste fossero creature umane, come potrano andar tanto cammino in una notte, che noi non potremmo andarvi in tre d? non intendendo il modo del navigare; sicch del tutto tenevano che fussero fantasme.
E di questo sono stato certificato da molti azanaghi che
sono schiavi in Portogallo, e da molti portogallesi che a quel tempo praticavano a quelle riviere con caravelle; e per questo si pu considerare quanto fossero nuovi nelle cose nostre, avendo tale opinione.
Del gran fiume detto Rio di Senega, anticamente chiamato Niger; e come fu trovato. - Dappoich passammo il detto Capo Bianco, a vista d'esso navigammo per nostre giornate al fiume detto Rio di Senega, che  il primo fiume di Terra de' Negri, entrando per quella costa: il quale fiume parte i negri da' berrettini detti azanaghi; e parte etiam la terra secca e arida, che  il diserto sopraddetto, dalla terra fertile, che  paese de' negri. E cinque anni avantich io fussi a questo viaggio, detto fiume fu trovato da tre caravelle del signor Infante(8): le quali entrrono dentro, e pacificronsi con questi negri, permodoch cominciarono a trattare di mercanzie; e cos d'anno in anno vi sono stati navili fino al tempo mio.
Del paese di Budomel, e del suo signore. - Passai il predetto fiume di Senega con la mia caravella, e navigando pervenni al paese di Budomel, luogo distante dal detto fiume circa miglia cinquanta per costa, la qual costa, cominciando dal detto fiume fino al luogo di Budomel,  tutta terra bassa senza monti. Questo nome Budomel  titolo di signore, e non nome proprio del luogo: e chimasi terra di Budomel, come  a dire il paese di tal signore, ovver conte(9).
A questo luogo mi affermai con la mia caravella per aver lingua da questo signore, conciossiach aveva avuto informazione da certi portogallesi, i quali con lui avevano avuto a fare, ch'era persona e signor dabbene, e del qual si poteva fidare, e pagava realmente quello ch'ei toglieva; e per aver con me alcuni cavalli di Spagna, i quali erano in buona richiesta nel Paese de' Negri, nonostantech molte altre cose avessi con me, come panni di lana e lavori di seta moreschi e altre merci, determinai di provar con questo signore di far il fatto mio.
E cos mi feci mettere ancora ad un luogo nella costa del suo paese, il qual si chiama la Palma di Budomel, ch' stazio, e non porto; e, dappoi giunto, fcili assapere per un mio turcimanno(10) negro, come io ero venuto con alcuni cavalli e altre robe per servizio se gli era bisogno.
E brevemente il predetto signore, intesa la cosa, cavalc e venne alla marina con circa cavalli quindici, e centocinquanta pedoni: e mandommi a dire che egli mi piacesse di voler dismontar in terra, e andarlo a vedere, ch egli mi fara onore; perilch, sapendo la sua buona fama, vi andai; e fcemi gran festa; e, dappoi molte parole, io gli diedi i miei cavalli, e tutto quello ch'' volle da me; e mi fidai di lui. Il qual pregommi ch'io volessi andar fra terra a casa sua, ch'era lontana dalla marina circa miglia venticinque, ch ivi mi pagher cortesemente; e che aspettassi alcuni d, perch per quello che avea ricevuto da me, mi prometteva certi schiavi. Io li diedi sette cavalli con li fornimenti e altre cose, che tutti mi costavano, di capitale, da circa ducati trecento: onde determinai di andar con lui. Ma avanti che si partisse egli mi don alla prima vista una garzona di anni dodici in tredici, molto bella per esser molto negra; e disse che me la donava per servizio della mia camera: la qual accettai, e la mandai al mio navilio.
E certo il mio andar fra terra non fu manco per vedere e intender cose nuove, che per ricever il mio pagamento.
Come messer Alvise trov messer Antoniotto Usodimare, gentiluomo genovese, con due caravelle; e and in loro conserva a passar il Capo Verde. - Come ho predetto, ebbi causa di stare in questi paesi del signore Budomel alcuni giorni, per vedere, comprare e intendere pi cose; dove, essendo spacciato, e avendo avuto certa somma di teste di schiavi, determinai di andar pi oltre, e passar Capo Verde, e andar a discoprire paesi nuovi, e provar mia ventura; conciossiach avanti il mio partir di Portogallo io aveva inteso dal signor Infante (come quella persona che in tempo era avvisata delle cose di questi paesi de' negri, e fra le altre informazioni che esso avea), che non molto lontano da questo primo regno di Senega, pi avanti, si trovava un altro 
regno chiamato Gambra(11) nel quale raccontavano i negri che venivano condotti in Ispagna, trovarsi somma d'oro grande; e che li cristiani che ivi andssono sarano ricchi; onde io, mosso dal desiderio di trovar questo oro, e anche per veder diverse cose, spacciato da Budomel mi ridussi alla caravella.
E facendosi presto alla vela per partimmi da quella costa, ecco che una mattina apprsono due vele in mare: le quali avendo vista di noi, e noi di loro, sapendo che non potevano essere salvoch cristiani, venimmo a parlamento: e, inteso uno de' detti navili esser d'Antoniotto Usodimare gentiluomo genovese, l'altro d'alcuni scudieri del prefato signor Infante, i quali d'accordo avean fatto conserva per passare il detto Capo Verde e provar sua ventura e discoprir cose nuove, trovandomi ancora io di quel medesimo proposito mi posi in conserva loro; e di uno volere tutte tre caravelle dirizzammo il nostro cammino verso il detto capo, pure alla via d'ostro per la costa, sempre alla vista di terra. Onde il giorno seguente con vento prospero avemmo vista del detto capo, il quale  distante dal luogo dove io mi partii circa miglia trenta de' nostri italiani.
Capo Verde perch  cos detto, e della costa del detto Capo Verde. - Questo Capo Verde si chiama cos perch i primi che 'l trovarono (che furono portogallesi), circa uno anno avanti ch'io fossi a quelle parti(12), trovarono tutto verde di arbori grandi, che continuamente stanno verdi tutto il tempo dell'anno: e per questa causa li fu messo nome Capo Verde, cosiccome Capo Bianco, quello che noi abbiamo parlato per avanti, in qual fu trovato tutto arenoso e bianco.
Dappoi, il giorno seguente, partimmo facendo vela e seguendo il nostro viaggio, navigando sempre a vista di terra; notando che oltre il detto Capo Verde si mette un golfo dentro; e la costa  tutta terra bassa, copiosa di bellissimi e grandissimi arbori verdi che mai non perdono foglia tutto l'anno, cio che mai non si seccano, come le nostre di qua, ma prima nasce una foglia avanti che gettino l'altra; e
vnsene questi arbori fino sulla spiaggia ad un trarre di balestra, che pare che beano sul mare; ch' una bellissima cosa da vedere, e secondo me, che pur ho navigato in molti luoghi in Levante e in Ponente, mai non vidi la pi bella costa di quel che mi parse questa. La quale  tutta bagnata da molte riviere e fiumi piccoli, non da conto, perch in quelli non potrano entrare navil grossi.
Del Rio di Barbacini, e come fu ammazzato un turcimanno posto in terra per informarsi del paese. - Scorrendo adunque con vento largo per la detta costa, seguendo il nostro viaggio per l'ostro, scoprimmo la bocca di un fiume largo forse un tirar d'arco, il qual era di poco fondo; e a questo fiume mettemmo nome il Rio di Barbacini; e cos  notato sulla carta da navigare fatta di questo paese(13); e  da Capo Verde fino a questo rio miglia sessanta. Il navigar nostro per questa costa e per avanti sempre  stato di giorno, mettendo ogni sera ancora a sole posto, in dieci ovvero dodici passa d'acqua lontani da terra quattro o cinque miglia; e a sol levato facevamo vela, tenendo sempre un uomo da alto, e due uomini a prora della caravella, per veder se rompeva il mare in alcun luogo per discoprir alcuno scoglio.
E navigando pervenimmo alla bocca d'un altro fiume grande, il qual mostrava non esser meno del detto Rio di Senega: e vedendo questo bel fiume, parendone il paese bellissimo, e copioso di arbori fino sulla marina, mettemmo ferro, e deliberammo di voler mandare in terra uno delli nostri turcimanni, perch cadauno delli nostri navili aveva turcimanni negri, menati con noi di Portogallo, i quali furono venduti per quelli signori di Senega a' primi portogallesi che vennero a scoprire il detto Paese de' Negri. Questi schiavi erano fatti cristiani, e sapevano ben la lingua spagnola; e gli avevamo avuti dalli suoi padroni con patto di darli per suo stipendio e soldo una testa per uno a cernirla in tutto il nostro monte; e, dando cadauno di questi turcimanni quattro schiavi alli padroni suoi, essi gli lascian franchi.
E buttata la sorte a chi toccasse mettere il suo turcimanno
in terra, tocc al gentiluomo genovese; onde, armata la sua barca, mand il turciman fuora, con ordine che la barca non si accostasse a terra, salvo tanto quanto potesse mettere fuori il detto turcimanno: al qual fu commesso che egli s'informasse della condizione del paese, e sotto qual signore era, e che intendesse se egli si trovava oro, ower altre cose al nostro proposito.
Onde, essendo spiontato in terra, e tiratasi la barca un poco al largo, subito li vennero incontra molti negri del paese, i quali, avendo veduti i navil approssimarsi alla marina, con archi, saette e arme stavano imboscati per aggiungere alcuno di noi in terra; e, venuti a lui, li parlarono per ispazio d'un poco, e quello che li dicessero noi sappiamo; salvoch con furia cominciarono a ferirlo con alcune gamie, che sono spade moresche corte, e brevemente lo ammazzarono, che quelli della barca non lo poteron soccorrere.
Intesa per noi questa novella, rimanemmo stupefatti, e comprendemmo che costoro doveano esser crudelissimi uomini, avendo fatto un simil atto in quel negro ch'era della sua generazione; e che, di ragione, molto peggio farano a noi; e per questo facemmo vela, seguendo pur il nostro cammino per ostro, navigando a vista della costa, la quale continuamente trovavamo pi bella e pi copiosa d'arbori verdi, e per tutto terra bassa; e finalmente pervenimmo alla bocca d'un fiume. E vedendo noi quella esser grandissima, e non meno di tre fino a quattro miglia nel pi stretto, dove potevamo entrare con li nostri navili securamente, determinammo quivi riposare per volere intendere, il giorno seguente, se questo era il paese di Gambra.
Come, procedendo pi oltre, videro tre almadie di negri, i quali non li vollero parlare; e come siano fatte esse almadie. - Essendo noi ridutti a questo fiume, il quale alla prima entrata non mostra men largo di miglia sei in otto, giudicammo quivi dover essere il paese di Gambra, che per noi tanto era desiderato, e che sopra questo fiume facilmente si trovera qualche buona terra dove leggiermente potremmo pervenire a qualche buona ventura di somma d'oro, e d'altre preziose cose.
Fatto il giorno seguente vento bonaccevole. mandammo la caravella piccola avanti ben fornita d'uomini delle nostre barche, con ordine che (per esser navilio piccolo che aveva bisogno di poca acqua) andasse pi avanti che egli potesse; e, trovando banco sulla bocca del detto fiume, scandagliasse il fondo; e, trovando buona acqua grossa per poter entrare i nostri navili, si tirasse indietro, e sorgesse, facendone alcuni segnali.
E cos fu eseguito per quella, perch, trovando passa circa quattro d'acqua sulla detta bocca, sorgette secondo l'ordine nostro. E dipoi, sorta la detta caravella, li parse di mandar la nostra barca armata, e anche la sua in compagnia, bench piccola fosse, pi oltre della bocca, con questo comandamento: che se per caso i negri del paese venissero con le loro barche ad assaltarli, che subito si riducssino al navilio, senza voler con loro contendere (e questo, perch noi eravamo l ridutti per voler trattare col paese buona pace e concordia con la loro benevolenza, la qual si conveniva acquistare con ingegno, e non per forza).
Onde, essendo passate le dette barche pi avanti, tentarono il fondo in pi luoghi con lo scandaglio; e, trovando pertutto non meno di passa sedici d'acqua, andarono pi oltra due miglia; e, vedendo le rive del detto fiume bellissime e copiose di altissimi arbori verdi, e anco il fiume fare pi volte suso, non li parse di andar pi avanti.
E facendo volta, eccoti uscir della bocca d'un fiumicello che metteva capo in questa grande fiumana, tre almadie (che a nostro modo si chiamerano zopoli) che sono tutte d'un pezzo, di arbori grandi cavati, e fatte a modo di burchielli che si menano dietro questi nostri burchi.
E vedendo le nostre barche le predette almadie, dubitando che quelli non venissero per farli oltraggio, essendo stati avvisati per gli altri negri che in questo paese di Gambra tutti erano arcieri che tiravano frecce avvelenate, bench fussono sufficientissimi per difendersi, nondimeno, per ubbidir a quello che gli era stato imposto e per non commettere scandalo, dettero a' remi, e quanto pi presto poterono vennero al predetto navilio; ma non per s presto, che, giunte al detto, le almadie non fossero alle spalle, non meno lontano d'un trar d'arco, perch sono velocissime.
E, entrati li nostri nel navilio, li cominciarono ammattar(14) e far segno acciocch si accostassero; e quelle, fermandosi, mai vollono venir avanti: nelle quali potevano esser da venticinque in trenta negri, i quali, stando cos un pezzo a guardare cosa mai n per loro n per suoi antecessori era stata veduta, cio navil d'uomini bianchi, senza mai voler parlare, per cosa che li fosse fatta n detta, se ne andarono per li fatti suoi.
E cos pass quella giornata senza farsi altro.
Del paese di Gambra, e dell'abito di que' negri; e come combatterono co' portogallesi(15) onde molti di essi negri furon morti; e come i portogallesi, intesa la risposta che li fero detti negri, ritornarono indietro. - La mattina seguente noi altri due navil, circa l'ora di terza, con vento bonaccevole e con l'ordine d'acqua femmo vela per andar a trovar la conserva: nostra, e per entrare nel fiume col nome di Dio, sperando fra terra sopra di questo fiume dover trovar genti pi umane di quelle che vedemmo nelle dette almadie. E cos essendo giunti alla nostra conserva, e ella facendo vela in nostra compagnia, cominciammo ad entrare nel fiume; andando la caravella piccola avanti, e poi noi dietro l'una all'altra, passando il banco, essendo entrati circa miglia quattro, eccoti addietro di noi venir (non so di che luogo uscite) alcune almadie, quanto pi potevano; le quali per noi viste, femmo volta sopra di loro; e dubitando delle lor frecce avvelenate (delle quali eravamo informati che molto usavano), coprimmo li nostri I navili al meglio che potemmo, e ci armammo, ordinando le nostre poste, bench mal in punto eravamo di arme; e in breve spazio giungendo quelle a noi che eravamo in bonaccia, mi vennero per prova, ch'era il primo navilio(15); e, partendosi i in due parti, mi misero in mezzo di loro; e contando le dette almadie trovammo quelle esser quindici per numero, grandi come sarano buone barche; e levata per loro la voga, alzando li remi in alto, ci stavano a guardare come cosa maravigliosa.
E quelle noi esaminando esistimammo potervi essere circa
negri centotrenta in centocinquanta al pi, li quali ne prsono bellissimi uomini di corpo, e molto negri, vestiti tutti di camicie di cotonine bianche; in testa avevano alcuni cappelletti bianchi, quasi al modo di tedeschi, salvoch da cadaun lato avevano una forma d'una ala bianca con una penna in mezzo al detto cappelletto, quasi volendo significare essere uomini da guerra; e in cadauna delle prove delle dette almadie vi era un negro in piede, con una targa tonda nel braccio, che ne pareva esser di cuoio; e cos, n essi tirando a noi, n noi facendo contra di loio altramente movenza, avendo vista degli altri due nostri navili che venivano dietro, drizzando il suo cammino verso quelli, si avviarono; e giunti a loro, senza altro saluto, gittando giuso i remi, con li suoi archi cominciarono a tirare.
I nostri navili, veduto l'assalto fattoli, scaricarono quattro bombarde al primo tratto: le quali udite per quelli, stupefatti e attoniti per lo strepito grande, gettarono gli archi abbasso, e, risguardando chi in qua, chi. in l, stavano ammirativi, vedute le pietre delle bombarde ferire nell'acqua appresso di loro; e, essendo stati per buono spazio a risguardarle, non vedendo altro, perdendo la paura dei tuoni, da poi molti colpi che li furono tirati, presi i suoi archi, di nuovo cominciarono a tirare con grande ardire, accostandosi appresso i navili a tiro di pietra.
Li marinai cominciarono con le sue balestre a bersagliarli; e il primo che disserr la balestra fu un figliuol bastardo di quel gentiluomo genovese, che fer un negro nel petto, il qual subito cadde morto nell'almadia; e, essendo veduto per i suoi, presero quel verrettone, e molto lo guardavano, quasi maravigliandosi di tal arma; n per questo restarono di tirar alli navili vigorosamente, e quelli delle caravelle a loro, in modo che in poco spazio di tempo furono guasti gran quantit de' negri; e de' cristiani, per la Dio grazia, non fu ferito alcuno.
Onde, vedendo questi negri guastarsi e perire, quasi tutte le almadie d'accordo si misero per poppa della caravella piccola, dando a quella gran battaglia, perch erano pochi uomini, e mal in punto d'arme. E io, vedendo questo, feci caricar vela sopra il detto navilio piccolo; e, giungendo a quello, il tirammo in mezzo di noi altri due navili pi grandi,
discaricando bombarde e balestre; la qual cosa vedendo i negri si slargarono da noi; e noi, incatenando tutte tre le caravelle insieme, sorgemmo un'ancora, e con bonaccia tutte tre ci tenevamo sopra quella.
E dipoi tentammo di voler aver lingua con questi negri: e tanto per li nostri turcimanni femmo ammattare e gridare, che una di quelle almadie si approssim a noi a un tiro d'arco: alla qual femmo dire per che cagione e' ne offendevano, conciossiach noi eravamo uomini di pace, e trattabili di mercadanzia; che con gli altri negri del regno di Senega avevamo buona pace e amist, e cos con loro volevamo avere, se li piaceva; che eravamo venuti di lontani paesi per voler far alcuni degni presenti al suo re e signore, per parte del nostro re di Portogallo, il qual con lui desiderava aver amicizia e buona pace; e che gli pregavamo che ci volessero dire in che paese noi ci trovavamo, e che signor reggeva quelle parti, e come quel fiume si chiamava; e che a noi volesseno venir pacificamente e amorevolmente a prender delle nostre cose, e che delle sue quanto li piacesse ne desseno, o poco, o niente; che di tutto saremmo contenti.
La risposta sua fu che nel passato di noi avano avuto qualche notizia, e del nostro praticare con li negri di Senega: i quali non potevano esser salvoch cattivi uomini, in voler nostra amist; perch eglino tenevano per fermo che noi cristiani mangiavamo carne umana, e che non compriamo li negri salvoch per mangiarli, e che per questo non volevano nostra amist per alcun modo, ma che ne volevano ammazzar tutti, e dappoi delle cose nostre farano un presente al suo signore, il qual dicevano esser lontano tre giornate, e che quella era fiumara grossa, dicendone il nome, il quale non mi ricordo.
E in questo stante il vento rinfresc; e vedendo noi il loro malvolere, facemmo vela sopra di loro: i quali avvedutisi del fatto fuggirono via di terra; e cos compimmo con loro la nostra guerra.
Dappoi seguito questo, ne consigliammo fra noi principali di chi era il governo de' navili di andare pi sopra il detto fiume almeno fino miglia cento, se tanto potevamo andare, sperando pur di trovar miglior gente. Ma i nostri marinari che erano desiderosi di ritornare alle loro case, senza pi
voler provare di mettersi a pericolo, tutti d'accordo cominciarono a gridare, dicendo che a tal cosa non volevano consentire, e che bastava quello che avevano fatto per quel viaggio.
Onde, vedendo noi il suo voler unito, convenimmo consentire per manco scandalo, perch sono uomini molto di testa e ostinati. E cos il giorno seguente partimmo di l, tenendo la volta di Capo Verde per ritornar col nome di Dio in Ispagna.

Note.
1. Probabilmente in qualit di geografo.
2. Resina rossa che stilla dalla dracena (calamus draco).
3. Mancico e Funchal (Moncrico, Fonzal) sono distretti di Madera: la quale fu scoperta nel 1416 appunto da Tristan Vaez Teixeira e Jaun Gonzales Zarco.
4. Si comprendeva sotto il nome di Etiopia tutta l'Africa equatoriale dall'Oceano Indiano all'Atlantico: a sud del deserto del Sahara (Sarra).
5 Argin  Arguin (nel golfo omonimo, a sud del Capo Bianco); Senega  il Senegal; gli azanaghi sono gli zenaghi (trib berbera, di pelle grigia: di color berrettino).
6 Testa di negro  lo schiavo in quanto oggetto unitario.
7 In verghe (dall'arabo tibr: verga d'oro, o d'argento).
8. In verit era stato scoperto dieci anni prima, nel 1445, da Diniz Fernandez (o da Dijuz Diaz).
9. Questa parte del Senegal  ancor oggi chiamata Vedamel.
10. Interprete.
11. Gambia.
12. In verit il Capo Verde era gi stato doppiato nel 1445 da Diniz Diaz e nel 1446 da Alvaro Fernandez.
13. Carta disegnata probabilmente da Alvise stesso, e andata perduta.
14. Amattare: chiamare ad alta voce.
15. Vennero di prua al mio naviglio, che era il primo.


Fernando Colombo: Mio padre, l'Ammiraglio.

Del primo viaggio di Colombo (Palos, 3 agosto 1492 -Palos 15 marzo 1493) si  perduto il Diario originale; se ne conserva solo una redazione adattata e riassunta dal Las Casas, e una ricostruzione (dalla quale abbiamo tratto i brani seguenti) dovuta al figlio naturale dell'ammiraglio, Fernando.
Anche questo Fernando fu a modo suo un grand'uomo. A quattordici anni segu il padre nel suo quarto viaggio: sembrava che navigasse da ottantanni, scrisse di lui il padre; era di incoraggiamento agli altri e di consolazione a me. Poi lasci il mare e si diede agli studi: cosmografia, erudizione; e mise insieme la pi grande biblioteca privata del suo tempo. Come del Diario del padre, cos del libro del figlio si  perso l'originale (che era in spagnolo); ne resta solo questa traduzione italiana, stampata a Venezia nel 1571:, Historie del S.D. Fernando Colombo, nelle quali s'ha particolare e vera relazione della vita e de' fatti dell'ammiraglio D. Cristoforo Colombo, suo padre.
 inutile ricordare che Colombo si proponeva di trovare una via pi breve per raggiungere le Indie; ma si tenga presente che mor nel 1506 ancora convinto di aver scoperto appunto solo questa via pi breve, di aver cio toccato null'altro che l'Asia - e gi nel 1501, invece, cominci a diffondersi il nuovo magico nome: America.
Come lo Ammiraglio part dall'Isola della Gran Canaria, perseguire o dar principio al suo scoprimento; e quel che nell'oceano avvenne. - Poi che i navigli furono bene ad ordine, e in punto per la partita, il venerd, che fu il primo di settembre, sul tardi, lo Ammiraglio fece spiegar le vele al vento, partendo dalla Gran Canaria; e il giorno seguente giunsero alla Gomera: dove nel fornirsi di carne, di acqua,
e di legna si fermarono altri quattro giorni; di modo che il gioved seguente di mattina, cio a' 6 di settembre del detto anno 1492, che si pu contar per principio dell'impresa e del viaggio per l'oceano, lo Ammiraglio part dalla Corner alla volta dell'occidente, e per lo poco vento e per le calme ch'egli ebbe non pot allontanarsi troppo da quelle isole
La domenica verso il giorno si ritrov nove leghe verso occidente lontano dall'Isola del Ferro: nel qual d perdettero di vista tutta la terra; e temendo di non poter tornar per lungo tempo a vederla, molti sospirarono e lagrimarono. Ma l'Ammiraglio, dopo ch'ebbe confortato tutti con larghe offerte di molte terre e ricchezze, per tenerli in speranza e minuir la paura in loro che avevano della lunga via, come che quel giorno i navigli camminassero 28 leghe, disse non averne contate pi di 15, avendo deliberato di minuir nel viaggio parte del conto, acciocch non pensasse la gente d'esser tanto dalla Spagna lontana quanto infatti ella fosse, contando veramente il cammino, il quale secretamente egli avea in animo di notare.
Continuando adunque cos il suo viaggio, il marted a gli 11 di settembre nel tramontare del sole, essendo oggimai quasi 150 leghe verso l'occidente lontan dall'Isola del Ferro, vide un grosso tronco di albero di nave di 120 botte(1), il qual parea che fosse ito lungo tempo secondo l'acqua. In quel paraggio, e pi avanti all'occidente le correnti erano molto grosse verso il nord-este. Ma essendo poi corsi altre cinquanta leghe verso ponente, a' 13 di settembre trov che da prima notte norvesteavano le calamite de' bussoli per mezza quarta, e l'alba novesteavano poco pi d'altra mezza(2); da che conobbe che l'agucchia non andava a ferire la stella che chiamian Tramontana, ma un altro punto fisso e invisibile. La
qual variet fino allora mai non aveva conosciuto alcuno: e per ebbe giusta causa di maravigliarsi di ci. Ma molto pi si maravigli il terzo d, nel quale era gi corso quasi cento leghe pi avanti pur per quel paraggio: perciocch le agucchie da prima notte norvesteavano gi con la quarta(3); e la mattina tornavano a percuotere nella medesima stella.
E il sabbato a' 15 di settembre, essendo quasi 300 leghe verso l'occidente lontan dall'Isola del Ferro, di notte tempo cadde gi dal cielo nel mare una maravigliosa fiamma di fuoco(4) quattro o cinque leghe da' navigli discosto, alla volta del sud-oeste; quantunque il tempo fosse temperato come di aprile, e i venti dal nord-este al sud-oeste bonaccievoli, e il mar tranquillo, e le correnti di continuo verso nord-este. Quelli anco della caravella Nia dissero allo Ammiraglio avere il venerd passato veduto un gargiao, e un altro uccello chiamato rabo di giunco(5); di che allora, per essere questi i primi uccelli che avevano veduto, presero grande tammirazione.
Ma maggior l'ebbero il d seguente, che fu la domenica, della gran copia di erba tra verde e gialla che sopra la superficie dell'acqua si vedeva, la qual parea che si fosse novellamente distolta da alcuna isola o scoglio. Di questa erba assai ne videro il d seguente; onde molti affermavano d'esser gi vicini a terra, specialmente perciocch videro un picciol gambaro vivo fra quelle macchie d'erba; la qual dicono ch'era simigliante all'erba stella, se non che aveva il piede e i rami alti, ed era tutta carica di frutti come di lentisco. E notarono appresso che l'acqua del mare era la met men salsa che la passata. Senza che, quella notte li seguirono molti tonni, i quali si accostavano tanto a' navigli e correan con loro s prontamente che ne fu ammazzato uno con un tridente da quelli della caravella Nia.
E, essendo gi 360 leghe per loeste discosti dall'Isola del Ferro, videro un altro rabo di giunco, uccello cos chiamato perciocch ha una lunga penna per coda (e in lingua spagnola rabo vuol dire coda).
Il marted poi, che fu a' 18 di settembre, Martino Alonzo
Pinzone, il quale era passato avanti con la caravella Pinta. la qual veleggiava benissimo, aspett l'Ammiraglio e gli disse aver veduto moltitudine grande di uccelli volar verso ponente: perloch sperava di trovar terra quella notte. La qual terra parve a lui di veder verso tramontana 15 leghe distante nel medesimo giorno al tramontar del sole, coperta da grande oscurit e nembi. Ma, perciocch l'Ammiraglio sapea di certo che non era terra, non volle perder tempo in andare a riconoscerla, siccome tutti desideravano; conciossiach'ei non si trovava nel sito dal quale egli per i suoi indicii e ragioni aspettava che la terra gli si scoprisse: anzi cavarono quella notte una bonetta, perch il vento rinfrescava, essendo gi passati 11 d che non avevano mainate le vele un palmo; camminando di continuo col vento in poppe verso l'occidente.
Come tutti andavano molto attenti a' segni che nel mar vedevano, con desiderio di prender terra. - Perciocch tutta la gente dell'armata era nuova in cotal navigazione e pericolo, e si vedea tanto lontana da ogni soccorso, non restavano tra loro di mormorare; e, non vedendo altro che acqua e cielo, notavano sempre con attenzione ciascun segno che appareva loro, come quelli che in effetto erano pi lontani da terra che fino a quel tempo altri mai fossero stati. Laonde io voglio raccontar tutto quello di che facevano alcuna stima; e questo sar quanto alla descrizione di questo primo viaggio: che degli altri indicii minori, i quali sogliono spesso e ordinariamente vedersi, non vogliam ragionare.
Dico adunque, che ai 19 di settembre di mattina venne alla nave dell'Ammiraglio uno uccello, chiamato alcatraz(6); ed altri vennero sul tardi, che gli davano alcuna speranza di terra: perciocch ei giudicava che quell'uccello non si sarebbe troppo discostato da essa. Con la quale speranza, quando fu calma, scagliarono con 200 braccia di funi; e, ancora che non potessero trovar fondo, conobbero che oggi-mai le correnti andavano verso il sud-oeste. Parimente il gioved a' 20 di quel mese, due ore avante mezzogiorno, vennero due alcatrazi alla nave, e ne venne anco un altro indi a buona pezza; e presero un uccello simile al gargiao, senon che era negro e con una gioia bianca in testa, e co' piedi simili a queli dell'anitra, quali sogliono avere gli uccelli
d'acqua; e a bordo ammazzarono un pesce picciolo; e videro molta erba della sopradetta: e all'apparir del giorno vennero alla nave tre uccellini di terra cantando; ma al levar del sole disparvero, lasciando loro alcuna consolazione, considerando essi che gli altri uccelli, per esser marittimi, e grandi, poteano meglio allontanarsi da terra; ma questi piccioli non dovean venire di cos lontano paese. Indi a tre ore poi fu veduto un altro alcatraz, che veniva dall'oes-nor-veste: e il d seguente sul tardi videro un altro rabo di giunco, e un alcatraz: e si scopr pi quantit di erba che in tutto il passato tempo, verso tramontana, per quanto potevano stender la vista: della qual tal volta prendevano pur consolazione, credendo che ci avvenisse per alcuna terra vicina; e talora eziandio cagionava loro gran paura, perciocch v'erano macchie di tanta foltezza che in alcuna maniera intertenevano i navigli; e conciossiach la paura porta l'imaginazione alle cose peggiori, temevano di dover s folta trovarla che gli fosse per accader quello che si finge di S. Amor nel mare congelato, il quale dicesi che non lascia muovere i navigli(7). Laonde discostavano i navigli dalle macchie di quella tutte le volte che essi potevano.
Ma, ritornando a' segni, dico che un altro d videro una balena; e il sabbato seguente, che fu a' 22 di settembre, furono vedute alcune pardelle(8): e soffiarono anco in quei tre I d alcuni venti sud-oesti, quando pi verso ponente e quando meno, i quali, ancor che fossero contrari al cammin loro. l'Ammiraglio disse che gli ebbe molto buoni e di gran giovamento: perciocch, mormorando oggimai la gente, fra le altre cose che per accrescer la loro paura dicevano questa ' era una, che, poi che sempre avevano il vento in poppe.
mai in quei mari lo avrebbero avuto prospero per tornare adietro; e, se ben trovavano talora il contrario, dicevano quel vento non essere stabile; e che, non bastando egli ad
ingrossare il mare, non avria potuto ritornarli per s gran cammino come indietro lasciavano. E, quantunque lo Ammiraglio replicasse, dicendo loro che ci procedeva dall'esser gi presso a terra, il che non lasciava alzar le onde; e gli rendesse le ragioni che meglio poteva: afferma ch'ebbe allora bisogno dell'aiuto di Dio, come gi Mos, quando trasse gli ebrei dall'Egitto, i quali si astenevano dal mettergli le mani addosso per li segni che per lui Dio faceva. Cos ancora dice l'Ammiraglio che avvenne a lui in quel viaggio: perciocch tosto la domenica seguente a' 23 si lev un vento vuest-nor-veste, col mare alquanto turbato, come la gente desiderava: e medesimamente tre ore avanti mezzo d videro una tortora volar sopra la nave; e sul tardi videro un alcatraz, e un uccellino di fiume, e altri uccelli bianchi: e nell'erba trovarono alcuni gambarelli; e il seguente giorno videro un altro alcatraz, e molte pardelle che venivano di verso ponente, e alcuni pesci piccioli, alcuni de' quali la gente de gli altri navigli ammazz coi tridenti, perciocch non beccavano all'amo.
Come la gente mormorava con desiderio di tornarsi a dietro, e, vedendo altri segni, e dimostrazioni di terra, cammin verso quella assai lieta. - Quanto pi i segni sopradetti riuscivano vani, tanto pi cresceva la lor paura, e l'occasione di mormorare, ritirandosi dentro a' navigli e dicendo, che l'Ammiraglio con la sua pazza fantasia avea deliberato di farsi gran signor con le vice - e pericoli loro, e in quella impresa morire: e, poi che gi essi avevano sodisfatto all'obbligo loro nel tentar la fortuna, e s'erano allontanati dalla terra e da ogni soccorso pi che mai altri, non dovevano essere autori della loro propria ruina, n seguir quel cammino, fin che poi indarno avessero a pentirsi, e mancassero loro le vettovaglie, e i navigli, i quali, come sapeano, erano gi pieni di difetti e di falle in modo che male avrebbono potuto salvare uomini, penetrati s a dentro nel mare: che niuno giudicherebbe mal fatto ci che in tal caso avessero deliberato; anzi che sarebbono stimati molto pi animosi, per essersi posti a tale impresa e esser proceduti s avanti: e che, per essere l'Ammiraglio straniero, e senza alcun favore, e per aver sempre tanti uomini savi e dotti riprovata
fe biasimata la sua opinione, non vi sarebbe ora chi il favoreggiasse e difendesse, e sarebbe a lor pi creduto quel che dicessero, assegnando a lui colpa d'ignoranza e di mal governo, che quanto egli in sua giustificazione contra lor dicesse. N mancarono di quelli che dissero che, per tor via ogni contesa, s'egli non volesse dal suo proponimento rimuoversi, potrebbono accortamente gittarlo in mare, e pubblicar poi, che volendo egli riguardar le stelle e i segni, vi era caduto inavvertitamente; e che niuno andrebbe cercando sopra ci il vero: e questo essere il pi vero fondamento del loro ritorno e della lor salute.
In cotal guisa di giorno in giorno continuavano in mormorando, e lamentandosi e consigliandosi: n l'Ammiraglio I stava senza sospetto della loro incostanza e mala intenzione
verso di s. Perch talor con buone parole, e altre volte con pronto animo e ricever la morte, ammonendoli del castigo, che saria potuto tornar sopra essi se impedissero quel viaggio,
temperava alquanto le lor macchinazioni e i loro timori: e, per confermazione della speranza, ch'egli lor dava, ricordava loro le mostre e i segni sopradetti, promettendo loro
che in breve tempo troverebbono alcuna terra a' quali segni | andavano eglino nel continuo s attenti, che ogni ora gli
pareva un anno per veder terra.
Fin che il marted a' 25 di settembre nel tramontar del sole, ragionando l'Ammiraglio col Pinzone che gli era molto appresso con la sua nave, grid forte il detto Pinzone:
Terra, terra, Signore! Non si perda la mia buona mano! e gli mostr alla volta del sud-oeste un corpo che faceva chiara simiglianza d'isola, la qual distava 25 leghe dai navigli. Della qual cosa la gente fu tanto allegra e consolata che ne rendeva a Dio molte grazie; e l'Ammiraglio, che fin che fu notte oscura avea prestato alcuna fede a quello che gli era detto, e per tener consolata la gente, e anco perch non gli si opponessero e gl'impedissero il suo cammino, navig verso l per gran parte della notte. Ma la mattina seguente conobbero che quel che aveano veduto erano nembi e nuvoloni, che spesse volte fanno mostra di chiara terra.
Per che con assai dolore e fastidio della maggior parte tornarono a seguir la via dell'occidente, la qual sempre avevano continuata, se non quando il vento glielo impediva:
e, tenendo sempre l'occhio attento a' loro segni, videro un alcatraz, e un rabo di giunco, e altri uccelli simili a' sopradetti, e il gioved a' 27 di settembre di mattina videro un altro alcatraz, che venia di ponente e andava verso levante, e comparirono molti pesci indorati, de' quali ne ammazzarono un col tridente: e pass lor vicino un rabo di giunco; e conobbero appresso che le correnti in quegli ultimi d non andavano cos ferme e ordinate come solevano, ma tornando indietro con le maree; e l'erba per lo mare si vedeva in minor quantit che prima.
Il venerd poi seguente ammazzarono tutti i navigli alcuni pesci indorati, e il sabbato videro un rabi orcado(9); il quale, ancor che sia uccello di mare, mai non vi riposa, ma va per l'aria perseguitando gli alcatrazi fin che fa lor gittar per paura l'immondizia del loro ventre, la quale egli per l'aria raccoglie per suo nutrimento; e con tale astuzia e caccia si sostenta in quei mari (come che si dica che si veggono pi ne' contorni delle Isole di Capo Verde). Poscia indi a poco videro altri due alcatrazi, e molti pesci rondini, che sono di grandezza di un palmo, e con due alette simili a quelle del pipistrello, volano talvolta quanto una lancia l'alto dall'acqua il tratto di uno archibugio, quando pi, e quando meno(10), e tal volta cadono ne' navigli. Medesimamente il dopo desinare videro molta erba in filo verso nort-mezzod, come in prima solevano, e altri tre alcatrazi, e un rabi orcado, che li cacciava.
La domenica mattina vennero alla nave quattro rabi di giunco; i quali, per essere cos insieme venutivi, stimarono d'esser pi vicini alla terra, e specialmente, perch indi a poco passarono altri quattro alcatrazi, e videro molta erba in filo verso oes-nor-veste all'es-ueste, e altres videro molti pesci imperatori, i quali sono simili a' chiopi, e hanno la pelle durissima, e non  buon pesce da mangiare.
N per, quantunque l'Ammiraglio ponesse mente a tutti questi segni si scordava di quelli del cielo, n i corsi delle stelle. Laonde in quel paraggio not con grande ammirazione che di notte le guardie stavano giustamente nel braccio dell'occidente; e quando aggiornava si ritrovavano nella linea sotto il braccio a nord-este: da che comprendeva che in tutta la notte non camminavano se non tre linee, che sono nove ore; e questo provava egli ogni notte. Parimente not, che da prima notte le agucchie norvesteavano per tutta una quarta, e, quando aggiornava, stavano giustamente con la stella. Per le quali cose i piloti erano in grande affanno e confusione; fin che egli loro disse di ci essere cagione il cerchio, che la stella Tramontana fa, circondando il polo: il quale avvertimento diede lor qualche conforto: perciocch in fatti per cotal differenze temevano di pericolo nel cammino, in tanta distanza e diversit di paesi.
Come non solo videro gli indici e i segni passati, ma altri migliori, da che trassero alcuna consolazione. - Luned, che fu il primo di ottobre, levato il sole venne alla nave un alcatraz; e due ore avanti mezzo d vi vennero altri due; e de' fili dell'erba venivano gi da leste a veste: e quel d di mattina il piloto della nave dell'Ammiraglio disse ch'era verso ponente lontan dall'Isola del Ferro 578 leghe, e l'Ammiraglio afferm ch'egli ancor se ne ritrovava lontano 584: come che nel secreto stimava d'essercene allontanato per 707: il qual conto accresce da quel del piloto detto 129 leghe. Era poi molto pi differente il conto de gli altri duo navigli: perciocch il piloto della Nia il mercord seguente sul tardi disse ritrovare- aver navigato 540 leghe; e quel della Pinta 634. Levando adunque quel che camminarono in quei tre d, rimanevano ancor molto a dietro dalla ragione e dal vero: perciocch sempre ebbero in poppe buon vento; e avevano pi camminato. Ma l'Ammiraglio, come si  detto, dissimulava, e comportava cos fatto errore acciocch la gente pi non si smarrisse, vedendosi tanto lontana.
Il d seguente, che fu a' 2 di ottobre, videro molti pesci, ed ammazzarono un picciol tonno; e fu veduto uno uccello bianco, come coccale(11), e molte pardelle, e l'erba che vedeano era molto vecchia, e quasi ridotta in polvere.
Nel giorno seguente poi, non vedendo uccelli, ma bene
alcune pardelle, dubitarono grandemente di aver lasciate per fianco alcune isole, e di esservi passati per mzzo senza vedere; giudicando che la moltitudine di uccelli fino allora veduti fossero di passaggio, e andassero da una isola all'altra a riposarsi. Desiderando essi adunque di volgersi all'una od all'altra parte, per cercar quelle terre, l'Ammiraglio non volle, per non perder il buon tempo che lo favoriva, per andar diritto alle Indie verso l'occidente; la qual via era quella ch'egli avea per pi certa: e perch ancora gli parea di perdere l'autorit e il credito del suo viaggio, andando tentone da un luogo ad un altro, cercando quello che sempre afferm di saper molto certamente: come che per questa cagione fu per ammutinarsi la gente, perseverando in mormorazioni e congiure. Ma piacque a Dio di soccorrerlo, come di sopra si  detto, con nuovi segni. Perciocch il gioved a' 4 di ottobre dopo mezzo giorno vennero pi di quaranta pardelle insieme e dui alcatrazi, i quali giunsero tanto appresso i navigli che un fante ne percosse uno con un sasso: e avanti questo avevano veduto un altro uccello, come rabo di giunco; e un altro come coccale; e volarono nella nave molti pesci rondini. Il d seguente eziandio venne nella nave un rabo di giunco, e uno alcatraz dalla parte dell'occidente; e furono vedute molte pardelle.
La domenica poscia a' 7 di ottobre nel levar del sole apparve mostra di terra verso ponente; ma, perciocch era oscura, niuno volea farsene autore: non tanto per non rimaner con vergogna, affermando quel che non fosse; quanto per non perder la grazia di trenta scudi all'anno concessa in vita a colui che prima avesse veduto la terra; la quale i Re Cattolici aveano promessa; perciocch, come gi detto abbiamo, per impedir che ogni tratto non si dessero allegrezze vane con dir falsamente Terra! Terra! era stata messa pena a colui che dicesse di vederla, e ci non si verificasse in termine di tre d, di rimaner privo della grazia; ancor che poi veramente la vedesse: e, perciocch tutti quelli della nave dell'Ammiraglio avevano questo avvertimento, non si arrischiando alcuno di gridar Terra! Terra!, quelli della caravella Nia, che era pi veliera e andava pi avanti, stimando certamente che fosse terra, spararono un pezzo di artiglieria e drizzarono le bandiere in segno di
terra. Ma, quanto pi andarono avanti, tanto pi l'allegrezza di tutti cominci a mancare, fin che totalmente si disfece quella mostra; bench non molto da poi piacque a Dio di tornare a consolarli alquanto; perciocch videro grandissime compagnie di uccelli di pi sorti: e alcune altre di uccellini di terra, che dalla parte di occidente andavano a cercar il loro vitto verso il sud-oeste.
Per essere adunque s vicina a terra, si vedea del continuo tanta copia e variet di uccelli, che il luned a gli 8 di ottobre vennero alla nave dodici di quegli uccellini di pi colori, che sogliono cantare per le campagne; e, dopo aver volato un pezzo intorno alla nave, seguirono il lor cammino. Videro eziandio da' navigli molti altri uccelli che andavano alla via del sud-oeste: e quella istessa notte furono veduti molti uccelli grandi, e compagnie di uccellini, che venivano dalla parte di tramontana e volavano dietro a' primi. Furono altres veduti assai tonni: e la mattina videro una
gragioa(12), e un alcatraz, anitre, e uccellini, che volavano per la medesima strada degli altri; e sentivano l'aere molto fresco e odorifero, come in Siviglia si sente nel mese di aprile.
Ma oggimai era tanta l'ansiet e il desiderio di veder terra, che non davano fede a segno alcuno: in guisa che, quantunque il mercord a' 10 di ottobre, di d e di notte vedessero passar molti de gl'istessi uccelli, non perci restava la gente di lamentarsi, n l'Ammiraglio di riprendere il loro poco animo, facendoli certi che o bene o male doveano riuscir nell'impresa delle Indie, alla quale i Re Cattolici li mandavano.
Come lo Ammiraglio trov la prima terra che fu una Isola [nell'arcipelago] detto de los Lucagios. - Vedendo oggimai Nostro Signore come difficilmente durava l'Ammiraglio contra tanti contradditori, gli piacque che il gioved agli 11 di ottobre dopo mezzo giorno prendessero molto animo e allegrezza; perciocch ebbero manifesti indici d'esser appresso terra: ci fu che quelli della capitana videro passare vicino alla nave un giunco verde, e poi un grosso pesce verde di quelli che non s'allontanano dagli scogli. Quelli poi della caravella Pinta videro una canna e un bastone, e presero un altro bastone lavorato ingegnosamente, e una tavoletta, e una macchia sradicata dall'erbe nascenti nella riviera. Altri segni simili videro quelli della caravella Nia, e uno spino carico di frutti rossi, il qual pareva esser stato tagliato di fresco.
Per li quali segni, e per quel che dettava loro ragionevol discorso, tenendo l'Ammiraglio per cosa certa ch'era vicino a terra, fatta notte, allor che si finia di dir la Salve Regina che i marinai hanno in costume di cantare ogni sera, egli parl a tutti in generale, raccontando le grazie che Nostro Signore aveva lor fatte di condurli cos sicuri e con tanta prosperit, con buoni tempi e cammino; e in consolarli co' segni che ogni d si mostravano vie maggiori: e per pregarli, che quella notte vegliassero con attenzione, riducendo loro alla memoria che ben sapevano, s come egli nel primo capitolo della commissione da s data ad ogni naviglio nelle Canarie comandava loro, che poi che avessero navigato per ponente 700 leghe, senza aver trovato terra, non facessero cammino dalla mezza notte fino a d. Laonde, poi che il desiderio di terra non sortiva effetto, almen la buona vigilia supplisse al loro ardimento. E, perciocch egli aveva quella notte certissima speranza di terra, ciascun facesse guardia per sua parte: perciocch, oltre alla grazia che le Altezze loro avevano promesso di trenta scudi l'anno in vita a colui che prima vedesse terra, ei gli avrebbe donato un giubbone di velluto.
E ci detto, due ore avanti mezza notte, essendo l'Ammiraglio nel castello delle poppe, vide una luce in terra; ma dice fu una cosa tanto serrata che non osa affermare che fosse terra: ancor che chiam un Pietro Guttieres, credenziere del Re Cattolico, e gli disse, che riguardasse s'ei vedea detta luce, ed gli rispose che la vedea; perch di subito chiamarono un Roderigo Sancies di Segovia, acciocch riguardasse verso quella parte; ma non pot vederla, perch'ei non cos tosto ascese ove potea vedersi: n poi la videro, salvo che una o due volte: per la qual cosa giudicarono che potea essere candela, o torcia di pescatori, o di viandanti, che alzavano e abbassavano il detto lume, o che per avventura passavano di una casa in un'altra: perciocch dispareva e tornava con tanta prestezza, che pochi per quel segno credettero d'esser vicini a terra. Per, andando gi
con molta avvertenza seguirono il loro cammino fin che quasi due ore dopo la mezzanotte la caravella Pinta, che, per essere gran veliera, andava molto innanzi, fece segni di terra, la quale vide prima un marinaio detto Roderigo di Triana: ed erano discosto da terra due leghe. Ma la grazia de' trenta scudi non fu conceduta dai Re Cattolici a lui, ma all'Ammiraglio, che avea veduta la luce nel mezzo alle tenebre, dinotando la luce spirituale che da lui in quelle tenebre era introdotta.
Essendo adunque oggimai appresso terra, tutti i navigli si misero alla corda, o al riparo(13), parendo lor lungo spazio quel che restava lor fino al giorno, per goder di una cosa tanto desiderata.
Come l'Ammiraglio dismont in terra, e prese il possesso di quella in nome de' Re Cattolici. - Venuto adunque il giorno, videro che era una isola di 15 leghe di lunghezza, piana, e senza montagne, piena di alberi molto verdi e di bellissime acque, con una gran laguna in mezzo, popolata da molte genti, che non con minor desiderio concorrevano alla marina tutti stupiti e maravigliosi per la vista de' navigli, credendo che fossero alcuni animali; e non vedeano l'ora di saper certo che cosa fossero. N i cristiani men fretta aveano di saper chi essi fossero: il desiderio de' quali tosto fu soddisfatto: perciocch di subito, messi i ferri nell'acqua, lo Ammiraglio dismont in terra con la barca armata e con lo stendardo reale spiegato. Il medesimo fecero i capitani de gli altri due navigli, dismontando nelle loro barche con la bandiera dell'impresa, ch'era dipinta d'una croce verde con un f da una parte, e dall'altra avea alcuni coronati per memoria di Ferdinando e d'Isabella.
E, avendo tutti reso grazia a Nostro Signore, inginocchiati in terra, e baciatala con lagrime di allegrezza per l'immensa grazia ch'egli lor aveva fatta, lo Ammiraglio si lev su, e mise nome a quell'isola San Salvatore(14). Poi con la solennit e parole che si ricercano, tolse il possesso in nome de' Re Cattolici, presente molta gente della terra che vi si era ridotta: e per conseguenza i cristiani accettarono lui per ammiraglio, e vice re, e gli giurarono ubbidienza, come a colui che gi rappresentava la persona delle loro Altezze, con tanta allegrezza e piacere quanto di cos fatta vittoria era giusta cosa che avessero; chiedendogli tutti perdono delle ingiurie che per la lor paura e incostanza gli avevano fatte. Alla qual festa e allegrezza essendo concorsi molti indiani, e vedendo l'Ammiraglio che era gente mansueta, quieta, e di grande semplicit, don loro alcuni cappelletti rossi, e corone di vetro, le quali essi si mettevano al collo; e altre cose di poca valuta, che da lor furono stimate assai pi che se fossero state pietre di molto prezzo.

Note.
1. Di una nave che doveva aver stazzato circa 170 tonnellate.
2. Gli aghi delle bussole declinavano alquanto a nord-ovest al principio della notte, e a nord-est alla mattina, per effetto della declinazione magnetica. Colombo fu il primo marinaio ad accorgersi del fatto che nella determinazione del nord bisognava tener conto dello spostamento diurno della stella polare: cio, con le parole di queste Historie, di cerchio che la stella Tramontana fa, circondando il polo. Quanto alle forme spagnolizzanti dei nomi dei punti cardinali, basti tener presente, qui e altrove, che oeste e ueste indicano l'ovest (inglese west), este e leste indicano l'est (inglese east).
3. Di una quarta.
4. Un meteorite, ritenuto di cattivo augurio dai marinai,
5. Un gabbiano e una rondine di mare.
6 Pellicano.
7. La leggenda di Sant'Amor parla di una fra le tante scoperte dell'Isola del Paradiso Terrestre: la quale si presenta ai santi navigatori tutta circondata da un mare congelato che, appunto. non lascia muovere i navigli.
8. Gabbiani grigi.
9. Troveremo un altro bel ritratto di questo uccello (detto fregata) nelle pagine del Pigafetta.
10. Spiccano a volte dei voli (alti come una lancia sopra il pelo dell'acqua) lunghi quanto il tiro d'un archibugio, pi o meno.
11. Simile a un gabbiano.
12. Un gabbiano.
13. All'ancora, o sottovento.
14. L'odierna Watling o San Salvador, nelle Bahamas; gli indigeni la chiamavano Guanahan. Era il 12 ottobre 1492; il 28 ottobre scopriranno Cuba; il 5 ottobre Haiti, che Colombo chiama Hispaniola (Spagnola, o Ispaniola). Qui lasceranno una colonia di trentotto uomini.


Michele De Cuneo: Al seguito di Colombo.

Il secondo viaggio di Colombo (Cadice, 25 settembre 1493 Cadice, 11 giugno 1496) fu dettato da esigenze di carattere strettamente politico e militare: si diceva che i portoghesi avessero allestito una flotta per andare ad occupare Haiti e Colombo fu mandato al loro inseguimento con diciassette navi e un piccolo esercito di soldati. Colombo per approfitta del viaggio per allargare le sue esplorazioni: fa rotta pi a sud, e scopre le Piccole Antille. Tornato ad Haiti non trova pi nessuno dei trentotto coloni che vi aveva lasciato: gli indigeni esasperati li avevano massacrati. I nuovi coloni appena sbarcati prendono ed esercitare una sistematica vita di rapina nei confronti degli indigeni, ponendo salde basi per quella distruzione delle Indie che costituir una delle pagine pi nere nella storia della civilt occidentale.
Sullo stesso piano di questi coloni, o quasi, era Michele De Cuneo, savonese, uomo di mare, o forse mercante, o forse soldato.
I brani che seguono sono tolti da una lettera che egli scrisse nell'ottobre del 1495 al nobile Gerolamo Annari, il quale era curioso di avere notizie di prima mano sulle nuove terre e sulla nuova vita che vi si poteva menare. Michele gli spiega come si conquista un'isola, e come si conquista una camballa (ossia una cannibala, ovvero una caraiba - o, se si preferisce, shakespearianamente, una calibana).
Stando uno de questi giorni sorti a' l'ancora, vedemo venire da uno cavo una canoa, cio una barca che cos la chiamano in loro loquella, battendo remi che pareva uno bergantino bene armato, sopra la quale erano camballi tre o quattro cum camballe due, et indiani dui schiavi presi, a li quali, che cossi chiamano li camballi li altri soi vicini di quelle altre isole, haveano di fresco tagliato etiam il
membro genitale fin al ventre, per modo che erano ancora amalati; et avendo noi il batello del capitanio in terra, visto la detta canoa venire, presto saltati nel batello detemo caccia a la dieta canoa. Et aproximandosi a ella, li camballi cum li soi archi forte ne trahevano, in modo che, se non fusseno stati li pavixi, ne harebeno mezi dalmagiati. Avvisandovi che a un comito chi havia una tarcha a la mano venne un corpo de frechia, che li pass la tarcha e li entr nel petto tre dita, per modo che mor fra pochi giorni. Presemo dieta canoa cum tutti li homeni, et uno camballo fu ferito da una lancia, de che pensavamo lui essere morto; et lassandolo nel mare per morto, lo videmo subito notare; per questo lo presimo et cum la quarnada lo tirassimo sopra l'orlo de la nave, dove gli tagliassimo la testa cum una sicure. Li altri camballi insieme cum dicti schiavi mandassimo poi in Spagna.
Essendo io ne la barca presi una camballa belissima, la quale il signor Armirante mi don; la quale havendo io ne la mia camera, essendo nuda secondo loro costume, mi venne voglia de solaciar cum lei. Et volendo mettere ad executione la voglia mia, ella non volendo me tract talmente cum le ongie che non voria alhora havere incominciato. Ma cos visto, per dirvi la fine de tutto, presi una corda et molto ben la strigai, per modo che faceva cridi inauditi che mai non potresti credere. Ultimate, fussimo de acordio in tal forma che vi so dire che nel facto parea amaestrata a la scola de bagasse.
Navicando adoncha verso la Spagnola, io fui primo a discoprire terra. Per il che il signor Armirante in quel proprio loco, a uno cavo dove era uno optimo porto, comand prender terra, et li pose nome el cavo de San Michele Saonese per mio respecto, et cossi not nel suo libro. Et navicando sempre per costa, trovando piagie et boni porti, fussimo molte volte in terra, et per tuto trovassimo gente infinite al modo usato. Et cossi sequitando la costa verso el nostro casale, trovassimo una isola belissima sopra uno cavct non troppo longinqua, la quale etiam io fui il primo a discoprire, la quale gira leghe 25 in circa, et etiam per mio amore a ella el signor Armirante pose nome la Bella Saonese, et me ne fece uno presente; et sotto li modi et forme convenienti di ella presi la possessione, corno faceva el dicto signor Armirante de le altre in persona de la maest del re, videlicet io per virt de instrumento di notario pubblico sopra la dieta isola eradicai herba et tagliai arbore et piantai la croce et anchor le forche, et a nome di Dio la batizai per nome la Bella Saonese. Et bene se pu chiamar bella, per ci che l sono suso casali 37 cum anime ad minus 30 mila; et tutto questo not etiam nel suo libro il dicto signor Armirante.
Ma una cosa voglio io ben sapiate, che al mio poco vedere, poi che Genoa  Genoa, non  nato un homo tanto magnanimo et acuto del facto del navicar corno il dicto signor Armirante; per ci che, navicando, solum a vedere una nuvola o una stella di nocte, iudicava quello dovea sequire; et se essere dovea mal tempo, lui proprio comandava et staxeva al temone; et poi che la fortuna era passata, lui alzava le velie, et li altri dormiano. Item, anti che lustrassimo, a la isola Grossa, ne disse queste parole: Signori mei, vi voglio conducere in uno loco di unde si part uno de' tre re magi, li quali veneron adorare Christo, il quale loco si chiama Saba. Al quale loco poi iustrati che fussimo et domandato del nome del loco, ne fu risposto che se domandava Sobo. Alora disse il signor Armirante che era tuto una parola, ma non la proferivano cossi propria.


Cristoforo Colombo: Lettera al re di Spagna.

Il terzo viaggio di Colombo (Sanlucar de Berrameda, 30 maggio 1498 - Cadice, 20 novembre 1500) fu dettato dalla disperata volont di trovare l'oro: i Re Cattolici si erano stancati delle bellissime inutili scoperte, e avevano invitato i loro sudditi al saccheggio: l'accesso alle Indie era libero a tutti, solo con l'obbligo di cedere alla Corona il 5 per cento del guadagnato (del rubato). Passeranno pochi lustri, e in Spagna se ne vedranno le conseguenze.
Da parte sua l'Ammiraglio, stanco e sofferente, ha ancora la forza di stupirsi e di gioire dei luoghi vergini e splendenti che incontra (Trinidad, il Venezuela); e di fronte alle inattese enormi correnti della foce dell'Orinoco  pronto, con un coraggio da leone, a rivoluzionare tutte le sue opinioni di vecchio cosmografo, a tentare inaudite combinazioni con le mille carte della sua cultura medievale: uscendo persino a parlare del Paradiso terrestre e della Terra fatta a pera. (Per i nuovi strumenti dei satelliti artificiali hanno dimostrato che la Terra  proprio come una palla molto rotonda in uno dei punti della quale fosse posto un capezzolo di donna...)
Partii, nel nome della Santissima Trinit, il mercoled ai 30 di maggio, dalla citt di Sanlucar, ancor molto stanco per l'antecedente mio viaggio, giacch, nel luogo dove speravo riposo quando ero partito da queste Indie, mi fu raddoppiata la sofferenza. E navigai all'isola della Madera per una rotta insueta allo scopo di evitare l'incontro con un'armata di Francia che mi attendeva al capo di San Vincenzo, e di l alle isole di Canaria donde partii con una nave e due caravelle, e spedii le altre navi con rotta diretta alle Indie, all'isola Spagnola, mentre io navigai a mezzogiorno col proposito di portarmi sulla linea equinoziale e tener
quindi il cammino dell'Occidente fino a che la Spagnola mi restasse a settentrione.
Giunto che fui alle isole di Capo Verde - nome mendace, perch sono tanto aride che nulla di verde scorsi in esse, e gli abitanti vi sono tutti infermi, per modo che non osai fermarmici - navigai al sud-ovest per 480 miglia, che sono 120 leghe, fino al punto in cui, sul calar della notte, la stella del Nord appariva alta cinque gradi. Col il vento mi abbandon e gli subentr un calore cos torrido che credetti mi si dovessero ardere navi e gente. La qual calma scoppi tanto d'improvviso e produsse tanto disordine che non vi era persona che osasse discendere sotto coperta per invigilare le botti e i viveri. Tale ardore dur otto giorni: il primo fu sereno, e i sette seguenti furono nebulosi e piovosi, e, contuttoci, non trovammo refrigerio; e certo, se il sole fosse stato ardente come il primo giorno, io credo che non avremmo trovato scampo in maniera alcuna. Ricordo che, navigando verso le Indie, ogni qual volta io passo a cento leghe a ponente dell'isola delle zzorre, sempre trovo che la temperatura muta, e questo dappertutto da settentrione a mezzogiorno. Cosicch deliberai, se a Nostro Signore piacesse di darmi vento propizio e tempo favorevole per uscir dal sito dove mi trovavo, di non procedere pi verso mezzod e nemmeno di tornare indietro, ma di navigare al ponente fino a tanto che non giungessi a toccar quella linea, con la speranza di incontrarvi la medesima temperatura che avevo avuta quando navigai sul parallelo delle Canarie, ch, se ci fosse avvenuto, allora avrei potuto procedere pi a mezzogiorno.
Piacque a Dio, alla fine di questi otto giorni, di darmi un buon vento di levante, col quale mi diressi a ponente, ma non osai declinare pi a mezzogiorno perch notai un grandissimo mutamento nel cielo e nelle stelle, senza che la temperatura si modificasse. Cos decisi di proseguir avanti, sempre direttamente verso ponente, in linea diritta dalla Sierra Leona, col proposito di non mutar rotta fino al luogo dove pensavo di trovar terra, per raddobbar col le navi, rifornirmi, se fosse possibile, di viveri, e provvedermi d'acqua, che mi mancava.
Dopo diciassette giorni, durante i quali Nostro Signore mi
diede prospero vento, marted ai 31 di luglio a mezzogiorno ci apparve la terra. Io avevo sperato di avvistarla il luned precedente, e avevo tenuto quella rotta fin al levar del sole; quindi, per la mancanza d'acqua, decisi di metter la prua sulle isole dei cannibali, e presi quella via. E, poich la sua Alta Maest mi aveva sempre usato misericordia, un marinaio che per prudenza si era issato sulla vela di gabbia, vide a ponente un gruppo di tre montagne. Allora recitammo la Salve Regina e altre preci, e rendemmo tutti grazie al Signor Nostro.
E poscia lasciai il cammino del settentrione e mi diressi verso terra, dove all'ora di compieta giunsi a un capo che chiamai della Galea, dopo aver denominato della Trinit l'isola in cui avevo dato. Ivi avrei trovato un ottimo porto se fosse stato profondo, e vi erano case e genti, e terre assai fertili, belle e verdeggianti quanto gli orti di Valepza in marzo.
Mi spiacque di non poter entrare in quel porto, e corsi lungo la costa di questa terra verso ponente, e, dopo aver fatte cinque leghe, trovai un ottimo ancoraggio e vi sorsi.
Il giorno appresso ripresi il cammino in cerca di un porto dove potessi raddobbar le navi e far acqua e ricostituir le scorte del grano e degli altri approvvigionamenti che recavo. Qui attinsi una botte d'acqua e quindi procedetti fino al capo, al levante del quale trovai riparo e un buon fondo. Ordinai pertanto che si gettassero le ancore, si raddobbassero le navi, si caricasse acqua e legna, e che la gente scendesse a terra per prendere un po' di riposo dopo tanto tempo che aveva sofferto.
A questo capo diedi il nome dell'Arenile(1). Vi trovammo tutto il terreno segnato di zampate di animali che dovevano aver le zampe come le capre, e per quanto sembrasse che ve ne dovessero essere molti, pur tuttavia non ne vedemmo che uno solo, e morto.
Il giorno seguente giunse dalla banda d'oriente una grande canoa con sopra ventiquattro uomini, tutti giovani e ben forniti di armi, archi e frecce, e scudi; ed erano, come ho detto, tutti giovani, di aspetto vigoroso e non di pelle negra, ma pi bianca di quanto non avessi fino allora visto nelle Indie, e di assai graziosi atteggiamenti, e formosi di corpo. Avevano i capelli lunghi e lisci, tagliati alla castigliana, e la testa avvolta in un fazzoletto di cotone tessuto a disegni e a colori, che io presi per almayzares(2). Certuni portavano questi fazzoletti cinti ai fianchi a guisa di mutande.
Quando giunse questa canoa, coloro che la montavano ci rivolsero la parola da una gran distanza; ma n io n nessun altro riuscivamo a comprenderli. Ordinai che si facessero loro dei segni per invitarli ad avvicinarsi. In tal modo passarono pi di due ore, ed ora si appressavano un poco, ed ora si allontanavano. Per indurli a venir a noi io facevo mostrar loro bacinelle di metallo ed altri oggetti rilucenti, e dopo qualche tempo si avvicinarono pi di quanto avessero fino allora fatto.
Desiderando vivamente di abboccarmi con essi, e non sapendo pi quale altro oggetto mostrar loro per deciderli a farsi avanti, feci salire un tamburino sul castello di poppa affinch suonasse il suo strumento, e alcuni giovani affinch danzassero, credendo con questo che gli indigeni accorressero a veder la festa; ma tosto che intesero il rullar del tamburo e videro la danza, tutti abbandonarono i remi, impugnando gli archi, e li incoccarono, e avendo ciascuno imbracciato il suo scudo incominciarono a tirarci le frecce. Subito cessarono la musica e la danza, e, avendo ordinato di dar mano ad alcune balestre, quelli si allontanarono.
Quindi si diressero rapidamente su un'altra caravella e le furono d'un tratto a ridosso della poppa. E il pilota mont nella loro canoa e regal una casacca e un berretto ad un uomo che pareva il loro capo e convenne che egli andrebbe a conferir con lui sulla spiaggia, dove essi si portarono subito con la canoa, rimanendo in attesa. Il pilota non volle recarsi al convegno senza mia licenza, e gli indigeni, vedendo che egli veniva con la sua barca alla mia nave, rientrarono nella canoa e se ne andarono; n mai rivedemmo, n loro, n altri di quest'isola.
Quando giunsi alla punta dell'Arenile notai che l'isola della Trinit formava con la terra di Grazia3 uno stretto o
canale largo circa due leghe da ponente a levante, e che per entrare in questo per passare al settentrione si incontrano alcuni fili di corrente che, nell'attraversare il canale, facevano un grandissimo strepito; e credetti che ci avvenisse a cagione di un banco di sabbia e di scogli che ne impedissero l'entrata. Al di l di queste correnti ne trovai altre molte, le quali tutte producevano un fortissimo rumore, simile alle onde del mare quando urtano e si infrangono contro gli scogli.
Detti fondo alla detta punta dell'Arenile, fuori della bocca di quello stretto, e osservai che l'acqua scorreva dall'oriente a ponente con tanta furia quanta ne ha il Guadalquivir in tempo di piena(4); e questo seguiva ininterrottamente, notte e giorno, tanto che temetti di non poter retrocedere a causa della corrente, n andare avanti a causa dei bassifondi.
Ed a notte molto inoltrata, mentre stavo sul ponte della nave, sentii un terribile ruggito che veniva dalla parte di mezzogiorno alla mia volta, e guardando da quella parte vidi il mare sollevarsi da ponente a levante e formare una specie di collina, alta quanto la nave, che si andava avvicinando a poco a poco, e in cima alla quale era una corrente che avanzava ruggendo con terribile fragore, che si univa al ruggito prodotto dalle altre correnti delle quali ho gi detto. Io temetti che quella furia d'acqua mi sommergesse la nave giungendole sotto. Per fortuna pass al largo, e giunse all'estremit del canale dove si sostenne per gran spazio di tempo.
Il giorno dopo mandai le barche a scandagliar il mare, e risult che nel sito meno profondo dello stretto vi erano sei o sette braccia di profondit e che quelle correnti continuavano a scorrere, le une per entrare, le altre per uscire dallo stretto. Piacque al Signore di darmi un vento propizio, merc il quale potei penetrar dentro quel canale; e tosto vi trovai bonaccia. Attingemmo casualmente acqua dal mare, e la trovammo dolce.
Navigai al settentrione fino ad un'altissima montagna, distante ventisei leghe all'incirca da questa punta dell'Arenile, e vi scorsi due capi di terra assai alta, l'uno, a oriente, che faceva parte della stessa isola della Trinit,
e l'altro a occidente che apparteneva alla terra che dissi di Grazia; e tra essi vidi un canale pi angusto di quello della punta dell'Arenile, nel quale vi erano le stesse correnti e lo stesso ruggir d'acqua dello stretto dell'Arenile; e anche qui l'acqua era dolce.
Fino allora io non avevo parlato con nessun abitante di questa terra, e desideravo ardentemente di farlo. Perci navigai lungo la costa(5) verso ponente, e, quanto pi procedevo, tanto pi trovavo l'acqua del mare dolce, e pi gustosa.
Dopo aver camminato per assai lungo tratto giunsi a un luogo dove la terra mi sembrava coltivata: ivi diedi fondo e mandai le barche a terra, e i marinai constatarono che gli abitanti si erano allontanati di l da poco tempo, e trovarono tutta la montagna popolata di scimmie. Ritornarono. E siccome ci che si vedeva era la montagna, giudicai che pi in l, a ponente, le terre dovessero essere pi piane e per conseguenza popolate.
Feci salpare le ancore e costeggiai questi lidi fino all'estremit di quei monti, e quindi sorsi alla foce di un fiume. Tosto accorse molta gente, la quale mi disse che questa terra era chiamata da essi Paria e che procedendo pi a ponente l'avrei trovata pi popolata. Presi quattro indigeni e poi navigai a occidente.
E, procedendo per otto leghe pi a occidente, al di l di una punta che chiamai dell'Aguglia(6), trovai le pi belle terre del mondo, popolatissime. Vi giunsi una mattina all'ora di terza, e, per poter osservare la bellezza e il verdeggiar del paese, e la sua gente, decisi di gettar le ancore.
Subito alcuni degli abitanti vennero sulle loro canoe a pregarmi in nome del loro re che scendessi a terra; ma, vedendo che non davo loro retta, vennero alla nave in numero infinito sulle canoe, molti portando al collo piastre d'oro, e alcuni avendo alcune perle alle braccia. Molto mi rallegrai quando vidi questo, e molto mi ingegnai per sapere donde traessero quegli oggetti. Mi dissero che li trovavano sul posto e nella parte settentrionale del paese.
Avrei voluto fermarmi, ma i viveri che portavo agli uomini della Spagnola - grano, vino e carne, che con tanta
fatica avevo ottenuto in Castiglia - si deterioravano di giorno in giorno, e perci dovevo affrettarmi per metterli al sicuro e non indugiarmi pi oltre per nessun motivo. Tuttavia mandai gente a terra per procurarmi di quelle pietre.
La popolazione di questi siti  assai numerosa e di bell'aspetto, dello stesso colore di quella che avevo visto prima, e assai trattabile. Quelli dei nostri che scesero a terra li trovarono mansueti e furono accolti molto onorevolmente. Dicono che, non appena le barche toccaron la riva, si recarono loro incontro due capi, che ritengono padre e figlio, seguiti da tutta la popolazione, i quali li condissero in una casa grandissima, costruita a due facciate, e non rotonda a guisa di tenda da campo come sono tutte queste altre abitazioni: col erano molte sedie sulle quali li invitarono a sedersi, ed essi sedettero. Fecero quindi portare pane, frutta svariate, vino rosso e bianco, ma questi non fatti di uva, sibbene dovevano esserlo di frutta, il rosso di una sorta e il bianco d'un'altra(7) e similmente qualche altro vino fatto di mahiz(8), che  una semente contenuta in una spiga come una pannocchia, che io portai in Castiglia, dove gi ve n' molto; e sembra che il migliore venga considerato di grande eccellenza ed abbia gran valore. Gli uomini stavano tutti riuniti a un capo della casa e le donne all'altro. Non intendendosi gli uni con gli altri, ambo le parti provarono gran pena, essi perch volevano interrogarci sulla nostra patria, e i nostri saper della loro.
Dopo che i nostri furono rifocillati nella casa del capo pi vecchio, il pi giovane, li condusse alla sua e fece altrettanto; quindi rientrarono nelle barche, tornarono alla nave, ed io feci subito salpar le ancore perch avevo fretta di scaricare le vettovaglie che, dopo averle ottenute con tanta fatica, gi andavano a male, ed anche perch volevo ristorare la mia salute, dato che, per le lunghe veglie, gli occhi mi si erano ammalati, e bench nel viaggio che feci alla scoperta della terraferma rimanessi trentatr giorni senza prender sonno e restassi per molto tempo privo della vista,
purtuttavia i miei occhi non mi si guastarono e iniettarono di sangue con tanto dolore come ora.
La stessa rotta [verso ponente] seguii il giorno seguente fino a che non mi accorsi di aver non pi di tre braccia di fondo, perloch credetti che anche questa terra fosse un'isola e che potrei risalire alla parte del settentrione. Inviai pertanto avanti una caravella leggera per verificare se vi fosse una via d'uscita o se invece fosse terra chiusa.
La nave fece molto cammino fino a un grandissimo golfo, nel quale pareva ve ne fossero altri quattro di media grandezza, e nell'un dei quali sfociava un grandissimo fiume(9). I marinai trovarono costantemente cinque braccia di profondit e acqua dolcissima in gran quantit: mai non ne bevvi l'uguale.
Quando compresi che non potevo uscire da settentrione, n proseguire verso mezzogiorno o ponente, fui molto scontento, considerando che la terra mi circondava da ogni parte. E cos salpai le ancore e indietreggiai per uscire da settentrione dalla bocca di cui gi parlai e non potei ritornare pei luoghi abitati ove dapprima ero stato a cagione delle correnti che me ne avevano allontanato. E sempre per ogni dove trovavo l'acqua dolce e chiara la quale mi trascinava impetuosamente verso oriente alla volta dei due stretti dei quali sopra ho parlato.
Congetturai allora che quelle correnti e le grandi masse d'acqua che uscivano ed entravano in quei canali con tanto pauroso strepito erano l'effetto dell'urto dell'acqua dolce con la salata: la dolce che urtava l'altra affinch non entrasse, e la salata che ostacolava l'altra affinch non uscisse; e che pertanto col dove sono queste due imboccature fosse esistita un tempo una terra che avesse unito l'isola della Trinit alla terra di Grazia, come potran vedere le Altezze Vostre a mezzo del disegno che con questa lettera loro mando. Uscii dunque dallo stretto di settentrione, dove trovai che l'acqua dolce superava sempre la salata, ed allorch passai - che fu per forza di vento, - trovandomi su una di quelle grandi onde notai che nei letti della corrente l'acqua era dolce dalla parte interna e salata dalla esterna.
Io ho sempre letto che il mondo - terra ed acqua - era sferico, e le autorevoli attestazioni e le esperienze di Tolomeo e di tutti gli altri che hanno scritto su tal soggetto stabilivano e dimostravano ci tanto per mezzo degli eclissi della luna e per altre prove fatte dall'oriente all'occidente come quella della elevazione del polo dal settentrione al mezzogiorno. Ma io ho adesso visto tanta irregolarit, come ho detto, che mi sono indotto a formarmi un'altra idea del mondo, e ho trovato che questo non  rotondo come lo descrivono, ma che abbia la forma di una pera rotondissima in tutto, eccetto per dove  posto il gambo, il qual punto  pi elevato, o di una palla molto rotonda in uno dei punti della quale fosse posto un capezzolo di donna, e che questo punto sia il pi alto e il pi vicino al cielo e sia posto sotto la linea equinoziale ed in questo Oceano all'estremit dell'oriente. Io chiamo l'estremit dell'oriente il luogo dove terminano la terra e le isole. In appoggio di questa opinione io allego le ragioni sopra enunciate sulla linea che passa da settentrione a mezzogiorno a cento leghe dalle Azzorre, dal qual punto, procedendo verso occidente, le navi s'innalzano dolcemente verso il cielo, perloch si gode di un clima pi soave, e l'ago calamitato, a cagione di questa temperanza di clima, cambia di direzione di un quarto di vento, e quanto pi procediamo avanti e ci innalziamo, tanto pi l'ago declina verso nord-ovest, e questo elevamento produce la variazione del circolo descritto dalla stella polare con le guardie, le quali, quanto pi si passa dappresso alla linea equinoziale, maggiormente si elevano e la differenza fra questa stella e le orbite loro  pi grande.
Ho gi detto ci che penso di questo emisfero e della sua forma: credo inoltre che se passassi sotto la linea equinoziale, arrivando al punto pi elevato di cui feci parola, troverei maggior mitezza di clima e molta diversit nelle stelle e nelle acque; e ci non gi perch io creda che il punto dov' la maggior altezza sia navigabile, e che vi sia acqua, e che si possa innalzarsi fin l sopra, ma perch credo-che in quel luogo  il paradiso terrestre dove nessuno pu giungere se non per volont divina. E credo che questa terra, che ora le Altezze Vostre hanno ordinato di scoprire, sia vastissima, e che altre ne esistano a mezzogiorno delle quali mai si ebbe notizia.
Io non ammetto che il paradiso terrestre abbia la forma di aspra montagna, come  stato descritto, ma ritengo che si trovi sulla sommit di quel luogo che ha la figura del picciuolo della pera e che, a poco a poco, procedendo verso di esso, da una gran distanza si vada gradualmente ascendendolo. E credo che, come ho detto, nessuno possa giungere al suo culmine, e che quest'acqua possa scaturir da quel luogo, per quanto sia lontano, e venire a sboccare col dove io vengo, formandovi questo lago. Questi sono grandi indizi del paradiso terrestre, perch la situazione  conforme al parere dei santi e dei dotti teologi che ho citato, e anche le tracce sono molto conformi con la mia idea, giacch non mai ho letto e udito che una tal simile quantit d'acqua dolce si trovasse tanto addentro e s vicina alla salata. Tal veduta  corroborata dal soavissimo clima di questi luoghi. Se per quest'acqua non proviene dal paradiso, allora cresce vieppi la maraviglia, perch non credo che si trovi nel mondo un fiume tanto grande e tanto profondo.
Uscito che fui dalla Bocca del Drago, che  quella delle due che sta a settentrione ed alla quale posi tal nome, il d seguente, che era il giorno della Madonna d'Agosto, notai che il mare correva tanto a ponente che dall'ora della messa, quando ricominciai il mio viaggio, fino ad ora di compieta percorsi 65 leghe di quattro miglia ciascuna, e il vento non era forte; ma anzi assai blando. E questo conferma la dimostrazione che, procedendo da quel punto verso il mezzod, si ascende, e che al contrario, andando verso il settentrione, come allora facevo, si scende.

Note.
1. Oggi Punta Ucacos.
2. Specie di cuffie di garza e di pannicelli a colori usati dai Mori di Spagna e del Marocco. [Nota del Caddeo]
3. Terra di Paria.
4. Si trovava, di fatto, davanti alle foci dell'Orenoco.
5. La costa meridionale della Penisola di Paria.
6. Punta dell'Alcatraz.
7. Era forse il cozuica, fatto con le foglie dell'agave. [Nota del Caddeo]
8. La chica, pesante bevanda bianca che anche oggi vien fatta 
nel Venezuela con la fermentazione del mais. [Nota del Caddeo]
9. Il rio de Paria.


Thome Lopes: Al seguito di Vasco da Gama.

Vasco da Gama, per conto del re del Portogallo, giunse a doppiare il Capo di Buona Speranza e fu il primo uomo a raggiungere l'India dall'Europa per via di mare: 1497-99. Dopo di lui torn in India il Cabral (che, strada facendo, prendendo a ponente, scopr il Brasile): ma incontr tale resistenza da parte del raja di Calicut che, quando, tornato in Portogallo, il re gli chiese di comandare un'altra spedizione alla volta dell'India, rifiut.
Allora torn sui mari e in India Vasco da Gama, per vendetta. Siamo nel 1502; parla lo scrivano, Thome Lopes.
A' d 29 di settembre, andando alcuna delle nostre navi cercando per mare delle navi della Mecca, San Gabriello si scontr con una gran nave di Calicut, che tornava dalla Mecca a Calicut, e levava duecentoquaranta uomini, senza le donne e fanciulli e fanciulle, che ve n'erano assai, ch'erano andati di Calicut in pellegrinaggio alla Mecca, e tornavano.
E, datole la caccia, come trassero alcuni colpi di bombarda, subito si dierono, nonostante che gli avessero arme e artiglierie, e non vollero combattere, parendo loro che, con l'assai roba che avevano in detta nave, ricompererebbero la lor vita: perch v'erano dieci o dodici mori, mercanti de' pi ricchi di Calicut.
E fra gli altri ve n'era uno che si chiamava Joar Afanqui, e dicevano che era fattore nella detta citt del Soldano della Mecca, e quella nave con tre o quattro altre navi erano sue, e per s faceva gran faccende di mercanzie; il quale, sendo insieme con l'almirante(1), la prima parola che li disse si fu che li lasciasse la nave cos come stava, e che ei li darebbe, per l'albero ch'era rotto, 100 crociati(2), e caricherebbe
tutta la flotta, ch'erano dieciotto navi e due caravelle, di spezierie (ed eranvi di dette navi cinque o sei nave grosse).
E vedendo egli che l'almirante non voleva intendere il partito che egli gli aveva offerto, li torn a offerire nuovo partito, e che darebbe per s e per una sua moglie che quivi era, e per uno suo nipote, quattro delle maggior navi della flotta cariche di spezierie; e che voleva stare preso nella nave dell'almirante, e che 'l suo nipote andasse a terra, e, se infra quindici o venti d non soddisfacesse a quanto prometteva, che in quel caso facesse di lui quel che li piaceva; e pi si obbligava di far restituire al re nostro signore tutta la roba che gli fu tolta a Calicut, e di far pace e amist con Calicut.
L'almirante non volle fare nessuno di questi partiti, e disse al detto Joar che dicesse a' mori ch'erano in detta nave che ciascuno li desse di presente tutta la roba ch'avevano in detta nave. Rispose: Quando io comandava questa nave, facevano quello che io comandava; ora che tu la comandi, dillo loro tu.
Per le qual cause i detti mori dettero all'almirante quello che ciascuno volle dare, senza stringerli con tormento nessuno (n cerc come si doveva: perch dipoi furono trovati vestiti di detto Joar per pi che tremila crociati. Pensate le gioie e altre cose sottili che vi restarono, i coppi d'olio e burro e mele e altre vettovaglie!).
E questo fatto, l'almirante comand a cinque o sei battelli che menassero detta nave, tanto che si discostassero un poco dalla flotta, e poi vi mettessero fuoco e ardesserla con tutta la gente che v'era su.
E disarmata la nave e lassata senza temone e sarte, certi bombardieri misero fuoco in coverta, e tornaronsi a' battelli: e i mori lo spensero, e misero arme in coverta (che ve n'eran assai restate, per non le aver cerche), e molte pietre che v'erano per zavorra, e tutte pietre di mano; e, questo fatto, deliberarono morire combattendo, pi presto che giammai pi darsi.
Come quelli de' battelli videro il fuoco spento, tornarono per raccenderlo: e credettero poterli maneggiare come prima; ma furono salutati da infinite pietre, e cos dalle donne come dagli uomini, per modo che i nostri per cortesia non
vollero entrar dentro; e piuttosto s'allargarono e cominciarono a trar loro bombarde, e perch erano piccole non facevano mal nissuno.
E in questo le donne si ponevano a bordo della nave, e molte di loro mostravano gran groppi d'oro e d'argento e gioie, e gridavano con gran forza, e chiamavano l'almirante, movendo il capo, e accennandolo che li darebbero tutto, se voleva loro salvare la vita, secondo si giudicava per cenni che facevano: e tutto vedeva l'almirante per una balestriera.
Alcune donne pigliavano i loro piccoli figliuoli e alzavangli, con le mani facendo segno, secondo il nostro giudizio, che si avesse piet di quegli innocenti: e gli uomini facevano segno con la testa che si volevano riscattar con gran cosa, mostrando di ci gran disio. E non  dubbio che con quello si sarebbe potuto riscattare quanti cristiani avevano prigioni nel regno di Fez; e ancora restava gran ricchezza al re nostro signore.
E vedendo loro la determinazione dell'almirante, che non li voleva far grazia di camparli, fecero gran ripari nella nave, con materassi e altre robe, e stuoie e graticci, e disposersi di vendere le loro vite pi care che potevano: come in fatto cos fecero, perch quanti potevano giugnere tanti ne ferivano e ammazzavano.
Essendo eglino a questi termini, noi ch'eravamo nella nave di Ruj detto, e avevamo il zambuco legato per poppa, che avevamo preso in mare, vedevamo tutto (e questo fu un luned a' d 3 d'ottobre 1502, che in tutti i d di mia vita mi ricorder), quando quelli ch'erano in detti battelli cominciarono a far segni e chiamarci, e far segno con una bandiera.
Per la qual cosa andammo, e, innanzi che noi ci afferrassimo con la detta nave, ripartimmo quella poca gente, e qualcuno ne lasciammo nel detto zambuco che con noi avevamo; e molti di noi non presero arme, parendoci avere a combattere con gente disarmata; e con questa leggerezza ci andammo a ferrare con la nave, cio col castello davanti, nel suo scolatto, ch'era tanto alto come lei.
E, come giugnemmo, traemmo una bombarda grossa, la qual fece una gran buca appresso al posatoio dell'albero: e essi, come uomini deliberati a morire, di presente afferrarono stretta la nostra nave con la loro in due luoghi.
Dur la battaglia fino al tardi (e il d in quelle bande era maggiore che in tutto l'anno). Msersi con tanto empito contro di noi ch'era maraviglia a vedere, e bench noi ne ferissimo e ammazzassimo assai, pareva che non mancassero, e non sentissero le ferite.
Trovammoci nel nostro castello davanti quattordici o quindici uomini: e l fu la forza della battaglia, perch stavamo insieme afferrati pel castello, e essi come dannati e arrabbiati ci si misero contro tanto rigidamente che tutti ci ferirono.
Per la qual cosa tutti li nostri si partirono dal castello, veduto come ci serravano, perch, ancora che ponessimo loro le lance al petto, senza paura alcuna ci venivano contro per appressarsi a noi, tanta era la loro rabbia: in modo che non restammo, nel detto castello davanti, se non Giovanni Buonagrazia, capitano di detta nave, armato con una corazza scoperta, la qual era tutta ammaccata e guasta da' colpi delle pietre, e io: e fur tanti e tali che gli ruppero le coreggine di detta corazza, e stando in questo modo in sul castello li casc il pettorale; ed eravi gi entrato dentro alcun moro.
In questo, detto Giovanni Buonagrazia disse: O Thom Lopes, scrivano di detta nave, che facciamo noi qui, poich tutti se ne sono andati? E partmmoci l'uno e l'altro, feriti: e come fummo fuori di detto castello, v'entrarono i mori, e misero gran gridi, come se gi avessero vinto.
Gli altri ch'erano nella loro nave presero di questo grande animo, e con rigoglio combattevano molto fieramente.
Quelli ch'eran venuti per aiutarci, visto come il castello davanti ci era stato tolto, e che molti altri mori andavano per la coverta, e altri disotto al cassero, perderono l'animo in modo che si gittarono in mare, e li battelli ch'eran qui li ripigliavano; e restammo in detta nave pochissima gente, e tutti, o la maggior parte, feriti.
Ne ferivamo ancor alcuni di loro, e subito si ritiravano alla loro nave, e venivanne degli altri, di modo che non mancavano: alcuni ch'erano forte feriti, quando si credevano tornare alla loro nave, cadevano in mare e morivano.
E, com' detto, per forza entrarono con esso noi di sott'al cassero, e quivi ci ammazzarono uno uomo, e ferronne due
o tre, e male ci potevamo difendere dalle pietre; pure, la vela ci difendeva alquanto.
Essendo noi in questa stretta, la nave Gioia si mise alla vela, e venne alla volta nostra facendo vista di volersi afferrare con l'altra; per la qual cosa si ritornaron tutti alla loro nave e disferrronsi da noi. Certo, se questo non fusse stato, essi ci trattavano male, perch erano assai, e noi pochi, e la maggior parte feriti, e tanto male armati che si pu dire senza arme.
E la nave Gioia sorse ancora lei appresso a quella, e trssele due colpi di bombarda, e altre cose non li poterono fare.
L'almirante entr nella nave Leonarda, e con sei o sette navi per le principali della flotta si messe in mare dietro a quella, cos come il mare la levava, e andolle dietro quattro d e quattro notti senza che giammai nessuna d'esse la potessero afferrare: e l'una andava dietro, e l'altre innanzi; e, passandole appresso, li traevano con le bombarde.
E se non era uno moro di loro, che si gitt in mare, e venne allato alla capitana a dirli che, se gli dessero la vita, che gli andrebbe a nuoto a legare un cavo alla femmina del timone di detta nave, perch potessero abbruciarla, e da qui innanzi non li anderebbero pi dietro.
E quel moro and a legare il detto cavo, e l'almirante li dette la vita, e donollo a Juam da Vero; e aveva con seco cinquanta e tanti saraffi d'oro. E raccontava il gran tesoro che rest in detta nave, il quale gettarono tutto in mare: e diceva che avevano ancora in nave molta vettovaglia, e che tutto aveano nelle giare di mele e di olio, nelle quali aveano nascosto molto oro e argento e gioie; e che, come videro che non volevamo perdonar loro la vita, tutte le giare dov'era tesoro gittarono in mare.
E vedemmo alcuna volta, nel combattere, alcuno ferito di qualche freccia trarla fuori, e con mano ritrarla a noi, e tornare a combattere che non pareva sentissero ferite.
E cos, dopo tanti combattimenti, l'almirante fece abbruciare la detta nave con gli uomini che sopra si trovarono, molto crudelmente e senza piet alcuna.

Note.
1. L'ammiraglio Vasco de Gama.
2. Cruzados, moneta portoghese.


Antonio Pigafetta: Il primo viaggio intorno al mondo.

Fra il 1511 e il 1513 Francesco Serrano, portoghese, tocc per la prima volta le isole delle spezie, le Molucche: ma, prolungando dall'altra parte del globo il meridiano che aveva fissato papa Alessandro VI per spartire il mondo fra spagnoli e portoghesi, le Molucche (Malucco) restavano nell'emisfero spagnolo (Indie Occidentali) o in quello portoghese (Indie Orientali)?
Il portoghese Fernao de Magalhes (latinamente, Magellano) si persuase che le Molucche fossero nell'emisfero spagnolo. E si sbagliava (per l'errato calcolo della lunghezza dei gradi di longitudine in cui era gi incorso Colombo).
Si persuase anche di poter trovare uno stretto a sud dell'America, per passare dall' Atlantico al Pacifico: per arrivare alle Molucche senza passare fra le terre dei portoghesi. E aveva ragione.
Ora, come nelle favole, Magellano era in discordia con il suo re: e propose il gran viaggio per le Molucche al re di Spagna. Il re di Spagna era Carlo I, che poi sal al trono imperiale come Carlo V. Carlo I dette a Magellano cinque navi: la Trinidad, la capitana, e la San Antonio, la Victoria, la Santiago, la Conception.
In quegli stessi giorni si trovava in Spagna al seguito del nunzio apostolico il cavaliere di Rodi Antonio Pigafetta, nato a Vicenza di nobile famiglia negli ultimi decenni del secolo XIV. Avuta notizia della spedizione, lasci il nunzio e si imbarc sulla Trinidad come sobresaliente (cio non come marinaio, ma come soldato). In particolare fu criado del capitano generale, ossia gentiluomo addetto alla sua persona.
Partite da Siviglia il 10 agosto 1519, le cinque navi di Magellano si forniscono di carne acqua e legna a Teneriffa, nelle Canarie, e affrontano la traversata atlantica il luned 3 ottobre.
Luni a 3 d'ottobre a mezzanotte se dette le vele al cammino de l'austro, ingolfandose nel mare Oceano, passando tra Capo Verde e le sue isole in 14 gradi e mezzo; e cos molti giorni navigassimo per la costa della Ghinea, ovvero Etiopia (ne la quale ha una montagna, detta Sierra Leone, in 8 gradi di latitudine) con venti contrari, calme e piogge senza venti fino a la linea equinoziale, piovendo sessanta giorni di continuo contro la opinione de li antichi(1).
Innanzi che giungessimo a la linea, 14 gradi, molte gropade de venti impetuosi e correnti de acqua ne assaltarono contra el viaggio. Non possendo spuntare innanzi, a ci che le navi non pericolasseno, se calavano tutte le vele; ed a questa sorte andavano de mare in traverso finch passava la gropada(2), perch veniva molto furiosa. Quando pioveva non era vento; quando faceva sole era bonaccia.
Venivano al bordo de la nave certi pesci grandi che se chiamano tiburoni(3), che hanno denti terribili e se trovano uomini nel mare li mangiano. Pigliavamo molti con ami de ferro, bench non sono buoni da mangiare, se non li piccoli, e anche loro mal boni.
In queste fortune molte volte ne apparse il Corpo Santo, cio Santo Elmo(4), in lume (fra le altre, in una oscurissima notte) di tal splendore come  una facella ardente, in cima de la maggiore gabbia, e sti circa due ore e pi con noi, consolandone che piangevamo.
Quando questa benedetta luce si volse partire da noi, tanto grandissimo splendore dette ne li occhi nostri, che stettemo pi de mezzo quarto de ora tutti ciechi, chiamando misericordia, e veramente credendo esser morti. Il mare subito
aquiet.
Vidi molte sorte di uccelli, tra le quali una che non aveva culo; un'altra, quando la femina vuol far li ovi, li fa sopra
la schiena del maschio, e ivi si creano; non hanno piedi e sempre vivono nel mare; un'altra sorte, che vivono del sterco de li altri uccelli e non di altro: s come vidi molte volte questo uccello, qual chiamano cagassela, correr dietro ad altri uccelli, fin tanto quelli sono costretti mandar fuora el sterco; subito lo piglia e lascia andare lo uccello.
Ancora vidi molti pesci che volavano, e molti altri congregati insieme, che parevano una isola.
Passano l'equatore e arrivano in Brasile: la terra di quel legno tintorio che in italiano si chiama verzino e in portoghese si chiama brazil. Sbarcano press'a poco all'altezza dell'attuale Rio de Janeiro.
Questa terra del Verzin  abbondantissima e pi grande che la Spagna:, Franza e Italia tutte insieme;  del re de Portugallo.
Li popoli di questa terra non sono cristiani e non adorano cosa alcuna; vivono secondo lo uso della natura e vivono centovincinque anni e centoquaranta; vanno nudi, cos uomini come femmine; abitano in certe case lunghe che le chiamano boii e dormono in rete de bambaso(5), chiamate amache, legate ne le medesime case da un capo e da l'altro a legni grossi; fanno foco in fra essi in terra. In ognuno di questi boii stanno cento uomini con le sue mogli e figlioli facendo gran rumore.
Hanno barche d'uno solo albero, ma schize(6), chiamate canoe, cavate con mnare di pietra(7) (questi popoli adoperano le pietre, come noi il ferro, per non avere). Stanno trenta e quaranta uomini in una di queste; vogano con pale come da forno e cos negri, nudi e tosi assomigliano, quando vogano, a quelli della Stige palude.
Si disse due volte messa in terra per il che questi stavano con tanta contrizione in ginocchioni, alzando le mani giunte, che era grandissimo piacere vederli. Edificarono una casa per noi, pensando dovessimo star seco alcun tempo,
e tagliarono molto verzin per darnelo a la nostra partita.
Era stato forse due mesi non aveva pioveste in questa terra; e quando giongessemo al porto, per caso piovette. Per questo dicevano noi venire dal cielo e avere menato nosco la pioggia. Questi popoli facilmente se converterebbono a la fede di Ges Cristo.
Imprima costoro pensavano li battelli fosseno figlioli de le navi e che elli li partorisseno quando se buttavano fora de nave in mare; e stando cos al costado, come  usanza, credevano le navi li nutrissero.
Esplorando tutte le insenature della costa, alla ricerca del suo stretto, Magellano fa un'altra tappa alle foci del Rio della Plata; poi, al 49 parallelo sud, nell'aprile del 1520, entrano nel porto di San Julin per svernare.
Subito entrati nel porto, li capitani de le altre quattro navi ordinarono uno tradimento per ammazzare il capitano generale: e questi erano el vehadore(8) de l'armata, che se chiamava Gioan de Cartagena, el tesoriero Alovise de Mendoza, el contadore Antonio Cocha, e Gaspar de Casada. E squartato el vehador da li uomini, fu ammazzato lo tesoriero a pognalade, essendo descoperto lo tradimento.
De l alquanti giorni Gaspar de Casada(9) per voler fare un altro tradimento, fu sbandito con un prete in questa terra Patagonia. El capitano generale non volle farlo ammazzare perch lo imperatore don Carlo lo aveva fatto capitano.
Una nave, chiamata Sancto Iacopo, per andare a descovrire la costa si perse. Tutti gli uomini si salvarono per miracolo, non bagnandose. Appena due de questi venirono a le navi e ne dissero el tutto. Per il che el capitano generale ghe mand alcuni uomini con sacchi de biscotto. Per due mesi ne fu forza portarli el vivere; perch ogni giorno trovavano qualche cosa de la nave. El viaggio de andare era longo ventiquattro leghe, che sono cento miglia; la via
asprissima e piena de spini. Stavano quattro giorni in viaggio; la notte dormivano in macchioni; non trovavano acqua da bevere, se non ghiaccio, il quale ne era grandissima fatica.
Le quattro navi superstiti ripartono il 24 agosto da San Julin; corrono grave pericolo nel Rio Santa Cruz; si fermano qui altri due mesi. E innanzi se partssemo di qui el capitano generale e tutti noi se confessssemo e comunicssemo come veri cristiani.
La scoperta dello stretto, grandissimo miracolo, giunse dunque quasi come un premio divino.  il 21 ottobre 1520.
Poi andando a 52 gradi al medesimo polo, trovassemo nel giorno delle Undecemila Vergine uno stretto (el capo del quale chiamammo Capo de le Undecemila Vergine) per grandissimo miracolo.
Questo stretto  longo cento e dieci leghe, che sono 440 miglia, e largo pi o manco de mezza lega, che va a riferire in un altro mare, chiamato mar Pacifico, circondato da montagne altissime caricate de neve. Non li potevamo trovar fondo se non con lo prose in terra in 25 e 30 brazza(10).
E se non era el capitano generale non trovavamo questo stretto, perch tutti pensavamo e dicevamo come era serrato tutto intorno: ma il capitano generale, che sapeva de dover fare la sua navigazione per uno stretto molto ascoso, come vide ne la tesoreria del re di Portugal in una carta fatta per quello eccellentissimo uomo Martin di Boemia(11), mand due navi, Santo Antonio e la Concezione, che cos le chiamavano, a vedere che era nel capo della baia.
Noi, con le altre due nave, la capitania, se chiamava
Trinidade, l'altra la Victoria, stessemo ad aspettarle dentro ne la baia.
La notte ne sopravvenne una grande fortuna, che dur
fino a l'altro mezzogiorno, per il che ne fu forza levare l'ncore e lasciare andare de qua e de l per la baia.
A le altre due navi li era traversia e non potevano cavalcare uno capo, che faceva la baia quasi in fine, per venire a noi, s che le era forza a dare in secco.
Pur accostandose al fine de la baia, pensando de essere persi, vtteno una bocca piccola, che non pareva bocca, ma uno cantone, e come abbandonati se cacciarono dentro: s che per forza discoperseno el stretto.
E vedendo che non era cantone, ma uno stretto de terra, andarono pi innanzi e trovarono una baia. Poi, andando pi oltra, trovarono uno altro stretto e un'altra baia pi grande che le due prime.
Molto allegri, subito voltorno indietro per dirlo al capitano generale.
Noi pensavamo fossero perse, prima per la fortuna grande, l'altra perch erano passati dui giorni e non apparevano; e ancor per certi fumi che facevano dui de li sui mandati in terra per avvisarne. E cos stando sospesi, vedemmo venire le due navi con le vele piene e con le bandiere spiegate verso di noi.
Essendo cos vicine, subito scaricarono molte bombarde e gridi; poi tutti insieme, ringraziando Iddio e la Vergine Maria, andassemo a cercare pi innanzi.
Essendo entrati in questo stretto, trovassemo due bocche, una al scirocco, l'altra al garbino. Il capitano generale mand la nave Santo Antonio insieme con la Concezione per vedere se quella bocca, che era verso scirocco, aveva esito nel mare Pacifico.
La nave Santo Antonio non volle aspettare la Concezione, perch voleva fuggire per ritornare in Ispagna, come fece. Il piloto de questa nave se chiamava Stefan Gomes(12), lo quale odiava molto lo capitan generale, perch, innanzi si facesse questa armata, costui era andato da lo imperatore per farse dare alcune caravelle per discovrire terra; ma per la venuta del capitano generale sua magest non le li dette.
Nui eramo andati a descovrire l'altra bocca verso el garbn. Trovando per ogni ora el medesimo stretto, arrivassemo a uno fiume, che 'l chiamassemo fiume delle Sardine, perch appresso de questo ne erano molte: e cos quivi tardassemo quattro giorni per aspettare le due navi.
In questi giorni mandassemo uno battello ben fornito per descoprire el capo de l'altro mare. Venne in termine di tre giorni e dissero como avevano veduto el capo e el mare ampio.
El capitano generale lagrim per allegrezza, e nomin quel capo Deseado, perch l'avevamo gi gran tempo desiderato.
Tornassemo indietro per cercare le due navi e non trovassemo se non la Concezione. E, domandadoli dove era l'altra, rispose Gioan Serrano, che era capitano e pilota de questa e anco de quella che se ne perse(13), che non sapeva e che mai non l'aveva veduta dappoi che ella entr nella bocca.
La cercassemo per tutto lo stretto fin in quella bocca
dov'ella fuggitte. Il capitano generale mand indietro la nave Victoria fino al principio del stretto per vedere se ella era ivi, e, non trovandola, mettesse una bandiera in cima de alcuno monticello con una lettera in una pignattella, ficcata in terra presso la bandiera, acci vedendola trovassero la lettera e sapessero lo viaggio che facevano: perch cos era dato lo ordine fra noi, quando se smarrivano le navi una de l'altra. Se mise due bandiere con le lettere, una a uno monticello ne la prima baia, l'altra in una isoletta nella terza baia, dove erano molti lovi(14) marini e uccelli grandi.
Quando ramo in questo stretto, le notte erano solamente de tre ore e era nel mese d'ottobre.
La terra di questo stretto a man manca era voltata al scirocco e era bassa.
Chiamssemo a questo stretto el stretto patagonico: in lo qual se trova ogni mezza lega securissimi porti, acque eccellentissime, legna se non di cedro, pesce, sardine,
missiglioni e appio, erba dolce, ma ce n' anche di amare; nasce attorno le fontane, del quale mangissimo assai giorni per non aver altro.
Credo non sia al mondo el pi bello e miglior stretto, come  questo.
Le tre navi superstiti escono dallo stretto, che sar poi sempre chiamato di Magellano, il 28 novembre 1520; poi risalgono la costa cilena verso nord (strana manovra).
Solo il 18 dicembre si ingolfano nell'Oceano del Sud, che sar battezzato Pacifico proprio per quella traversata. Ma fu una traversata durissima, per la fame e per lo scorbuto.
Stssemo tre mesi e venti giorni senza pigliare refrigerio di sorta alcuna.
Mangiavamo biscotto: non pi biscotto, ma polvere de quello con vermi a pugnate, perch essi avevano mangiato il buono; puzzava grandemente de orina de sorci, e bevevamo acqua gialla gi putrefatta per molti giorni, e mangiavamo certe pelle de bove (che erano sopra l'antenna maggiore, acci che l'antenna non rompesse la sartia), durissime per il sole, pioggia e vento. Le lasciavamo per quattro o cinque giorni nel mare, e poi se metteva uno poco sopra la brace: e cos le mangiavamo, e ancora assai volte segatura de asse.
Li sorci se vendevano mezzo ducato lo uno e se pur ne avessemo potuto avere.
Ma sovra tutte le altre sciagure questa era la peggiore: crescevano le gengive ad alcuni sopra li denti cos de sotto come de sovra, che per modo alcuno non potevano mangiare, e cos morivano per questa infermit. Morirono diciannove uomini; [...] venticinque o trenta uomini se infirmorono, chi ne le braccia, ne le gambe o in altro loco, sicch pochi restarono sani. Per la grazia de Dio, io non ebbi alcuna infermitade.
In questi tre mesi e venti giorni andssemo circa de quattro mila leghe in uno golfo per questo mar Pacifico (in vero  bene pacifico, perch in questo tempo non avssimo fortuna)
senza vedere terra alcuna, se non due isolotte disabitate, nella quali non trovassimo altro se non uccelli e arbori; le chiamssemo Isole Infortunate(15).
Il polo antartico non  cos stellato come lo artico. Se vede molte stelle piccole, congregate insieme, che fanno in guisa de due nebule(16) poco separate l'una dall'altra e uno poco offusche, in mezzo delle quale stanno due stelle molto grandi, n molto relucenti, e poco se moveno.
Quando ramo in questo golfo vedessimo una croce de cinque stelle lucidissime, dritto al ponente, e sono giustissime una con l'altra.
Il 6 marzo 1521 scoprono alcune isole, e (vedremo il perch) le chiamano Isole dei Ladroni. Si chiameranno poi sempre Marianne a partire dal 1668 (quando passarono dal Portogallo alla Spagna, in onore di Marianna d'Austria, vedova
di Filippo IV).
In 12 gradi di latitudine e 146 de longitudine, a 6 de marzo, discoprssemo una isola al maistrale, piccola, e due altre al garbin. Una era pi alta e pi grande delle altre due.
Il capitano generale voleva fermarse nella grande per pigliare qualche refrigerio; ma non pot, perch la gente de questa isola entravano ne le navi e rubavano chi una cosa, chi l'altra, talmente che non potevamo guardarsi. Volevano calare le vele a ci andassimo in terra: ne robrono
lo schifo che stava legato da poppa de la nave capitana con grandissima prestezza.
Per il che corrucciato il capitano generale and in terra con quaranta uomini armati e brusarono da quaranta o cinquanta case con molti barchetti e ammazzarono sette uomini, e riebbe lo schifo. Subito ne partssemo seguendo lo medesimo cammino.
Quando ferivamo alcuni di questi con li verrettoni, che
li passavano li fianchi da l'una banda all'altra, tiravano il verrettone mo di qua, mo di l, guardandolo; poi lo tiravano fuora meravigliandosi molto, e cos morivano: e altri
che erano feriti nel petto facevano il simile. Ne mosseno a gran compassione.
Costoro vedendone partire ne seguitarono con pi de cento barchetti pi d'una lega; se accostavano a le navi mostrandone pesce con simulazione de darnelo; ma traevano sassi e poi fuggivano. Andando le navi con vele piene, passavano fra loro e li battelli con quelli suoi barchetti molto destrissimi.
Vedessimo alcune femmine in li barchetti gridare e scapigliarsi, credo per amore de li suoi morti.
Questa gente  povera, ma ingegnosa e molto ladra: per questa chiamssemo queste tre isole le Isole de li Ladroni.
El suo spasso  andare con le donne per mare con quelle sue barchette. Sono come le fucelere(17), ma pi strette; alcune negre, bianche, e altre rosse. Hanno da l'altra parte della vela un legno grosso, pontino ne le cime, con pali attraversati, che il sostentano ne l'acqua per andare pi securi alla vela. La vela  di foglie de palma cucite insieme e fatta a modo della latina. Per timone hanno certe pale, come da forno, con un legno in cima: fanno della poppa prora e de la prora poppa; e sono come delfini nel saltar a l'acqua de onda in onda.
Questi ladroni pensavano, a li segni che facevano, non fossero altri uomini al mondo, se non loro.
Arrivano finalmente a un arcipelago, che Magellano battezza di San Lazzaro, ma che vent'anni pi tardi cambier nome in onore di Filippo II: le Filippine. Il 16 marzo 1521 sbarcano a Zamal (l'attuale Samar), il giorno dopo passano a Humunu (questa non  stata identificata), e gli abitanti si mostrano allegri per la loro venuta; il 28 marzo passano a una terza isola, Mazana (l'attuale Limasava). Con gli abitanti di questa riescono a intendersi anche a parole.
Uno schiavo del capitano generale, che era de Zamatra
(gi chiamata Taprobona)(18), li parl: il quale subito intesono. Vennero nel bordo della nave, non volendo intrare dentro, ma stavano uno poco discosti. Vedendo el capitano che non volevano fidarse de noi, li butt un bonnet(19) rosso e altre cose ligate sopra un pezzo de tavola. La pigliarono molto allegri e subito se partirono per avvisare il suo re.
Da l circa due ore vedessimo vegnire due balangai (che sono barche grandi e cos le chiamano) pieni di uomini: nel maggiore era lo suo re sedendo sotto uno coperto de store.
Quando el giunse sotto la capitana, el schiavo li parl; il re lo intese perch in questa parte li re sanno pi linguaggi che li altri. Comand che alcuni suoi intrasseno ne la nave; lui sempre stette nel suo balangai poco longe de la nave, finch li suoi tornarono e, subito tornati, se part.
Il capitano generale fece grande onore a quelli che venirono ne la nave, e donolli alcune cose: per il che il re, innanzi la sua partita, volle donare al capitano una barra de oro grande e una sporta piena de gngero; ma lui, ringraziando molto, non volse accettarle.
Nel tardi andssemo con la nave appresso la abitazione del re.
Il giorno seguente, che era il Venerd Santo, il capitano generale mand lo schiavo, che era lo interprete nostro, in terra in uno battello, a dire al re, se aveva alcuna cosa "da mangiare, la facesse portare in nave, che resterano bene satisfatti da noi; e come amici e non come nemici eramo venuti a la sua isola.
El re venne con sei ovvero otto uomini nel medesimo battello, ed entr ne la nave, abbracciandosi col capitano generale, e dongli tre vasi di porcellana coperti de foglie, pieni di riso crudo, e due orate molto grandi con altre cose. El capitano dette al re una veste de panno rosso e giallo fatta a la turchesca e uno bonnet rosso fino; a li altri sui, a chi coltelli e a chi specchi. Poi li fece dare da colazione e, per il schiavo, li fece dire che voleva essere con lui casi casi,
cio fratello: rispose che cos voleva essere verso de lui.
Da poi lo capitano gli mostr panno de diversi colori, tela, coralli e molta mercanzia e tutta l'artigliaria, facendola descargare. Alcuni molto se spaventorno.
Poi fece armare uno uomo con un uomo d'arme(20) e li messe attorno tre con spade e pugnali, che li davano per tutto el corpo; per la qual cosa el re rest quasi fora di s. Li disse per il schiavo che uno de questi armati valeva per cento de li suoi: rispose che era cos; e che in ogni nave ne menava duecento, che se armavano de quella sorte. Li mostr corazzine, spade e rotelle e fece fare a uno una levata.
Poi lo condusse sopra la tolda della nave, che  in cima de la poppa e fece portare la sua carta da navigare e la bussola e li disse per l'interprete come trov lo stretto per venire a lui e quante lune sono stati senza vedere terra. Se meravigli: in ultimo li disse che voleva, se li piacesse, mandare seco due uomini, acci li mostrasse de le sue cose. Respose che era contento.
Io ce andai con un altro.
Domenica, ultimo de marzo, giorno de Pasqua, ne la mattina per tempo el capitano generale mand il prete con alquanti a apparecchiare per dovere dire messa, con lo interprete a dire che non volevamo discendere in terra per desinar seco, ma per aldire(21) messa, per il che lo re ne mand dui porchi morti.
Quando fu ora de messa, andssemo in terra forse cinquanta uomini, non armati la persona, ma con le altre nostre arme, e meglio vestiti che potessemo. Innanzi che arrivassemo a la riva con li battelli, furono scaricati sei pezzi de bombarde in segno de pace.
Saltssemo in terra: li due re si abbrazzarono lo capitano generale e lo msseno in mezzo de loro: andassemo in ordinanza fino al logo consacrato, non molto lungi dalla riva. Innanzi se cominciasse la messa, il capitano bagn tutto il corpo de li due re con acqua moscata.
Se offerse a la messa; li re andarono a baciare la croce
come noi, ma non offerseno(22). Quando se levava lo corpo de Nostro Signore, stavano in genocchioni e adoravanlo con le mani gionte. Le navi tirarono tutta la artiglieria in un tempo quando se lev il corpo de Cristo, dandogli lo segno da la terra con li schioppetti. Finita la messa, alquanti de li nostri se comunicarono.
Lo capitano generale fece fare uno ballo con le spade, de che li re ebbeno gran piacere; poi fece portare una croce con li chiodi e la corona, a la qual subito fecero revenzia.
Li disse per lo interprete come questa era il vessillo datogli da lo imperatore suo signore, acci, in ogni parte dove andasse, mettesse questo suo segnale, e che voleva metterlo ivi per sua utilit, perch, se venissero alcune nave de le nostre, saperano, con questa croce, noi essere stati in questo loco, e non farebbero despiacere a loro n a le cose; e, se pigliassero alcuno de li suoi, subito, mostrandogli questo segnale, lo lasseriano andare; e che conveniva mettere questa croce in cima del pi alto monte che fosse, acci, vedendola ogni mattina, la adorassero; e se questo facevano, n tuoni n fulmini in tempesta li nocerebbe in cosa alcuna.
Lo ringraziarono molto che farebbono ogni cosa volentieri. Anche li fece dire se erano mori o gentili, o in che credevano. Risposero che non adoravano altro, se non alzavano le mani giunte e la faccia al cielo, e che chiamavano lo suo dio Abba: per la qual cosa lo capitano ebbe grande allegrezza.
Vedendo questo, el primo re lev le mani al cielo e disse che vorria, se fosse possibile, farli vedere il suo amore verso de lui.
Lo interprete gli disse per quale ragione aveva quivi cos poco da mangiare. Rispose che non abitava in questo loco, se non quando veniva a la caccia e a vedere lo suo fratello; ma stava in una altra isola, dove aveva tutta la sua famiglia.
Li fece dire se aveva nemici lo dicesse, perci andrebbe con questa nave a distruggerli, e fara lo obbedirano. Lo rengrazi e disse che aveva bene due isole nemiche, ma che allora non era tempo de andarvi. Lo capitano li disse, se Dio facesse che un'altra fiata ritornasse in queste parte, condurra tanta gente che farebbe per forza esserli soggette,
e che voleva andar a disnare, e dappoi tornerebbe per far porre la croce in cima del monte. Risposero erano contenti.
Facendosi un battaglione con scaricare gli schioppetti e abbracciandosi lo capitano con li due re, pigliassimo licenza.
Dopo disnare tornassemo tutti in giubbone e andassemo insieme con li due re nel mezzod in cima del pi alto monte che fosse. Quando arrivssemo in cima, lo capitano generale li disse come aveva caro avere sudato per loro, perch, essendo ivi la crope, non poteva se non grandemente giovarli. E domandolli qual porto era migliore per vettovaglie.
Dicssero che ne erano tre; cio Ceylon, Zubu e Calaghan(23); ma che Zubu era pi grande e de miglior traffico, e se profferseno de darne piloti che ne insegnerebbeno il viaggio.
Lo capitano generale li ringrazi e deliber di andar l, perch cos voleva la sua infelice sorte.
La domenica, a 7 de aprile, a mezzo di, intrssemo nel porto di Zubu; passando per molti villaggi vedevamo molte case fatte sopra li arbori.
Appropinquandose a la citt, lo capitano generale comand le nave s'imbandierasseno; furono calate le vele e poste a modo de battaglia(24) e scaric tutta l'artiglieria, per il che questi popoli ebbero grandissima paura. Lo capitano mand uno suo allievo, con lo interprete, ambasciatore al re de Zubu.
Quando arrivorno ne la citt, trovorono infiniti uomini insieme con lo re, tutti paurosi per le bombarde. L'interprete li disse questo essere nostro costume, entrando in simili luoghi, in segno de pace e amicizia e per onorare lo re del luogo, scaricavamo tutte le bombarde.
El re e tutti li suoi se assecurorno; e fece dire a li nostri per lo suo governatore che volevano.
L'interprete rispose come el suo signore era capitano del maggiore re e principe fosse nel mondo, e che andava a discovrire Malucco; ma per sua buona fama, come aveva inteso
dal re de Mazana, era venuto solamente per visitarlo e pigliare vittuaglia con la sua marcadanzia.
Li disse che in bona ora era venuto, ma che aveva questa usanza: tutte le navi che entravano nel porto suo pagavano tributo, e che non erano quattro giorni che uno giunco(25) cargato d'oro e de schiavi li aveva dato tributo; e per segno de questo gli mostr uno mercadante de Ciama(26) che era restato per mercadantare oro e schiavi.
Lo interprete li disse como el suo signore, per essere capitano de tanto gran re, non pagava tributo ad alcuno signore del mondo, e se voleva pace, pace avrebbe e se non guerra, guerra.
Allora el moro mercadante disse al re: Cata, raja, chiba, cio: Guarda bene, signore: questi sono de quelli che hanno conquistato Calicut, Malacca e tutta l'India Maggiore. Se bene se li fa, bene si ha; se male, male e peggio, come hanno fato a Calicut e a Malacca(27).
L'interprete intese lo tutto, e dssegli che 'l re suo signore era pi potente de gente e de navi che lo re del Portogallo, e era re de Spagna e imperatore de tutti li cristiani e, se non voleva esserli amico, li mandaria un'altra fiata tanta gente che lo destruerano. Il moro narr ogni cosa al re. Allora li disse se consigliarebbe con li sui, e nel d seguente li responderebbe.
Nonostante queste difficolt iniziali, anche il re di Zubu si lascia battezzare, con gran parte della sua gente: e si ripetono le cerimonie che gi avevano avuto tanto successo a Mazana. Solo, qui tutto  pi complicato e pi splendido, come si pu vedere da questo convito:
Il principe ne men seco a casa sua, dove sonavano quattro fanciulle, una de tamburo a modo nostro, ma era posta in terra; un'altra dava con un legno, fatto alquanto grosso nel capo con tela de palma, in due borchie piccate(28), uno in
l'uno, uno in l'altro: l'altra in una borchia grande col medesimo modo: la ultima con due borchiette in mano; dando l'una nell'altra, facevano un soave suono. Tanto a tempo sonavano, che pareva avessero gran ragion del canto. Queste erano assai belle e bianche, quasi come le nostre e cos grandi: erano nude, se non che avevano tela de arbore da la cinta fino al ginocchio, e alcune tutte nude, col picchietto de le orecchie grande, con un cerchietto de legno dentro, che lo tiene tondo e largo; con li capelli grandi e negri, e con uno velo piccolo attorno al capo, e sempre discalze. Il principe ne fece ballare con tre, tutte nude.
Merendassemo e da poi venissemo alle navi.
Eppure si addensano molte nubi: gli spagnoli bruciano un villaggio, fra gli indigeni si scatena una specie di guerra iconoclastica, alle indigene piacciono troppo gli spagnoli...
Innanzi passassero otto giorni furono battizzati tutti de questa isola, e de le altre alcuni.
Brusssemo una villa, per non volere obbedire al re, n a noi, la quale era in un'isola vicina a questa. Ponessemo quivi la croce, perch questi popoli erano gentili. Se fossero stati mori li avessimo posto una collana in segno di pi durezza, perch li mori sono assai pi duri per convertirli, che a li gentili.
Il capitano generale uno giorno disse al re e a li altri per qual cagione non brusavano li suoi idoli, come li avevano promesso, essendo cristiani, e perch se li sacrificava tanta carne.
Resposero quel che facevano non lo facevano per loro, ma per uno infermo, acci li idoli li dasse la salute, lo quale non parlava gi quattro giorni.
Lo capitano gli disse che brusassero li idoli e credesseno in Cristo: e se l'infermo se battizzasse, subito guarirebbe; e se ci non fosse, gli tagliassero lo capo. Allora rispose lo re lo farebbe, perch veramente credeva in Cristo. Facessemo una processione da la piazza fino a la casa de lo infermo, al meglio potessemo, ove lo trovassemo che non poteva parlare n moverse. Lo battezzassemo con due sue mogliere e diece donzelle. Poi lo capitano gli fece dire come stava: subito
parl e disse come per la grazia de Nostro Signore stava assai bene.
Questo fu uno manifestissimo miracolo nelli tempi nostri.
Quando lo capitano lo ud parlare, rengrazi molto Iddio: e allora li fece bevere una mandolata, che gi l'aveva fatta fare per lui: poi mandgli uno matarazzo, uno paro de lenzuoli, una coperta de panno giallo e uno cuscino: e ogni giorno, finch fu sano, li mand mandolati, acqua rosa, olio rosato e alcune conserve de zuccaro. Non stette cinque giorni, che 'l cominci a andare: fece brusare uno idolo, che tenevano ascoso certe vecchie in casa sua, in presenza del re e tutto lo popolo. E fece disfare molti tabernacoli per la riva del mare, ne li quali mangiavano la carne consacrata. Loro medesimi gridando Castiglia! Castiglia! li rovinavano; e disseno, se Dio li prestava vita, brusarebbeno quanti idoli potesse trovare, e se bene fossero ne la casa del re.
Questi idoli sono de legno, concavi, senza le parti de dietro; hanno li brazzi aperti e li piedi voltati in suso, con le gambe aperte e lo volto grande, con quattro denti grandissimi come porci cingiari e sono tutti depinti.
Questi popoli vanno nudi; portano solamente uno pezzo de tela de palme attorno le sue vergogne.
Hanno quante moglie vleno, ma una principale. Se uno dei nostri andava in terra, cos come de d come de notte, ognuno lo convitava perch mangiasse e bevesse. Le sue vivande sono mezzo cotte e molto salate; bevono spesso e molto con quelli sui cannuti da li vasi; e dura cinque o sei ore uno suo mangiare.
Le donne amavano assai pi noi che questi.
26 aprile 1521. Il principale di Matan (un isolotto a poche miglia da Zubu) chiede aiuto a Magellano contro l'altro principale dello stesso isolotto. (Probabilmente i due principali erano d'accordo, per attirare in un tranello Magellano.)
Lo capitano generale deliber de andarvi con tre battelli.
Lo pregassemo molto non volesse vegnire, ma lui, come bon pastore, non volse abbandonare lo suo gregge.
A mezza notte se partissemo sessanta uomini armati de corsaletti e celate, insieme al re cristiano, li principi e alcuni magistri(29), e venti o trenta balangai, e tre ore innanzi lo giorno arrivassemo a Matan.
Lo capitano non volse combatter allora; ma li mand a dire, per lo moro(30), che se volevano obbedire al re di Spagna e recognoscere lo re cristiano per suo signore e darne lo nostro tributo, li sarebbe amico: ma, se volevano altramente, aspettasseno come ferivano le nostre lance.
Risposero: se avevamo lance, avevano lance de canne brustolate e pali brustolati, e che non andassimo allora ad assaltarli, ma aspettassemo venisse lo giorno, perch sarebbeno pi gente. (Questo dicevano, a ci andassemo a ritrovarli, perch avevano fatto certi fossi tra le case per farne cascar dentro.)
Venuto lo giorno, saltassemo ne l'acqua fino alle cosce quarantanove uomini; e cos andassimo pi di due tratti di balestra innanzi potessimo arrivar al lito. Li battelli non poterono venire pi innanzi per certe pietre che erano nell'acqua. Li altri undici uomini restarono per guardia de li battelli.
Quando arrivassemo in terra, questa gnte avevano fatto tre squadroni de pi de millecinquecento persone. Subito, sentendone, ne venirono addosso con voci grandissime, due per fianco e l'altro per contro.
Lo capitano, quando viste questo, ne fece due parti e cos cominciassemo a combattere. Li schioppettieri e balestrieri tirarono da lungi quasi mezza ora invano, solamente passandoli li targoni fatti de tavole sottili, e li brazzi. Lo capitano gridava non tirare, non tirare, ma non li valeva niente(31). Quando questi visteno che tiravamo li schioppetti invano, gridando deliberarono a star forte, ma molto pi gridavano.
Quando erano descaricati li schioppetti, ma stavano fermi saltando de qua e de l: coperti con li sui targoni ne tiravano tante frecce, lance de canna (alcune de ferro al capitano generale), pali pontiti brustolati(32), pietre, e lo fango: appena se potevamo defendere.
Vedendo questo, lo capitano generale mand alcuni a brusare le sue case per spaventarli. Quando questi vister brusare le sue case, diventarono pi feroci. Appresso de le case furono ammazzati due de li nostri, e venti, o trenta case li brusassemo; ne venirono tanti addosso, che passarono con una frezza venenata la gamba dritta al capitano: per il che comand che se ritirassimo a poco a poco: ma loro(33) fuggirono, sicch restassimo da sei o otto con lo capitano.
Questi(34) non ne tiravano in altro, se non a le gambe, perch erano nude. Per tante lancie e pietre che ne traevano non potessemo resistere. Le bombarde de li battelli, per esser troppo lungi non ne potevano aiutare; s che venissemo retirandosi pi de una buona balestrata lungi dalla riva, sempre combattendo ne l'acqua fino al ginocchio.
Sempre ne seguitorno e ripigliando una medesima lancia quattro o sei volte, ne la lanciavano. Questi, conoscendo lo capitano, tanti se voltorono sopra de lui, che due volte li buttarono lo celandone fora del capo; ma lui, come buon cavaliero, sempre stava forte.
Con alcuni altri pi de una ora cos combattessemo(35) e, non volendosi pi ritirare, uno indio li lanci una lanza de canna nel viso. Lui subito con la sua lancia lo ammazz e lasciogliela nel corpo; volendo dar di mano alla spada, non pot cavarla se non mezza, per una ferita de canna aveva nel brazzo.
Quando visteno questo tutti andorono addosso a lui: uno con un gran terciado (che  como una scimitarra, ma pi grosso), li dette una ferita nella gamba sinistra, per la quale casc col volto innanzi. Subito li furono addosso con lancie de ferro e de canna e con quelli sui terciadi, fin che lo specchio, il lume, el conforto e la vera guida nostra ammazzarono.
Quando lo ferivano, molte volte se volt indietro per vedere se ramo tutti dentro ne li battelli: poi, vedendolo morto, al meglio potessemo, feriti, se ritrassemo a li battelli, che gi se partivano. Lo re cristiano ne avrebbe aiutato; ma lo capitano, innanzi desmontassimo in terra, gli commise non si dovesse partire dal suo balangai e stesse a vedere in che modo combattevamo. Quando lo re seppe come era morto, pianse.
Se non era questo povero capitano, niuno de noi si salvava ne li battelli, perch, quando lui combatteva, gli altri si salvavano ne li battelli.
Spero in Vostra Signoria Illustrissima(36) la fama di uno s generoso capitano non debba essere estinta ne li tempi nostri. Fra le altre virt, che erano in lui, era lo pi costante in una grandissima fortuna che mai alcuno altro fosse al mondo: sopportava la fame pi che tutti gli altri, e pi giustamente che uomo fosse al mondo carteava e navigava, e, se questo fu il vero, se vede apertamente niuno altro avere avuto tanto ingegno n ardire di saper dare una volta al mondo(37) come gi quasi lui aveva dato.
Dopo disnare lo re cristiano mand a dire con lo nostro consentimento a quello de Matan, se ne volevano dare lo capitano con li altri morti, che li daressimo quanta
mercadanzia volessero. Risposero non se dava un tale uomo, como pensavamo, e che non lo darebbono per la maggior ricchezza del mondo: ma lo volevano tenere per memoria sua.
Anche il Pigafetta rimase ferito in questa battaglia: e ci lo salv. Quando, infatti, quattro giorni dopo, il 1 maggio 1521, venne fatta una nuova spedizione a terra, a Zubu, avvenne un secondo e pi grave massacro.
Dei 260 uomini partiti dalla Spagna, ne erano rimasti solo 150; si dovette distruggere una delle tre navi superstiti: la Conception.
Morti i vecchi capitani, morto il cosmografo, la Trinidad e la Victoria vagano a caso: toccano il Borneo, tornano alle Filippine, sempre in cerca delle Molucche.
Le trovano finalmente l'8 novembre 1521; qui si sovraccaricano di chiodi di garofano; sotto il gran peso, alla Trinidad si apre una falla.
Allora la Victoria parte ugualmente (anche per sfuggire alle navi portoghesi che presto dovrebbero arrivare dalla Malacca, a cacciare gli spagnoli dalle loro Molucche).
La Trinidad viene messa in cantiere. (Ripartir solo il 16 aprile 1552, in direzione di levante: dopo un viaggio disastroso sar costretta a tornare indietro, alle Molucche, con l'equipaggio dimezzato dalla fame. E trover i portoghesi ad attenderla. Gli scampati vennero imprigionati e venduti schiavi; che si sappia, solo tre riuscirono a tornare in Spagna, molti anni dopo.)
La Victoria, partita dalle Molucche il 21 dicembre 1521, incontra venti contrari, segue rotte sbagliate, e solo il 6 maggio 1522 tocca il Capo di Buona Speranza, e solo il 6 settembre approda in Spagna - con 18 uomini a bordo.
Il Pigafetta fa un pellegrinaggio con i 18 compagni: presenta la sua Relazione del primo viaggio intorno al mondo al re di Spagna, al re di Portogallo, alla reggente di Francia, al marchese di Mantova, al doge di Venezia, al papa: e finisce per dedicarla al gran maestro dell'Ordine di Rodi.
Dopo il 1524, anno della stampa dell'opera tanto densa, colorata e poeticamente confusa, si perde di lui qualsiasi notizia.

Note.
1. Si diceva che all'equatore non piovesse mai.
2. E le navi andavano cos, con le vele ammainate, avendo il mare al traverso, finch passava la raffica.
3. Pescicani (castigliano tiburones).
4. Fenomeno meteorico elettrico, che prese nome anche da sant'Anna, santa Barbara, sant'Anselmo, san Pietro, san Germano, san Nicola, santa Chiara, sant'Elena. Fu detto anche fuoco del diavolo, o candela del diavolo. Accanto alla forma sant'Elmo sono frequenti anche sant'Ermo e san Telmo.
5. Veneto, per cotone.
6. Veneto, per schiacciate: cio sottili.
7. Di tronchi scavati con asce di pietra.
8. Ispettore (castigliano vehador): sostanzialmente pari grado di Magellano.
9. In realt Magellano fece decapitare e poi squartare il capitano Quesada (che il Pigafetta chiama Casada), e sband, ossia pose a terra a morire di stenti, il vehador, Cartagena.
10. Col prodese si trovava fondo di 25 o 30 braccia solo molto vicino a terra.
11. Probabilmente si deve intendere che Martino di Behaim (1439-1506, autore di un celebre globo) non vide lo stretto (di fatto non risulta viaggiasse che sulle coste dell'Africa), bens lo immagin sulla base di voci o supposizioni (carta varrebbe disegno, e non documento).
12. Estebn Gomez: giunse felicemente in patria, e qui volle attribuirsi il merito della scoperta dello stretto.
13. Era stato capitano della Santiago, naufragata al tempo dello svernamento a San Julin.
14. Veneto, per lupi.
15. Mancano i dati per identificare con certezza queste isole.
16. Le Nubi di Magellano; quattro righe sotto, la Croce del Sud.
17. Fusolere  il nome che i veneziani danno a un tipo di barchette, strette e lunghe, che servono principalmente alla caccia in laguna. [Nota del Manfroni]
18. Zamatra  l'attuale Sumatra; ma Taprobona (anzi Taprobana)
chiamavano i greci non Sumatra (di cui non sembra abbiano mai avuto notizie), bens Ceylon.
19. Francese per berretto.
20. II Manfroni intende: come un uomo d'arme, cio con armatura completa.
21. Udire.
22. Non diedero l'elemosina dopo l'offertorio.
23. Ceylon  l'attuale Seilani, ossia Leyte; Zubu  Sebu, o Cebu; Calaghan  Cagayan, porto di Mindanao.
24. Le vele furono disposte come quando si combatte (s'intende: quando si combatte all'ancora), cio coi pennoni incrociati. [Manfront]
25. Una giunca.
26. Siam.
27. Alfonso de Abuquerque aveva messo a fuoco Calicut nel 1510, e conquistato Malacca nel 1511.
28. In due borchie appese: gong.
29. Il re di Zubu, battezzato, coi principi e i notabili della sua gente.
30. Il mercadante de Ciama.
31. Ma non serviva a nulla: continuarono a sparare a vuoto, annullando l'effetto psicologico delle loro armi.
32. Pali appuntiti induriti alla fiamma.
33. Gli altri soldati sbarcati con Magellano e Pigafetta.
34. Gli indigeni, gli indi.
35. Io (Pigafetta), Magellano, e quei sei o otto che non erano fuggiti.
36. L'illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Filippo De Villiers Lisleadam [Villers de l'Isle-Adam], Inclito Gran Maistro di Rodi, al quale il Pigafetta dedic la sua Relazione.
37. Con le parole del Ramusio, circondare tutta la balla del mondo.


Fernao Mendes Pinto: Alla caccia del pirata Coja Acem.

Con una fuga dalla casa patrizia in cui serviva da paggio, s'apre la vita avventurosa del portoghese Fernao Mendes Pinto (1510?-1583). Ventun anni dureranno le sue peregrinazioni tra una costa e l'altra d'Oriente: in India, in Arabia, a Malacca, nel Siam, nelle isole della Sonda, in Cina, in Giappone; tredici volte prigioniero, diciassette venduto schiavo; confuso nella folla dei portoghesi - governatori, avventurieri, capitani, mercanti, soldati, trafficanti (i
chatin) - che stavano costruendo un labile impero essenzialmente fondato sulla loro privata iniziativa. Egli stesso si fa mercante e pirata, finch, dopo aver messo insieme un cospicuo patrimonio, conosce Francesco Saverio ed entra nella Compagnia di Ges disfacendosi d'ogni bene. Ma per tornare tosto (volontariamente o obbligatovi, non si sa) allo stato laico e in povert.
E povero vivr in patria gli ultimi anni, scrivendo, perch i propri figli v'imparino a leggere, afferma, la sua unica opera: la Peregrinalo, pubblicata postuma nel 1614.
Subito gli fu fatto il torto di prender tutto il suo racconto per menzogna, e si gioc di parola tra Fernao Mentes Pinto e Fernao mentes? minto (Fernando menti? mento). Il secondo torto, una volta accertato il fondo sostanziale di verit della Peregrinalo, fu quello di confonderla tra le tante relazioni di viaggio, senza riguardo alcuno ai suoi pregi d'arte, ponendola alla merc dei raccoglitori alla Prvost che la divulgarono condensata, rinsecchita, costretta nei loro tomi. La critica moderna ha invece posto in piena luce le autentiche qualit di scrittore di Fernao Mendes Pinto, riconoscendo in lui addirittura il precursore dell' esotismo letterario europeo e un classico dell'avventura.
Dopo ventisei giorni che mi trovavo a Patane, finiti che
ebbi di vendere quei pochi tessuti arrivati dalla Cina per tornarmene subito indietro, arriv una fusta dalla Malacca, comandata da un certo Antonio de Faria de Sousa. Il quale, su incarico di Pero de Faria, veniva per alcuni negozi con il re, a rinsaldare con lui l'antica pace con la Malacca, a ringraziarlo del buon trattamento usato nel suo regno ai portoghesi, e per altre faccende amichevoli, importanti e nell'interesse del commercio: il che invero maggiormente premeva, pur essendo dissimulato da una lettera a mo' d'ambasciata, accompagnata da ricchi doni, inviati a nome del re nostro signore e a sue spese, come usano fare tutti i capitani da quelle parti.
Questo Antonio de Faria portava dieci o dodicimila cruzados in drappi d'India, presi a credito in Malacca; ma, essendo essi a Patane difficilmente smerciabili, nessuno era disposto a dargli nulla: tanto ch'egli, persa ogni speranza di venderli, decise di svernare col sino a quando gli riuscisse di disfarsene in un modo qualsiasi. Alcune persone pratiche del luogo gli consigliarono di mandarli a Lugor, che era una grande citt dipendente dal regno del Siam, cento leghe pi a nord, essendo questo un porto ricco e importante, dove era anche grande concorrenza di giunche dall'isola di Giava, dai porti di Lave, Tanjampura, Iapara, Demaa, Panaruca, Sidayo, Passarvan, Solor e Borneo, e dove erano soliti comperare bene quei tessuti in cambio di gioie e di oro.
Sembrandogli questo un buon consiglio, Antonio de Faria decise di fare cos. Ordin subito un legno in quel luogo, dacch la fusta sulla quale era venuto non gli sembrava adatta, e nomin suo agente un certo Cristoforo Borralho, uomo esperto nel commercio, al quale si unirono altri sedici soldati e mercanti con le loro tele, sperando che un cruzado, dovesse lor fruttarne almeno sei o sette, vuoi per quanto recavano seco, vuoi per quanto avrebbero riportato. In questo viaggio riuscii, per mia disgrazia, ad essere della compagnia.
Partii da Patane un sabato mattina, e navigando sempre lungo la costa con vento prospero, arrivammo alle spiagge di Lugor la mattina del gioved seguente. Dato fondo alla foce del fiume vi rimanemmo tutto il giorno, e prendemmo minute informazioni, sia per le merci, sia per la sicurezza
delle nostre persone. Le notizie che ci diedero furono cos buone che sperammo di poter moltiplicare il denaro quasi sei volte, e per giunta era data sicurezza ad ognuno, con libert e franchigia per tutto quel mese di settembre.
Decidemmo cos di risalire il fiume col levar del vento, ma la sventura chiamata dai nostri peccati non permise che vedessimo ci che tanto desideravamo. Infatti, verso le dieci, allorch eravamo gi quasi pronti per pranzare e con le ancore a picco ci accingevamo a far vela, vedemmo uscir dal fiume una gran giunca, con le sole vele di trinchetto e mezzana, che si avvicinava di sopravvento. Come ci ebbe raggiunti, riconosciuti per portoghesi, e vedendo che eravamo molto pochi di numero, e che il nostro bastimento stava per salpar l'ancora, cal su di noi, e, accostando prua con prua da dritta, ci lanci, attaccati a lunghe catene di ferro, dei grappini, coi quali ci abbord. Essendo quella nave molto grande, e la nostra molto piccola, ci trovavamo sotto il suo occhio di cubia. Vedemmo allora uscire di sotto al cassero, dove sin'allora erano rimasti nascosti, settanta o ottanta mori, fra i quali era anche qualche turco: che, mandando alte grida, ci gettarono addosso tante pietre, zagaglie, dardi e picche, da parer una pioggia caduta dal cielo; e, in men che non si dica un credo, dei sedici portoghesi che eravamo dodici vennero uccisi assieme a trentasei indiani dell'equipaggio.
I quattro di noi che riuscirono a scampare si gettarono in mare, dove uno affog subito, mentre gli altri due miei compagni ed io, bench feriti, riuscimmo ad arrivare a terra, e attraversando una palude dove sprofondavamo sino a mezza vita, ci addentrammo nella foresta. I mori della giunca saltarono tosto nella nostra nave e vi terminarono di uccidere sei o sette marinai, gi feriti, senza risparmiare nessuno; indi si affrettarono a trasportar tutte le mercanzie nella lor giunca, e aprirono una falla nel nostro legno, che and a fondo.
Degli scampati, uno muore per gli stenti nella foresta; gli altri due (l'autore e Cristoforo Borralho) riescono a tornare avventurosamente a Patane solo un mese pi tardi, con la notizia che il loro predatore rispondeva al nome di Coja
Acem: un terribile pirata il quale si vantava pubblicamente, con chi volesse ascoltarlo, di aver dato la morte a molti portoghesi, e li odiava tanto da aver promesso al suo Maometto di ucciderne altrettanti... dacch un grande capitano, chiamato Ettore de Sylveira, gli aveva ucciso il padre e due fratelli...
Antonio de Faria attendeva con ansia il nostro ritorno e le notizie dei suoi drappi, e come ci vide e gli ebbimo raccontato quanto era accaduto, rimase cos costernato che non gli riusc di parlare per pi di mezz'ora. La perdita del nostro bastimento fu stimata oltre sessantamila cruzados, di cui la maggior parte era in argento monetato col quale dovevamo comprare dell'oro. Non trovando Antonio de Faria soluzione alcuna pel furto dei dodicimila cruzados che gli avevano prestati in Malacca, e desiderando alcuni consolarlo di questa perdita, rispose loro che non avea il coraggio di tornare col e comparire innanzi ai suoi creditori, temendo che in forza delle scritture che aveva loro date, volessero obbligarlo a restituire quanto doveva; il che egli non era punto in grado di fare. Allora giur innanzi a tutti sul santo Evangelio e promise a Dio di cercar il rapitore delle sue sostanze, aggiungendo che questi avrebbe dovuto ripagargliele il doppio o con le buone o con le cattive; era tuttavia certo che ci non potesse avvenire con le buone, dacch non v'era ragione alcuna che chi gli aveva ucciso sedici portoghesi e trentasei uomini dell'equipaggio cristiani se ne uscisse s lievemente e senza castigo alcuno: perch, se cos fosse stato, ogni giorno ce ne avrebbero fatta una, o un'altra, o cento simili a questa.
Quanti furono testimoni del suo giuramento lodarono molto tale risoluzione. Trov molti giovani che si offersero di accompagnarlo in quell'impresa, e buoni mercanti che gli offrirono del denaro per armarsi e provvedersi del necessario. Egli accett queste offerte dei suoi amici, e fece i preparativi con tanta sollecitudine che in soli diciotto giorni un seco cinquantacinque soldati.
Purtroppo dovetti associarmi anch'io a quest'impresa perch non avevo un soldo di mio, n alcuno che me lo desse o imprestasse; inoltre in Malacca dovevo pi di cinquecento
cruzados che alcuni amici mi avevano imprestato, e che, con altrettanti che mi appartenevano, per colpa dei miei peccati mi erano stati rubati da quel cane di cui vi ho detto, senza mi fosse concesso di salvare, di quanto possedevo, se non il mio corpo ferito da tre colpi di zagaglia e da una sassata in capo, per la quale ero stato in pericolo di vita tre o quattro volte, e a Patane mi avevano anche tolto un pezzo d'osso, prima che finissero di curarmi.
Appena tutto fu pronto, Antonio de Faria part da Patane un sabato ai 9 di maggio 1540, e fece vela a nord-est verso il regno di Champaa coll'intenzione di visitare i porti e le insenature di quella costa, ove sperava di rifornirsi in qualche modo di alcune cose che gli mancavano, poich, essendo partito da Patane in gran premura, non gli era stato possibile provvedersi di tutto il necessario e gli mancavano ancora molte cose ed in primo luogo viveri, munizioni e polvere.
Arrivammo al fiume Toobasoy, dal quale Antonio de Faria rimase al largo, perch il pilota che non vi era mai stato e non ne conosceva il fondo, non si arrischiava ad entrare. E mentre ce ne stavamo ancora discutendo se entrare o no nel porto, avvistammo una gran vela che veniva d'alto mare verso il porto. Risolvemmo di aspettarla all'ancora, e, come si fu avvicinata a noi, la salutammo inalberando la bandiera del paese assieme alla nostra, che  segno d'amicizia tra questa gente. Ma quelli invece di corrispondere con lo stesso segnale, come avrebbero dovuto, appena ci riconobber per portoghesi, verso i quali non erano amichevolmente disposti, ci mostrarono dalla cima del castello di prua, con ben poca cortesia, il sedere di un cafro, e oltre a ci cominciarono a fare un grande strepito con tamburi, trombe e campane, facendosi scherno di noi.
Antonio de Faria, assai risentito, ordin una scarica di cannone contro di loro, per vedere se avrebbero parlato pi a
proposito, ma quelli risposero con cinque pezzi - due cortaldi e tre falconetti - il che ci fece tutti alquanto dubbiosi. Ci consigliammo allora sul da farsi e si risolse di lasciarli stare per il momento, perch s'approssimava la notte e non era prudente impegnarsi in s incerta impresa, ma col far
del giorno, non appena avessimo saputo chi fossero e di quali forze disponessero, avremmo preso una decisione. Questa soluzione parve buona ad Antonio de Faria e a tutti gli altri; cos, dopo aver preso le misure necessarie e aver messo delle sentinelle, restammo l ad attendere il mattino.
Verso le due dopo mezzanotte vedemmo galleggiare sull'acqua tre forme nere; chiamammo subito il capitano, che stava dormendo sopra un cestone, per mostrargli ci che avevamo visto, ed egli, avendo compreso subito di che si trattava, grid tre o quattro volte: All'armi! all'armi! e noi lo obbedimmo in un baleno. E tornando a scrutare ci che fino allora ci aveva lasciati dubbiosi, scorgemmo chiaramente trattarsi di barche a remi, che s'avanzavano verso di noi. Gli uomini allora imbracciarono le armi e il capitano li dispose nei punti pi importanti, e non dubitando affatto che si trattasse del nemico del giorno addietro, cos parl ai soldati:
Questi, signori e fratelli miei, sono ladri che vengono per attaccarci, pensando non si possa essere pi di sei o sette, come siamo soliti andare in queste feluche; e affinch con l'aiuto di Cristo ci si possa salvare, badate tutti che non possano scorgerci di lontano, e sapremo cos che cosa decidono o vogliono da noi. Che le granate siano a portata di mano, perch ho l'impressione si debba badare proprio a quelle e ai coltelli, e che ciascuno nasconda bene le micce, perch non vedano il fuoco e pensino che stiamo tutti dormendo. Tutti fecero allora come egli aveva ordinato, di pieno accordo e con molta circospezione.
Appena le tre barche si furono appressate a poco pi d'un tiro d'archibugio dalla nostra feluca, le fecero un giro torno a torno, e dopo averla osservata nuovamente si riunirono come se volessero mettersi d'accordo, impiegando in tutto circa un quarto d'ora; dopo di che si divisero in due gruppi: le due barche pi piccole a poppa, e il sampan, ch'era la pi grossa e aveva a bordo la maggior parte di loro, a dritta. I nemici si arrampicarono ciascuno dal proprio lato, e s leggermente, che in men che non si dica un credo ve n'erano a bordo pi di quaranta. Allora Antonio de Faria, uscendo di sotto il cassero dove si era appostato con una quarantina di soldati, si
scagli con tanta furia sopra di loro, invocando san Giacomo, che ne uccise subito un gran numero. Indi, lanciando granate da mano sopra quelli che stavano nelle tre barche, fin per sbaragliarli completamente, e gettarli tutti a mare. Alcuni dei nostri soldati saltarono allora nelle loro barche e le presero tutte tre; e cos, per grazia del Signore, ci arrise una completa vittoria. Dei nemici che s'eran gettati in mare, cinque furono presi ancora vivi, uno dei quali era il cafro che ci aveva mostrato il sedere, e gli altri un turco, due achmesi, e il capitano della giunca, chiamato Similau, gran corsaro e nostro nemico. Antonio de Faria ordin che fossero subito messi alla tortura, per sapere chi erano e donde venivano e cosa volevano da noi. Gli achmesi e il turco ci risposero con fandonie alle quali non prestammo fede: ma quando afferrammo il cafro, che nel frattempo era stato legato, per dargli un tratto di corda, egli implor a gran voce che non gli facessimo del male, perch era cristiano come tutti noi, e perch avrebbe detto tutta la verit anche senza tortura. Antonio de Faria allora ordin di scioglierlo, e, fattolo avvicinare, gli fece dare una galletta e una ciotola di vino; poi, rivoltosi a lui con gentilezza, gli chiese che da buon cristiano quale si proclamava, ci raccontasse tutta la verit.
Dopo averci assicurati della sua buona fede, il cafro ci disse di chiamarsi Sebastiano, e ch'era stato schiavo di Gaspare de Mello, il quale da quel cane che se ne stava l legato fu trucidato due anni addietro a Liampo, assieme ai ventisei portoghesi che venivano nella sua nave. Antonio de Faria lanciando un urlo di raccapriccio, disse:
Zitto, non voglio sapere altro!  stato quel cane di Similau ad uccidere il tuo padrone?
S, rispose quello, ed  quanto voleva fare con Vostra Signoria, perch era convinto che foste soltanto in sei o sette, e per questa ragione vi abbord cos in fretta, con l'intenzione, secondo quanto diceva, di tagliare a tutti le mani, e a voi di far saltare in aria le cervella con un frontale di corda, come fece col mio padrone, ma Dio l'ha pagato del mal fatto.
Antonio de Faria, come ebbe ascoltato la narrazione di questo giovane cafro, il quale aveva anche ripetuto pi volte che quel cane aveva condotto con s tutti i suoi uomini
abili alle armi, e che nella giunca erano rimasti soltanto quaranta marinai cinesi, decise di approfittare dell'occasione propizia. E dopo aver messo a morte Similau e i suoi compagni facendo lor saltare le cervella con una corda, com'essi avevano fatto a Liampo con Gaspare de Mello e gli altri portoghesi, s'imbarc subito con trenta soldati sul battello e sulle barche con cui erano venuti i nostri nemici. Con l'ausilio della marea e di un buon vento, arriv alla giunca che stava all'ancora nel fiume alla distanza di una lega da dove ci trovavamo noi, in meno di un'ora, e issandosi a bordo senza fare alcun rumore, s'impadron del cassero; da l lanci quattro granate da mano in coperta, ove quella canaglia stava dormendo e li fece saltare tutti in mare, dove dieci o dodici annegarono, mentre la maggior parte di loro, che si dibatteva in acqua gridando aiuto, venne fatta raccogliere da Antonio de Faria, che aveva bisogno di molte braccia per manovrare una s alta e grossa giunca.
E cos, poich tutto si svolse proprio come vi ho detto, piacque al Signore per giusto disegno della sua divina giustizia, che la superbia di questo cane diventasse lo strumento per la punizione dei suoi peccati, e che le mani dei portoghesi lo ripagasser di quanto egli aveva fatto a loro. Quando fu tutto terminato era quasi mattina, e fatto l'inventario della preda si trov un valore di trentaseimila taels d'argento del Giappone, che nella nostra moneta, in ragione di sei testoni per tael, fanno cinquantaquattro mila cruzados d'oro, e molte altre sorte di mercanzie a cui per il momento non demmo un valore, non potendoci trattenere oltre in quel luogo, dacch la costa era ormai tutta in allarme e s'erano accesi molti fuochi. Per questa ragione Antonio de Faria stim opportuno allontanarsi subito dal luogo ove eravamo, e ordin di far vela con la massima sollecitudine.
Una settimana pi tardi arrivano all'isola di Hainan.
Avvistato lo scoglio di Pullo Capas, che  la punta dell'isola che si scorge per prima, per tutto quel giorno ci limitammo a correr presso terra, colla sola mira di riconoscere i fiumi e i porti di quella costa, e di individuare le entrate. Appena fu calata la notte, siccome la feluca sulla quale eravamo
venuti da Patane imbarcava molta acqua, Antonio de Faria ordin, per unanime desiderio dei soldati, che, prima di impegnarci in una qualsiasi impresa, si trasbordasse su un'imbarcazione pi sicura, e ci fu fatto immediatamente.
Arrivando a un fiume che avevamo scorto in direzione est verso il tramonto, fece dar fondo una lega al largo, perch la giunca sulla quale veniva era molto grande e richiedeva molto fondo, e v'era pericolo a causa dei numerosi bassifondi che avevamo osservato per tutto il giorno. Ordin quindi a Cristoforo Borralho di risalire il fiume sulla feluca coi suoi quattordici soldati, per vedere che cosa fossero i fuochi che vedevamo innanzi a noi.
Questi part senza il minimo indugio e, addentrandosi nel fiume per pi di una lega, s'imbatt in una flottiglia di quaranta giunche molto grosse e munite di due o tre gabbie ciascuna; temendo che appartenessero alla flotta del mandarino, della quale avevamo gi avuto vaghe notizie, diede fondo un poco pi a terra di dove si trovavano. Appena cominci l'alta marea, cio quasi verso la mezzanotte, tolse l'ormeggio molto silenziosamente, inoltrandosi nella direzione in cui aveva visto i fuochi, la maggior parte dei quali nel frattempo era gi stata spenta, non rimanendone pi che due o tre, che apparivano di quando in quando e che gli servirono di guida. Continuando a navigare in questo modo, s'imbatt in un grandissimo numero di vascelli grandi e piccoli che, secondo un calcolo approssimativo, dovevano essere oltre duemila, e, passando a remi in mezzo a loro, arriv fino alla citt, la quale doveva contare oltre diecimila abitanti, e che era circondata da un muro di mattoni, con torri e baluardi come usiamo noi, col barbacane, e due fossati pieni d'acqua tutto attorno. Qui, dei quattordici soldati che venivano sulla feluca, cinque sbarcarono a terra con due cinesi dell'equipaggio, che lasciarono le loro mogli nella giunca come ostaggi, ed impiegarono quasi tre ore nel fare un giro d'esplorazione tutto intorno alla citt, senza incontrare tuttavia nessuno degli abitanti.
Come si furono nuovamente imbarcati, fecero ritorno a remi e a vela senza il minimo rumore o sciabordio, perch temevano che se fossero incappati in una qualche avventura in quel luogo, nessuno di loro si sarebbe salvato. Usciti dal
fiume, avvistarono alla foce una giunca che stava all'ancora: era appena arrivata e sembrava una vela dell'altra costa. Raggiunto Antonio de Faria, lo informarono di ci che avevano visto, della grossa flotta che si trovava nel fiume e della grossa giunca che avevano trovata all'ancora, aggiungendo che forse poteva appartenere proprio a quel Coja Acem che stavano cercando.
Questa lor congettura gli cagion tal piacere, che senza perdere un momento, e lasciando l'ancora in mare, diede ordine di far vela, ripetendo che il cuore gli dicea con certezza trattarsi proprio di Coja Acem, e che su tale fatto era disposto a giocarsi la testa. Ci disse inoltre che in questo caso sarebbe anche stato contento di morire, pur di vendicarsi di chi gli aveva causato tanti mali, e che, parola di galantuomo, non intendeva riferirsi ai suoi dodici mila cruzados, dei quali non si ricordava neppure, ma soltanto ai quattordici portoghesi che quel cane gli aveva ucciso.
Arrivati in vista della giunca, ordin che la feluca si portasse sull'altro fianco, onde poterla abbordare contemporaneamente, e che nessuno usasse armi da fuoco, affinch le giunche della flotta che stava nel fiume non udissero i colpi d'artiglieria, ch altrimenti sarebbero certamente venute a vedere cosa succedeva.
Quando le nostre barche arrivarono dove la giunca stava all'ancora, l'abbordarono subito, e i venti soldati che v'erano saltati dentro se ne impadronirono senza trovar resistenza, mentre la maggior parte del suo equipaggio si gettava in mare. Alcuni dei nemici pi coraggiosi appena si furono rimessi dalla sorpresa cercarono di far testa ai nostri, ma Antonio de Faria sopraggiunse subito con altri venti soldati, e invocando san Giacomo ne uccise pi di trenta; mand poi a raccogliere quelli che erano ancora vivi essendosi gettati in mare, poich aveva bisogno di equipaggio.
Per sapere chi fossero e donde venissero ne fece mettere quattro alla tortura, due dei quali si lasciarono uccidere senza aprir bocca. Si stava per sottoporre agli stessi tormenti un giovanetto, che si sperava di far parlare pi facilmente, quando un vecchio ch'era coricato sul cassero grid colle lacrime agli occhi che quello era suo figlio, e chiese d'essere ascoltato prima che facessero del male a quel fanciullo. Antonio de
Faria fece allora fermare l'esecutore e promise al padre la vita e la libert, nonch la restituzione di tutte le mercanzie che gli appartenevano, se avesse detto la verit; ma nello stesso tempo gli giur che avrebbe punito la minima impostura, col far gettare in mare lui e suo figlio.
Il maomettano rispose allora che accettava questa promessa sulla sua parola, bench la professione che gli vedeva esercitare fosse poco conforme alla legge cristiana professata nel battesimo. A queste parole Antonio de Faria rimase cos confuso che non seppe cosa rispondere, e, fattolo avvicinare, lo interrog affabilmente e senza alcuna minaccia.
Quando il vecchio si fu accostato ad Antonio de Faria, questi, vedendo ch'era bianco come noi, gli domand s'era turco o persiano; al che egli rispose di no, affermando d'essere un cristiano nativo del monte Sinai, ove si trovava il corpo di santa Caterina. Antonio de Faria gli chiese allora perch, se era cristiano come diceva, non si trovava assieme ai cristiani, ed egli rispose d'essere un mercante, d'una famiglia molto buona, e che chiamavasi Tommaso Mostangue. Trovandosi egli nel 1538 nel porto di Gedda con un suo vascello, Soliman Basci, vicer del Cairo, l'avea fatto prendere, con altri sette, per trasportare i viveri e le munizioni per la flotta di sessanta galee sulle quali veniva per ordine dei turchi, allo scopo di rimettere sul trono di Cambogia il sultano Baudur, spodestato dal Mogul, e ricacciare i portoghesi fuori dall'India. Dopo aver reso tal servigio ai turchi, quando domand il compenso promesso, non solo gli mancarono di parola come fanno sempre, ma gli presero la moglie ed una figlia giovanissima che aveva portato con s, e le violarono in pubblico e in sua presenza; e perch uno dei suoi figli aveva lor rimproverato piangendo questa grave ingiuria, lo gettarono vivo in mare, con le mani e i piedi legati. Egli fu invece messo in catene e fustigato tutti i giorni e gli fu portata via tutta la sua roba per un valore di oltre seimila cruzados, col pretesto che solo ai maomettani, nella loro giustizia e santit, era lecito beneficiare dei doni di Dio. Poich nel frattempo gli erano morte la moglie e la figlia, una notte, in vicinanza di Diu, era stato indotto dalla disperazione a gettarsi in mare con questo suo ultimo figlio, ed erano riusciti a raggiungere a nuoto Surate. Di l si condusse a Malacca nella nave di Garzia de Saa governatore di Bagaim, da dove, per ordine di Stefano da Gama, part per la Cina con Cristoforo Sardinha, ch'era stato agente alle Molucche. Essendo con lui ancorato nello stretto di Singapore, Quiay Taijan, padrone di quella giunca, una notte li colse di sorpresa, uccise il capitano assieme a ventisei portoghesi, e dopo aver salvato la vita soltanto a lui perch era un buon cannoniere, lo port con s in veste di comandante delle artiglierie.
Antonio de Faria non pot ascoltare questo racconto senza battere la fronte per lo stupore. Mio Dio, mio Dio, diss'egli, ci che ascolto mi sembra un sogno! Indi, volgendosi ai soldati che gli stavano attorno, raccont loro tutta la storia di quel Quiay Taijan, che aveva assalito con un pugno di uomini molte navi alla fonda, e aveva gi ucciso oltre cento portoghesi, rubando loro oltre centomila cruzados,
e bench il suo nome fosse Quiay Taijan, come affermava l'armeno, da quando aveva trucidato Cristoforo Sardinha a Singapore, la sua albagia gli aveva fatto prender quello di capitan Sardinha. Domandammo all'armeno che cosa ne fosse di quel corsaro, ed egli ci disse che tutto ferito erasi nascosto a prua fra le gomene dell'ancora, con sei o sette dei suoi uomini.
Antonio de Faria scese tosto dov'era quel cane, seguito da quasi tutti i soldati, e venne aperto il boccaporto del gavone, per vedere se l'armeno aveva detto il vero. Allora quel malandrino usc per un altro boccaporto che stava pi in basso con i suoi sei compagni, e si scagli con tanta furia su di noi (ed eravamo pi di trenta oltre ad una quarantina di uomini dell'equipaggio) che si riaccese una furibonda mischia, la quale dur il tempo di dire tre volte il credo, prima che i nostri riuscissero ad ucciderli. Noi perdemmo due portoghesi e sette uomini dell'equipaggio; ma venti ne furono feriti e il capitano Antonio de Faria ricevette due sciabolate alla testa ed una al braccio, uscendone assai malconcio.
Dopo questa sanguinosa vittoria e dopo aver curato tutti i feriti, erano gi quasi le dieci; Faria allora fece spiegare subito le vele per tema delle quaranta giunche della flotta che si trovava nel fiume, e, allontanandoci bene dalla terra-
ferma, verso sera andammo a gettar l'ancora sull'altra costa della Cocincina, dove si fece l'inventario di ci che conteneva la giunca di questo corsaro.
Si trovarono cinquecento bahars di pepe, sessanta di sandalo, quaranta di noce moscata, ottanta di stagno, trenta di avorio, dodici di cera, e cinque di una specie di aloe, che, secondo il commercio corrente, potevano valere circa sessanta mila cruzados, oltre ad una cortana, quattro falconi, e tredici obici di bronzo; di questa artiglieria, la maggior parte era portoghese, ed era stata derubata da questo mussulmano alla nave di Cristoforo Sardinha, alla giunca di Giovanni de Oliveira, e al legno da guerra di Bartolomeo de Matos. Fra molti mobili ed abiti della nostra nazione, trovammo anche un piatto d'argento dorato, con la brocca e la saliera allo stesso modo, ventidue cucchiai, tre candelieri, cinque coppe dorate, otto fucili, sessantadue pezze di tessuto del Bengala, tutta roba che era appartenuta ai portoghesi, oltre a diciotto quintali di polvere e nove fanciulletti, dai sei agli otto anni d'et, che furono trovati con le mani e i piedi incatenati e ridotti a sola pelle ed ossa, tanto che faceva pena guardarli.
Arrivano alla baia di Camoy, e proseguono sino alle foci del Tanauquir.
Le nostre merci erano molte, e le nostre navi cos cariche che tutti i giorni ci incagliavamo due o tre volte sui bassifondi scogliosi: i quali in alcuni punti misuravano quattro o cinque leghe ed erano circondati da banchi di arena cos bassi che osavamo veleggiare soltanto in pieno giorno e sempre con lo scandaglio in mano. Per questa ragione, decidemmo di non fare nulla prima di esserci liberati di tutto il bottino che portavamo con noi, e Antonio de Faria non si preoccupava d'altro se non di trovare un porto ove poterlo vendere. E guidandoci il nostro capitano per dare effetto a questa comune volont, dovemmo faticare quasi tutta quella notte con le gomene di rimorchio per risalire il fiume perch la forza della corrente era tale che ci ricacciava indietro.
Mentre eravamo cos affaccendati e con la coperta tutta
ingombra di gomene e di cavi al punto che quasi non riuscivamo a muoverci, vedemmo spuntare dal fiume due grosse giunche, con castelli posticci a poppa e a prua, tende di seta, e tutte pavesate con bandiere dipinte di rosso e di nero, che davano loro un aspetto molto bellicoso; tenendosi accostate l'una all'altra per meglio concentrare le loro forze, ci attaccarono in modo cos improvviso, che non avemmo alcun tempo di prepararci e fummo costretti a mollare in mare gomene e cavi cos come si trovavano, per approntare le artiglierie ch'erano ci che in quel momento ci serviva di pi. Le due giunche ci furono addosso in un momento con alte grida, rullar di tamburi e scampani: la prima salva da tre con la quale ci accolsero fu di ventisei pezzi d'artiglieria, di cui nove erano falconetti e cortane; da ci comprendemmo subito trattarsi di gente dell'altra costa di Malacca, ed il fatto ci turb un poco.
Antonio de Faria, che sapeva il fatto suo, vedendole giungere incatenate comprese subito le loro intenzioni e punt verso il largo, sia per avere il tempo di prepararsi, sia per far loro comprendere chi eravamo. Anche i nemici tuttavia erano esperti della loro arte, e per non farsi sfuggire la preda dalle mani staccarono l'una dall'altra le due giunche per poterci meglio colpire, e come furono presso di noi ci abbordarono subito, lanciandoci addosso una spaventevole pioggia di frecce. Antonio de Faria si ritir sotto il cassero assieme ai venticinque soldati ch'erano nella sua giunca, e ad altri dieci o dodici schiavi e marinai, tenendo a bada i corsari per circa mezz'ora con colpi d'archibugio, fino a quando essi ebbero consumate tutte le frecce; queste per erano s abbondanti che infiorarono tutta la coperta. Infine i pi coraggiosi di loro, in numero di quaranta, decisero di portare a termine ci che avevano iniziato, e saltarono dentro la nostra giunca, con l'intenzione d'impadronirsi della prua. Il nostro capitano fu cos costretto a riceverli, e impegnandoci tutti di buona lena, si accese una mischia cos furibonda che, nel tempo di dire poco pi di tre credi, il nostro capo fu cos ben servito che dei quaranta ne uccidemmo ventisei, mentre gli altri si gettarono in mare. Allora i nostri, per trar partito dalla vittoria concessaci dalla mano di Dio, si lanciarono in venti nella loro giunca, ove non trovarono
molta resistenza dato che i pi valenti erano morti, uccidendo a destra e a sinistra tutti quelli che incontravano. Fu poi necessario salvare la vita a quelli che s'eran gettati in mare, non essendovi braccia sufficienti per tante navi. Appena fatto ci, Antonio de Faria si affrett a porger soccorso a Cristoforo Borralho che era alle prese con l'altra giunca, e stava assai dubbioso della vittoria, ch la maggior parte dei suoi uomini erano rimasti feriti. Ma piacque al Signore che al nostro arrivo i nemici si gettassero in mare, ove la maggior parte anneg, ed entrambe le giunche caddero cos in nostre mani. Fattasi subito la rassegna di quanto ci era costata questa vittoria, si trov fra i morti un portoghese e quattordici persone dell'equipaggio oltre ai feriti. Dei nemici, ottanta erano stati uccisi e quasi altrettanti fatti prigionieri. Dopo che i nostri furono curati e sistemati come meglio ci fu possibile, Antonio de Faria'fece raccogliere i marinai che s'eran gettati in mare e che ci supplicavano di volerli salvare perch stavano affogando: fattili portare tutti sulla giunca grande dove si trovava li fece legare e chiese loro il nome delle due giunche, come si chiamasse il loro capitano e se fosse vivo o morto. Nessuno volle parlare e si lasciarono uccidere stoicamente, senza curarsi dei tratti di corda che davamo loro. Improvvisamente, Cristoforo Borralho si mise a gridare dall'altra giunca dove si trovava:
Capitano, capitano, venite ad aiutarci, ch abbiamo pi carne al fuoco di quanta se ne possa mangiare!
Allora Antonio de Faria salt subito dentro la giunca con quindici o sedici soldati e gli chiese cosa stesse succedendo. Borralho gli rispose che aveva udito a prua il vociare di molte persone che dovevano essersi nascoste, e Faria, avvicinatosi con tutti i soldati che aveva con s, fece aprire il boccaporto. Si udirono allora prorompere dal fondo altissime grida di: Signore Iddio misericordioso! assieme a s spaventose urla e pianti, da sembrare un fatto di magia.
Il capitano, alquanto intimorito, si accost allora alla bocca della stiva con alcuni dei nostri, e vide un gran numero di prigionieri distesi sul fondo; non potendo ancora credere a ci che i suoi occhi avevano visto, ordin che qualcuno scendesse a vedere di che si trattasse. Due dell'equipaggio
obbedirono subito e portarono in coperta diciassette cristiani, fra i quali v'erano due portoghesi, cinque bambini, due giovinette ed otto giovani, tutti ridotti in condizioni cos pietose che era uno strazio guardarli. Vennero subito liberati dai pesanti collari di ferro e dalle manette e provvisti di indumenti, poich la maggior parte di loro era affatto ignuda. Dopo di ci fu chiesto a uno dei due portoghesi perch l'altro se ne stesse l come morto, di chi fossero quei bambini, come fossero caduti nelle mani di quel pirata e come quest'ultimo si chiamasse.
Egli rispose che il pirata aveva due nomi, uno cristiano e l'altro pagano: il secondo era Necod Xicaulem, mentre quello cristiano era Francesco de Saa, e lo portava da cinque anni e cio da quando s'era fatto cristiano a Malacca. Il capitano della fortezza era a quel tempo Francesco de Saa, ed essendo egli stato suo padrino al battesimo gli aveva imposto quel nome e l'aveva anche sposato con una meticcia orfana, che era una donna assai per bene e figlia di un portoghese di buon casato, al fine di aiutarlo ad accostumarsi a quel paese. Nell'anno 1534, mentre andava in Cina con una sua grossa giunca, sulla quale trasportava anche sua moglie e venti fra i pi nobili e ricchi portoghesi della fortezza, giunto all'isola di Pullo Catan, si ferm per rifornirsi d'acqua, con l'intenzione di proseguire poi per il porto di Chincheo. Ivi erano da due giorni, allorch essendo l'equipaggio tutto suo e cinese come lui, una notte ordin loro di sollevarsi: vennero cos uccisi a coltellate tutti i portoghesi e i loro figli mentre stavano dormendo e nessuno che fosse cristiano venne lasciato in vita. Ordin quindi alla moglie di farsi pagana e di adorare un idolo custodito in uno scrigno da uno dei suoi uomini, divisando di darla in moglie a quest'ultimo, una volta che fosse libera dalla legge cristiana. In cambio avrebbe avuto una sorella di quest'uomo che viaggiava sulla stessa nave, e che era pagana e cinese come lui. Ma poich la moglie non volle adorare l'idolo n acconsentire a tutto ci che egli le chiedeva, quel cane le diede una sciabolata in testa facendole schizzare fuori il cervello. Partitosi da quel luogo s'era poi recato a Liampo per far commercio, e, temendo di ritornare a Piatane a causa dei portoghesi che col si trovavano, e se and a svernare in Siam. Tornato l'anno seguente a Chincheo, s'era impadronito d'una piccola giunca che proveniva dalla Sonda, uccidendo tutti i dieci portoghesi che l'occupavano. E poich era gi corsa voce su tutta la costa del male che ci aveva arrecato, temendo d'imbattersi nelle nostre forze, se n'era venuto in questa insenatura della Cocincina, per vendere la sua merce come mercante e per assalire le navi come corsaro, ogniqualvolta gli si presentasse un'occasione propizia. Gi da tre anni aveva scelto quel fiume per le sue scorrerie, poich vi si sentiva al sicuro da noi, dacch le nostre navi non erano solite far commercio nei porti di quell'insenatura e dell'isola di Hainan.
Avendogli Antonio de Faria chiesto se quei bambini fossero figli dei portoghesi di cui aveva parlato, rispose di no, assicurandolo che erano invece figli di Nuno Preto, di Gianni Diaz, e di Pero Borges, al pari dei giovani e delle giovinette, e che i loro genitori erano stati uccisi da questo corsaro a Mompollacota alle foci del fiume del Siam, in una giunca di Giovanni de Oliveira, assieme ad altri sedici portoghesi. Aveva salvato la vita soltanto a lui ed al suo compagno perch erano l'uno carpentiere e l'altro calafato e li portava con s gi da quasi quattro anni facendoli morire di fame e di frustate. Aggiunse che quando ci aveva attaccati non pensava che fossimo portoghesi, ma cinesi come quelli che era solito derubare ogni qualvolta gli capitassero sotto mano, mentre si teneva invece alla larga da noi.
Richiesto se sarebbe stato in grado di riconoscere il pirata fra quei morti, rispose di s; allora Antonio de Faria si alz subito e, presolo per mano, pass sull'altra giunca che si trovava accostata alla nostra e gli mostr tutti i cadaveri che giacevano in coperta. Non avendolo trovato fra questi, fece calare in mare una barca e and di persona a cercarlo fra i morti che galleggiavano sull'acqua, dove lo trov con una profonda coltellata alla testa e una stoccata in mezzo al petto. Come l'ebbe issato a bordo e deposto in coperta, fu nuovamente chiesto al portoghese che avevamo salvato se il pirata fosse quello, ed egli rispose di s e che non poteva esservi alcun dubbio.
Antonio de Faria gli credette a cagione di una grossa catena d'oro che il cadavere portava addosso e alla quale era
appeso un idolo a due teste a forma di lucertola pure d'oro, con la coda e le zampe smaltate di verde e di nero. Trascinatolo allora a prua, gli tagliarono la testa, lo fecero a pezzi e lo gettarono in mare.
Ottenuta la vittoria nel modo che vi dissi, dopo aver curati i feriti e provveduto alla custodia dei prigionieri, si vollero enumerare le merci trovate in queste due giunche. Constatato che potevan valere poco pi di quarantamila taels, vennero subito affidate ad Antonio Burges, che era il depositario del bottino. Oltre a ci noi avevamo le due giunche, ma bench fossero quasi nuove dovemmo bruciarne una per mancanza di marinai. Trovammo anche diciassette pezzi di artiglieria di bronzo; la maggior parte di questi cannoni portava le armi del Portogallo, perch quel furfante li aveva rubati tutti sulle tre navi in cui aveva ucciso i quarantasei portoghesi di cui s' detto.
All'alba del giorno seguente, Antonio de Faria aveva in animo di ritornare alla foce del fiume, ma alcuni pescatori che aveva preso durante la notte lo avvertirono di non spingersi per nessuna ragione fino alla citt, perch gi si sapeva come avesse ucciso quel pirata; e gli spiegarono che il chileu, capitano e governatore di quella provincia, era sempre stato d'intesa col pirata, ottenendone in cambio un terzo del bottino. Per questa ragione, tutti ormai gli sarebbero stati ostili a tal punto, che se anche avesse dato loro la sua merce per nulla non l'avrebbero presa, e che tanto meno avrebbe potuto venderla.
E gli dissero che all'imboccatura del porto si trovavano gi due grandissimi zatteroni carichi di legna, barili di pece e altri materiali combustibili, che ci sarebbero stati spinti addosso accesi non appena avessimo dato fondo; e c'erano inoltre pi di duecento prahos carichi di arcieri e di soldati. Antonio de Faria, per consiglio di coloro che erano di ci esperti, acconsent a far rotta verso un altro porto chiamato Mutipinam, che si trova a quaranta leghe di distanza verso oriente, e che suole essere frequentato da ricchissimi mercanti, indigeni e stranieri, provenienti da Lauhos, da Pafuas e da Gueos, con grossi carichi d'argento.
Facemmo vela con tre giunche e il vascello nel quale eravamo partiti da Patane, e bordeggiando sotto costa a causa
del vento sfavorevole arrivammo a uno scoglio chiamato Tilaumera. dove le correnti contrarie ci obbligarono a dar fondo. Ce ne restammo cos all'ancora per tredici giorni, assai importunati da burrasche di prua e alquanto scarsi di viveri, quando la fortuna ci present verso sera quattro lantee (che sono una sorta di barche a remi), una delle quali trasportava una sposa ad un villaggio chiamato Panduree, distante nove leghe. E siccome venivano tutte pavesate a festa, suonando tamburi, timpani e campane, non si poteva udire assolutamente nulla pel frastuono. I nostri non comprendevano di che potesse trattarsi, e le credettero spie del capitano di Tanauquir, che venissero a cercarci. Allora Antonio de Faria fece subito sciogliere gli ormeggi e si prepar ad ogni evento, mentre con bandiere e segnali amichevoli attendeva che le lantee si accostassero. Queste, appena ci ebbero scorti tutti riuniti e con i loro stessi segnali di festa, credettero portassimo lo sposo venuto a riceverli e puntarono dritti su di noi. Poi dopo averci salutati secondo gli usi del luogo, se ne tornarono presso la riva ove diedero fondo.
Noi, che eravamo ben lontani dal renderci ragione di questo loro modo di agire, fummo tutti d'accordo col capitano nel ritenerli spie dell'armata che ci stava inseguendo, e che non avrebbe tardato molto ad apparire. Trascorsero in tali sospetti le ultime luci del giorno, e due ore della notte. Finch la sposa, che stava su una delle lantee, vedendo che il promesso non le andava incontro come sarebbe stato suo dovere, si decise a ci essa stessa, e per dimostrargli quanto lo amasse mand a bordo uno dei suoi zii con una lettera che cos suonava:
Se la debole e ritrosa natura femminile mi consentisse di venire a te senza perdere nulla della mia onest, il mio corpo volerebbe a baciare codesti tuoi tardi piedi con le ali veloci dell'affamato falcone tolto or ora di prigionia; ma, signor mio, dal momento che io sono venuta dalla casa di mio padre per cercarti, vieni ora tu dalla tua nave fino a questa barca, affinch io possa vederti; ma se non verrai da me nell'oscurit della notte, non so se alla luce del giorno potrai ancora trovarmi fra i vivi. Il mio zio Licorpinau ti dir ci che il mio cuore nasconde, perch mi mancano le
parole a ci rivelare e perch la mia anima non sopporta di essere privata della tua vista, come par consentire il tuo punto viril modo d'agire. Ti prego quindi di venire a me
o di acconsentire che io venga a te, senza negarmi l'amore che per averti sempre amato merito, affinch Dio nella sua giustizia, come castigo della tua ingratitudine, non ti tolga
i molti beni che hai ereditato dai tuoi vecchi genitori quand'eri bambino e dei quali, con questo matrimonio, devi rendermi padrona fino alla morte: ma voglia il Signore onnipotente che questa sia tenuta lontana da te, per tante migliaia di anni quanti sono i giri che il Sole e la Luna hanno dato al mondo dalla sua nascita.
Arrivata che fu la lantea sulla quale veniva lo zio della promessa con tale lettera, Antonio de Faria fece nascondere tutti i portoghesi, in modo che fossero in vista soltanto i cinesi che portavamo con noi come marinai, ad evitare cos ogni sospetto. La lantea si attracc molto sicuramente alla giunca e tre di quelli che vi venivano sopra salirono subito a bordo chiedendo dello sposo. La risposta che demmo loro fu di prenderli e gettarli gi dal boccaporto, e dato che tutti o almeno la maggior parte di loro erano ubbriachi, quelli ch'eran rimasti nella lantea non fecero in tempo n a sentire lo strepito fatto dai nostri, n ad allontanarsi; noi allora dall'alto della giunca passammo un cavo attorno al loro albero maestro e lo assicurammo in modo che non avrebbero potuto andarsene mai pi; quindi, dopo averli fatti saltare tutti in mare con alcune granate, sei o sette soldati con altrettanti marinai piombafono dentro la lantea e se ne impadronirono. Dovemmo poi andare subito a raccogliere quei poveretti che s'eran gettati in mare perch stavano affogando. Allorch questi furono raccolti e portati a bordo, Antonio de Faria and alla ricerca delle altre tre lantee che stavano sull'ancora alla distanza di circa un quarto di lega da dove ci trovavamo, e abbord per prima quella ove si trovava la sposa. Non incontr resistenza alcuna poich non v'erano a bordo armati, ma soltanto rematori e sei o sette uomini che dovevano essere di buona condizione a giudicare dalle lor vesti, e forse erano parenti venuti ad accompagnare l'infelice sposa. Trovammo inoltre due suoi fratelli piccoli, molto pallidi e spaventati, mentre i rimanenti
erano tutte donne d'et che sapevano suonare, che in tali occasioni vengono ingaggiate per denaro, secondo il costume cinese. Le altre due lantee, sentito il tumulto, salparono le ancore a mano e fuggirono a remi e a vela con tanta furia che sembravano inseguite dal demonio, ma neppure questo bast ad impedirci di prenderne una, s che delle quattro ce ne restarono tre. Fatto ci ritornammo a bordo e poich era ormai quasi la mezzanotte, ci limitammo a radunare tutto il bottino sulla giunca, mentre la gente che avevamo fatta prigioniera fu messa sotto coperta, ove rimase fino al mattino. Antonio de Faria, vedendo che era gente molto afflitta e che la maggior parte di loro eran donne anziane che non servivano a nulla, li fece sbarcare tutti a terra, trattenendo soltanto la fidanzata ed i suoi due fratelli ch'erano piccoli, pallidi e spaventati, assieme a venti marinai che ci furono molto utili per manovrare le due giunche e dei quali eravamo piuttosto a corto. Questa giovane, come poi si seppe, era figlia dell'anchacy di Colem, che sarebbe come un nostro governatore, ed era promessa al giovane figlio del chifuu, signore di Panduree, il quale le aveva scritto che sarebbe venuto ad attenderla in quel luogo con due o tre giunche di suo padre ch'era molto ricco. Ci spiega come mai ci avessero presi per lui. La sera dopo la nostra partenza da questo posto, al quale avevamo dato il nome della sposa, arriv lo sposo che veniva a cercarla con cinque giunche tutte pavesate e, passandoci vicino, ci salut con molti strumenti e segnali di gioia, senza neppure sospettare che noi avessimo in mano la promessa. E cos, tutto imbandierato e con molte tende di seta doppi la punta di Tilaumera, ove noi eravamo stati il giorno innanzi, e dove diede fondo per attendere la sua dama come le aveva scritto.
Noi proseguimmo lungo la nostra rotta e piacque al Signore che in tre giorni arrivassimo al porto di Mutipinam ove eravamo diretti, perch Antonio de Faria era stato informato che avremmo potuto vendervi il nostro bottino.
Antonio de Faria viene accolto a Mutipinam con tutti gli onori, ma fa appena in tempo a vendere la merce, che giunge
notizia del suo scontro col pirata del fiume Tanauquir.
L'improvvisa ostilit degli abitanti lo induce allora a far vela in gran premura.
Il giorno della Nativit della Madonna e cio l'8 settembre, ci trovavamo in un porto chiamato Madel, temendo l'approssimarsi del novilunio, che in questi luoghi  spesso accompagnato da piogge e tempeste di vento cos impetuose. chiamate tifoni in Cina, che non c' nave che riesca a fronteggiarle. Gi da tre o quattro giorni il tempo era nuvoloso e minacciava ci che temevamo, tanto che le giunche venivano a cercare il rifugio pi vicino; piacque allora al Signore che, fra le molte navi che erano entrate in questo porto, vi fosse quella di un famosissimo pirata chiamato Hinimalau. Egli era di nazione cinese, e da pagano qual era s'era da poco fatto mussulmano; pare anche, secondo quanto si diceva, che, istigato dai suoi nuovi capi maomettani, fosse divenuto s acerbo nemico dei cristiani, da affermare pubblicamente che Iddio gli doveva il cielo per i grandi servigi che gli aveva reso sulla terra, col far scomparire a poco a poco la mala stirpe dei portoghesi. E con queste parole ed altre simili, andava dicendo di noi cose s turpi e abominevoli, da non potersi nemmeno immaginare.
Questo pirata era entrato dentro il fiume su di una grossa ed alta giunca, mentre i suoi uomini erano tutti occupati ad ammainare le vele per il forte vento e i piovaschi. Passando vicino al punto dove noi stavamo all'ancora, e non avendoci riconosciuti per portoghesi, ci salut secondo l'uso del luogo; noi rispondemmo allo stesso modo, credendoli cinesi al par degli altri che venivano costantemente a rifugiarsi in quel porto per sfuggire al maltempo. Ma in quel momento cinque giovani prigionieri cristiani ch'erano a bordo della giunca ci riconobbero, e si misero a gridare tutti assieme per tre volte:
Signore Iddio, misericordia!
Udendo queste grida, ci alzammo tutti per veder che si fosse, ben lungi dall'immaginare ci che sarebbe accaduto dopo. E vedendo che erano cristiani, ordinammo subito a quei marinai di ammainare le vele, ma essi non se ne dettero per inteso; anzi, a mo' di scherno, si misero a battere un tamburo e ci diedero la baia per tre volte, minacciandoci
con le scimitarre sguainate. Come ebbero gettato l'ancora a circa un quarto di lega davanti a noi, Antonio de Faria volle sapere chi fossero e sped verso di loro una barca ben munita di gente e d'armi; ma appena questa si fu accostata alla giunca i nostri ricevettero addosso una tale scarica di pietre, che per poco non furono tutti uccisi.
Se ne tornarono quindi assai pesti; il solo portoghese che si trovava con loro ricevette due potenti sassate. Antonio de Faria, vedendolo tornare tutto grondante sangue, volle sapere con chi s'avesse a che fare, ed egli rispose:
Mio signore, non so chi siano, ma guardate come ci hanno ridotto.
E mostrandogli le sue due ferite al capo egli raccont come fossero stati accolti. Antonio de Faria rimase molto perplesso per lungo tempo, ma poi, fissandoci bene negli occhi, ci disse:
Signori e fratelli miei, tenetevi tutti pronti perch dobbiamo sapere chi essi siano, in nome di Cristo. Io suppongo sia proprio quel cane di Coja Acem, e chiss che oggi egli non ci ripaghi bene la nostra merce.
Dopo queste parole fece subito salpare le ancore, e nel pi breve tempo possibile fece vela con tutte le tre giunche e le lantee; come giunse a tiro di spingarda dalla giunca, la salut con una salva di trentasei cannoni, dei quali dodici erano falconetti e cortaldi e uno di bronzo che tirava palle di metallo. I nemici rimasero cos intimoriti che per il momento non seppero far di meglio se non recidere le gomene per andare a rompere sulla spiaggia. Ma la manovra non riusc come volevano perch Antonio de Faria, compreso il loro intento, li prevenne abbordandoli con tutta la forza delle giunche e delle lantee che aveva con s. La battaglia divenne terribile, con scambi di coltellate fra quelli che erano vicini e lancio di dardi e palle infuocate fra quelli che stavan lontani, mentre pi di cento archibugi sparavano continuamente. La mischia fu tale, che per quasi mezz'ora non vi fu vantaggio n da una parte n dall'altra, ma alla fine il Signore volle che i nemici, feriti e bruciacchiati, si gettassero tutti in mare. Noi allora salutammo la vittoria con alte grida di gioia.
Antonio de Faria, vedendo che i nemici caduti in acqua,
non potendo resistere all'impeto della corrente, stavan tutti affogando, si cal in mare con due barche assieme ad alcuni soldati e, senza perdere un istante, ne salv sedici, che non volle lasciar morire come gli altri, avendo gran bisogno di una ciurma per le lantee, dacch nell'ultima mischia la pi parte dei marinai eran periti.
Ottenuta la vittoria nel modo che vi dissi, la nostra prima cura fu di medicare i feriti; poi, avendo Antonio de Faria saputo che uno dei sedici uomini da lui salvati era il capo dei pirati, lo fece condurre alla sua presenza. Dopo avergli fatto curare le due ferite che aveva ricevuto, gli chiese dei cinque portoghesi, ma egli rispose ostinatamente di non saperne nulla. Interrogato nuovamente, questa volta con minacce, egli chiese che gli dessimo un po' d'acqua, perch aveva la gola riarsa, e non poteva parlare; appena questa gli fu portata, si mise a berla cos avidamente che la vers quasi tutta e, dacch non era ancora soddisfatto, ne chiese dell'altra aggiungendo che, se lo avessimo ben dissetato, giurava sulla religione di Maometto e su tutto il Corano di confessare qualsiasi cosa avessimo voluto sapere da lui. Antonio de Faria gliela fece portare subito con un vaso di dolci, che egli non volle assaggiare, ma bevve invece una grande quantit d'acqua. Allorch fu nuovamente interrogato in merito a quei giovani cristiani, rispose che li avremmo trovati nella stiva di prua. Antonio de Faria ordin a tre soldati di andarli a cercare e questi, appena ebbero aperto il boccaporto per chiamarli, videro che giacevano tutti sul fondo sgozzati; e rimasero tanto sbigottiti che si misero a urlare con quanta forza avevano in corpo:
Ges, Ges, Ges, Vossignoria venga qui e vedr una cosa orribile!
Antonio de Faria si precipit a prua con tutti quelli che gli stavano vicino, e vedendo i giovani tutti morti uno addosso all'altro, non seppe trattenere le lacrime. Alz gli occhi al Cielo, e sollevando le mani disse con voce alta e triste:
Benedetto sii tu, Signore Ges Cristo, per la tua piet e misericordia nel sopportare una s grave offesa.
Quando i cadaveri vennero trasportati sul cassero, non vi
fu alcuno che potesse trattenere le lacrime, specialmente nel vedere una donna e due bambini di sei o sette anni, entrambi molto belli e innocenti, decapitati senza piet, mentre i cinque giovani che ci avevano chiamati erano divisi da sommo ad uno e con le viscere fuori del corpo.
Antonio de Faria, tornando a sedersi, domand al corsaro la ragione di s gran crudelt su quei miseri innocenti. Rispose ch'era un giusto castigo di que' traditori, per avergli tirato addosso i suoi nemici e per aver invocato l'aiuto del loro Dio; quanto ai due fanciulli, bastava che fossero figli di portoghesi per meritare la morte. Rispose con altrettanta albagia ad alcune altre domande, e le sue parole erano cos piene di odio che pareva un vero demonio. Richiesto se fosse cristiano rispose di no, ma che lo era stato al tempo in cui Paolo da Gama era capitano a Malacca; Antonio de Faria gli chiese allora, giacch era stato cristiano, che cosa lo avesse indotto ad abiurare la religione di Cristo, nella quale era certo della sua salvezza, per seguire quella di Maometto, da cui non avrebbe potuto avere speranza alcuna sulla salvezza della sua anima. Egli spieg allora che da quando s'era fatto cristiano, i portoghesi l'avevano sempre disprezzato, mentre prima,. come pagano, gli parlavano tutti tenendosi in mano il cappello, e lo chiamavano quiay necod (ch'era come dire signor capitano). Dopo che si fu fatto cristiano, invece, lo avevano tenuto in poco conto, ed egli allora si era fatto mussulmano a Bintam, ove il re Jantana, che aveva assistito alla cerimonia, lo aveva sempre trattato con molti onori, e tutti i mandarini lo chiamavano fratello. In quell'occasione egli aveva promesso, e l'aveva anche giurato sul Libro dei fiori(1), che fino a quando avesse avuto vita sarebbe stato un acerrimo nemico dei portoghesi, e di qualsiasi altra persona che professasse la legge cristiana. Questa sua determinazione era stata assai lodata dal re e dal santone Moulana, ed essi lo avevano anche assicurato che, cos facendo, la sua anima sarebbe stata salva.
Gli fu chiesto allora da quanto tempo s'era dato alla pirateria, quali navi portoghesi aveva preso, quanti uomini aveva ucciso e quante merci rubate. Egli rispose che, da sette anni a questa parte, la prima nave che aveva catturato
era una giunca di Luigi de Pavia nel fiume di Liampo, con quattrocento bahars di pepe ma senza altre mercanzie, e su questa aveva ucciso diciotto portoghesi, oltre ai loro schiavi, ma di questi non aveva tenuto conto, in quanto non era gente che rientrasse nel giuramento da lui fatto. Poi, per un caso di fortuna, aveva preso in mare altre quattro navi, sulle quali aveva ucciso circa quattrocento persone, delle quali per non pi di settanta erano portoghesi. In tutto poteva aver rubato dai millecinquecento ai milleseicento bahars di pepe e altre merci, di cui per il re di Pam aveva subito tolto pi della met, per accoglierlo nella sua terra e proteggerlo dai portoghesi; in cambio gli aveva dato quei cento uomini ch'erano con lui e che lo ubbidivano come se fosse un re.
Richiesto se avesse ucciso altri portoghesi o se avesse prestato aiuto a farlo rispose di no, ma che due anni prima, essendo egli nel fiume Chaoadoquec sulla costa cinese, era arrivata una grossa giunca con molti portoghesi. La comandava un suo amico chiamato Ruy Lobo (che Stefano de Gama, governatore di Malacca, aveva mandato per commerciare). Questi, dopo aver venduto la sua merce, se n'era uscito dal porto tutto imbandierato per aver fatto buoni affari, ma dopo cinque giorni di navigazione gli s'era aperta una grossa falla nella giunca, e, non riuscendo a ripararla, era stato costretto a dirigersi nuovamente verso il porto donde era prtito. Mentre stava navigando con vento fresco con tutte le vele spiegate per giunger prima, improvvisamente col a picco. Da questo naufragio s'eran salvati soltanto Ruy Lobo con diciassette portoghesi e alcuni schiavi, e se ne venivano tutti su di una piccola barca verso l'isola di Lamau, senza vela, acqua o cibo alcuno. Confidando Ruy Lobo nella loro vecchia amicizia, gli aveva chiesto piangendo e in ginocchio di prenderlo a bordo della sua giunca, con la quale stava facendo rotta per Patane, promettendogli e giurandogli da cristiano che lo avrebbe ricompensato con duemila cruzados. Egli aveva accettato, ma, dopo averlo preso a bordo, i maomettani l'avevano consigliato di non fidarsi dell'amicizia d'un cristiano se non voleva perdere la vita, perch, a loro modo di vedere, non appena si fossero rimessi in forze, gli avrebbero portato via la giunca con
tutte le merci, essendo questo il loro costume in qualsiasi luogo si trovassero. Temendo quindi potesse avverarsi ci che gli avevano detto i mussulmani, una notte li aveva uccisi tutti mentre stavano dormendo, bench di ci si fosse poi pentito varie volte.
Antonio de Faria e quanti gli stavano attorno tanto si sdegnarono all'udire un'azione cos ignobile, che non vollero saper altro, e uccisero il pirata e gli altri quattro ch'eran ancora vivi, e li gettarono in mare.
Fatta giustizia del pirata e degli altri, si provvide a enumerare le cose predate nella giunca, e le si valut a quasi quarantamila taels di seta, stoffe, damasco, muschio e porcellane pregiate, ma fummo costretti a bruciare tutto assieme alla giunca, non avendo equipaggio per governarla. I cinesi furono cos colpiti da tal modo di procedere, che paventarono di poi anche il solo nome dei portoghesi. I necod, capitani delle altre giunche che si trovavano nel porto, vedendo che avremmo potuto fare altrettanto di loro, si adunarono tutti in consiglio, che essi chiamano bchara, ed elessero due fra i pi onorati ed abili fra loro, affinch si recassero da Antonio de Faria in qualit di ambasciatori, per dirgli che lo pregavano, come re del mare, di prenderli sotto la sua protezione, affinch potessero proseguire nei loro viaggi prima della fine dei monsoni. In cambio di ci gli avrebbero pagato un tributo, come suoi sudditi e schiavi, di ventimila taels d'argento, che gli sarebbero stati consegnati immediatamente.
Antonio de Faria li ricevette molto cortesemente e concesse loro quanto gli chiedevano, giurando di prenderli sotto la sua protezione, e che da quel momento nessuno avrebbe pi toccato le loro merci. Mentre uno dei due rimaneva l come ostaggio dei ventimila taels, l'altro se ne and per prendere l'argento e lo rec a bordo in meno di un'ora, con l'aggiunta d'un regalo di ricche stoffe mandategli dai necod. E volendo Antonio de Faria favorire uno dei suoi uomini chiamato Costa, lo fece scrivano dei salvacondotti che si dovevano consegnare ai necod, e questi impose subito una tassa di cinque taels ciascuno per le giunche e di due per le lantee e le barche. In tal modo nei soli tredici giorni che
dur la consegna di queste carte, a detta dei molti che lo invidiavano, egli guadagn pi di quattromila taels d'argento, oltre a moltissime stoffe che tutti gli davan perch le preparasse pi in fretta. Il contenuto di questi salvacondotti era il seguente: Prendo sotto la mia protezione il necod... (e qui seguiva il nome) perch egli possa navigare liberamente per tutta la costa della Cina, senza essere molestato da alcuno dei miei, purch, ovunque veda dei portoghesi, li tratti da fratelli. Firmato: Antonio de Faria. Questi salvacondotti furono osservati molto scrupolosamente e in tutta buona fede. In seguito a ci Antonio de Faria divenne cos temuto su tutta questa csta che lo stesso chaem dell'isola di Hainan (che  a un dipresso vicer) gli mand un ricco dono di perle e di monete d'oro, scrivendogli anche una lettera nella quale diceva che sarebbe stato molto contento se egli avesse voluto mettersi alle dipendenze del Figlio del Sole, per servirlo come capitano della costa da Limau fino a Liampo, con diecimila taels di stipendio all'anno. Se poi lo avesse servito bene e si fosse dimostrato all'altezza della sua fama, lo assicurava che, al termine di tre anni, lo avrebbe elevato al rango di uno dei quaranta chaem del governo, con pieni poteri giurisdizionali; gli ricordava poi che da tal rango, un uomo come lui, se leale, poteva anche divenire uno dei dodici ministri, coi quali il Figlio del Sole aveva rapporti molto stretti e che erano persone onorate e potenti, con un appannaggio di centomila taels.
Antonio de Faria ringrazi moltissimo per l'offerta, e si scus con parole assai cortesi, nella forma usata da quella gente, dicendo che non si sentiva degno di tale onore, ma che, senza compenso alcuno, sarebbe stato disposto a servire i ministri di Pechino ogni qualvolta lo avessero mandato a chiamare.
Gi da sette mesi e mezzo percorrevamo quest'insenatura da un lato all'altro, da fiume a fiume, sulla costa settentrionale e su quella meridionale dell'isola di Hainan, senza che Antonio de Faria riuscisse, in tutto questo tempo, ad avere una qualsifosse notizia di Coja Acem.
I soldati, stanchi di questa fatica che durava da tanto tempo, si riunirono tutti e gli chiesero di fare una esatta divisione
delle prede, perch con ci che loro spettava volevano
andarsene in India o dove meglio credessero. Questa richiesta caus forti dissapori, ma alla fine si convenne di scegliere il Siam per passare l'inverno e per vendervi le mercanzie che si trovavano a bordo delle giunche; e dopo averle voltate in oro si sarebbe fatta la ripartizione che tutti volevano. Poi che questo accordo fu giurato e firmato da tutti, si and a dar fondo in un'isola detta dei Ladroni, pi lontana dall'insenatura di tutte le altre, per poter iniziare l il nostro viaggio, col primo soffio dei monsoni.
Ci trovavamo in questo luogo gi da dodici giorni e tutti erano grandemente impazienti d'iniziare il viaggio di ritorno, quando la sorte volle che in congiunzione del novilunio di ottobre, da noi sempre temuto, si levasse una furiosa tempesta di pioggia e di vento, come mai s'era vista l'eguale. Ci mancavano le gomene, e quelle poche che avevamo eran mezze fracide: tosto che il mare incominci a gonfiare, il vento di sud-est ecco c'invest allo scoperto al traverso della costa, e fece sollevare altissime onde. Tutto tentammo per salvarci: tagliammo gli alberi, disfecimo i castelli e le opere morte di poppa e di prua, gettammo a mare il ponte e le merci, dieinmo mano alle pompe, imbracammo con cavi e cime, per assicurarli in qualche altro posto, i grossi cannoni che s'erano allontanati dai loro ripari, ma nulla di tutto ci valse a salvarci. La notte s'era fatta s oscura, il tempo s freddo, il mare, il vento e la tempesta s furibondi, che nulla ormai poteva pi esserci di aiuto, se non la misericordia del Signore, che tutti noi invocavamo con alte grida e molte lacrime. Ma come i nostri peccati non ci rendevano meritevoli di questa grazia, la sua divina giustizia volle che due ore dopo la mezzanotte c'investisse un colpo di vento di tale violenza, che spinse tutti quattro i nostri vascelli contro la costa, dove si stritolarono.
Perirono cinquecentottantasei uomini, fra cui ventotto portoghesi. Quelli che si salvarono per la misericordia del Signore (cinquantatr in tutto, di cui ventidue portoghesi, e gli altri schiavi e marinai), si rifugiarono cos nudi e feriti in un pantano, ove rimasero fino all'alba. Come il sole si fu alzato, tornammo sulla spiaggia che trovammo tutta cosparsa di cadaveri, e fu uno spettacolo cos pauroso e pietoso che tutti si lasciarono cadere a terra inorriditi.
Piangemmo sconsolati sui cadaveri dei nostri compagni ed
alcuni rivolsero contro se stessi la loro disperazione, battendosi il corpo con le mani. Questo dur quasi fino al tramonto, ma poi Antonio de Faria, che per grazia del Signore e non senza un certo sollievo da parte nostra era fra quelli che s'eran salvati, reprimendo quel dolore che gli altri non riuscivano a dissimulare, venne in mezzo a noi vestito d'un drappo che aveva tolto ad un morto, e col viso sereno e gli occhi asciutti, ci esort con un breve discorso a non perderci di coraggio.
Dopo aver accennato all'incostanza e alla vanit delle cose del mondo, ci chiese come un fratello di metterci al lavoro con tutte le nostre forze, cercando di dimenticare quanto era accaduto, dacch il ricordo ad altro non serviva che a rattristarci. Se ci fossimo soffermati un momento a considerare la disperata situazione in cui ci trovavamo per colpa dei nostri peccati, avremmo certamente compreso la necessit di seguire il suo consiglio. Egli aveva fede in Dio ed era certo che, quantunque l'isola fosse deserta, in quella spessa foresta avremmo trovato di che sostenerci, perch dovevamo credere che il Signore non avrebbe mai permesso disgrazie le quali non fossero la fonte di beni assai maggiori. A cagion di ci egli sperava, ed era fermamente convinto che, se l avevamo perso cinquecentomila cruzados, ben presto ne avremmo guadagnati pi di seicentomila.
Tutti noi ascoltammo questo suo breve discorso, con molte lacrime e assai sconsolati. Passammo poi due giorni e mezzo a seppellire i morti che giacevano sulla spiaggia e salvammo anche certe provviste tutte molli d'acqua salata per sostenerci, ma, bench ve ne fossero molte, esse durarono soltanto per cinque dei quindici giorni che ivi passammo, poich l'acqua di mare in cui erano state immerse per qualche tempo le fece marcire rendendole immangiabili.
Passati fra grandi stenti questi quindici giorni, piacque al Signore che non abbandona mai coloro i quali hanno fede in Lui, di portarci una miracolosa salvezza e cos, da nudi e derelitti come ci trovavamo, riuscimmo a salvarci nel modo che vi dir.
Tutti quelli che erano scampati al terribile naufragio di
cui vi ho detto, andavano nudi e scalzi per la spiaggia e la foresta, e si erano talmente indeboliti per il freddo e la fame che molti cadevano morti parlando. Ci non era dovuto tanto alla mancanza di provvigioni, quanto al fatto che il nostro cibo era marcio e puzzolente al punto da non poterlo pi mettere in bocca. Ma la natura del Signore  cos infinitamente buona, che non v' luogo s remoto, o isola s deserta, ove egli non possa soccorrere le miserie dei peccatori, e gli effetti della sua divina misericordia sono a volte s inusitati che, osservandoli bene, possiamo riconoscerli chiaramente, pi per opere miracolose della sua divina mano, che per avvenimenti i quali rientrino nel corso naturale delle cose, come spesso il nostro debole intelletto vorrebbe farci ritenere.
Dico ci perch un d che stavamo celebrando la festa dell'Arcangelo San Michele e piangevamo con tanta sfiducia nell'aiuto umano, quanta ce ne dava la nostra debolezza e poca fede, vedemmo volare sopra di noi un uccello di rapina, che s'era levato in alto dalla punta che l'isola formava a mezzogiorno e, volteggiando per l'aria con le ali tese, lasci cadere un cefalo fresco della lunghezza di quasi un palmo, che fin presso ad Antonio de Faria.
Questi rimase ad osservare il pesce, attonito e incerto per un certo tempo. Poi, resosi conto di che fosse, si pose in ginocchio, e mentre copiose lacrime gli solcavano il viso, trasse un grande sospiro dal profondo del petto e disse:
Signore Ges Cristo, figlio eterno di Dio, io ti chiedo umilmente, per i dolori della tua santa passione, di non condannarci per la sfiducia nata in noi dalla nostra disgrazia e dalla nostra debolezza, perch credo fermamente che, quale tu fosti anticamente per Daniele nella fossa dei leoni, allorch per il profeta Abacuc lo facesti salvo, cotale, per la tua misericordia, sarai ora per noi, e lo sarai in ogni luogo ove un qualunque peccatore si rivolga a te con fede salda e con speranza; per la qual cosa, mio Signore e mio Dio, ti chiedo, non per me ma per te e per la intercessione di questo tuo santo angelo la cui festa la tua santa chiesa celebra oggi, di non volgere i tuoi occhi su ci che noi meritiamo, bens su ci che tu hai meritato per noi, affinch ti piaccia concederci la salvezza che attendiamo da te, e, nella tua misericordia, tu ci
mandi ci che possa riportarci alla terra dei cristiani, ove, perseverando nel tuo santo servizio ci sia concesso morire da fedeli.
Ora, guardando verso il punto onde era venuto il rapace, ne vedemmo molti altri che volteggiavano nell'aria, e si abbassavano: e questo ci fece sospettare che laggi potesse esservi selvaggina, o qualche carogna, di cui si cibassero. Ed essendo tutti molto desiderosi di trovare qualche rimedio, che potesse dar sollievo ai nostri ammalati, i quali erano di molto numerosi, ci dirigemmo verso quel luogo in processione, per muovere a piet il cielo con le orazioni e le lacrime. Arrivati sulla sommit della collina, vedemmo in basso un'ampia valle con alberi carichi di frutta e traversata da un corso d'acqua dolce. Nello scendere la collina, il Signore ci fece trovare un cervo scannato di fresco, che una tigre incominciava a divorare: mettendoci allora a gridare tutti insieme, facemmo fuggire il felino che and a nascondersi nel folto della foresta, abbandonandoci la sua preda.
Interpretando questo come un buon auspicio, scendemmo verso la riva dove ci accampammo per la notte, e facemmo un lauto banchetto con la carne del cervo e con molti cefali che prendemmo con l'astuzia. Il fiume infatti pullulava di questi pesci e i numerosi uccelli che avevamo visto prima, abbassandosi sull'acqua, ne prendevano in gran numero, ma poi, spaventati dalle nostre grida, spesso si lasciavano cadere la preda dagli artigli.
Continuammo questa nostra pesca lungo la riva dal luned fino al sabato seguente, giorno in cui vedemmo una nave dirigersi verso la costa. Non sapendo se questa avrebbe gettato l'ancora nella rada o no, scendemmo alla spiaggia dove avevamo fatto naufragio, e dopo quasi mezz'ora, accortici che era piccola, ci nascondemmo nel folto della foresta perch non ci vedessero.
Allorch questa imbarcazione, che era una bella lantea a remi, fu arrivata nella rada, il suo equipaggio la leg con due gomene a poppa e a prua, per discendere pi facilmente con una tavola. Circa trenta uomini saltarono tosto sul lido, per farvi provviste di acqua e di legna per lavare i loro indumenti e prepararsi il cibo, mentre altri s'esercitavano nella
lotta e in altri esercizi, ben lungi dal sospettare che potesse esservi qualcuno l a spiarli.
Antonio de Faria, vedendoli tutti senza timore e senz'ordine, giudic non fosse restato nella lantea alcuno che potesse resisterci, e, raccoltici tutti intorno a lui, ci disse:
Ben vedete, signori e fratelli miei, il triste stato in cui ci hanno condotti i nostri peccati, anzi io credo e vi confesso che soltanto i miei furono la causa della nostra disgrazia; ma siccome il nostro Signore  infinitamente misericordioso, spero egli non voglia permettere che noi terminiamo qui cos miseramente i nostri giorni. E bench sappia inutile il rammentarvi quanto sia importante per noi prodigarci per prendere questa imbarcazione che il Signore ci ha ora mandato qui in modo tanto miracoloso, tuttavia voglio ricordarvelo, affinch l'attacchiamo tutti assieme col suo santo nome sulle labbra, e, prima che ci sentano, possiamo trovarci tutti dentro di essa. Appena l'avremo presa, vi chiedo che non pensiate ad altro se non ad impossessarvi delle armi che vi troveremo, affinch con esse ci si possa difendere ed impadronire di ci da cui dopo Dio dipende ogni nostra salvezza; quando io invocher per tre volte il nome di Ges, fate ci che mi vedrete fare.
Tutti gli risposero allora che l'avrebbero obbedito alla lettera. Dopo che ci fummo preparati in modo appropriato a s buon proposito, Antonio de Faria diede il segnale convenuto e si mise a correre. Noi gli andammo tutti dietro e, arrivati alla lantea, ce ne impadronimmo senza incontrare opposizione; poi, disciolte le due gomene con le quali era attraccata, ci allontanammo dalla riva di un tiro di balestra.
I cinesi, sorpresi da questo avvenimento, appena ebbero udito questo tumulto, si diedero a correre in gran fretta verso la spiaggia, e, vedendo che l'imbarcazione era presa, rimasero tanto sbalorditi che nessuno di loro seppe pi cosa fare. Noi sparammo contro di loro un falconetto ch'era nella lantea, onde si diedero tutti alla fuga verso il bosco, per piangervi senza dubbio la loro sventura, come noi fino a quel momento avevamo pianto la nostra.
Giunto all'isoletta di Quintoo, Antonio de Faria s'impadronisce
di una piccola giunca, con la quale arriva sino a Liampo. Qui un pirata amico dei portoghesi, Quiay Panjfim, gli si offre come alleato, chiedendo, in cambio del proprio aiuto, un terzo dei bottini che avrebbero fatto insieme. Faria accetta, e giura solennemente di tener fede al patto.
Proseguendo assieme la caccia a Coja Acem, apprendono che si trova all'ancora nel fiume Tinlau: e riescono finalmente a sorprenderlo.
Veleggiando su per il fiume, col vento e il mare che Nostro Signore ci dava In quel momento, in meno di un'ora arrivammo dove stavano i nemici: i quali, fin allora, non avevano avuto sentore del nostro arrivo. Ma erano ladroni, e perci avevano paura della gente di terra, alla quale tutti i giorni facevano male azioni e ruberie. E stavan perci con gli orecchi bene aperti, e tenevano d'ogni parte scolte e sentinelle. Sicch, quando ci videro, suonarono la campana con grandissimo allarme, e alla fine fu tale il rumore e l'animazione della gente, tanto di quelli che stavano a terra, quanto di quelli che stavano sulle navi, che non v'era nessuno che pi riuscisse a capir niente. Faria, vedendo quel subbuglio, subito prese a gridare:
All'armi, signori e fratelli miei! All'armi! Correte! Dategli addosso prima che le loro feluche gli portino soccorso! In nome di Cristo! Per san Giacomo!
Sparando la nostra artiglieria tutta assieme, e, come piacque a Dio, con molta precisione, dei pi animosi, che gi erano arrivati sopra il cassero, la maggior parte ricadde gi fatta a pezzi, e ci fu da noi preso per buon augurio.
E dopo questo i nostri archibugieri, che saran stati centosessanta, sparando tutti gli archibugi, conforme all'ordine che gli era stato dato, convergendo il fuoco da ambe le giunche, produssero tanti vuoti nella moltitudine, che ormai nessuno dei nemici osava mostrarsi.
Le nostre due giunche arrembarono le due nemiche, e la mischia si accese cos furibonda che, a dire il vero, neanch'io potrei descrivere minutamente quel che allora successe, sebbene io fossi presente, perch in quel momento la luce era scarsa. E la furia dei nemici, e la nostra, era tanta, insieme con lo strepito dei
tamburi, dei cembali e delle campane, e le grida e gli urli degli uni e degli altri, accompagnati da molti spari di artiglieria e di archibugeria, e sulla terra dal rimbombar degli echi per la concavit delle valli, che la nostra carne tremava di paura.
Durata cos la zuffa per lo spazio di un quarto d'ora, feluche e lantee portarono da terra al nemico rinforzi di molta gente fresca. Ordunque, ci vedendo un tal Diego Meirelez, che veniva sulla giunca di Quiay Paniam e vedendo inoltre che il capitano delle artiglierie, dei tiri che faceva, nessuno riusciva a portare a segno, per esser tanto spaventato e fuori di s che non sapeva quel che faceva, e stando detto capitano per dar fuoco a un cannone mal puntato, lo spinse daccanto cos rudemente che cadde in un boccaporto e gli disse:
Fatti in l, cialtrone, che non vali niente; questa  faccenda da uomini come me, e non da pari tuoi! E puntando il cannone a regola di mira, nel che era molto esperto, diede fuoco al pezzo, il quale era caricato con palle e pietrame, e, presa la prima feluca che navigava davanti a tutte come capitana delle quattro, la disfece tutta da poppa a prua, da dritta, e poich tutto rase fino al livello dell'acqua, il legno in un momento se ne and a fondo senza che si potesse salvare persona alcuna.
Dunque la raffica pass oltre, spazzando il ponte dell'altra feluca, la quale veniva un poco pi indietro, e uccise il suo capitano, e sei o sette che stavano insieme a lui. Sicch le altre due n'ebbero s gran spavento che, cercando di virar di bordo e volgere a terra, s'imbrigarono tra loro nelle manovre delle vele, in maniera che non poterono pi distrigarsi; e cos prese l'una nell'altra, rimasero immobilizzate senza poter andare avanti n indietro.
Vedendo allora i capitani delle nostre due feluche, i quali si chiamavano Gaspare d'Oliveira e Vicente Morosa, il tempo ormai giunto per portare a termine il piano preordinato, ed essendo onoratamente invidiosi l'uno del valore dell'altro, insieme si avvicinarono alle navi nemiche, rovesciando su esse gran numero di granate, s che presero fuoco e cos insieme come stavano arsero incontinente; e la maggior parte degli uomini che vi erano imbarcati si gettarono in mare, e i nostri li uccisero tutti a colpi di picca senza lasciarne uno
vivo. Solo in queste tre navi morirono pi di duecento persone. L'altra, il cui capitano era stato ucciso, non riusc a fuggire neppure essa. Quiay Paniam la insegu col suo sampan, che era la barca della sua giunca, e riusc a raggiungerla gi vicina a terra, ma ormai priva di gente, perch tutti si erano gettati in mare, e la maggior parte si era persa sugli scogli prossimi alla spiaggia.
A questa vista i nemici che ancora stavano sulle giunche, e potevano essere pressapoco centocinquanta, e tutti mori e borneani, con qualche giavanese, presero a disperare in tal maniera che molti cominciavano ormai a buttarsi in mare.
Quel cane di Coja Acem, che fino a quel momento non s'era fatto vedere, cerc con gran fretta di por rimedio allo smarrimento che vedeva nei suoi. Era coperto d'un corsaletto a lamine di seta cremisi, con frange d'oro, ch'era stato di portoghesi. E gridando a gran voce perch tutti lo udissero, disse per tre volte:
- Lah hilah hilah lah Muhmed rosol halah!(2). O mussulmani, e uomini giusti nella santa legge di Maometto, come vi lasciate vincere da una gente tanto inetta quali sono que sti cani, senza pi animo di galline bianche e donne barbute? Addosso, addosso a loro! A nostro vantaggio sta la promessa del Libro dei fiori, nel quale il profeta Noby(3) colm di delizie i dervisci della casa della Mecca. E cos far oggi per voi e per me, se ci bagneremo del sangue di questi cani senza legge!
Quelle maledette parole del diavolo li eccitarono a tal punto che, radunatisi tutti insieme, tornarono a voltarsi contro di noi, con tanta violenza che faceva spavento a vederli come si gettavano sulle nostre spade. Neanche Antonio de Faria se ne stette cheto, e gridando a sua volta ai suoi cos disse:
Cristiani e signori miei! Se costoro si son dati animo in nome di quella maledetta setta diabolica, facciamo prova di coraggio anche noi, per Cristo nostro signore, messo in croce per noi: il
quale non pu abbandonarci, per quanto peccatori siamo; giacch infine siamo suoi fedeli, e questi cani non lo sono.
Rianimato da questo fervore e zelo di fede salt addosso a Coja Acem con furia e gli diede con la spada, che teneva con ambe le mani, un s gran fendente sul capo, che gli tagli il camaglio e lo fece stramazzare al suolo. Poi con un rovescione gli spezz ambo le gambe, che mai pi non si pot levar ritto.
Quando videro il loro capo cos conciato, i suoi diedero un gran grido, balzarono addosso ad Antonio de Faria, e si misurarono con lui, cinque o sei, con tanto animo e coraggio da non far nessun conto dei trenta portoghesi che lo attorniavano, e gli diedero due coltellate che quasi lo stesero a terra.
A questa vista i nostri corsero presto a dargli man forte: e, con l'aiuto di Nostro Signore, riuscirono in men che non si dican due credi ad ammucchiar sopra il corpo di Coja Acem quarantotto nemici. E dei nostri rimasero sul campo soltanto quattordici di cui solo cinque eran portoghesi, e gli altri servi schiavi, molto buoni cristiani e molto leali.
Ormai quelli che rimanevano cominciavano a cedere; e si ritirarono disordinatamente verso il castello di prua con l'intenzione di fortificarsi. Al che venti soldati, dei trenta che stavano nella giunca di Quiay Paniam, accorsero prontamente, e prendendoli di fronte prima che si impadronissero del luogo cui tendevano, li strinsero sicch quelli si buttarono in mare con tanta confusione che gli uni cadevano addosso agli altri.
Animatisi intanto i nostri, col nome di Ges Cristo nostro signore, che chiamavano a gran voce, e con la vista ormai certa della vittoria, e per il molto onore che avevano conquistato, finirono di uccidere i nemici: li ammazzarono tutti, non lasciarono vivi altro che cinque o sei, che presero prigionieri, legarono piedi e mani, e buttarono nella stiva, per interrogarli con tortura.
Ma quelli, timorosi della sorte che si aspettavano finirono per squarciarsi a morsi la gola gli uni con gli altri. E cos i nostri servi li fecero a pezzi e li gettarono in mare in compagnia di quel cane di Coja Acem, loro capitano e cacs
maggiore del re di Bintam e distruttore e bevitore del sangue portoghese: cos egli si nominava nelle sue lettere, e pubblicamente diceva a tutti i mori, i quali, per il rispetto che ne avevano, e per le superstizioni della loro maledetta setta, molto lo avevano fin l venerato.


Note.
1. Il Corano.
2. Cosi Mendes Pinto trascrive la formula della professione di fede islamica: L 'ilh 'ill 'llh wa-Mhammad rasl 'llh (Non c' altro dio che Iddio e Maometto  l'inviato di Dio).
3.  l'arabo nabi (profeta): Mendes Pinto scambia l'appellativo per un nome.


Francisco da Zaratei: Incontro in mare con Drake.

Francis Drake (il pi grande corsaro inglese con Sir Walter Raleigh e Richard Dawkins, e senz'altro il pi famoso del mondo), gi capitano a soli ventidue anni, si acquist una tale fama sulle coste atlantiche dell'America Centrale, e nella guerra d'Irlanda, che ottenne il patrocinio della stessa regina Elisabetta al suo grande progetto: rifare il cammino di Magellano e andar cos a colpire gli spagnoli in acque dove nessun inglese aveva ancor navigato.
Partito dall'Inghilterra il 17 dicembre 1577, pass lo Stretto di Magellano e port il terrore sulle coste del Cile e del Per. Al largo delle coste occidentali del Guatemala fra l'altro avvenne l'incontro con un bastimento appartenente a Francisco da Zarate, il quale scrisse la seguente lettera a don Martin Enriquez, vicer della Nuova Spagna.
Drake torn a Plymouth il 26 settembre 1580; in segno di straordinario onore verso il suo primo suddito circumnavigatore del globo la Vergine Regina si rec a visitarne la nave, e prese parte a un banchetto offertole a bordo. Ancor oggi la fantasia popolare si sbizzarrisce a immaginare alcuni episodi che dovettero movimentare il cerimoniale di quel ricevimento straordinario.
Realejo, Nicaragua, 16 aprile 1579
Salpai dal porto di Acapulco il 23 marzo e navigai sino al sabato 4 aprile: giorno in cui, un'ora prima dell'alba, avvistammo al chiaror limare una nave vicinissima alle nostre.
Il nostro timoniere le grid di togliersi dalla nostra rotta e di non affiancarsi al nostro bordo, ma non ebbe alcuna risposta; sembrava che tutti dormissero.
Il timoniere allora grid ancora pi forte, chiedendo questa volta alla nave il porto di provenienza.
Siamo del Miguel Angel e veniamo dal Per, fu la risposta.
La nave avversaria mise in mare un battello di prua quasi volesse esserne rimorchiata; poi, improvvisamente, ci pass di poppa ordinandoci di ammainare le vele e sparandoci sette o otto colpi di archibugio.
Dapprima ritenemmo non fosse che un gioco, ma in breve la cosa volse al serio. Da parte nostra non vi fu resistenza alcuna; a bordo, se si eccettuano cinque o sei uomini svegli, tutti dormivano, s che quelli poterono salire sulla nostra coperta senza correre alcun rischio, come se fossero stati nostri amici. Non usarono violenze personali ad alcuno; si limitarono a privare i passeggeri delle spade e delle chiavi che portavano su di s.
Avuta la contezza di quanti erano a bordo, a me ordinarono di passare sulla nave ove era imbarcato il loro generale(1), e ne fui contento poich in tal modo avrei avuto pi tempo per raccomandare la mia anima a Dio. Ma in breve giungemmo da lui, a bordo di un ottimo galeone, cos potentemente armato che in vita mia mai mi era capitato di vederne uno simile.
Il generale passeggiava in coperta; avvicinandomi a lui, gli baciai le mani. Mi accolse con atti di cortesia, mi accompagn nel suo alloggio e mi preg di sedermi.
Coloro che dicono la verit, soggiunse, possono contare sulla mia amicizia, ma il mio umore si fa pessimo con i mentitori. Sicch dovrete dirmi (ed  questa la miglior via per raggiungere il mio favore): quanto oro e argento trasporta la vostra nave?
Punto, risposi. Mi ripet la domanda.
N oro n argento abbiamo, insistetti, ad eccezione di qualche piatto e qualche tazza per mio servizio; a bordo non vi  altro.
Il generale tacque per qualche istante, poi, riprendendo la conversazione, mi domand se conoscevo Vostra Eccellenza.
S, risposi.
Questo generale inglese  nipote di John Hawkins ed  lo stesso che, cinque anni or sono, conquist il porto di Nombre de Dios. Si chiama Francisco Drac, e ha circa trentacinque anni.
 di bassa statura, con barba bionda;  uno dei pi grandi marinai che solchino le onde, e come navigatore e come capitano. Il suo vascello  un galeone di circa quattrocento tonnellate, un veliero perfetto; il suo equipaggio  composto di circa cento uomini, tutti validi e in et da poter combattere; il loro addestramento  tale che si possono paragonare a veterani d'Italia. Ognuno prende particolar cura di tener pulito il proprio archibugio.
Il generale tratta amorevolmente i suoi soldati e ne  ricambiato con il massimo rispetto. Al suo fianco vi sono sempre nove o dieci cavalieri, cadetti di nobili famiglie inglesi. Questi fanno parte del suo consiglio privato, che viene convocato anche per i motivi pi futili, sebbene il generale non segua che i propri consigli: ma si diverte ad ascoltare ci che dicono gli altri, per ordinar poi solo ci che pi gli aggrada. Non ha alcun favorito.
Questo gentiluomo siede a tavola avendo a fianco un pilota portoghese che ha portato con s dall'Inghilterra e che, durante tutta la mia permanenza a bordo, non disse mai parola. Si fa servire su piatti d'argento con fregi e bordi d'oro, sui quali  inciso il suo stemma. Ha gran copia di acque profumate. Mi disse che buona parte di queste gli sono state regalate dalla regina.
Nessuno del suo seguito mai si permise di sedersi o di coprirsi prima che egli ne desse pi e pi volte l'ordine.
Il suo galeone  armato di trenta pesanti pezzi di artiglieria e di moltissime armi da fuoco con le apposite munizioni.
Fa colazione e cena alla musica di alcune viole. A bordo vi  un gran numero di calafati e di carpentieri, che possono carenare la nave in qualunque momento. Oltre ad esser nuovo, il galeone ha doppie murate. Ho saputo che tutti gli uomini che porta con s ricevono regolari stipendi, e in verit, quando fu saccheggiato il nostro bastimento, nessuno os toccare alcunch senza ordine suo. Mostra ad essi grande benignit ma punisce il minimo fallo. A bordo della sua nave
vi sono pittori che dipingono per lui quadri delle coste nei loro colori naturali.
Questo corsaro, simile a un pioniere, giunse presso lo stretto di Magellano due mesi prima della data prestabilita, e durante quel tempo vi furono terribili fortunali che durarono parecchi giorni. Per cui uno dei gentiluomini del suo seguito(2), si rivolse a lui dicendogli: Da lungo tempo siamo nelle acque di questo stretto e voi avete esposto tutti noi che vi seguiamo o vi serviamo ai pericoli della morte. Ritengo quindi sia per voi prudente dar ordine a che si ritorni nel mare del Nord(3), ove avremo certamente buone occasioni di catturare prede, e si desista dal tentar nuove scoperte delle quali voi stesso conoscete gli infiniti pericoli.
Il gentiluomo dovette perorar questa causa con troppo vigore pi del debito, ad avviso del generale: il quale gli rispose facendolo trasportare in ferri sotto coperta. In un giorno successivo, alla stessa ora, il generale ordin che fosse fatto salire in coperta e decapitato alla presenza di tutto l'equipaggio. Il gentiluomo era stato messo ai ferri in quanto era necessario iniziare un giudizio contro di lui.
Tutto ci mi fu detto dal generale stesso, che ebbe parole di lode pel morto, aggiungendo per che verso lui non avrebbe potuto agire altrimenti: cos esigeva il servizio agli ordini della regina. Mi mostr quindi gli ordini, da lei avuti, che aveva cos seguiti.
Cercai di sapere se a bordo vi fossero parenti del morto. Uno ve n'era, a quanto mi dissero: ed era fra quanti mangiavano alla sua tavola. Durante tutto il tempo della mia permanenza a bordo, che si prolung per cinquantacinque ore, questo giovane, a differenza degli altri ufficiali che si assentavano a turno, non lasci mai la nave, e non perch fosse destinato a sorvegliarmi: ho ragione di credere che il vigilato fosse lui.
Volli anche saper l'opinione che gli ufficiali e l'equipaggio avevano del generale: e tutti affermarono di adorarlo.
Questo  quanto venni a sapere durante i giorni trascorsi con lui.

Note.
1. Anticamente generale era anche grado di marina, e corrispondeva pressapoco al nostro ammiraglio.
2. Nel giugno 1578, a porto San Julin, Drake con le sue stesse mani giustizi Thomas Doughty per ammutinamento e slealt.
3. L'Atlantico.


Filippo Sassetti: India primo amore.

Io aveva uno struggimento di andare in India, il maggiore del mondo... Passare in India, cosa da me lungamente e fino da fanciullo desiderata... Vedere quel paese, donde vengono tutte le cose preziose, cosa desiderata da me da poi in qua che io ho memoria... Or pensate voi che cento mila villani abbino ad ire in India, et io no?
Filippo Sassetti dunque fu un intellettuale. Di famiglia fiorentina arricchita nei commerci, fino a trentott'anni convers, lesse, scrisse, si occup di araldica e di poetica aristotelica. Di colpo, un rovescio finanziario: e deve andare in Spagna, a lavorare nell'azienda dei Capponi. Ancora per qualche tempo le sue lettere ci illuminano di riverbero sulla vita culturale di Firenze; poi la lontananza e gli anni si fanno sentire. Se voi mi diceste: o che pure fai tu? non leggi tu niente? - nulla: fiato qualche libretto sulle novit d'India, del Verzino e della Cina; e mentre che io leggo, fo mille castellucci d'andare l a vedere e toccare e scrivervi; e dopo questo, tornano e' pensieri di casa, e si parte ella e il sonno.
Finch il sogno dell'infanzia si fa strada anche attraverso le preoccupazioni dei familiari, che dipendono da lui per vivere, e degli amici: non crediate che io me ne vada in India per disperato, e non crediate che io pensi solo a imparare: penso ancora e sempre a fare roba... Cos nel
1582 parte; dopo cinque mesi la nave torna in Portogallo perch non hanno saputo trovare la strada giusta; l'8 aprile
1583 riparte; e in India, a Goa, morir nel 1588, dopo aver mandato ai familiari e agli amici tanti bei regali strani, e tante bellissime lettere.
Noi ci partimmo di Lisbona alli 8 d'aprile 1583, con una conserva di cinque grandissime navi, essendo io imbarcato sopra la capitana San Filippo, la medesima che torn a
dietro e mi ricondusse a Lisbona l'anno innanzi. Tornai sulla medesima, perch, avendo a passare i mari che noi trovammo poi, non vi bisognava meno che la sua bont: e anche perch, avendo tutte le cose a correre il suo pericolo una volta e aver la sua disgrazia, e gli uomini tutti a fare qualche errore considerabile nel loro esercizio, mi pareva che queste cose potessero essere gi passate; perch quella nave stette perduta due volte nel primo viaggio, e il nostro piloto aveva preso quel granchio che lo fece tornare a dietro, che bastava a canonizzarlo per un balordo, con tutto ch'e' fusse il migliore della carriera. Andammo navigando di conserva l'una nave a vista dell'altra quattro giorni, e, avanti che noi scoprissimo l'isola della Madera, gi aveva preso ciascuno la sua dirotta, e perdutici di vista tutti, non ostante gli ordini, le istruzioni e i comandamenti.
Noi, seguendo il nostro viaggio, avemmo tempo differente dal solito ben tosto: con tutto ci ci conducemmo nella costa di Guinea con ragionevol passaggio; la qual costa si conta dall'altura di 6 gradi dalla banda di tramontana fino al passare l'equinoziale: clima sventuratissimo, perch quella terra d'Etiopia getta una calma, un'aria grossa vermiglia, un caldo travaglioso, piogge sconsolate e un fastidio che non lascia vivere altrui. In questo spazio di mare, che  una cosa di 100 leghe, stemmo voltando e aggirandoci 40 tanti giorni; perch il nostro piloto, che l'anno passato perdette il viaggio per gettarsi troppo a ponente, donde e' fu per dare in quelle secche nella costa del Verzino, guardandosi quest'anno da quell'inconveniente, si tenne tanto a Levante nella costa contraria, che noi perdemmo qui l'occasione di ben navigare.
Uscivamo pure gi di questo tedio, ed eravamo condotti presso alla linea equinoziale a un grado e mezzo; e con la prua a libeccio e 'l vento scilocco assai fresco pensavamo doverci spedir presto da quella noia: se non quando l'altro giorno col sole trovammo d'aver fatto il viaggio del gambero, ch una corrente ci trasport a dietro quel giorno e altri tre poi, sino a che noi tornammo a montare in 5 gradi, cosa sentita non pi; donde pure finalmente ci movemmo e passammo l'equinoziale, avendo posto, dal d che noi ci partimmo, 60 tanti giorni.
Passammo poi quella traversa della costa del Verzino con ragionevol tempo, e con tutte le diligenze non fummo gran fatto discosto da que' bassi, e passando quella punta con una paura delle vecchie, conducemmoci nell'altura delle isole di Tristan d'Acunha e del Capo di Buonasperanza con un tempo buono; e in questa traversa, dove per la furia del vento si suol correre con dua o tre braccia di trinchetto, la Dio misericordia, trovammo calme che ci tennero fermi pi di 15 giorni: alle quali si aggiunsero altrettante di venti grecali e levanti, che ci fecero parar con le vele in basso, sicch qui ancora perdemmo un grandissimo tempo.
Volseci ristorare il vento, ma fu cosa senza discrezione; perch, la notte avanti a San Lorenzo, d'un tratto salt un ponente in campagna tanto furioso, e col mare s grosso, che nell'ammainare fummo perduti, perch il mare prese la punta dell'antenna, e tenne la nave tanto alla banda, che ciascuno, raccomandandosi a Dio, s'andava rassettando nella sua coscienza.
Quel pericolo particolare pass, ma ne successero tanti degli altri, che a contarli tutti sarebbe lunga tela.
Io mi passai, dopo il primo pericolo, gli altri della notte assai bene, perch all'oscuro infernale non gli scorgeva; e 'l giorno, ch'io desiderava, gli scoperse di maniera che noi ci tenemmo spacciati sempre, dal primo uffziale fino al minimo passeggiere: perocch la nave, non ben provveduta di vele, correva con quattro spanne di trinchetto rattoppato, che si sostenne a forza di boti; che se dove egli era cominciato a rompersi in pi d'un luogo, egli andava seguitando, la cosa era libera, ch 'l mare c'inghiottiva senza nessun genere di rimedio.
Scurissima cosa era il vedere il mare tant'alto, che i castelli della nave stavano sempre sotto buon tratto, e' colpi tanto forti che il costato d'ogni altra nave non arebbe potuto reggere a nessun partito; e con tutto che ci scoppiassino alcune curve, l'acqua era tant'alta nel convesso della nave, che avanti ch'ella potesse uscire per le buche perci fatte ne sopravveniva sempre dell'altra, e la nave mal calafatata n'andava sempre inghiottendo, e la gente pi che mezza morta di paura non poteva dare alla banda. Quanto fu di buono in questo tormento, fu il non rompere n perder nulla. Stemmo in questo pericolo una cosa di 40 ore.
Trovammoci poi d'aver passato il Capo di Buonasperanza, a' 12 d'agosto, e con quella cos poca vela gettammo nostro conto che corremmo a ragione di 50 leghe il giorno. L'essere passati tanto tardi ci faceva temere d'aver a pigliare il cammino fuori dell'isola di San Lorenzo (viaggio lungo e travaglioso per le malattie che 'danno alla povera gente), ma i contralti de' venti per prua ci levarono presto da questo travaglio; perch a questa tardanza si aggiunsero molti altri giorni di perdita, e cos commetterrmo il viaggio per fuora; ma condotti gi a mezzogiorno e tramontana con la punta dell'isola di San Lorenzo, ci dettero altri grecali che ci tennero su le volte senza potere spuntare quell'isola fino a 28 giorni, facendo prova della nostra pazienza.
Venne pure alla fine un momento che i portoghesi chiamano generale, col quale andammo a nostro cammino, e ci stimavamo fuori d'un'isoletta che chiamano di Diego Rodriguez; che chi fa questo cammino  ben navigato, fuggendo una corda di bassi, che chiamano i Garagiagi, che sono fra l'isola di San Lorenzo e quest'isola di Diego Rodriguez: ma la cosa fu s fatta, che noi vi ci ritrovammo una sera sopra a bocca di notte, e, tornando a dietro, andammo tutta la notte col piombo in mano.
Lascio considerare a Vostra Signoria che confidenza fusse la nostra, perch qui in toccando, o facendo altro mal recapito, non restava speranza alcuna di salute, essendo quei bassi tutti allagati, se non due corone d'arida arena, senza palm, senz'acqua o senz'altro bene.
La mattina al levar del sole scoprimmo una di queste secche, che fu la prima terra che noi vedessimo in sei mesi. Lascio considerare a Vostra Signoria che gusto ci desse quella vista; e pensando che la nave ad ogni spanna toccasse, e che dicesse qui sto, andavamo negoziando a viso aperto con la morte, e, come si dice, a sano e puro intelletto, senz'aver luogo di far testamento.
Il vento era scilocco e assai fresco, e facendosi presso a quella secca che noi lasciammo sopravvento, perch arrivando a voglia nostra ci liberavamo da essa, il timore restava di quello che non si vedeva; col quale andammo fino a mezzogiorno, o poco appresso, ch perdemmo il fondo; ed
entrando in un canale che  tra questi bassi e certi altri che si chiamano di Nazzare, andammo a nostro cammino, senza trovar di poi altri contrasti che venti deboli, o somiglianti cose.
La gente, che non era poca, venne sana fino a che noi tornammo a passare l'equinoziale; dove i disagi e' mali trattamenti ne' poveri soldati poteron pi che la forte complessione di questa gente, che in due giorni soli ne ammalorno pi di dugento.
La malattia  enfiare le genge mostruosamente, e poco appresso tutto il viso e il capo, con tanta deformit che  cosa mostruosa. Segue enfiare le ginocchia e le gambe tutte, e da principio escon fuori, a guisa di petecchie, certe punture nere, le quali vanno allargandosi in breve, tanto che tutta la gamba si fa come inchiostro, e d nelle giunture un dolore eccessivo, che a guardar solo, non che a toccar un infermo, si fa morire di spasimo. Li rimedi sono scarsi, e 'l ristoro di quest'infermi  una scodella di lente o una pappa di farina, quando il dispensiere, lo scrivano e 'l capitano (che tutti si raccozzano) non se le sono pappate.
Ho considerato molte volte con quanta facilit un capitano ch'io voglio dir io, condurrebbe una compagnia in questo viaggio con le provvisioni che si farebbono de' danari che a quest'effetto spende il re, scambiando le provvisioni e i mantenimenti, e distribuendo a ciascun quello che gli viene a tempo e luogo, senza rubargliene la met o pi: ma questa cosa gi invecchiata per questo viaggio non ha altro rimedio che lasciar morire sempre una parte di questa gente.
Ma tornando alla navigazione, dopo questi tanti fastidi, noi demmo finalmente in questi mari d'India tanto tranquilli, con venti s soavi e cielo in maniera temperato, che ogni passato travaglio mi pareva essere stato bene impiegato, perch dalla vista solamente resta contenta tutta l'anima.
Scoprimmo questa costa a' 4 di novembre, e pigliammo fondo in questa baia di Coccino in 10 gradi d'altura dalla parte di tramontana alli 8 di novembre, essendo stati in mare 215 giorni, senza vedere altra terra che quella sventurata secca, che in vero, quando io vi penso, mi pare cosa da non si credere se non d'un pesce: e pure  cos, e la
speranza di poter sopportar oggi ci fa passare in domani, ch altrimenti non si potrebbe andare avanti.
Pensavamo che le navi di conserva avessero passati questi e somiglianti travagli; e dalla prima intendemmo che tutte e quattro erano giunte nella baia di Goa a' 20 di settembre, essendo passate senza ammainar pure un tratto la vela: cosa che noi avevamo fatta tante volte, che gi mi girava la testa dal tanto girare a quell'argano.
Queste sono in somma le cose che accaddero nel viaggio.


Francesco Carletti: Un fiorentino intorno al mondo.

Francesco Carletti, nato a Firenze nel 1573 o '74 da famiglia di mercanti, part a diciott'anni per la Spagna col padre Antonio. Nel 1594 a Capo Verde imbarc degli schiavi per portarli in America, e di qui, sempre mercanteggiando, di scalo in scalo intorno al mondo, con sempre minor fortuna, torn finalmente poverissimo a Firenze nel 1606.
A Macao, nel 1598 gli era morto il padre.
Fatto maestro di camera e consigliere del granduca Ferdinando, dett per lui i Ragionamenti de' viaggi dell'Indie Occidentali, uno dei pochissimi libri di viaggi accolti sinora nell'olimpo delle storie letterarie, per purezza di lingua. Da questo isolamento  nata la sua fortuna, rinverdita di recente. Di fatto nella sua narrazione, sovente triste e assorta,  dato vedere un'immagine della condizione degli italiani sul mare, dal declino del Cinquecento: ormai subalterna e quasi spaesata.
Secondo ragionamento de' viaggi dell'Indie Occidentali. Trattasi del modo di comprare li mori schiavi nell'isola di Capo Verde e del condurli a dette Indie nella, citt di
Cartagena. - Ieri, Serenissimo Prencipe, promessi a Vostra Altezza Serenissima di raccontarli il modo di negoziare che tenemmo nell'isola di Capo Verde, dove sbarcati che fummo in terra pigliammo una casa, e cominciammo a dar voce di voler comprare schiavi: onde quelli portughesi, che li tengono alla campagna nelle loro ville, a branchi come il bestiame, ordinorno che fossero condotti alla citt per farceli vedere.
Vistone alcuni, e domandando de' prezzi, trovammo che non ci riusciva l'incetta di tanto guadagno, quanto con la penna stando in Spagna avevamo calculato, e ci avveniva perch ne chiedevano molto pi del solito per causa della
quantit delle nave che erano venute quivi, e tutte volevano caricare schiavi per le Indie, il che caus tanta alterazione n prezzi, che dove si soleva vendere un schiavo per cinquanta scudi, al pi sessanta, fu forza comprarli per cento scudi l'uno e beato a chi ne poteva avere per spedirsi, essendo un gran cimento il dire convien bere o affogare; al qual prezzo ne comprammo settantacinque, li dua terzi maschi e l'altro terzo femmine, mescolatamente vecchi e giovani, grandi e piccoli tutti insieme, secondo l'uso di quel paese, in un branco come tra di noi si compra un armento di pecore, con tutte quelle avertenze e circostanze di vedere se siano sani e ben disposti e senza difetto alcuno della persona loro. Poi ciascun padrone li fa segnare o, per dire pi propriamente, marcare della sua marca che si fa fare d'argento e poi infocata al lume della candela di sego, con il quale si unge la scottatura e segno che si fa loro sopra il petto overo sopra un braccio o dietro le spalle per riconoscerli. Cosa veramente, ch'a ricordarmi di averla fatta per comandamento di chi poteva in me, mi causa una certa tristezza e confusione di coscienza, perch veritieramente, Serenissimo Signore, questo mi parve sempre un traffico inumano e indegno della professione e piet cristiana; non  dubbio alcuno, che si viene a fare incetta d'uomini o, per dire pi propriamente, di carne e sangue umano, e tanto pi vergogna, essendo battezzati, che se bene sono differenti nel colore e nella fortuna del mondo, nulladimeno hanno quella medesima anima formatali dall'istesso Fattore che form le nostre. Io me ne scuso appresso a Sua Divina Maest, non stante che io sappia molto bene che, sapendo Quella la mia intenzione e volont esser stata sempre repugnante a questo negozio, non occorra. Ma sappialo ogn'uno e siane Vostra Altezza Serenissima certificata, che a me questo negozio non piacque mai: pure, come si sia, noi lo facemmo e forse ancora per questo, insieme [facemmo] la penitenza, s come si vedr nel fine del secondo discorso di questi viaggi e ragionamenti, che io andr facendo a V.A.S. di ogni nostro successo.
Ma tornando ora al negozio delli schiavi, dico che avendo noi compero li predetti settantacinque mori e more al prezzo di
scudi cento l'uno di primo costo, alcuni di avvantaggio ci stavano con tutte le spese a pi di centosettanta, compresovi li scudi venticinque della licenza regia, e scudi sedici per il dritto all'uscita dell'Isola di Capo Verde, e scudi vent'uno per il nolo di quivi sino a Cartagena d'India,-e di pi vi era il vitto e altre spese minute. Inoltre quelli che morsero aggravarono maggiormente questo negozio.
De' quali schiavi io ne ebbi la cura, e ordinai per ogni dieci di essi un moro per capo, scegliendo fra di loro quello che mi pareva pi fiero e accorto, acci attendesse a far quello ch'io provederei per li loro bisogni, specialmente del mangiare, che se d loro due volte il giorno d'una certa sorte de fagiuoli grossi che quivi nascono, i quali si cuocono semplicemente con acqua e poi se li condiscono con un poco d'olio e sale.
Di cos, insino a che venne il tempo del imbarcarli, si tennero in due stanze tutti separatamente, li uomini nell'una e le donne nell'altra, nudi e senz'altro vestito, contentandosi di quello che la natura ha dato loro della pelle, nascondendo solo, con un poco di panno di bambagio, o vero con un poco di cuoio o altra pelle o cencio o foglie d'alberi, quella parte del corpo che il primo peccato ci ha fatto parere esser pi vergognosa che l'altre; e molti ancora, e maschi e femine in particolare, non se ne curando, sia per necessit o per semplicit o dappocagine, si lassano stare come la natura li ha fatti, senza conoscere che sia vergogna coprire quelle parti che altri per ci coprano. Ma molti usano una certa galanteria, a lor modo, e si legano il membro con un nastro e altri fili fatti di erba, e tiratoselo tra le coscie indietro, lo nascondono in tal maniera, che non si conosce se siano maschi o femmine; e altri se lo ricuoprono con metterlo in un cornetto di qualche animale o nicchi marittimi; altri se lo riempiono con tanti aneletti d'ossa overo d'erba tessuti, a tal che resta tutto coperto e insieme ornato; e molti ancora se lo de-pingono o per meglio dire imbrattano de qualche mistura, che glie lo faccia rosso o giallo o verde. In questi modi e altri cercano di ricoprirsi queste parti, che molti di loro senz'altra cerimonia le lassano scoperte.
Ma tornando io a dire della cura che aveva d'essi nostri
schiavi, durai poco tempo in quel servizio, essendone impedito
da una ardentissima febbre che mi sopragiunse, causata o dall'inusitata fatica, o pi tosto dall'aria diversa e pestifera di quel clima, o per dir meglio intemperie di quel paese nuovo a me che non aveva ancora provato n sentito li strani effetti che fa la zona torrida, distemperata per l'eccessivo caldo e nociva per li forestieri, quantunque
temperatissima e sana per quelli che vi nascono, s come segue in tutti i paesi. La qual febbre mi messe e ferm nel letto di tal sorte, che se non fosse venuto il tempo dell'imbarcarmi ancorch ammalato, non fo dubbio nessuno ch'io sara restato sotto quella terra, nella quale lassai gran parte del mio sangue, essendo stato quella la prima volta che mi furono forate le vene sette giorni continui l'uno doppo l'altro, n per questo restai libero.
Ma venuto il tempo della partenza per andare con li schiavi all'Indie, m'imbarcai cos ammalato, essendosi dato la carica a due uomini portoghesi che avessero cura delli nostri schiavi mori, li quali s'imbarcorno nella gi detta navetta nolleggiata da noi, accommodando in essa li uomini sotto la coperta stivati l'uno appresso l'altro, in maniera cos stretti che a gran pena, volendo, si potevano voltare da un lato all'altro; le donne stavano di sopra per tutto la nave a lor modo il meglio che potevano. Davasi a tutti da mangiare quanto volevano, una volta il giorno, di certo miglio di que' paesi cotto in acqua, e condito con olio e sale; la mattina, per collazione, si dava loro un pugno per uno di certo seme a modo di anici, a quel modo crudi ma non gi di quel sapore. Il bere seguiva doppo l'aver mangiato a mezzo giorno, tuffando ciascuno il ceffo in un bigonciuolo, bevendo a un fiato quanto potevano senza repigliarlo; e poi, la sera, se a qualcheduno avanzava qualcosa se lo mangiava insieme con le sue camerate, che erano di dieci schiavi per quadriglia.
Cos dopo aver imbarcato tutto quello che faceva il bisogno per un tal viaggio, ci partimmo dall'isola di Santo Jacopo alli 19 di aprile di quel medesimo anno 1594, in compagnia d'un'altra nave carica anch'essa de schiavi neri, e dirizzando la prora verso occidente, navigando quasi sempre per una medesima altezza di 14 in 15 gradi dall'equinoziale verso la
parte borica, solcammo quello spazio di mare oceano di tre
mila miglia in trenta giorni felicemente, fino ad arrivare in Cartagena, citt dell'Indie sita nella costa che chiamano di terra ferma, lontana, dalla linea equinoziale dieci in undeci gradi verso settentrione, con un bellissimo porto, avendo prima avuto vista dell'isole che li spagnoli chiamano Antiglias, che stanno avanti che si arrive alla terra ferma, sparte e disposte per quel mare dalla natura con tal ordine e in tanta quantit, che paiono esservi state poste per trincee e riparo delle incomprensibili ricchezze e tesori che tanti secoli sono state nascoste a noi per tutto quel mondo nuovo; avendo nondimeno corso grandissimo pericolo di perderci, a causa che la nave che veniva in nostra compagnia, per inavertenza e dappocagine del marinaro che in quell'ora stava al governo del timone, urt la nostra navetta di notte andando con tutte le vele infuriata: e, come che quella era molto pi grande e ponderosa, manc poco che non mettessi la nostra in fondo.
Del che, senza sapere come, ne liber Iddio per sua misericordia, rompendo da una banda tutte le opere morte di detta nostra navetta, portandoli via ancora la vela, e insieme l'antenna detta levadera; ma io, che sino a quel giorno ero stato afflitto dalla mia febbre, che ridottasi in quartana non m'aveva mai lassato, restai allora libero. Credo seguisse per la grande alterazione e paura di un tale avvenimento, il quale veramente fu strano, perch, essendo la nostra navetta carica leggieri, acconsent in tal modo alla forza dell'altra nave che l'urt, che parve che si volesse abboccare, ma tale acconsentimento fu utile alla nostra navetta, perch altrimenti quella l'avrebbe sfondata e fracassata tutta.
Nel resto della navicazione, come ho detto, il viaggio fu piacevole, ma il vedere quasi ogni giorno gettare in mare il suo lo disgustava, essendo che si morivano di molti schiavi di flusso di safigue, causato da certo pesce che mangiavano mal cotto o quasi crudo, del quale pigliavano quantit incredibile per tutto quel viaggio insino che arrivammo all'isole dette Antiglias.
La qual cosa, se ben per una parte ci caus questo danno, ci fu nondimeno di grandissime commodit al vivere, e insieme sollazzo per la facilit con la quale li pigliavamo a
nostra posta, come se gli avessimo tenuti serrati dentro in un vivaio tanto il giorno che la notte, nella quale usavamo la fiocina mentre la nave camminava e i pesci seguitandola si vedevano tralucere infra le due acque, e li marinai, quasi Nettuni, posti ad una banda della nave e altri sopra l'antenne delli alberi, con li tridenti in mano gli infilzavano, il che ancora facevano di giorno. Ma con pi facilit si pigliavano con un grosso lamo appeso a una cordicella rinforzata, a torno al quale si legano due pezzetti di panno lino attortigliati che paiono due alette; e questo si fa per assomigliare questi lami a certi pescetti di grandezza di un palmo o poco pi, che si chiamano volatori perch restano sopra l'acqua con le ale a modo della cartillagine de' pipistrelli. I quali volatori, mentre cercano salvarsi, si levano a branchi, uscendo fuora dell'acqua in gran numero, e volano ogni volta quaranta o cinquanta passi ma rasente l'acqua, e poi si rituffano e bene spesso mentre pensano fuggire la morte fuora dell'acqua sono rapiti dalli uccelli che volano per l'aria.
Dietro a questi pescetti vanno furiosamente notando tra le due acque i detti pesci grossi che noi pigliavamo, senz'altr'esca, gettando solamente il suddetto lamo sopra l'acqua, che pareva proprio quella ricascata che per riposarsi fanno i pesci volatori, dove per inghiottirli questi grandi gli vanno ad abboccare, e cosi restavano ingannati ed appiccati da nostri lami, de' quali si gettano da chi vuole pescare grande quantit, e tutto si fa mentre la nave cammina pi forte, e se ne pigliano tre o quattro centinaia il giorno o quella quantit che si vuole, massimamente la mattina o la sera quando il pesce grosso si va pascendo dietro a' piccoli volatori.  tanto lo strazio che si fa di essi, che molti per spasso si rigettano al mare facendo loro qualche segno per riconoscerli; e accade spesso di ripescarli.
I quali pesci sono di peso di libbre trenta e quaranta l'uno, e chiamansi dalli spagnuoli dorados, che sono li meglio, e questi sono pesci di scaglia e del colore dell'oro, di fattezze stiacciati e pi larghi assai che grossi, e per nuotano per taglio molto velocemente. L'altri sono di due sorte, quasi simili a' tonni, di forma rotonda e senza scarne e senza lische, eccetto quella del mezzo, e li meglio e li pi grandi
si chiamano albacoras, l'altri bonitos: questi non sono troppo sani, per essere pesce molto sanguinolento, che genera mangiandone rogna e flusso di sangue.
Tutte sono sorte di pesci che non s'accostano mai alla terra, ma cercano sempre il vasto e profondo e caldo mare tra l'uno troppico e l'altro, notando in schiere tanto grandi che molte volte, rincontrandosi in essi, non si vede altro che cielo con quelli che volano e mare pieno di pesci, li quali subito riconosciuta la nave s'accompagnano con essa seguendola, vadia pure forte quanto si voglia, che allora  meglio per loro; anzi sono nimicissimi delle calme e bonaccie e per istinto naturale cercano sempre il vento, e non lassano mai la nave insino a che non sentono l'odore della terra, il che  anche, con il loro ritornare indietro, avviso ed indizio certo alli piloti d'esservi appresso, o vero ch'il vento vuole mancare: il quale pigliano in poppa come le navi, al contrario de' pesci chiamati delfini, che sempre li vanno incontro notando con il muso in foggia di porco fuora dell'acqua, quasi per ricrearsi con esso vento.
Li marinai dicono che li detti pesci vanno volontieri seguitando le navi che rincontrano per il mare, credendosi quelle essere qualche grande pesce che gli abbia, occorrendo, a diffendere dall'altri pesci pi grossi di loro che cercano di mangiarli, con agirarseli da torno ora da una banda ora dall'altra per ripararsi; e questo ha non so che d'apparenza con il vero, avend'io visto molte volte salvarsi dalli altri pesci una schiera di sardelle con il ragirarsi intorno alla nave tutte unite insieme.
Secondo Ragionamento dell'India Orientale. Nel quale si racconta il viaggio fatto dal Giappone alla Cina, e delle cose di quel Regno. - Volendo partire dall'isole del Giappone per andare nel regno della Cina e non essendovi quell'anno venuto la nave de' portoghesi che abitano in Macao, isola di Cina, fummo forzati d'imbarcarci sopra un navilio fatto alla usanza del Giappone, se ben comandato da un capitano portughese di nazione, ma nato in Nangasachi di madre giappona.
Partimmo con prospero tempo, soffiando il vento di tramontana, alli 3 del mese di marzo dell'anno 1598, insieme
con alcuni religiosi della Compagnia di Ges e d'altri mercanti e passaggieri portughesi.
Tra quali mercanti e li marinari giapponesi che guidavano il navilio, che loro chiamano somma, nacque una strana e spaventevole contesa, la quale fu per essere causa della ruina di tutti quelli che erano sopra il vascello: essendo che un certo fastidioso portughese, non sapendo forse la natura e condizione delli giapponesi, che non solamente non sofferiscono alcuna specie d'ingiuria, ma n pure anche una minima parola che abbia un poco della scortese, venne a contesa con uno di detti marinari, al quale per dispregio li dette un calcio, che fra essi giapponesi  tenuto per uno dei maggiori affronti che si possino ricevere dal suo nimico; e ancora che il marinaro in quel medesimo tempo si rivoltasse contro al portughese e li desse una buona bastonata su il capo, nulladimeno non si tenne per disfrontato di quel calcio che aveva ricevuto, e ritornatosi fra li suoi compagni e tra di loro facendo consiglio di quello dovessino fare per vendicare quell'ingiuria, che gi era divenuta commune a tutti, domandavano che il portughese fosse loro dato nelle mani per castigarlo a lor modo, cosa che parve a tutti non meno disonesta che arrogante.
Onde, venutone a contesa tra l'una parte e l'altra, si venne anche a termine che a tutti, e marinari e passaggieri e mercanti, fu di bisogno pigliar l'arme in mano, e, fattosi due squadre di combattenti, una in poppa, l'altra in prora, erano almeno sessanta uomini per banda, tutti armati; e manc ben poco che non ci azzuffassimo insieme, cominciando con l'archibusiate noi che ramo dalla parte della poppa, e quelli, che stavano dalla parte della prora, con freccie, e che appresso non ci tagliassimo tutti a pezzi, quelli adoperando le loro catane e noi le nostre spade, con le quali stavamo armati, disputandosi e contendendosi da una parte e dall'altra.
Quelli volevano il portughese, e noi e il nostro capitano domandavamo il giapponese per castigarli dell'attrevimento(1) avuto di rivolgersi contro il portughese, e anco per aver causato questo tumulto e congiura contro a tutti noi altri. De' giapponesi una parte erano cristiani e l'altra gentili,
ostinati tutti e risoluti di voler dare nell'arme e combattere contro li portughesi (forse anco per altro fine di sollevamento e rubbarci se fossero restati vincitori, come d'effetto avrebbono fatto sotto questo pretesto di rissa civile) e di volere pi tosto morire che dare mai il giapponese nelle nostre mani.
E ne sarebbe seguito del male non poco, se non vi provvedeva la misericordia di Dio per mezzo di quelli religiosi della Compagnia di Ges che venivano nel vascello, li quali con la loro destrezza cominciorno a persuadere con buone parole quelli giapponesi cristiani, che sarebbono causa della rovina e morte di tutti e di loro ancora, e insieme della perdita di quel vascello, del quale gi non vi era chi ne tenesse conto, restando abbandonato il governo del timone e conseguentemente quello delle vele.
Per pi d'una grossa ora tutto fu confusione e contesa e tumulto spaventevole, s come si pu meglio giudicare contemplando una nave in mezzo al mare, e aver dentro di s una guerra con parte uguali, che cos veniva a essere questa; e, quello che pi spaventa, una d'esse parti essere di gente tanto fiera e barbara, che molti, negando l'immortalit dell'anima, poco si curano del corpo: il quale ben spesso per causa di riputatione o altro onore di mondo si tagliano da per loro, come ho gi detto altrove, con una di quelle loro catane minori, facendosi con essa una croce sopra il ventre, che sfonda insino all'intestini: questo tengono che sia una sorte di morte onoratissima. Tanto gli accieca l'ira fondata nell'onore, che li fa trascorrere in quella collera, la quale ha il suo veleno infino nelli fanciulli, che spesse volte si dnno la medesima sorte di morte da loro stessi, quando si veggono straziati o mal trattati dalli loro padri o d'altri per varii accidenti che causino loro sdegno. Il medesimo farebbe un amico per l'altro amico, quando da per se stesso non li bastasse l'animo d'uccidersi.
Ma Iddio per mezzo di detti religiosi permesse che tutto si accomodasse e pacificasse, e cos, seguitando il nostro viaggio con vento che soffiava gagliardo e con il mare grosso pi di quello che poteva comportare il vascello, il quale fu di bisogno alleggerire con gettare al mare alcune robbe, finalmente in dodece giorni arrivammo all'isola d'Amacao.

Note.
1. Insolenza, arroganza (spagnolo atrevimiento).


Willem Isbrantz Bontekoe: Il fuoco a bordo.

Fin quando le navi furono di legno il fuoco rappresent il pi insidioso nemico dei marinai. Fra i tanti casi di incendio a bordo questo, raccontato dal capitano olandese Bontekoe,  rimasto, per il seguito di avventurose vicende che lo accompagnarono, uno dei pi famosi.
Il 16 novembre 1615 il dispensiere del vascello olandese Nuova Hoorn, mentre era in stiva, lasci cadere un frammento del moccolo ardente della lucerna in un barile di acquavite. Il liquore in fiamme scorse fino al deposito del carbone appiccandovi il fuoco, che parve per estinguersi, gettativi alcuni secchi d'acqua. Il capitano che era accorso risal col cuore in pace sul cassero.
Mezz'ora dopo alcuni de' nostri ricominciarono a gridar fuoco.
Io ne fui spaventato, e sceso gi tantosto, vidi la fiamma che saliva dal pi cupo fondo del vascello. L'incendio era nel carbone, ove l'acquavite avea penetrato: e 'l pericolo parea tanto pi pressante, quanto che quivi erano tre, o quattro fila di botti, l'una sopra l'altra. Fu ricominciato a gittarvi dell'acqua a pieni secchi, e ve ne fu gittato in prodigiosa quantit. Ma un nuovo accidente raddoppi la turbazione. L'acqua caduta sul carbone fece un fumo si evidente, s sulfureo, e puzzolente, ch'era un soffocarsi a stare in quel fondo, n era possibile il durarvi. Pure io vi stava per dar gli ordini opportuni, e facea uscir gli altri a vicenda per ripigliar fiato. Io' gi sospettava che parecchi eran rimasti soffocati, prima di giugnere agli sportelli: e io stesso ero cos stordito, e senza respiro, che, senza saper pi che mi facessi, andava tratto tratto a riposarmi colla testa sopra una botte, e col viso verso uno sportello per respirare un momento. In fine forzato ad uscirne dissi a Rol che pareami necessario di gittar la polvere in mare: egli non vi si pot risolvere: E se noi gettiamo la polvere, mi rispose, forse non periremo per il fuoco: ma che faremo all'incontrarci con nemici? come combattere? o come poi discolparci?
Intanto il fuoco non diminuiva: e la puzza, e la densit del fumo non permetteva pi di star nel basso. Dato di mano all'ascia su di dietro del basso ponte furon fatti de' gran buchi, pe' quali si gitt grand'acqua, senza cessar di
gittarvene anco dagli sportelli. Tre settimane prima s'era
messa la scialuppa grande in mare: vi fu messo anco il cano(1), ch'era sull'alto, perch era d'imbarazzo a que' che cavavan l'acqua. Il fracasso era tale, che non si pu descriverlo. Non si vedeva che fuoco ed acqua, da' quali eravamo ugualmente minacciati, e per l'un de' quali si dovea perire senza speranza di soccorso; perch non si aveva in veduta alcuna terra, n v'era compagnia d'altro vascello. Gli uomini dell'equipaggio cominciavano a scappare, e trascinandosi carpone da tutte le parti fuor del bordo, scendevano sotto il portasartie, e di l si lanciavano in acqua nuotando verso la scialuppa, o il cano, ove si nascondevano sotto il banco o sotto coperta, aspettando di trovarsi in numero sufficiente per fuggirsene insieme.
Rol salito a caso in balconata rimase stordito nel veder tanti nella scialuppa, e nel cano. Questi gli dissero francamente ch'andavano ad allargarsi, e l'esortarono a mettersi tra loro. Le loro istanze, e la vista del pericolo ve lo fecero risolvere. Giunto a loro: Amici, disse, bisogna aspettare il capitano, ma i suoi ordini e le sue rappresentanze non eran pi attese: e come fu imbarcato, troncarono il canapo, e s'allontanarono. Occupato pi che mai a dare i miei ordini, e ad insistere per il riparo, sentii alcuno di quei ch'erano rimasti, che pieni di spavento mi dissero: Ah! capitano, che sar di noi? la scialuppa e il cano sono gi in mare. Ci han lasciato, diss'io, col disegno d'andarsene, e correndo di botto sul castello, vidi in effetto la manovra de' fuggitivi. Le vele del vascello erano sull'albero, e la vela maestra imbrogliata. Sforziamoci, gridai, di raggiungerli, e se essi non vorranno riceverci nella scialuppa, lor faremo passar di sopra il vascello, e cos impareranno per un'altra volta.
In fatti ci appressammo a loro in distanza di tre lunghezze del vascello: ma essi guadagnaron vento, e s'allontanarono. Allora dissi a que' ch'eran meco: Amici voi vedete ch'altra speranza non ci resta che la Divina misericordia, e i nostri sforzi. Convien raddoppiarli e cercar di spegnere il fuoco: correte al pagliuolo della polvere, e gittatela tutta in mare prima che il fuoco vi arrivi.
Per me, presi i falegnami, e loro ordinai a far subito de' gran buchi a forza di scalpelli e di trapani per cacciar acqua nel naviglio insino ad un braccio e mezzo: ma questi stromenti non poterono penetrar dove si voleva, perch tutto era fasciato di ferro: ostacolo che ci mise in una costernazione inesplicabile; sicch non si udivano che gemiti, e strida. Fu ricominciato a gittar acqua, e l'incendio parea diminuirsi: ma poco dopo, appresosi il fuoco all'olio, noi ci credemmo inevitabilmente perduti. Pi che si gettava acqua, pi pareva avanzarsi l'incendio: l'olio e la fiamma che n'usciva si stendevan per tutto: e in s orribile stato risuonavano grida ed urli s spaventevoli, che facevano drizzar i capelli, e venire il sudor freddo. Pur si durava a faticar con ardore incredibile; gittavasi l'acqua nel naviglio, e la polvere in mare; e se n'eran gittati gi 60 mezzi barili, ma ne restavano 300 ancora. Il fuoco vi prese, e mand in aria il vascello, che s'infranse in un istante in mille e mille pezzi.
Noi eravamo ancora 119. Io mi trovava sul ponte presso l'armatura della vela maestra, e avea davanti agli occhi circa 60 uomini che cavavan l'acqua. Essi volaron via come un lampo e disparvero in modo che non si potea dire che ne fosse fatto: tutti gli altri ebbero la stessa sorte.
Io che non mi aspettava se non di perir come loro, stesi le braccia, e le mani al cielo, gridando: Signore usatemi misericordia! Ancorch sentendomi saltar in aria mi credetti spacciato, conservai pure tutta la mia presenza di spirito, e mi sentii in cuore una scintilla di speranza. Dall'aria caddi in tra' pezzi dell'infranto naviglio. In tale stato il mio coraggio mi si arriv tanto ch'io mi credeva un altr'uomo. Guardando attorno a me, vidi l'albero maestro da un lato,
e l'albero di trinchetto dall'altro. Io mi misi sul primo, d'onde considerando i tristi obietti che mi circondavano: O Dio! sclamai con un profondo sospiro, un s bel vascello ha egli dunque fatto la fine di Sodoma e di Gomorra! Stetti qualche tempo senza veder uomo. Ma poi mentr'ero internato nelle mie riflessioni, vidi un giovane, che veniva su dall'onde, nuotando a mani e piedi; egli afferr la voluta dello sperone, che galleggiava, e disse mettendovisi sopra: Eccomi di nuovo al mondo. Sentendo quella voce, esclamai: O Dio, v'ha egli qui un altro in vita con me! Questo giovane avea nome Harman van Kniphuisen, nativo di Eyder. Io vidi presso lui a galla un picciolo albero, e siccome il maestro su cui ero non cessava di voltolarsi e rivoltolarsi, cosa che mi dava molto fastidio, dissi ad Harman: Spingi verso me cotest'albero: io mi ci metter sopra, e lo far andar verso te, per mettermi teco. Ei fece quanto gli aveva detto; altrimenti rotto come mi trovava dal mio salto, e dalla mia caduta, col dorso fracassato e con due ferite in testa mi sarebbe stato impossibile di raggiungerlo.
Questi malanni, di cui non m'era ancora avveduto, cominciarono a farmisi sentir con tanta forza, che parvemi tutt'ad un tratto di uscir di vita, e di sensi. Noi eravamo l'un presso all'altro, tenendosi ciascuno abbracciato ad un pezzo del didietro dello sperone, e stendevamo l'occhio d'ogni parte nella speranza di scoprir la scialuppa, o il canoe. Al fine li scoprimmo, ma in distanza. Il sole era verso l'oceano. Io dissi al compagno di mia disgrazia: Amico, per noi non v' pi speranza:  tardi: la scialuppa e 'l cano son lontani: non  possibile passar la notte in questa situazione: volgiamoci a Dio, e domandiamogli la salute con un'intera rassegnazione a' suoi voleri.
Ci posimo ad orare, ed ottennimo la grazia: poich finito appena di porgere i nostri voti al cielo, levando gli occhi ci vidimo- vicino la scialuppa e 'l cano: qual gioia per infelici, che si piagneano gi per perduti! Io gridai tosto: Salvate,. salvate il capitano! Alcuni marinai m'udirono, e si misero a gridare: Il capitano  vivo! E ci si accostavano, ma non osando d'avanzarsi tanto, per timore d'urtare nei grossi pezzi del rotto vascello. Harman che nel suo salto
era rimasto non tanto malconcio, si sent abbastanza in forze per mettersi a nuoto verso la scialuppa. Per me, gridai, se mi volete vivo, venite voi a me, perch sono s conquassato, che non ho forza da nuotare. Il trombetta gittatosi in acqua colla fune dello scandaglio, ch'era nella scialuppa, ne mise un capo nelle mie mani. Io la girai attorno a' miei fianchi, e con quest'aiuto giunsi felicemente a bordo. Io vi trovai Rol, Guillielmo van Galen, e 'l secondo piloto, Meyen-dert Kryns, nativo di Hoorn. Essi mi riguardarono lungamente con maraviglia.
Aveva io fatto fare a prora della scialuppa una come capannetta, che capir potea due persone. Io v'entrai per prendervi riposo, poich mi sentiva s male, che mi credeva non molto lontana la morte. Mi trovava la spalla rotta, e le ferite della testa mi davano dolori mortali. Pure dissi a Rol: Credo spediente che ci fermiamo questa notte tra' pezzi del vascello: domani a giorno chiaro, potremo metter in salvo qualche po' di viveri, e forse troveremo una bussola che n'aiuti a scoprir terra; poich il salvarsi fu con tanta precipitazione, che non v'era quasi nulla di che sostentarsi. Quanto alle bussole, il piloto col sospetto che la pi parte dell'equipaggio volesse scappar dal naviglio, le avea cavate dalla lor nicchia; lo che per non li aveva distolti dal lor disegno, n risparmiata a lui stesso la vita.
Rol contro il mio consiglio fece dar di mano a' remi, come se fusse giorno: ma dopo vogato tutta notte, sperando di scoprir terra al levar del sole, si vide ben lontano dal suo pensiero, trovandosi ugualmente lontano da terra, che da' rottami del vascello. Vennero a dimandarmi nel mio ricettacolo, se fossi morto o vivo. Capitano, mi dissero, di noi che si far? Non si scuopre terreno, e siam senza viveri, senza carta, n bussola. Dovea credermisi, lor risposi, ier sera, quando vi consigliai a non discostarci dal luogo del naufragio. Mi ricordo, che mentre ondeggiava sull'acque ero circondato da lardo, formaggio, ed altre provvisioni. Caro capitano, ripresero affettuosamente, uscite di cost, e venite a guidarci. Io non posso, risposi, e son s rovinato ch' impossibile muovermi. Nientedimeno col lor soccorso m'andai a seder sul ponte, ove vidi l'equipaggio, che non cessava di
remare. Che viveri abbiamo? dimandai: e mi si mostrarono sette, o otto pesi di biscotto. Restate di remare, diss'io allora; voi vi stancate invano, e poi non troverete da mangiare per ristorarvi. Che faremo dunque? mi domandarono. Io li esortai a spogliarsi delle loro camicie per farne delle vele. La difficolt era di trovar filo. Io feci prendere i pezzi di corda, ch'erano il corredo di riserva nella scialuppa: essi ne fecero degli spaghi, e delle scotte, e degli scoetti: cos pure fecero nel cano: sicch in fine si giunse a cucir insieme le camicie, e a comporne delle vele.
In seguito pensammo a far la rivista di tutta la nostra gente: erano 46 nella scialuppa, e 26 nel cano. Fu trovato nella scialuppa un cappotto turchino da marinaio, e un cuscino, che mi furon ceduti in contemplazione del mio stato. Era con noi il chirurgo, ma senza medicamenti. Egli suppl con biscotto masticato, che mise sulle mie ferite, e per grazia del cielo questo rimedio mi guar. Io anco volea contribuir colla mia camicia a far le vele: ma tutti vi s'eran opposti: ed io dovetti molto compiacermi della loro attenzione per me.
Il primo giorno ci abbandonammo a' flutti, intanto che si lavorava alle vele; a sera esse furono all'ordine, ed attaccate alle antenne, ed aperte al vento. Erano il 20 novembre. Noi tolsimo per guida il corso delle stelle, di cui ben intendevamo il nascere, e 'l tramontare.
Soffrivasi un freddo mortale la notte, ed altrettanto caldo al giorno, perciocch avevamo il sole a perpendicolo sulle nostre teste. Il d 21, 22, 23 furono da noi impiegati a costruire una balestra per prender l'altezza delle stelle: fu disegnato un quadrante sulla coperta, e preparato un bastone di Giacobbe. Theunis Thybrandss, falegname del vascello, avea un compasso, e qualche cognizione della maniera onde si dovea segnar la freccia. Cos aiutandoci l'un l'altro giunsimo a costruire una balestra da poterci servire. Io disegnai una carta in tavola, ove disposi l'isola di Sumatra, quella di Giava, e lo stretto della Sonda, ch' tra loro. Il giorno della nostra disgrazia avendo preso l'altezza sul mezzod, avea trovato che noi eravamo sul grado quinto e mezzo di altitudine da mezzogiorno, e che il punto nella carta era a 20 leghe distante da terra. Io vi stampai ancora una scala.
e ogni giorno prendeva le mie misure. Noi tenevamo volto il timone alla distanza di sette leghe verso mezzod al di sopra dell'entrata dello stretto, sulla mira di sceglier pi facilmente la nostra strada allorch si venisse a scoprir terra.
De' sette, o otto pesi di biscotto, ch'eran la sola nostra provvisione, io ne regolai la misura per ciascun giorno, distribuendone a ciascuno la sua parte: ma se ne venne presto alla fine, bench la misura non fusse che la grossezza d'un dito. Non v'era che bere. Quando pioveva si calava gi la vela, e si stendeva nella scialuppa per raccogliere acqua, che si facea colare in due botticelli, i soli che s'eran portati con noi. Di questa si tenea conto per i giorni che non pioveva. Una punta di scarpa serviva di tazza per attignerla. Quest'estremit di cose non impediva che mi facessero premura a prendermi senza riserva quel che mi bisognava; sulla ragione che tutti avean necessit di me, e sovra un s gran numero la diminuzione non sarebbe sensibile. Ma io ben contento di vederli in questa disposizione verso di me, non voleva niente di pi che gli altri. Il cano si sforzava di seguirci: ma come noi facevamo pi viaggio, e non v'era in quello chi s'intendesse di nautica, ci pregarono istantemente a riceverli con noi, poich'essi capivano che si sarebbero smarriti, o che sarebbono da noi separati per fortuna di mare. La nostra gente vi si oppose gagliardamente, rappresentandomi che ci sarebbe un esporci a perir tutti.
In fine arrivammo al colmo della miseria: ci manc il biscotto, e non si vedea lido. Io misi tutto il mio sforzo a persuadere a' pi impazienti, che non potevamo esser molto lontani: ma non potei sostenere a lungo questa speranza. Cominciossi a mormorar contro me, dicendo che io m'ingannava, e che andava sempre pi dentro mare in vece di correr verso terra. La fame diveniva rabbiosa, quando, come il ciel volle, uno stuolo di gabbiani venne a svolazzar d'attorno alla scialuppa, s lentamente, che parea chiedessero d'esser presi. Essi bassaronsi a portata delle nostre mani, e tutti ne presero agevolmente qualcuno. Furon tosto pelati per mangiarli cos crudi. Questa carne ci sembr deliziosa, ed io confesso di non aver trovato mai s dolce il mele stesso. Ma un sol pasto bastava appena a tenerci in vita. Fu passato il resto del giorno senza veder terra. La gente era s
costernata, che avvicinatosi a noi il cano, ci scongiurarono di nuovo a riceverli tra noi: e fu conchiuso, che poich la morte era inevitabile, era bene morir tutti insieme. Furono dunque ricevuti, e si cavaron dal cano i remi, e le vele.
Furono allora nella scialuppa 30 remi, che noi adattammo su' banchi in forma di coverta, o di ponte. Avevamo anco una vela maestra, un albero di trinchetto, un artimone, una civada. La scialuppa aveva tanto di cavo, che un uomo potea starvi seduto sotto la coperta de' remi. Io divisi la gente in due parti, delle quali l'una stava sottocoperta, sinch l'altra stava sopra: per sollevarsi a vicenda. Eravamo 66 e ci guardavam l'un l'altro con occhi tristi, e desolati, come si pu ben creder di persone che si morivano di fame e di sete, n vedeano pi venir n gabbiani, n pioggia.
Sul punto che la disperazione cominciava a succedere alla tristezza, si videro come sorger dal mare in gran numero de' pesci volanti, della grandezza de' pi grossi aselli, che volarono anco nella scialuppa. Ciascuno vi si avvent, e furon distribuiti, e mangiati crudi. Quest'eran un leggero sussidio: ma intanto non v'eran infermi, cosa tanto pi strana, quanto che malgrado i miei consigli aveano gi alcuni cominciato a bere dell'acqua salsa. Figliuoli, diceva io ad essi, guardatevi di berne: ella non vi spegner la sete, e vi mover il ventre, che non potrete resistere.
Gli uni mordeano le palle di petriera, e di moschetto; altri beveano la loro urina. Bevvi ancor io la mia: ma ci facendola ben tosto corrotta, bisogn rinunziar anco a questo miserabil soccorso.
Cos crescendo d'ora in ora il male, io vidi giunto il termine della disperazione. Cominciarono a guardarsi l'un l'altro d'un'aria feroce, come presti a divorarsi tra loro, e a ripartirsi ciascuno la carne del suo vicino. Alcuni accennarono anco di venire a quest'eccesso, e di cominciar da' pi giovani. Proposizione s orribile mi colm d'orrore, e abbatt ogni mio coraggio. Io mi volsi al cielo, per iscongiurarlo a non permetter tra noi questa barbarie, e che noi fussimo tentati al di sopra delle forze, di cui si conosceva i confini. Indarno io tenterei d'esprimere il mio stato, allorch vidi alcuni marinai disposti a cominciar l'esecuzione, e risoluti a dar di piglio a' giovani. Io intercedei per essi ne' termini i pi
penetranti: Amici, dissi, che andate voi a fare? e non sentite voi l'orrore d'azion cos barbara? Ricorrete al cielo: egli riguarder con occhi di compassione la nostra miseria.
Io vi assicuro che la terra non ci pu esser molto lontana. E lor mostrai il punto di ciascun giorno, e a qual altezza eravamo stati. Essi risposermi, che da un pezzo io cantava loro la stessa canzone, ch'essi non vedeano per anco l'effetto delle promesse, onde li avevo lusingati, e ch'eran troppo certi, ch'io li teneva a bada o che fossi io stesso in errore. Intanto m'accordaron 3 giorni, al fin de' quali protestarono che niente sarebbe capace di guastare il lor disegno, se non vedessero terra. Quest'orrenda risoluzione mi penetr l'anima. Io raddoppiai le mie preghiere, perch le nostre mani non s'imbrattassero del pi abominevole di tutti i delitti. Ma
il tempo scorreva; e 'l periodo mi parea s pressante, ch'io stesso poteva a stento difendermi dalla disperazione, che rinfacciava agli altri. Io sentiva dirmi attorno: Ahim! se fussimo a terra, ci pasceremmo almeno d'erba come le bestie! Non per mi stancava di rinnovar le mie esortazioni.
Ma il d seguente la forza cominci ad abbandonarci, come il coraggio. I pi non eran capaci di levarsi dal sito in cui erano, n di tenersi in piedi. Rol era s abbattuto, che non potea muoversi. Malgrado la debolezza, ch'avrebbon dovuto darmi le mie ferite, io ero tuttavia de' pi robusti, e mi trovava bastante vigore, per andar da una coperta della scialuppa all'altra.
Eravamo a' 2 dicembre, il tredicesimo d dopo il naufragio. Il cielo s'annuvol, e mand della pioggia, che ci sollev alquanto. Ella fu accompagnata pure da calma, che ci permise di distaccar le vele dell'antenne, e di spanderle sul bastimento. Ciascuno vi si trascin sopra, e bevve della pioggia a soddisfazione, e i due nostri botticelli ne furon pieni. Io era al timone, e secondo il mio calcolo facea conto che non dovevamo esser molto lontani dal lido. Ma la densit della bruma, e la pioggia, che non diminuiva, mi fecero provare un'aria s cruda, che non potendo pi reggervi chiamai un de' quartier maestri per metterlo al mio luogo. Ei vi venne, ed io andai a cacciarmi tra gli altri, ove ripresi un po' di calore. Appena il quartier maestro ebbe passato un'ora
al timone, ch'essendosi cangiato tempo, ei scoverse una costa. Il primo movimento di sua gioia gli fece gridar: Terra, terra! Ciascuno ritrov le forze da levarsi in piedi e
sicurarsi co' suoi occhi di s favorevole avvenimento. Infatti era la terra, quella, che si scuopriva. Tosto si fecero aprir tutte le vele, e si corse dritto verso la costa. Ma in appressandosi a riva, vi trovammo degli scogli; sicch non fu osato di azzardare a traversare la barra. L'isola, qual era quella che vedevamo, formava un piccol golfo: e noi ebbimo la fortuna d'entrarvi. Quivi gittammo l'ancora; rimanendocene un'altra piccola, che ci serv per fermar la scialuppa a terra; e ciascuno s'affrett di saltar sul lido.
L'ardore fu estremo di cacciarsi ne' boschi, e ne' luoghi, ove si sperava trovar di che cibarsi. Per me, non prima ebbi tocco il terreno, che mi misi in ginocchio, e baciandolo per eccesso di gioia resi grazie al cielo del favore, che ci aveva accordato. Quest'era l'ultimo de' 3 giorni, dopo i quali si dovean mangiare i mozzi del vascello.
L'isola offriva delle noci di cocco: ma non vi si potea scoprire acqua dolce. Noi ci riputammo fin troppo felici di poter sorbire il liquore che le noci rendevano nella lor freschezza, mangiando le pi vecchie, ch'aveano il nocciolo pi consistente. Questo liquore ci parve una deliziosa bevanda, e non avrebbe prodotto ch'effetti salutari, se n'avessimo usato moderatamente: ma avendone preso all'eccesso, provammo dolori e tormenti insoffribili, che ci obbligarono a seppellirci nella sabbia gli uni appresso agli altri. Essi non cessarono che dopo grandi evacuazioni, che il d dopo ci resero la sanit. Girammo l'isola senza il minimo segno d'esser ella abitata: bench a diverse tracce si vedesse che v'eran giunti degli altri uomini. Ella non produce che noci di cocco. Alcuni marinai videro una serpe, che lor parve grossa un braccio. Dopo aver piena la scialuppa di noci vecchie e fresche, salpammo verso sera, e voltammo il timone verso l'isola di Sumatra, che scoprimmo il giorno appresso. Quella che lasciammo n'era distante 14 o 15 leghe. Costeggiammo le terre di Sumatra verso levante per quanto ci durarono le provvisioni. Forzati poi dalla necessit a scendervi, rademmo la costa, senza poter traversare gli scogli. Nell'imbarazzo ove correvam rischio di ricadere, fu risoluto che 4 o 5 de' migliori nuotatori s'ingegnerebbono di prender terra
per cercar lungo la riva un luogo ove abbordare. Essi passarono felicemente a nuoto, e si misero a correr la costa quanto noi li guidavamo cogli occhi. In fine trovato un fiume, ci feron segno, co' lor sottocalzoni, di seguirli. Accostandoci verso col, trovammo sull'imboccatura una secca, contro la quale il mare rompeva anche pi gagliardo. Io non era d'avviso d'arrischiarci a passare; almeno non voleva risolverlo che col consenso generale. Tutti si misero in fila per mio ordine, e dimandati del loro parere s'accordaron tutti ad incontrare il pericolo. Io ordinai che da' due lati di poppa si tenessero due remi con due rematori a ciascuno, e presi il timone per andar dritto a spaccar l'onde. Il primo colpo di mare emp, d'acqua mezza la scialuppa: e fu necessit di tosto cavamela con cappelli, scarpe, e quanto servir poteva a quest'uopo. Un secondo colpo di mare ci mise talmente fuori di stato di regolar la scialuppa, che ci credemmo inevitabilmente perduti. Amici, gridai, tenete la scialuppa in equilibrio, e raddoppiate i vostri sforzi a cavar l'acqua; se no, andiamo a perire! Si travagliava su quest'opera con quanto v'era d'ardore, quando un terzo colpo di mare ne sopravvenne: ma l'ondata fu s breve che non ci pot gittar molt'acqua, altrimenti eravam senz'altro annegati: e cominciando a dar indietro la marea, traversammo in fine que' furiosi scogli. Si gust l'acqua, e fu trovata dolce. Questo buon incontro ci fece obliar tutte le nostre pene. Noi presimo la costa dritto per il fiume, ove la riva era coperta di belle erbe, tra le quali scoprimmo delle picciole fave, quali si trovano in alcune terre d'Olanda. La nostra prima occupazione fu di mangiarne avidamente. Alcuni de' nostri, passata una punta di terra che ci era davanti, vi trovarono del tabacco, e del fuoco: nuovo argomento d'estrema gioia. Qualunque interpretazione dar si volesse a questi due segni, essi ci dicevano che non eravam molto distanti da quei, cui essi apparteneano. Con due asce, ch'aveamo nella scialuppa, rovesciammo pi alberi, troncandone i rami, de' quali femmo gran fuochi qua e l: e i nostri divisi in pi partite vi si assisero attorno fumando il tabacco ch'aveano trovato. Verso sera raddoppiammo i fuochi, e sul timor di qualche sorpresa io posi tre sentinelle, agl'ingressi del nostro picciolo campo. La luna era all'occaso. Noi passammo la
prima notte senz'altro male, che di violenti convulsioni di stomaco per le gran fave ch'avevam mangiato: ma sul peggio del nostro dolore ci avvisarono le sentinelle che gli abitanti del paese s'accostavano in gran numero. Il lor disegno in tempo di notte non poteva essere se non d'attaccarci. Tutte le nostr'armi consistevano in due asce e una spada ben rugginosa: e noi stavamo tutti s male, ch'appena avevam forza a muoverci. Pure quest'avviso ci rianim, e i pi abbattuti non poteron risolversi a perire senza qualche difesa. Noi presimo in mano de' tizzoni ardenti, co' quali corsimo incontro a' nemici. Le scintille volavan da tutte le parti, e rendeano lo spettacolo terribile. Altronde gl'isolani non potean sapere che noi fossimo senz'armi. Cos si diedero essi in fuga per appiattarsi dietro un bosco: e i nostri ritornarono a' lor fuochi, ove passarono il resto della notte in continua guardia. Rol ed io ci credemmo obbligati per prudenza di rientrar nella scialuppa, per sicurarci almeno di questo refugio contr'ogni accidente.
Il domani al levar del sole tre isolani usciron dal bosco, e s'avanzarono verso la riva. Noi mandammo a loro tre de' nostri, ch'avendo altra volta fatto il viaggio dell'Indie conosceano alcun poco l'uso e la lingua del paese. La prima dimanda che lor si fece, fu di che nazione fossero: e dopo aver risposto esser essi infelici mercanti, il cui vascello era perito per fuoco, dimandarono per lor parte se potessero ottener qualche rinfresco a cambio. In questa conferenza gl'isolani continuarono ad avanzarsi verso la scialuppa, ed accostatisi con molta audacia, vollero sapere se avevamo armi. Io aveva fatto spiegar le vele, per sospetto di quella lor curiosit. Fu lor risposto, ch'eravamo ben forniti di moschetti, polvere, e palle. Essi ci lasciarono con promessa di recarci del riso, e de' polli. Noi raccolsimo circa 80 reali d'argento, che ciascuno avea nelle sue tasche, e gli offrimmo a quei tre, perch ci recassero del riso, e de' polli gi cotti a quella misura che loro parea. Parvero essi molto soddisfatti del prezzo. Io esortai tutti a prendere un'aria di fermezza: e assisi francamente sull'erba riaprimmo il consiglio, dopo esserci ristorati con un buon pranzo. I tre isolani vi assistettero ammirando il nostro appetito. Dimandammo il nome del paese, senza poter comprendere da loro
risposte se fosse Sumatra. Ma noi ne fummo persuasi, allorch'essi ci ebber mostrato colla mano che Giava era al di sotto: e noi facilmente intesimo, ch'essi voleano accennar Giovanni Coen, general degli olandesi, che comandava allora in quest'isola. Ci parve certo che noi fussimo a portata di Giava, e questo lume ci di tanto pi soddisfazione, inquantoch, non avendo bussola, avevamo esitato insino allora in tutte le nostre manovre. Noi non abbisognavamo che di viveri per essere interamente tranquilli. Io deliberai d'imbarcarmi con quattro altri in una piroga, ch'era a riva, e di risalire il fiume insino ad un villaggio che scoprivam di lontano, per andare a far quante potevo provvisioni col resto dell'argento, ch'aveva adunato. Affrettatomi a partire, comprai ben tosto del riso e de' polli, che mandai a Rol colla stessa diligenza raccomandandogli a farne porzioni uguali, per non dar motivo di lamento: e io co' miei compagni feci nel villaggio un ottimo pranzo, e non assaggiai senza piacere il liquor del paese, ch' una specie di vino, che si cava dagli alberi, ed  capace d'ubbriacare. Mentre mangiavamo, gli abitanti ci eran d'attorno, e accompagnavano cogli occhi ogni nostro boccone, come divorandolo essi stessi. Dopo il pranzo, comprai da loro un bufalo, che mi cost 5 reali e mezzo: ma essendo quello s selvaggio che non potevamo prenderlo, n menarlo con noi, vi spesimo gran tempo. Il giorno cominciava a mancare: e io voleva ritornarmene alla scialuppa, con intenzione di ritornare il dimani. Ma i miei pregaronmi di lasciarli quivi, sotto scusa che lor sarebbe pi facile di prender il bufalo al buio. Io non l'intendeva cos, e mi sforzai di distorli da questo pensiero: pure cessi alle loro istanze, e partii abbandonandoli alla propria condotta.
Ritornato in riva al fiume, vi trovai presso alla piroga quantit d'isolani, che pareano in contrasto. Avendo creduto di scuoprire che gli uni voleano lasciarmi partire, gli altri vi si opponevano, ne presi due per il braccio, e li spinsi verso la piroga con aria da padrone. I loro sguardi eran feroci: pur essi vi si lasciaron condurre, n fecero difficolt ad entrarvi meco. L'uno s'assise a poppa, l'altro a prora: e si misero a remare. Osservai ch'avea ciascun d'essi il suo Pugnale a fianco, e per ch'eran padroni della mia vita. Dopo vogato alquanto, quel da poppa venne a me al mezzo
della piroga, ove io era in piedi, e mi spieg a forza di segni che voleva danaro. Io mi trassi di tasca una picciola moneta, e gliel'offrii. Ei la prese, e avendola per qualche momento riguardata con un'aria incerta, l'avvolse in quel pezzo di tela ch'aveva alla cintura. Quel da prora venne ancor egli, e femmi gli stessi segni. Io gli diedi un altro pezzo, ch'egli esamin parimenti dall'una e dall'altra faccia: ma mi parve ancor pi irrisoluto se prenderla, o assalirmi, che gli sarebbe stato facile, trovandomi senz'armi. Io sentii la grandezza del pericolo, e 'l cuor mi palpitava fortemente. Intanto noi seguitavamo a scendere, e tanto pi ratto, quanto eravamo portati dal riflusso. Verso la met della strada, quei due cominciarono a parlar tra loro con gran calore. Tutti i lor movimenti indicavano ch'avean disegno di venirmi addosso: e io ne fui spaventato sino a tremarne. La mia costernazione mi fece alzar gli occhi al cielo, cui pregai d'aiuto, s necessario nell'urgente periglio. Una segreta ispirazione mi fece risolvere a mettermi a cantare, strano rimedio contro la paura. Io cantai con quanta forza aveva, insino a farne risuonare il bosco, ch'era di qua e di l del fiume. I due isolani si diedero a ridere, aprendo tanto la bocca ch'io scoprii sino il fondo del lor gozzo. A' loro sguardi m'avvidi ch'essi non mi credeano n pauroso, n diffidente. Cos trovai vero il proverbio, ch'avea sentito senza capirlo, ch'un'estrema paura  capace di far cantare. Cantando intanto la barca andava s rapida che cominciava gi a scoprir la scialuppa. Feci segno alla nostra gente: essi il videro, e cominciarono a correre verso la riva. Allora voltomi a' due rematori feci loro intendere che' per andare a terra doveano mettersi ambidue a prora, sull'idea, che un d'essi non potrebbe assaltarmi alle spalle. Essi m'ubbidirono senza contrasto, e io scesi tranquillamente sulla riva.
Allorch'essi mi videro in sicuro tra' miei compagni, dimandarono ove passavan la notte tante persone: fu risposto sotto le tende, ch'essi vedeano. In fatti avevamo alzato delle picciole tende, co' rami e le foglie degli alberi. Dimandarono anco dove si coricavano Rol ed io, che parevamo i pi rispettati; si rispose: nella scialuppa sotto le vele Dopo di che rientrarono essi in piroga per ricondursi al villaggio.
Io narrai a Rol e agli altri quanto m'era avvenuto, dando loro speranza di rivedere il d dopo i nostri quattro col bufalo. La notte scorse in una profonda calma. Ma nato gi il sole fummo sorpresi al non veder comparire i compagni, e cominciammo a sospettare che fosse lor sopraggiunta qualche disgrazia. Poco dopo vidimo venir due isolani con una bestia, che si cacciavano innanzi. Era quello un bufalo: ma non dovetti molto esaminarlo per sicurarmi non esser quello ch'io aveva comprato. Un de' nostri, che intendeva e parlava abbastanza la lingua del paese, dimand a' negri perch non ci avean menato il bufalo che ci avean venduto, e dov'erano i nostri uomini. Risposero ch'era stato impossibile di menarlo, e che i nostri, che venivan dietro, ne conducevan un altro. Questa risposta avendoci alquanto racchetati, io notai che il bufalo saltava molto, e che non era men selvaggio del primo. Io gli feci subito troncar il piede coll'ascia: e i due negri vedendolo stramazzare alzaron grida, ed urli spaventevoli.
A quel fracasso due o trecento isolani, che sta van nascosti nel bosco, n'uscirono fieramente e corsero diritto alla scialuppa, verismilmente per troncarci il passo, e assicurarsi la libert di trucidarci tutti. Tre de' nostri, ch'avean fatto un picciol fuoco a qualche distanza dalle tende, penetrando il lor disegno, s'affrettarono a darcene avviso. Uscii dal bosco, ed inoltratomi alquanto vidi una cinquantina de' nemici, che ci venivano impetuosamente contro da un'altra parte del bosco. Fermi, dissi a' miei, il numero di questi miserabili non  abbastanza grande per ispaventarci. Ma poi ne vidimo comparire una s grossa truppa, armati la pi parte di scudi, e d'una tal sorta di spade, che, riguardando d'altr'occhio la nostra situazione: Amici, gridai, corriamo alla scialuppa; che se ci si taglia il passo, bisogna rinunziare ad ogn'altra speranza! Noi presimo la corsa verso la scialuppa, e quei che non poterono entrarvi s tosto, si misero in acqua per giungervi a nuoto.
I nemici c'inseguirono insino a bordo. Per nostra disgrazia niente era preparato per discostarci dalla riva con diligenza uguale al pericolo. Le vele erano sparse in foggia di tenda da una parte della scialuppa all'altra, e, mentre noi ci affrettavamo ad entrarvi, i negri, che ci eran gi a tiro,
ferirono colle lor zagaglie molti dei nostri, a' quali vidimo uscir di corpo gl'intestini. Pur ci difesimo alla disperata colle nostre due asce, e colla vecchia spada, e questa la maneggi con buon effetto il fornaio del vascello, ch'era un uomo grande di corporatura, e pien di vigore. Noi eravamo fermati da due ancore, una a poppa, l'altra a prora. Io m'accostai all'albero, e gridai al fornaio: Tronca il canapo! ma ci fu impossibile. Corsi a poppa, e mettendo il canapo sulla ruota di poppa: Tronca! gridai; allora fu troncato senza fatica. I nostri ch'eran davanti, lo presero, e tirarono la scialuppa verso mare. Gl'isolani indarno tentarono di darci la caccia in acqua: essi perderono il fondo, e furon costretti a rinunziare alla loro preda.
Noi pensammo a raccogliere il resto de' nostri che nuotavano. Quei che non avean ricevuto ferite mortali, rientrarono a bordo: e 'l cielo fece soffiare in quel punto un vento sforzato di terra, il qual sin'allora era stato di mare. Fu impossibile di non riconoscer questo come un visibil contrasegno della divina protezione. Spiegammo tutte le vele, e ci misimo al largo con una sola bordata, ripassando con mirabile felicit la secca e gli scogli che ci avean dato tanto che fare all'entrata del fiume. I nostri nemici nella speranza che andremmo a naufragare s'erano inoltrati sino all'ultima punta del capo, per quivi attenderci, e trucidarci. Ma il vento mantenendosi favorevole, la prora della scialuppa, ch'era ben alta, seg l'onde con questo soccorso.
Appena fuor di pericolo, ci avvedemmo che il fornaio, che ci avea s ben difesi, era stato ferito d'un'arme avvelenata al di sopra dell'umbilico: tutto il d'intorno era gi nero livido. Io tagliai insino al vivo, per arrestare il veleno: ma questo dolore gli fu inutile. Egli cadde morto su' nostri occhi, e fu gittato nell'onda. Nella rassegna, che femmo de' nostri, ne trovammo 16 di meno, 11 de' quali erano stati uccisi alla riva. La sorte de' 4 disgraziati, ch'eran rimasti nel villaggio fu compianta amaramente. Nulla era s crudele per noi, che la necessit, in cui eravamo di abbandonarli Ma verosimilmente non erano essi ormai in istato di essers i sensibili, trovandosi gi all'altro mondo.
Noi andavamo a vento in poppa scansando la costa. Il resto della provvigione, ch'era d'otto polli e un po' di riso.
fu distribuito tra' cinquanta che restavano: e la fame, che cominci tosto a farsi sentire, ci obblig a rimetterci a terra, in una baia che scoprimmo. Quantit di persone, ch'erano sul lido, si diedero a gambe, vedendoci smontare. Noi avevamo una troppo funesta sperienza della barbarie di quegl'isolani, perch ne sperassimo de' viveri: ma se non altro, vi trovammo acqua dolce. Gli scogli vicini ci provvidero d'ostriche, e piccioli lumaconi di mare, che mangiammo tanto pi di gusto, che potemmo condirli con del pepe, di cui aveva comprato nel villaggio un cappello pieno, e me l'avea salvato. Dopo ristoratoci, ciascuno n'emp le saccocce, e rientrammo nella scialuppa, co' nostri due
botticelli pieni d'acqua fresca.
Uscendo dalla baia proposi di allargarci di pi per avanzar cammino, come fu fatto. Ma il vento, che cominci a rinforzare, ci fece soffrir la notte una gran tempesta. Questa per altro fu un favor del cielo; poich se avessimo continuato per quella costa non avremmo potuto non iscender di nuovo a terra a provvederci d'acqua in un altro sito che ci si offeriva nell'isola ove trovato avremmo de' crudeli nemici, che si dichiararon poco dopo contro gli olandesi, e che n'avean di gi ammazzato molti. Alla punta del giorno vedemmo tre isole, che ci eran contro. Noi determinammo di scendervi, bench non le credessimo abitate, sulla lusinga di trovarvi da mangiare. Quella, ove sbarcammo, era piena di quella specie di canne, che son dette bamb, della grossezza d'una gamba. Noi ne presimo molte cui forammo i nodi con bastoni, eccetto al di sopra, e le riempimmo d'acqua dolce, come tanti barilozzi, turandone la bocca: e cos portammo una buona provvision d'acqua da bere, alla scialuppa. V'eran anco de' palmizi, la cui cima era abbastanza tenera per mangiarla. Fu scorsa l'isola senza nient'altro scuoprirvi. Un giorno trovandomi a' piedi d'una montagna assai alta non potei resistere alla voglia di salirvi sulla vetta, nell'incerta speranza di farvi qualche scoperta, ch'esser potesse utile a guidare i nostri passi. I luoghi, che noi cercavamo, eran quei dove si trovavano stabiliti gli olandesi. Ei sembravami che questa ricerca toccasse a me in modo particolare, e che tutti avesser gli occhi fissi sovra me. Ma oltr'a'mali, che m'eran comuni con loro, era quello il primo
mio viaggio all'Indie orientali: e mancando di bussola, e d'ogn'altro stromento nautico, non mi trovava capace di niente per la nostra salvezza.
Giunto alla sommit della montagna, i miei occhi si perderono nell'immenso spazio del cielo, e del mare. Io mi prostrai in ginocchio, e col cuore pieno d'amarezza indirizzai le mie preghiere al cielo, con sospiri, e lagrime indicibili. Tosto scoprii due alte montagne di color turchino, a quel che me ne parve: e sovvennemi, ch'essendo ad Hoorn avea sentito dire a Guillielmo Schouten, ch'avea fatto due volte il viaggio all'Indie orientali, che al capo di Giava eranvi due alti monti, che parean turchini. Noi eravamo venuti all'isola costeggiando a sinistra Sumatra, e quelli erano a destra. Tra loro io vedeva un'apertura, a traverso alla quale non scoprivo terra: e ben m'era noto, che lo stretto della Sonda  tra Sumatra e Giava. Su queste riflessioni io conchiusi che non m'era sbagliata la strada: e scendendo pi pien di gioia m'affrettai a dar avviso a Rol di quel ch'avea scoperto. Ma allorch io gli parlai, non si facean pi vedere i due monti, perch'erano stati coperti di nuvole. Aggiunsi bens quel ch'aveva sentito ad Hoorn da Schouten, e stabilii con altri argomenti ancora le mie congetture. Rol le trov verosimili. Raduniamo i nostri, ei disse, e teniamoci da quella parte. Questa dichiarazione fatta all'equipaggio lo mise in gran moto per recare a bordo dell'acqua, delle canne, e delle cime di palmizi. Fu messa la vela con uguale ardore. Il vento ci favoriva; e fu portata la prora dritta verso l'apertura de' due monti, regolandoci in quella notte col corso delle stelle. Verso mezza notte vidimo fuoco: e il primo pensiero fu che fosse di qualche vascello, e che questo doveva essere una caracca. Ma accostandoci pi vidimo che quello era d'una isoletta nello stretto della Sonda: costeggiando la punta vidimo un altro fuoco dall'altra costa, e a pi segni capimmo esser di pescatori. Il d vegnente all'alba fummo fermati da una calma. Noi eravamo senza saperlo sulla costa interna di Giava. Un marinaio salito sulla cima dell'albero grid tosto che si scuopriva una quantit di vascelli, e ne cont sino a 23. La nostra gioia ci fece prorompere in grida e salti. Ci diemmo fretta a dar mano a' remi, e si and dritto alla
flotta. Era questo un nuovo effetto della protezione del cielo; poich senza questo, andavamo a gittarci a Bantan, ove non avevam niente di buono a sperare, trovandosi in guerra colla nostra nazione il re di questa contrada: in vece di che per un favore ammirabile di previdenza andavamo a cader tra le braccia de' nostri compatriotti e amici.
Que' 23 vascelli dunque erano olandesi sotto il comando di Friderico Houtman d'Alcmaar. Ei si trovava allora nella sua balconata, donde ci osservava col suo cannocchiale pien di stupore per la singolarit di nostre vele, e studiando la spiegazione d'uno spettacolo s disusato, e ci sped la sua scialuppa per informarsi di noi. Quei che la conduceano ci riconobbero: noi aveamo fatto vela di conserva da Texel, e non ci eravamo separati che nel mar di Spagna. Essi fecero passar nella loro scialuppa Rol e me, e ci condussero a bordo dell'ammiraglio, il cui vascello avea nome la Vergine di Dordrecht. Tosto gli fummo presentati. Dopo averci spiegata la gioia ch'aveva a rivederci, giudicando egli senz'altra spiegazione che quella fosse il pi premuroso dei nostri bisogni, fece preparar la sua tavola, e vi si assise con noi. Quando mi vidi innanzi del pane, e dell'altre vivande, mi sentii il cuor s oppresso, che inondai di pianto il mio viso, e non mi trovava forza da mangiare. La nostra gente, che arriv ben tosto, venne distribuita su tutti gli altri vascelli.

Note.
1. Cos il traduttore settecentesco volta in italiano il francese canot, che  imbarcazione pi piccola della barcaccia o gran lancia (scialuppa).


Alexandre-Olivier Exmelin: Il codice della filibusta.

Ad Alexandre-Olivier Exmelin, figlio del farmacista di Honfleur, mancava ancora solo un anno per prendere la laurea in chirurgia, quando Luigi XIV decret l'interdizione all'esercizio della medicina da parte dei protestanti. Il nostro, che era di questi, se ne va allora a cercar fortuna alle Isole, cio in America, alle Antille, e non avendo i soldi per il viaggio si impegna con la Compagnia delle Indie Occidentali a restare per tre anni al servizio di un colono.
Arriva a San Domingo il 6 luglio 1666. Resta schiavo per due anni di un padrone naturalmente crudelissimo, finch nel 1668 si imbarca con i filibustieri, in qualit di chirurgo e come flemmatico osservatore. Nel 1677 torna in Europa per iscriversi alla scuola di medicina di Amsterdam, e nel 1684 si fa cattolico; ma far ancora due viaggi alle Antille, chirurgo dei filibustieri, filibustiere egli stesso, e scriver una storia di questi suoi grandi amici, meritatamente famosa.
Quanti, capaci alle pi alte imprese, non languono nell'inerzia, in mancanza di ci che necessiterebbe per compierle! Non cos i filibustieri, il cui genio supplisce alla scarsit dei mezzi; essi non mancano mai di risorse per trovare le munizioni da guerra e da bocca.
Ecco come fanno per avere i bastimenti.
Associati in quindici o venti, ciascuno porta un fucile che ha la canna di quattro piedi e pu tirare una palla da sedici alla libbra, e ordinariamente una o due pistole, con palle da venti o ventiquattro alla libbra, oltre a una buona sciabola e un coltellaccio.
Costituita la societ, eleggono un capo e prendono imbarco su un canotto, navicella di un sol pezzo, ricavata da un tronco d'albero, che comprano tutti insieme, a meno che il
capo non lo compri da solo: col patto, in questo caso, che il primo bastimento preso sar suo. Raccolgono viveri sufficienti per sussistere dal punto di dove partono a quello dove contano trovarne altri, e tutto il loro corredo consiste in una camicia o due e un par di brache.
In quest'arnese vanno ad appostarsi presso l'imboccatura di qualche porto o fiume degli spagnoli, donde preveggono che debbano uscire barche, e come le scoprono saltano su e se ne impadroniscono. Non accade mai che non trovino viveri o mercanzie, e di che vestirsi.
Se la barca non  in buono stato, vanno a carenarla in una isoletta, che chiamano Caye, valendosi degli spagnoli che prendono, perch essi lavorano meno che possono. E intanto che gli spagnoli raddobbano la barca, i filibustieri fanno festa con ci che v'hanno trovato, e dividono il bottino in parti eguali.
Pronta la barca, mandano via i prigionieri, trattenendo gli schiavi, se ve ne sono, e anche un spagnolo per fare la cucina, se la barca  pontata; dopo di che adunano altri camerati onde completare l'equipaggio e andare alla corsa. Come sono in trenta o quaranta, secondo il numero che hanno stabilito e la grandezza della barca, provvedono al vettovagliamento, sempre senza sborsar denari. Vanno perci a spiare gli spagnoli proprietari di corals, che son parchi di maiali, e li forzano, se riescono a prenderli, a consegnare due o trecento maiali grassi (pi o meno in rapporto al bisogno), impiccando i malcapitati che rifiutano, non senza sottoporli in precedenza a mille crudelt.
Gli uni salano i maiali, altri fanno acqua e legna per il viaggio, e, convenuto tutti insieme il porto dove andare, addivengono fra loro a un accordo, che chiamano chassepartie, per regolare la parte del capitano, del chirurgo e di quelli che rimarranno mutilati. L'equipaggio sceglie cinque o sei dei suoi membri principali per concludere col capo o capitano questo accordo, sulle basi seguenti:
1. Nel caso che il bastimento appartenga a tutto l'equipaggio, viene stipulato che daranno al capitano il primo bastimento preso, e la sua parte di bottino come agli altri; roa se il bastimento  del capitano, si specifica che egli avr 'l primo che sar preso, con doppia parte di bottino, e con
l'obbligo di bruciare il peggiore dei due bastimenti, o quello suo, o quello preso; e, qualora il bastimento di propriet del capo vada perduto, l'equipaggio sar obbligato a restare con lui tutto il tempo occorrente per averne un altro.
2. Il chirurgo ha duecento scudi per la sua cassa di medicamenti, sia che venga fatta preda o no, e inoltre, quando la preda venga fatta, la sua parte come gli altri. In cambio del denaro, possono essergli dati due schiavi.
3. Gli altri ufficiali hanno tutti una parte come l'equipaggio, a meno che uno di essi non si sia distinto, nel qual caso, di comune accordo, gli viene attribuita una ricompensa.
4. Quegli alla cui iniziativa sia dovuta la cattura, avr cento scudi.
5. Per la perdita di un occhio, cento scudi, o uno schiavo.
6. Per la perdita dei due occhi, seicento scudi, o sei schiavi.
7. Per la perdita della mano destra, o del braccio destro, duecento scudi, o due schiavi.
8. Per la perdita di tutt'e due, seicento scudi, o sei schiavi.
9. Per la perdita di un dito, o di un orecchio, cento scudi, o uno schiavo.
10. Per la perdita di ogni piede o di ogni gamba, duecento scudi, o due schiavi.
11. Per la perdita di tutt'e due, seicento scudi, o sei schiavi.
12. Allorch un filibustiere abbia una piaga nel corpo che lo obblighi a portare un cannello, gli vengono dati duecento scudi, o due schiavi.
13. Se qualcuno non ha interamente perduto un membro, ma questo membro  completamente fuori uso. sar indennizzato come se lo avesse perduto del tutto.
Una volta stabilito l'accordo, vien firmato dai capitani e da coloro che sono stati scelti per concluderlo. Quindi tutti i componenti dell'equipaggio si associano due a due, per aiutarsi a vicenda in caso di ferita o malattia, e all'uopo passano fra loro una scrittura a modo di testamento, con la quale stipulano che, se uno dei due muore, l'altro ha facolt di impadronirsi di quanto egli possiede. A volte questi accordi sono permanenti, oppure valgono per un solo viaggio.
Tutto cos disposto, partono. Le coste che essi battono d'ordinario sono quelle di Caracas, di Cartagena, di Nicaragua, ecc., che hanno parecchi porti frequentati da bastimenti spagnoli. A Caracas, i porti dove attendono l'occasione sono Comana, Comanagota, Coro e Maracaibo. A Cartagena: la Ranceria, Santa Maria e Porto Bello. E sulla costa di Nicaragua, la citt cos chiamata. All'isola di Cuba la citt di Santiago e quella di San Cristoforo dell'Avana, dove entrano bastimenti assai spesso. Quanto all'Honduras, non v' una stagione dell'anno in cui l'attesa valga, ma, non essendo cosa sicura, non ci vanno che di rado.
Le pi ricche prede che si facciano in tutti questi luoghi sono i bastimenti che provengono dalla Nuova Spagna per Maracaibo, dove  il traffico del cacao, che serve per la cioccolata. Se i bastimenti sono presi nell'andata, vengono depredati del denaro che portano; se  al ritorno, vien preso il carico di cacao. Perci sono spiati all'uscire da capo Sant'Antonio e dal capo di Catoche, o al capo di Corrientes, che devono sempre venire a rilevare.
Quanto alle prede sulla costa di Caracas, sono bastimenti che vengono di Spagna carichi d'ogni sorta di manifatture.
Quelli presi all'uscita dell'Avana, sono bastimenti carichi d'argento e di mercanzie per la Spagna, come cuoi, legno da campeggio, cacao e tabacco. Quelli invece che partono da Cartagena, sono ordinariamente vascelli che fanno il traffico dei piccoli porti, non frequentati dalla flotta spagnola.
Sul mare gli avventurieri vivono in grande amist, chiamandosi fra loro fratelli della costa, e chiamano il fucile semplicemente arma. Se due di essi incontrano una bella donna, a evitare il contrasto che potrebbe nascerne giocano a testa e croce chi l'avr, e il favorito dalla sorte la sposa; ma il suo compagno dovr essere ricevuto in casa, e questo si chiama matelotage(1).
Finch va bene, si trattano umanamente, facendo ciascuno l'obbligo suo senza mormorare e senza dire: Faccio pi io di questi o quegli.
La mattina, verso le dieci, il cuoco mette al fuoco il caldaro per cuocere la carne salata in acqua dolce, o, se
non ce n', in acqua di mare. Insieme egli fa bollire del grosso miglio pestato, finch diventi denso come riso cotto, toglie il grasso dal caldaro per condire questo miglio, e quand' pronto, lo distribuisce nelle gamelle. L'equipaggio si divide in gruppi di sei per ciascuna gamella, e tanto il capitano che il cuoco van soggetti alla legge comune, che, se per caso toccasse loro una gamella migliore delle altre, il primo venuto  in diritto di mettersi al loro posto. Eppure un capitano filibustiere  considerato pi di qualunque capitano da guerra su un vascello del re, perch gli avventurieri, dal momento che lo hanno eletto, gli obbediscono scrupolosamente: ma se cade in disgrazia l'equipaggio decide di lasciarlo su un'isola deserta con la sua arma, le pistole, la sciabola, salvo a ripassare dopo sette o otto mesi, se v' bisogno, a vedere se  ancora in vita.
Generalmente i pasti quotidiani sono due sui vascelli filibustieri, quando i viveri sono sufficienti; caso contrario, un pasto solo, e nel cominciarlo vien detta la preghiera. I francesi, cattolici, recitano il canto di Zaccaria, il Magnificat e il Miserere. Gli inglesi, sedicenti riformati, leggono un capitolo della Bibbia o del Nuovo Testamento e recitano salmi. E in quel momento sono edificanti; ma la loro cecit  insopportabile, quando chiedono a Dio il successo di un'impresa che l'offende.

Note.
1. Cameratismo da marinai (francese matelot: marinaio).


Woodes Roggers e altri: Il vero Robinson.

Durante la guerra di successione spagnola, alcuni privati armarono in Inghilterra due vascelli per la corsa, destinati a far prede nel Mare del Sud (l'Oceano Pacifico). Woodes Roggers, che li comandava, recava con s come pilota William Dampier, che aveva gi fatto tre viaggi nel Mare del Sud e due volte il giro del mondo. Salparono a Bristol il 2 agosto 1708. Il 10 gennaio erano nell'emisfero antartico a 6i 50', dove non c'era notte: il punto pi a sud che i naviganti avessero fino allora toccato. Roggers doppi Capo Horn spingendosi fino all'isola Juan Fernandez donde la barcaccia torn alla nave con gran quantit di granchi e un uomo vestito di pelli di capra, che sembrava pi selvaggio delle capre stesse. L'avventura di quest'uomo [...] abbandonato in quell'isola ha fornito lo spunto al romanzo inglese di Robinson Crusoe [...] La popolarit che ebbe allora quel libro, scritto da Daniel De Foe nel 1719 e che ancor oggi si legge volentieri, c'induce a riportare da Roggers quanto c' di vero nella storia di Robinson Crusoe. Nella sua relazione, a dire il vero, Roggers non si dilunga tanto su Selkirk quanto potr sembrare al lettore dal nostro racconto: vi abbiamo infatti aggiunto parecchi particolari che si trovano nei diari di Edward Cooke, Robert Lade e altri.
Con questo preambolo il Despertes nella sua Histoire des naufrages (1785) presenta la storia del marinaio scozzese Alexander Selkirk; nella rielaborazione appunto del Despertes abbiamo voluto anche noi riportarla.
C'era, raccont Roggers, uno scozzese, di nome Alexander Selkirk, che era stato ufficiale del vascello I Cinque forti -, il capitano Stradling lo aveva abbandonato su quest'isola da quattro anni e quattro mesi. Il capitano
Dampierre, che a quel tempo si trovava con loro, mi diceva che era l'uomo migliore che ci fosse su quel naviglio e ci m'indusse a prenderlo come contramastro.
Questo buono scozzese, scorgendo le nostre navi, che dove riconoscere per inglsi, aveva acceso il fuoco che notammo sull'isola. Certamente altre ne aveva viste durante il suo soggiorno, ma due soltanto avevano dato fondo all'ancora. Non sapendo di che nazione fossero s'era accostato per esaminarle. Ma alcuni spagnoli, che avevano gi messo piede a terra, non appena l'ebbero scorto, cominciarono a sparargli addosso e a inseguirlo nel bosco dove trov riparo su un albero, e quelli, nonostante si aggirassero proprio l attorno ammazzando una quantit di capre sotto i suoi occhi, non riuscirono a scovarlo. Ci confess che avrebbe preferito consegnarsi ai francesi, se qualche loro vascello avesse approdato, o lasciarsi morire su quest'isola, piuttosto che cadere nelle mani degli spagnoli, i quali certamente lo avrebbero ucciso o condannato ai lavori forzati, per paura che desse informazioni agli stranieri sul Mare del Sud.
Ci disse anche che era nato a Largo, nella provincia di Sise, in Scozia, e che sin dall'infanzia l'avevano avviato alla vita del mare e che fu sbarcato su quest'isola dal capitano Stradling, per via d'una disputa che avevano avuto. Lui aveva subito deciso di restarvi anzich esporsi a nuove afflizioni, dato che il vascello era in cattivo stato; tuttavia, tornato in s, desider far ritorno alla nave, ma il capitano non ne volle sapere. Questi era gi stato sull'isola durante un altro viaggio, per fare acqua e legna, e a quel tempo vi lasci due uomini i quali vi avevano vissuto per sei mesi, fino al ritorno del vascello dal Mare del Sud, donde era stato scacciato da due navi francesi che vi incontr.
Comunque sia, Selkirk, abbandonato su quest'isola coi suoi panni, il letto, un fucile, una libbra di polvere, alcune palle, un po' di tabacco, un'ascia, un coltello, un paiolo, una Bibbia e qualche altro libro edificante, i suoi strumenti e i suoi libri di marina, s'acconci e provvide ai suoi bisogni meglio che gli fu possibile. Ma durante i primi otto mesi gli fu molto penoso superare la melanconia e l'orrore di una cos spaventosa solitudine. Con rami di pimento s'era costruito due capanne, poco lungi una dall'altra; ne fece il
tetto con una sorta di giunco e lo rivest con le pelli delle capre che uccideva via via che ne aveva bisogno, finch gli dur la polvere. Quando la polvere stette per finire scopr il segreto di far fuoco sfregando due legni sul ginocchio. Nella capanna pi piccola cucinava e nella pi grande dormiva, cantava i salmi e pregava Iddio; in vita sua non era mai stato tanto buon cristiano e disperava di esserlo altrettanto in avvenire. Oppresso dalla tristezza, senza pane e senza sale, non mangiava finch non fosse ridotto all'estremo della fame e andava a coricarsi solo quando non poteva pi stare sveglio. I rami di pimento gli servivano a cuocere la sua carne e a fargli luce, e quell'odore aromatico ricreava il suo spirito abbattuto.
Il pesce non mancava, ma, poich gli recava disturbo, non osava mangiarne senza sale, fatta eccezione per i granchi di fiume, squisiti e grossi come quelli di mare. A volte li faceva bolliti, a volte arrosto, come la carne delle sue capre che qui non ha quel gusto cos forte delle nostre, e con la quale preparava un ottimo brodo. Ne aveva uccise fino a cinquecento e altrettante le aveva marcate all'orecchio. Questa stranezza la riscontrarono gli uomini dell'equipaggio dell'ammiraglio Anson trentatr anni dopo, su una vecchia capra che uccisero sbarcando sull'isola, e poi su molte altre.
Quando,la polvere fu finita, le catturava a corsa; il continuo esercizio lo aveva reso cos agile che correva attraverso boschi, rocce e colline a velocit incredibile. Noi lo mettemmo alla prova mandandolo a caccia assieme a un cane che avevamo a bordo, addestrato al combattimento dei tori, ed ai marinai pi veloci; egli superava tutti, fiaccava gli uomini e la bestia; prendeva le capre e ce le portava sul dorso. Un giorno - ci raccont - poco era mancato che la sua agilit non gli costasse la vita: inseguiva una capra con tale ardore che l'agguant sul ciglio d'un precipizio nascosto dai cespugli; capitombolarono insieme fino al fondo ed egli fu cos stordito dal colpo e cos scosso che perse i sensi. Alfine, ripresa conoscenza, trov la capra morta sotto di s. Rest ventiquattro ore sul posto, e gli cost non poca pena trascinarsi fino alla capanna, lontana un miglio, donde usc solo in capo a dieci giorni.
Grazie alla lunga abitudine riusc a gustare la carne senza
sale e senza pane, e durante la stagione del raccolto c'era 
una quantit di buoni navoni, seminati dall'equipaggio di qualche nave, che ricoprivano parecchi arpenti di terra; non mancava neppure un'eccellente specie di cavoli che crescevano sugli alberi e che condiva col frutto del pimento, che  lo stesso della Giamaica, e il cui aroma  delizioso. Trov pure del pepe nero, chiamato malagita, buono assai per scacciare i venti e guarire dalla colica.
Le sue scarpe e i suoi panni furono presto consumati a furia di correre attraverso i boschi e le prunaie; ma i suoi piedi si incallirono cos presto alla fatica che correva dappertutto senza pena. Anche quando lo ebbimo trovato, per qualche tempo non pot assoggettarsi a portare le scarpe, perch i suoi piedi si gonfiavano appena se l'era messe.
Ripresosi alla fine dalla malinconia, si divertiva qualche volta a incidere il suo nome sugli alberi, con la data del suo esilio; oppure cantava o ammaestrava i gatti e i capretti a ballare con lui. Al principio gatti e topi gli avevano fatto una guerra crudele; alcuni di questi animali, di certo scappati dalle navi che avevano toccato l'isola per far acqua e legna, avevano moltiplicato la loro specie in maniera portentosa. I topi venivano a rosicchiargli i piedi e i panni mentre dormiva; per liberarsene pens di dare ai gatti qualche buon boccone delle sue capre, ci che glieli rese tanto amici che venivano a centinaia a dormire attorno alla sua capanna; fu cos che lo liberarono ben presto del comune nemico. Di modo che, per un disegno della Provvidenza, e per il vigore della sua giovinezza (poich egli aveva appena oggi trent'anni), superate tutte le strettezze della sua penosa solitudine, visse alfine a suo agio.
Quando non ebbe pi panni si fece un giustacuore e un berretto di pelle di capra; li cuc assieme con delle sottili stringhe anch'esse di pelle; un chiodo gli fece da ago. Con certa tela che aveva si fabbric anche delle camicie, cucendole parimenti con filo di cotone che cav dalle sue vecchie calze. Era arrivato giusto all'ultima allorch lo trovammo su quest'isola. Quando il suo coltello fu consumato fino alla costola, egli ne forgi altri con certi cerchi di ferro che trov a riva; ne fece diversi pezzi che appiatt meglio che gli fu possibile e affil sulla pietra.
Aveva a tal punto dimenticato di parlare, che le parole gli uscivano soltanto a met, e a tutta prima noi durammo molta fatica a capirlo. Gli offrimmo dell'acquavite ma non volle gustarne, per paura che gli facesse male, accostumato com'era a bere solo acqua. D'altronde pass qualche tempo prima che potesse mangiare i nostri cibi con piacere.
Oltre a ci che abbiamo gi detto dei prodotti di quest'isola, Selkirk ci parl di certe piccole prugne nere, eccellenti, ma difficili da raccogliere perch crescono in cima alle montagne e alle rocce. Ci sono poi molti alberi di pimento; noi ne vedemmo qualcuno che aveva sessanta piedi di altezza e circa due verghe di circonferenza. Certe piante simili al cotone sono ancora pi alte e il loro fusto ha quasi quattro braccia di circonferenza.
Il clima  cos buono che gli alberi e le piante restano verdi tutto l'anno. L'inverno dura solo due mesi: giugno e luglio; appare allora soltanto un po' di gelo e un po' di grandine, ma cadono a volte grandi piogge. D'estate il caldo  costante e moderato e i temporali sono rari. Il nostro scozzese non vide nessuna creatura selvaggia o velenosa, n altre bestie che quelle di cui abbiamo parlato.
Juan Fernandez fu il primo a portarvi delle capre perch vi si moltiplicassero, e oggi l'isola ne  piena. Egli vi si stabil assieme a qualche famiglia del suo paese, fino a che il continente del Cile fu sottomesso agli spagnoli, dopo di che vi and anche lui nella speranza di accrescere la sua fortuna. Per la sua posizione e tutto quello che produce, quest'isola  capace di nutrire molta gente, e di essere fortificta; di conseguenza sarebbe molto difficile sloggiarvene coloro che vi si stabilissero.
Checch se ne dica, la maniera in cui Selkirk si comport in seguito mi persuase ch'egli men una vita molto cristina, che ci aveva detto la pura verit al riguardo, e che la Provvidenza divina lo sostenne in mezzo a un s grande abbandono. D'altra parte il suo esempio insegna che la solitudine e il distacco dal mondo non sono una condizione cos triste come la maggioranza degli uomini crede. Soprattutto quando vi si piomba per un incidente inevitabile. Se ne conclude anche che a volte un male pu prevenirne uno maggiore: infatti il vascello del suo capitano s'aren di l a
poco e quasi tutti gli uomini dell'equipaggio vi perirono. D'altro canto la destrezza che egli ebbe nel provvedere ai propri bisogni in maniera cos efficace - anche se meno comoda di quanto soccorrano i lumi dell'arte - ci conferma che la necessit  madre dell'industria. Per quanto sobrio fosse divenuto, allorch ebbe ripreso l'abitudine ai nostri piatti e ai nostri liquori, egli perse gran parte della sua forza e della sua attivit; prova convincente che il mangiar semplice e la temperanza serbano la sanit del corpo e il vigore dello spirito, mentre la variet dei nostri cibi e delle nostre bevande, specie ove se ne faccia eccesso, guastano parimenti l'uno e l'altro.


Dam Joulin: I negri si sono rivoltati.

1738: l'Europa non si  ancora destata alla cattiva coscienza; solo fra quattordici anni Rousseau pubblicher il Discorso(1) sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini. Gli spagnoli stanno perdendo il monopolio per la tratta dei negri, a beneficio delle altre nazioni europee: Inghilterra, Francia, Portogallo, Olanda, Danimarca, che profittano largamente della maggior libert in un commercio redditizio e ancora onorevole. Sulla tratta si fondano la prosperit di porti come Nantes, la ricchezza e le patenti di nobilt di molti armatori.
Al paragrafo secondo delle istruzioni e ordini impartiti dall'armatore al capitano Foures, comandante del bastimento negriero L'Affricain di Nantes, si legge:
Salperete da Nantes e vi dirigerete alla costa della Guinea approfittando del primo vento favorevole. Poich la salute dipende esclusivamente dalle benedizioni del Signore, per attirarle su di voi e sul vostro equipaggio vi raccomandiamo di recitare le preghiere alla mattina e alla sera. Vi raccomandiamo inoltre di proibire all'equipaggio di bestemmiare, e di far s che sia unito e in pace. Attendiamo tutto ci dalla vostra piet. Sar vostra premura curare gli ammalati e offrir loro ogni possibile sollievo. Siamo inoltre sicuri che vivrete in armonia e in pieno accordo con i vostri signori ufficiali, i quali, da parte loro, non mancheranno di darvi la loro piena collaborazione.
Il brano seguente  tratto dal giornale di bordo di Dam Joulin, ufficiale rappresentante dell'Affricain la compagnia di Guinea, la societ che ha in Francia il monopolio della tratta. L'Affricain lascia Nantes carico di paccottiglia e tocca il porto di Praia a Santiago, una delle isole di Capo
Verde. Cme la maggior parte dei bastimenti negrieri, dovr poi navigare in cabotaggio lungo le coste africane, dove scambier le sue merci con gli schiavi che trasporter alle Antille. Di qui torner a Nantes carico di spezie.
Gioved 27 novembre 1738. - Da ieri a mezzogiorno fino alle cinque di stamattina abbiamo avuto una brezza fresca da est-nord-est e da nord-nord-est. La nave fa molta fatica a governare per sud-sud-est e sud-est una quarta est. Non ho provveduto a registrare le altre rotte sul giornale di bordo perch ci  capitato un incidente molto noioso.
I negri si sono rivoltati.
La sera, prima dell'ora della preghiera, li abbiamo sentiti parlottare: sembrava che stessero bisticciando fra di loro. Li abbiamo costretti a tacere frustandoli. Per tutto il resto della notte non abbiamo pi sentito alcun rumore, ma, alle cinque di questa mattina, due negri sono comparsi dalla serretta del boccaporto; sembravano essere in ferri. Si sono diretti verso la sentinella come per domandare il permesso di accendere le pipe e quella, armata di un coltello da caccia, per un po' di tempo si  rifiutata di lasciarli passare. I due individui allora le saltano addosso, si impadroniscono dell'arma e colpiscono pi volte la guardia lasciandola l, moribonda. Nello stesso istante tutti gli altri schiavi sciamano come impazziti dal boccaporto; sono infuriati e armati di sbarre di ferro che sono riusciti a divellere senza farsi sentire. Si sono inoltre liberati dai ferri.
Due di loro hanno la sfrontatezza e l'ardimento di saltare sul cassero; mentre uno sembra esitare, l'altro si precipita verso la branda del signor Devomulon sita sulla sinistra, passando in mezzo a molti del nostro equipaggio che sono disarmati. Fortunatamente il signor Devomulon lo scorge in tempo e si butta gi dalla branda altrimenti il negro lo avrebbe ucciso. Saltiamo addosso allo schiavo, ma egli tenta di strangolare il signor Hermieux. Dopo una breve lotta riusciamo finalmente a immobilizzare l'energumeno che poi si strangola da se stesso.
Altri due negri, di cui uno aveva viaggiato con gli inglesi, saltano sul cassero e vi menano strage. Sono ambedue audaci e crudeli. Uno si  impadronito di un coltello da
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caccia e l'altro impugna una grossa clava e un coltellaccio. Riesce anche ad afferrare una pistola che, fortunatamente,  scarica. Passando per il ponte sotto il cassero si gettano quindi sul contramastro Martin Hardy che dorme nella sua branda e lo massacrano. Hardy stava godendo del suo turno di riposo e non aveva sentito il gran fracasso prodotto da questi animali. Si precipitano quindi nella cabina del signor Pierre Couran, il secondo ufficiale, e gli fanno subire la stessa fine. In quell'istante il signor Foures, il capitano, esce gridando dalla sua cabina. Ma si trova la via sbarrata da uno di quei miserabili che lo colpisce con una legnata in testa facendolo stramazzare ai suoi piedi. Il negro, credendo di avere ucciso la sua vittima, la abbandona, ma a poco a poco il signor Foures riprende i sensi, tenta di risollevarsi per porsi in salvo, ma altri due schiavi lo colpiscono ancora ripetutamente sulla testa. Mentre uno infierisce sul ferito con una mazza e il calcio di una pistola, l'altro lo accoltella. Cos hanno trattato anche Pierre Couran e Martin Hardy.
Io ho gi ricevuto due colpi. Il primo, alla testa, mentre tentavo di salire sul cassero, mi ha stordito e fatto cadere. Ricuperati i sensi, ho di nuovo tentato di salire la. scala, ma vi avevo appena posato il piede che qualcuno mi ha sferrato una tremenda botta al ginocchio sinistro che si  subito gonfiato oltre misura. Non so con cosa mi abbiano colpito. Agguanto un attizzatore da cannone e lo lancio sulla testa del mio aggressore riuscendo a stordirlo, ma non molto perch ce la fa ad allontanarsi. Poich sul cassero non ci sono armi da fuoco, sono obbligato a scendere. Non sapendo in quale posto rifugiarmi, mi dirigo in quadrato e incontro Bouguer che anche lui tenta di porsi in salvo. Minier, che era stato ferito a Santiago da un colpo di cannone, si  barricato dentro e non vuole aprirci perch crede di aver a che fare con i negri. Finalmente ci apre, ma non appena varchiamo la soglia ci si butta contro e per fortuna facciamo appena in tempo ad evitarlo.
I negri non pensano pi a noi; vedendo la porta aperta si precipitano come dannati nell'armeria, ma riusciamo a barricare l'ingresso con casse, bauli e valige.
Finalmente troviamo le armi, ma non sono cariche. Il ferito trova sei cartucce in un paniere di cipolle. Le munizioni
ci debbono essere, ma non si sa dove sono. Finalmente le trova, io carico quattro pistole e sparo dai portelli del quadrato. Queste armi fanno meraviglie. Dopo averle ricaricate esco dal quadrato per un portello e salgo sul cassero impugnandone una per mano. I nostri signori ufficiali e marinai hanno gi sparato quattro colpi di pistola facendo saltare i negri che trovano rifugio chi nella stiva centrale e chi fuori bordo, gettandosi a mare.
Due disgraziati sono ancora alle prese con i poveri signori Devomulon, Couran e Hardy. Sul cassero abbiamo il nostro da fare per evitare che ci sfuggano i due sobillatori della rivolta, ma ve ne sono altri che intendono salire. Se non fossimo riusciti a impadronirci del quadrato non so come avremmo potuto ridurre alla resa i negri.
I colpi di arma da fuoco hanno avuto molto effetto, specialmente quelli sparati sulla dritta della coperta. Ad un tratto il signor Devomulon  passato al contrattacco ed ha portato sul cassero, facendola passare per un portello, una caldaia piena di orzo bollente che era destinato al rancio dell'equipaggio e dei negri. Aiutandosi con un capace mestolo ha versato il liquido bollente in testa ai negri che. vedendosi minacciati sulla sinistra e bersagliati dai colpi di pistola sulla dritta, si gettano in mare o si precipitano lungo il corridoio. Subito provvediamo a bloccare le serrette delle stive con bagagli ed altri oggetti pesanti che troviamo in coperta. I negri che si sono gettati in mare ci danno ancora da fare perch tentano di risalire a bordo dal timone o dalle biscagline per penetrare in quadrato e sorprenderci. Uno  gi arrivato all'altezza dei portelli, ma noi ora siamo molto meglio armati di prima, disponiamo di sciabole, fucili, pistole, polvere e palle, e, non appena scorgiamo la testa dell'uomo che si affaccia nel quadrato dal portello, gli spariamo un colpo di pistola. La stessa cosa facciamo contro gli altri tre che lo seguono. Uno rimane ucciso. Degli altri due che sono sul coronamento, uno riesce a sfuggire e a guadagnare il parasartie. Lo uccidiamo con un colpo di fucile. Nello stesso momento si ode qualcuno che tenta di smuovere la serretta della stiva prodiera. Subito barrichiamo anche questo boccaporto.
Alcuni negri Tianno sfondato la porta della cambusa ed
hanno bevuto un po'. Avendo liberata la coperta a prua, piazziamo delle sentinelle armate alle stive. Il signor Devomulon con altri sei - lui armato di uno spiedo, un altro con un forcone e gli altri di sciabole e pistole - si dirigono verso il casseretto per vedere di ridurre alla ragione le due belve che vi si sono rifugiate. Uno viene ucciso a colpi di spiedo vicino all'ingresso del quadrato. Il negro inglese, vedendo il suo camerata massacrato, entra nella cabina del signor Devomulon, che d sul quadrato a sinistra, e scaglia quattro o cinque bottiglie di vino rosso che ha trovato a portata di mano sulla testa del signor Devomulon e degli altri. Poich la porta della cabina  una porta scorrevole, la spingiamo e riusciamo a rinchiudere il negro. La fine di questi due segna anche la fine della rivolta. L'inglese implora grazia. Lo tiriamo fuori dal quadrato mentre gli altri, a uno a uno, si arrendono. Gli mettiamo i ferri. Ce ne  ancora uno in mare che preferisce affogare piuttosto che arrendersi.
Ristabilito l'ordine vediamo che mancano nove negri. Tre sono stati uccisi a colpi di pistola a poppa e sul coronamento, uno si  strangolato, altri due sono stati accoppati a colpi di aspa e di mazza di ferro, un altro con uno spiedo contro la porta del quadrato nel corridoio ed infine due sono annegati. Per oggi tutti i negri sono lasciati tranquilli. Domani i colpevoli saranno puniti.
Le condizioni dei signori Foures e Couran, del contramastro Martin Hardy e del marinaio Franois Chambron, che era di sentinella, sono gravissime. Molti del nostro equipaggio sono stati seriamente feriti, la maggior parte alla testa, fra i quali il sottoscritto.
Sabato 29 novembre 1738. - Fino ad oggi a mezzogiorno non ho potuto fare il mio punto nave. Il giorno della rivolta e ieri, venerd, non riuscivo a vedere bene per il colpo ricevuto in testa. Anche tutti gli altri hanno un gran mal di testa. Oggi mi sento meglio ed ho tracciato tutte le rotte seguite da mercoled scorso. Non avendo potuto osservare esattamente tutte quelle percorse durante la rivolta, mi sono affidato alla stima tenendomi di quindici gradi pi ad ovest, avendo governato da sud una quarta sud-ovest fino a ovest-nord-ovest.
Ieri alle otto i maggiori responsabili fra i negri sono stati portati in coperta legati per le mani e i piedi e sono stati fatti coricare sul ventre. Li abbiamo fatti frustare e gli abbiamo fatto scarnificare le natiche perch meglio comprendessero gli errori commessi. Quando, in seguito alle frustate, le loro ferite hanno sanguinato, le abbiamo strofinate con polvere da cannone, sugo di limone e una mistura composta da pimenti mescolati a una droga prescritta dal medico. Questa mistura evita la cancrena e, in pi, ha il vantaggio di bruciare le natiche.
Ieri sera alle sette Franois Chambron, il marinaio che era di sentinella alla serretta il giorno della rivolta,  morto. Aveva circa diciassette o diciotto anni ed era della parrocchia di Santa Maria vicino alla Plaine. Non ha potuto sopravvivere ai colpi ricevuti dai negri che gli avevano fracassato la testa facendone uscire la materia cerebrale.
Mettiamo le manette e i ferri al negro inglese, capo dei rivoltosi, e lo appendiamo a un gancio sul castello per farlo morire di inedia. L'altro sobillatore era gi stato ucciso con uno spiedo il giorno della rivolta.
Domenica 30 novembre 1738. - Il negro inglese subisce un'altra, nuova punizione: viene frustato dai primi due schiavi che si sono arresi e poi strofinato con la miscela alla quale ho prima accennato.
Luned 10 dicembre 1738. - Continuiamo a far castigare il negro inglese da altri due schiavi e a dargli lo stesso rimedio.
Il medico dispera che il signor Foures possa sopravvivere alle ferite che gli sono state inferte. Non pu ancora dare un giudizio definitivo per il signor Couran e il contramastro.
Marted 2 dicembre 1738. - Continuiamo a far castigare il negro inglese. Il signor Foures peggiora di ora in ora mentre il signor Couran va meglio.  il solo fra tutti i feriti a rassegnarsi alle sue sventure anche se le sue ferite sono altrettanto gravi di quelle del nostro capitano e del contramastro.
Mercoled 3 dicembre 1738. - Il signor Foures ha sempre una febbre molto forte. Il signor Couran e il contramastro stanno meglio.
Gioved 4 dicembre 1738. - Questa notte, per la terza volta da ieri, siamo stati costretti a legare il signor Foures.  divorato dalla febbre e non riesce a riposare. Si strappa tutti gli impiastri che gli vengono applicati sulle ferite che ha in testa. Questa mattina ha avuto un'emorragia. I nostri medici l'hanno arrestata, ma disperano di riuscirgli a salvare la vita.
Venerd 5 dicembre 1738. - Questa notte, verso le due, il nostro capitano  entrato in agonia. Alle sette  morto. Il nostro primo dottore, signor Taixier, ci ha dimostrato come fosse impossibile salvarlo. Aveva ricevuto tre colpi alla testa che gli avevano fratturato il cranio e dalla guancia destra gli erano fuoruscite tre ossa di circa due pollici. Era quindi impossibile che potesse sopravvivere, nonostante tutte le amorevoli cure del dottor Taixier. Il signor Nicholas Foures aveva circa trentotto o quarant'anni e abitava a Santa Maria vicino alla Plaine.
Anche il negro inglese, sobillatore della rivolta,  morto. Aveva ucciso il signor Foures e anche Franois Chambron.  morto in seguito a un colpo di spiedo ricevuto in pieno petto e per un altro che lo aveva colpito allo stomaco, il giorno della rivolta.


James Cook: Nel Pacifico e nell'Atlantico.

James Cook cominci dalla gavetta, e qualcosa del povero gli rimase sempre addosso: chi lo traduceva e lo pubblicava non mancava di mettere in luce, accanto ai meriti, una certa sua avarizia, traccia residua della sua bassa estrazione sociale. In realt abbiamo anche in ci una riprova della straordinaria fortuna di quest'uomo che accomun in s lo scienziato e il marinaio, e, idolatrato dagli illuministi, divenne celebre anche presso le persone meno illuminate.
Egli illumin quella larga fetta del mondo che va dalle Isole della Societ alla Nuova Zelanda, alla Nuova Olanda (Australia), alla Nuova Guinea, alle Sandwich (Hawaii), dai mari australi (dove tocc la latitudine massima di 71 sud) al mar glaciale artico (latitudine massima 70 nord).
Qui  al primo e al secondo dei suoi grandi viaggi: 1770, coll'Endeavour, sulle coste orientali dell'Australia, e 1773, sulla Resolution (di conserva con la Adventure del capitano Furneaux), alla ricerca dell'ipotetico continente australe.
Fin'allora, per una navigazione di 1300 miglia, a traverso di scogli e di sirti, non avevamo avuto occasione di dare alle rispettive contrade un nome, che fosse un monumento infausto. Ma un capo situato al di l di una baia che denominammo della Trinit, per averla scoperta nel giorno della Trinit, merit che gli dessimo il nome di Capo della Tribolazione. Ecco il racconto del pericolo estremo che corremmo in quel posto.
Scopertesi dirimpetto al Capo della Tribolazione alcune isolette, o sieno scogli in mezzo al mare, determinai di tenermi al largo, s perch, essendo gi notte, la vicinanza della terra potea riuscire funesta; s ancora perch mi lusingai di potere, col benefizio della luna, verificare se in alto mare vi erano altre isole.
Il vento era buono; la luna risplendentissima; il fondo di 11 braccia: tutto dunque concorreva a farci essere in una perfetta sicurezza.
Nell'atto che stavamo cenando, ci venne avvisato che il fondo era ridotto ad 8 braccia; onde tutti allarmati corremmo ai posti. Poco dopo per essendovi trovato un fondo di 20 braccia, ci figurammo di aver trapassato alcuna delle sirti da noi vedute nel giorno precedente, e di esser gi fuori di ogni pericolo.
Ma due ore prima della mezzanotte il fondo si ridusse a 17 braccia e prima che si potesse di nuovo gettar lo scandaglio il vascello tocc, e si ferm dentro ad uno scoglio, senza avere altro movimento che quello che gli comunicava l'ondulazione del mare.
Corremmo tutti spaventati sulla coverta, anche perch temevamo di aver dato in uno scoglio di corallo, che con le sue punte acute e taglienti era capace di trinciare tutto il fondo del vascello. Furono tosto serrate le vele, si ammainarono i pennoni e gli alberi di gabbia, e si misero in mare le lance per iscandagliare il fondo. Si trov che eravam sopra una catena di scogli, e che il vascello aveva imboccato in un'apertura formata dalli scogli medesimi: in qualche parte vi erano tre o quattro braccia di acqua, in altra parte non ve n'erano quattro piedi. Demmo fondo all'ancore dalla parte della poppa, ch'era quella per cui naturalmente dovevamo sortire, e ch'era il posto pi vicino per trovar fondo.
Ma tutti i nostri sforzi per disincagliare da quella parte il vascello furono inutili: esso non aveva altro movimento che quello che gli comunicavano le onde, con batterlo di continuo sopra lo scoglio; e queste scosse erano cos gagliarde, che noi non potevamo reggerci in piedi., Il lume della luna non serv che ad accrescere il nostro terrore; giacch ci fece vedere il contrabordo e la controchiglia gi distaccati e galleggianti nel mare. Allora s che ci credemmo perduti irreparabilmente, ed aspettavamo da un momento all'altro di vedere il vascello scomporsi e colare a picco.
Pensammo di alleggerirlo con gettare in mare le cose pi pesanti; ma questo espediente ci riusc inutile perch, essendo intanto venuta la bassa marea, essa ci toglieva tutto quel fondo che acquistavamo con alleggierire il vascello.
Quindi tutta la nostra speranza si riduceva al ritorno dell'alta marea, ma sembrava impossibile che il vascello potesse reggere in quello stato per tanto tempo. Esso veniva di continuo stropicciato dallo scoglio con tanta forza che, ad onta di tutti i nostri sforzi, disperavamo di poterci salvare.
Si pose mano alle trombe, e si continu ad alleggierire il vascello, con gettare in mare i cannoni del cassero, la zavorra, molto bottame, molte giare di olio, porzione de' viveri, ed altri materiali pesanti. Tutti travagliammo con ardore, e la ciurma stessa agiva dal canto suo senza confusione, senza piangere, senza bestemmiare.
Fattosi giorno scoprimmo la terra, che ci rimaneva discosta 8 leghe; ma non vi era alcuna isola intermedia per aiutarci a trasportare gli avanzi del vascello, allorch si fosse aperto.
Per buona sorte sopravvenne la calma, e rianim un poco le nostre speranze; e poco dopo, essendo tornata l'alta marea, distendemmo le ancore, ma tutto questo appena bast per far uscire un poco il vascello dallo scoglio in cui stava, come a dire, incastrato, onde fu creduto di alleggerirlo davvantaggio. Fin'allora il vascello non aveva fatto molt'acqua; ma a misura che l'alta marea montava, l'acqua vi entrava in tanta copia che appena bastava il travaglio continuo di due trombe per non sommergerci; e poco dopo si aprirono altre falle di acqua.
Tutta la nostra speranza si riduceva alla marea della mezzanotte, che doveva essere pi forte che quella del giorno.
Preparammo tutti gl'instrumenti per metterli in opra tutti ad un tempo; ma intanto vedemmo con orrore che le falle di acqua facevano progressi terribili. Alle due trombe che lavoravano di continuo, ne volemmo aggiungere altre due; ma una di esse fu trovata inservibile, ed i progressi dell'acqua erano cos rapidi che noi eravamo ben persuasi che, quando il vascello avrebbe lasciato di toccare, sarebbe colato a fondo. Quindi il momento di vederlo galleggiare ci sembrava essere lo stesso che quello del nostro naufragio; ma non pertanto lasciammo di fare il possibile per rimetterlo a galla.
Gi ci sembrava di essere giunti a questo momento fatale, e
gi ci pareva di sentire i gridi e le contese dell'equipaggio, per essere ricevuto ne' battelli, che non potevan contenerlo tutto. Ma quando ancora ci fosse riuscito di guadagnare l'isola vicina sopra i nostri piccioli bastimenti, quale doveva essere la nostra situazione in un deserto orribile, senza viveri, senza alcuna difesa, ed in mezzo ad abitanti che come inimici ci avrebbero uccisi e forse mangiati, come amici non avrebbero servito che a prolungare la nostra esistenza infelice?
Gi si avvicinava questo istante terribile: tutto era disposto per una pronta manovra, e coloro che non erano occupati con le trombe si tennero appresso dell'argano.
Due ore prima del mezzod il mare diede al vascello qualche movimento; ed allora avendo noi fatto gl'ultimi sforzi, lo vedemmo finalmente galleggiare, ma con 4 piedi di acqua nella sentina.
Tutti mettemmo mano alle trombe, ed arrivammo ad impedire i progressi dell'acqua, ma, abbattuti da una fatica eccessiva di ventiquattro ore continue, e con lo spirito pieno delle pi tristi immagini, non potevamo travagliare che sei minuti di seguito, e poi ci gettavamo sulla coverta tutti rifiniti e tutti bagnati dall'acqua che usciva dalle trombe. Ci alzavamo, ricominciavamo i nostri sforzi, ed un lampo di speranza ci animava ancora; allorch un equivoco venne a gettarci nell'ultimo abbattimento.
Fra il bordaggio interiore di un vascello, e la fodera ch' sulla madiera, vi  lo spazio di 18 pollici. Il marinaio che aveva fin'allora misurato l'altezza dell'acqua, aveva presa la misura sulla madiera; ma l'altro marinaio che subentr in questa operazione prese la misura sul bordaggio, e diede avviso che l'acqua era tutta d'un tratto cresciuta 18 pollici.
A questo avviso, tutti fummo sul punto di rinunziare ai nostri travagli, e di abbandonarci alla disperazione; ma, essendosi quasi subito schiarito l'errore, una gioia improvvisa subentr al nostro abbattimento, e ci fece obliare per un istante il nostro stato crudele.
Tutti ripigliammo un nuovo coraggio ed una nuova attivit, e quattro ore prima del mezzod le trombe avevano molto guadagnato sulla falla d'acqua. Si risolvette d'incamminarci a qualche porto, e tutti quelli che non lavoravano
con le trombe si posero a salpare le ancore - delle quali due ne restarono in fondo del mare, ma la nostra situazione ci rese insensibili a questa perdita. Rialzammo l'albero di parrocchetto e quello di trinchetto, ed un'ora prima del mezzod, essendosi levato un vento leggiero, spiegammo le vele e ci dirigemmo verso la terra.
Intanto, riuscendoci impossibile di continuare il travaglio delle trombe per il tempo necessario a guadagnare la terra, il nostro chirurgo Monkhouse propose un espediente da lui felicemente praticato nella Virginia, in un bastimento mercantile. Esso consiste in quella operazione, che si chiama lardare la sevada. Egli trapunt una vela con molto comando, e, dopo avervi posto sopra quantit di lana trinciata minutamente, ricopr il tutto con lo sterco del nostro bestiame; indi fece collocare questa vela sotto della chiglia, per mezzo di alcune corde.
La falla, con tirare a s l'acqua, tir ancora la porzione della vela che si trovava presso al buco, la lana ed il comando, e tutta questa materia vi si conglutin. In questa maniera la falla d'acqua fu talmente diminuita, che bast una sola tromba per arrestarne i progressi e noi ne rimanemmo consolati, come se gi si fosse guadagnato il porto.
Quindi senza pi pensare al disperato progetto di far dare in secco il vascello, per costruire co' suoi avanzi un bastimento pi picciolo, non ci occupammo che a seguitare la costa della Nuova Olanda, affine di trovarvi un luogo proprio ad acconciarlo.
In mezzo a tanti pericoli e angustie, l'equipaggio non si perdette mai di animo, e da questo deriv la nostra salvezza.
Il d 7 febbraio [1773], avuto un bel sereno, feci mettere sulla coverta tutti i panni e tutte le biancherie, acci prendessero aria. Feci ancora nettare il vascello, e fare suffomigi fra li ponti.
In detto giorno vedemmo alcune galline del Port-Egmont, ed alcuni smerghi di due specie.
Nella notte sentimmo i pinguini, onde, dubitando della vicinanza di qualche terra, feci gettar lo scandaglio; ma non si trov fondo, n pure a no braccia di acqua. Soffiava un
vento gagliardo di levante, accompagnato da fosche nuvole, che poco dopo si convertirono in folta nebbia; ci che mi obblig a far tirare un colpo di cannone ogni ora. Dopo il mezzogiorno del d seguente, feci il segnale di girare di bordo; ma l'Avventura, che non aveva risposto ai miei primi segnali, non rispose n pure a quest'ultimo. Ci mi fece credere che si fosse smarrita, sebbene non arrivassi a capire come potesse essere avvenuto.
Noi eravamo rimasti di concerto col capitano Furneaux, che, in caso di separazione, la nave avrebbe incrociato per tre giorni in quei paraggi in cui aveva perduto la compagna. Io dunque stabilii questa crociera, facendo di giorno tirare un colpo di cannone ogni mezz'ora, e facendo accendere di notte pi fanali. Ma tutte queste diligenze furono inutili. L'Avventura non comparve, e noi perdemmo la speranza di rivederla.
Tutto l'equipaggio rimase addolorato per questa separazione. La compagnia di questa nave ci rendeva pi tollerabile la noiosa solitudine dell'oceano, e noi perdevamo questa consolazione.
Una prova assai forte, che in quelle vicinanze in cui incrociavamo, vi fosse qualche terra, si  che nell'atto che noi bordeggiavamo vedemmo molti pinguini e molti smerghi; e che pi in l verso il nord non comparvero che albatri, peterelli, coupeurs d'eau, ed altri uccelli consimili. I pinguini erano pi piccioli di quelli che avevamo veduti n' letti di ghiaccio; avevano il becco rossiccio, e la testa bruna. Vedemmo ancora in detto posto alcuni vitelli marini che m'indussero a gettare lo scandaglio, per timore di dare in secco.
Disperando di poterci per allora riunire con l'Avventura, proseguimmo, e tornammo a vedere le isole di ghiaccio.
Nel d 17 febbraio comparve nel cielo una meteora, molto simile all'aurora boreale: essa si mostrava in varie parti dell'orizzonte, ed a varie riprese illuminava tutta l'atmosfera. C'imbattemmo in un'isola di ghiaccio alta pi di 500 piedi; e nell'atto che volevamo tagliarne de' pezzi per far acqua, se ne staccarono grossi massi, che tosto presero la direzione di ponente, ingombrando un gran tratto di mare. Andammo a raccoglierli, e ne cavammo dieci botti di acqua.
Indi ci dirigemmo a levante, tenendoci per un poco verso
il sud, ed in questo tragitto dovemmo usare molte precauzioni per gli enormi massi di ghiaccio che ci galleggiavano all'intorno.
Dopo il mezzod de' 20, ci parve di scoprire una terra al sud-ovest con molta distinzione. Feci subito girare di bordo per avvicinarci a questa pretesa terra; ma poco dopo ci accorgemmo ch'essa non era che una nebbia la quale verso la sera si dilegu.
Nella notte seguente vedemmo un'aurora australe brillantissima e luminosissima, che incominci a levante, e poi si diffuse per tutta l'atmosfera. Essa differiva dalle aurore boreali in questo: che il suo colore era sempre turchiniccio, mentre le aurore boreali prendono differenti colori, e specialmente il colore di fuoco e di porpora. Talvolta questa meteora nascondeva le stelle; talvolta le lasciava travedere.
Nel mentre che ci occupavamo a radunare i ghiacci sparsi sul mare, vedemmo un'isola(1) rovesciarsi interamente: essa si elevava sulla superficie dell'acqua 400 piedi, e non aveva meno di 400 tese di circuito; la cima dell'isola divenne la sua base, e questa la cima, e pure ad onta di tale rovesciamento il masso conserv la sua altezza. Continuando il nostro cammino, trovammo sempre di queste isole di ghiaccio in gran numero.
Passammo una notte oscurissima, tempestosa ed accompagnata da neve, tal che eravamo impazienti di rivedere il giorno; ma il sole non fece che accrescere il nostro terrore, additandoci molte montagne di ghiaccio presso delle quali eravamo, senza accorgercene, passati con grave pericolo.
Queste notti buie e questi pericoli mi fecero deporre il pensiero di ripassare il cerchio antartico.
Io dunque mi diressi al nord con un vento gagliardo, che mise in pezzi due isole di ghiaccio, i cui avanzi resero la nostra navigazione pi incomoda, perch in tempo di notte le isole di ghiaccio si rendono visibili per la loro altezza, e si possono scansare, ma i pezzi di ghiaccio rotti e sparsi per lo mare non si veggono che quando vi si  dato sopra. Per questi incontri perigliosi ci erano divenuti cos familiari che non ci cagionavano pi alcuna inquietudine; e godevamo con
piacere delle belle vedute che queste isole di ghiaccio ci presentavano.
Tali vedute erano veramente pittoresche; e le onde spumanti del mare rompendosi nelle crepacce e nelle caverne di dette isole accrescevano la bellezza dello spettacolo.
Alcune isole erano traforate da parte a parte, e vi si vedeva il lume: altre sembravano tante torri: altre erano di forma rotonda. Noi ci occupavamo a considerare le varie figure di questi massi di ghiaccio, a confrontarle con altri oggetti conosciuti, e cos passavano il tempo con minor noia.
L'aria era un poco meno rigida di quello che fosse un mese prima sotto le medesime latitudini, e pure i venti erano pi frequenti, pi gagliardi, pi umidi, e portavano un freddo che ci cagion geloni alle mani ed ai piedi, e ci fece morire alcuni porchetti, malgrado le diligenze possibili usate per conservarli.
Cos finiva la nostra estate.
Il d 1 marzo avemmo una calma di ventiquattro ore, della quale per le onde gonfie del mare non ci permisero di godere. Allora ci trovavamo sotto il grado 60 e 36 minuti di latitudine meridionale, e le isole di ghiaccio incominciarono ad essere meno frequenti. Il cielo era sempre nebbioso, e rare volte arrivavamo ad iscoprire il disco solare.
Il d 6 marzo c'imbattemmo in un'isola di ghiaccio che aveva circa una lega di circonferenza, era alta cento piedi almeno, ed il mare era cos agitato che i cavalloni le passavano sopra. La notte seguente fu deliziosa: il tempo era sereno e dolce, e non incontrammo pi ghiacci. Ma questo piacere fu momentaneo.
Nella sera del giorno seguente il cielo si ricopr di nuvole, si lev un vento del sud, e venne una tempesta che la neve e la pioggia ci resero anche pi incomoda. Alla tempesta subentr un vento di ponente, ed un freddo acutissimo.
Le onde del mare, che venivano dal sud, continuarono ad essere agitate per due giorni consecutivi, ad onta del vento che spirava dalla parte opposta; e questa circostanza sempre pi mi convinse che al sud non vi era terra.
Con tutto questo, essendo sopravvenute due giornate bellissime ed un tempo assai dolce, io mi pentii di non aver continuato il viaggio al sud, per verificare con l'evidenza del
fatto il mio giudizio. Stava gi per far girare il bordo per quella parte, quando la nebbia ed il freddo mi determinarono a portare al nord.
Noi avemmo in questo viaggio un'alternativa di venti gagliardi, di grandine, di neve, di pioggia, di giornate serene, e di notti abbellite da brillanti aurore.
Vedemmo in questi luoghi molti grossi gabbiani grigi, che davan la caccia ad un albatro bianco: essi lo raggiunsero, malgrado la lunghezza delle di lui ali, e procurarono assalirlo dalla parte di sotto il ventre. L'albatro per salvarsi si tuff nell'acqua, allontanando gli inimici col suo becco formidabile. Noi non vedemmo la fine della zuffa, ma forse l'albatro and a soccombere, perch questi gabbiani sono molto vigorosi e voraci.
Io mi diressi di nuovo all'est-sud, finch giunsi al grado 59 e minuti 7 di latitudine, ed allora mi determinai di abbandonare queste latitudini meridionali, e di marciare alla Nuova Zelanda, per andarvi in cerca dell'Avventura, per
procurarvi rinfreschi, e per accertarmi per via se la costa di Van-Diemen era congiunta alla Nuova Galles Meridionale.
C'incamminammo a quella parte con un tempo sempre vario; molte sere vedemmo brillanti aurore australi. Incontrammo per via un vitello marino, pinguini, galline di Egmont, e molti uccelli, cose tutte riguardate comunemente come un indizio certo della vicinanza della terra; e pure la terra pi vicina descritta nelle carte ci restava lontana pi di 260 leghe.
Il vento non avendoci permesso di approdare alla terra di Van-Diemen, c'incamminammo a dirittura, forzando giorno e notte di vele, verso la Nuova Zelanda.
Giunti sotto il grado 49 e minuti 55 di latitudine il tempo fu placido, e la temperie dell'aria dolcissima, e fummo sempre accompagnati da molti uccelli e vitelli marini.
Finalmente nel d 25 ci trovammo a sole dieci leghe dalla Nuova Zelanda. Continuammo a quella parte con un vento fresco, e con un tempo sereno, che per fu di breve durata.
Eravamo ancora ad una lega e mezza dalla costa, allorch una folta nebbia ce la tolse di veduta. Io per non impegnarmi in mezzo a tale oscurit a dar fondo in una spiaggia incognita, feci girare di bordo, e mi allargai prima verso il
sud. indi verso il nord, con un mare agitato ed irregolare.
Nella mattina seguente, essendosi il vento un poco calmato, ci dirigemmo di nuovo verso la terra, e sul mezzod entrammo nella baia Duski, di cui non conoscevamo affatto l'interno. La rimontammo per lo spazio di due leghe, traversando alcune isole ricoperte di alberi; ed in quel giorno istesso demmo fondo all'ancora in vicinanza della costa, sopra cinquanta braccia di acqua.
Noi avevamo fatto in 117 giorni un cammino di tremila e 600 leghe, senza vedere n pure una volta la terra.
In una cos lunga navigazione tutto il mio equipaggio fu esente dallo scorbuto, ad eccezione di un marinaio, ch'era di poco buona salute. Ci fu senza fallo l'effetto della somma nettezza con cui procurai che fosse tenuto il vascello, e dell'uso del mosto di birra dolce, de' brodi congelati e del sauerkraut.
Ma in vece dello scorbuto, soffrimmo altri mali. Gran parte delle vele e delle sartie ci furono lacerate dal vento; e le opere morte del vascello ci furono quasi tutte rotte dal violento rullo. Tempeste orribili, pioggia, grandine e neve, ci avevano tormentato a vicenda; montagne di ghiaccio, un'aria che trafiggeva, un mare quasi sempre agitato, un cielo oscuro e carico di nebbia, ci avevano tenuti in una inquietudine continua. Per sopraccarico ci manc la pesca, giacch in queste latitudini non si possono pescare balene.
Allorch avanzammo verso la baia, il tempo era placidissimo. Gli alberi tutti pieni di verdure facevano un bel contrasto con la tinta gialla che l'autunno spandeva sulla campagna. Le coste erano animate da storme di uccelli di mare; i boschi dal canto degli uccelli di terra. Prospettive superbe, maestosi boschi, infine cascate che si precipitavano da tutte le parti con un dolce mormorio, ci annunziavano uno de' pi bei paesi del mondo. Questa contrada cos deliziosa in se stessa, presentava agli occhi nostri un incanto maggiore, perch l'avevamo desiderata con tanta impazienza.

Note.
1. Un'isola di ghiaccio: un iceberg.


William Bligh e John Barrow: L'ammutinamento del Bounty.

Tra gli ammutinamenti capitati nella marineria d'ogni tempo e d'ogni paese, quello del Bounty resta ancora il pi famoso. L'opinione pubblica di allora (siamo nel 1789, l'anno della presa della Bastiglia) se ne commosse: la polemica contro i despoti era nell'aria, e si avvertiva che lo spirito del tempo soffiava anche nei quadrati e a bassa prua, come osserva Melville a proposito degli ammutinamenti, pi tardi, di Spithead e di Nore. Ma contribuirono alla popolarit della storia del Bounty anche gli esotici amori degli ammutinati; la fortissima personalit del capitano William Bligh, da alcuni considerato il pi terribile dei tiranni di bordo, esaltato da altri come l'eroe della disciplina marinara; l'incredibile prova di tenacia e di perizia ch'egli forn con una navigazione oceanica di 3.600 miglia su una lancia sovraccarica di uomini; e le vicende, infine, degli ammutinati a Tahiti e sull'isola Pitcairn.  difficile trovare tanti elementi romanzeschi in una storia vera ed  naturale che la letteratura e il cinema se ne siano impadroniti.
Le principali fonti dirette sull'ammutinamento sono la relazione di Bligh, il giornale del secondo nostromo Morrison, le deposizioni rese alla corte marziale, raccolte e pubblicate da uno degli avvocati difensori in un pamphlet, la risposta di Bligh.
Nel 1831 Sir John Barrow pubblic il libro The Mutiny and Piratical Seizure of H.M.S. Bounty in cui confrontava la relazione di Bligh con altre testimonianze giovandosi anche di documenti inediti ch'egli, segretario permanente dell'Ammiragliato, pot esaminare. Dal libro del Barrow  tratto il nostro brano che s'apre con un lungo passo della relazione di Bligh.
L'ammutinamento. - La mattina del 28 aprile, dopo
aver rilevato per 450 Tofoa, l'isola pi a nord-ovest del gruppo delle Friendly, accostai per rotta ovest. La nave era in perfetto ordine, tutte le mie piante(1) si conservavano
magnificamente, gli ufficiali e l'equipaggio godevano di ottima salute. Ogni cosa procedeva secondo le mie pi rosee aspettative.
Scendendo dal ponte diedi ordini per la rotta di notte, e fissai cos i turni di servizio: al pilota sarebbe toccata la guardia, al capo cannoniere la seconda comandata e al signor Christian la diana.
Il marted 29, prima del sorgere del sole, mentre ero ancora addormentato, il signor Christian, ufficiale di diana, con il capo armaiolo Charles Churchill, l'ufficiale cannoniere John Mills e il marinaio Thomas Burkitt, entrarono nella mia cabina, mi afferrarono e, dopo avermi legato le mani dietro la schiena, mi minacciarono di subita morte se avessi parlato o fatto il minimo rumore. Nonostante queste minacce, urlando a tutta voce, chiamai aiuto, ma gli ammutinati avevano gi provveduto. a bloccare le cabine degli ufficiali che non la pensavano-come loro, mettendo sentinelle armate alle porte; anche alla porta del mio alloggio ce n'erano tre.
Christian aveva solo un coltellaccio, mentre gli altri erano armati di moschetto e baionetta. Fui tirato a viva forza gi dalla cuccetta e obbligato a salire in coperta in camicia; i polsi legati strettamente mi dolevano molto.
Chiesta la ragione della violenza, non ne ebbi in risposta che insulti per aver osato parlare. Il pilota, il capo cannoniere, il signor Elphinstone ufficiale ai marinai, e Nelson, rimasero prigionieri sotto il ponte, e al portello principale di prua c'erano sentinelle. Il nostromo, il maestro d'ascia e anche il contabile, signor Samuel, ebbero il permesso di salire in coperta e mi videro a poppavia dell'albero di mezzana con le mani legate dietro il dorso, guardato da sentinelle e da Christian. Fu ordinato al nostromo di ammainare la lancia, minacciandolo di morte se non avesse ubbidito.
Quando la barca fu in mare, vi furono fatti scendere i guardiamarina, signori Hayward e Hallet, con il signor Samuel. Domandai con quali intenzioni era stato dato quest'ordine, e tentai di persuadere quelli che mi erano vicini a desistere da tali atti di violenza. Le mie parole non valsero a nulla. "Tenete la lingua in bocca, signore, altrimenti vi uccidiamo all'istante", mi fu sempre risposto.
Intanto il pilota aveva mandato a chiedere il permesso di salire sul ponte, fu accontentato, ma gli venne tosto ordinato di ritornare nella sua cabina.
Volli ancora tentare, parlando ad alta voce, di ricondurre alla ragione e al senso del dovere gli ammutinati che per tutta risposta esclamarono: "Che tu possa essere maledetto, vecchio pazzo! Vi faremo saltare le cervella!" E Christian mi minacciava ancora di morte se non avessi tenuto la lingua fra i denti.
Insistetti nel tentativo di sovvertire la situazione, ma Christian, impugnando una baionetta al posto del coltellaccio ed afferrandomi per la corda che mi serrava i polsi, riprese ancora, bestemmiando, a minacciarmi di morte se non mi fossi messo tranquillo. I furfanti che mi circondavano puntarono verso di me i loro fucili.
Quelli dell'equipaggio che avrebbero dovuto imbarcarsi nella lancia, furono fatti salire in coperta e spinti verso la murata; compresi che avrei dovuto condividire la loro sorte nella barca abbandonata all'oceano. Tentai ancora di risolvere la grave situazione, ma le mie parole non sortirono altro effetto che minacce di morte.
Al nostromo e ai marinai che avrebbero dovuto imbarcarsi nella lancia fu concesso di prendere cordami, tele, vele e un fusto di circa ventotto galloni d'acqua dolce. Il signor Samuel riusc a portare con s centocinquanta libbre di pane con un po' di rum e di vino, una rosa dei venti e una bussola, ma gli fu proibito, sotto pena di morte, di toccare le carte nautiche, le effemeridi astronomiche, il registro delle osservazioni stellari, il sestante, il cronometro e tutte le carte con i risultati delle mie osservazioni e i miei grafici.
Dopo che gli ammutinati ebbero costretto coloro dei quali intendevano liberarsi a salire nella lancia, Christian diede da bere ai suoi complici del liquore.
Mi resi conto che disgraziatamente non avrei potuto salvare la nave; non potevo contare su nessun aiuto e a tutti i miei tentativi era stato risposto con minacce di morte.
Furono quindi chiamati in coperta gli ufficiali che vennero poi costretti a scendere nella barca. Ero tenuto lontano da tutti, a poppavia dell'albero di mezzana; Christian, sempre impugnando la baionetta mi tratteneva per la corda che mi immobilizzava le mani. Le sentinelle avevano sempre i fucili puntati verso di me; ma quando li sfidai a sparare gl'ingrati cialtroni abbassarono le armi. Mi accorsi che Isaac Martin, uno degli uomini posti alla mia guardia, avrebbe voluto aiutarmi poich, mentre mi porgeva un pompelmo (avevo le labbra secche), ci scambiammo una occhiata significativa. Ma gli altri se ne accorsero e lo allontanarono da me. L'uomo tent allora di abbandonare la nave e di salire a bordo della lancia, ma ne fu impedito con minacce.
Anche l'armaiolo Joseph Coleman e i due carpentieri McIntosh e Norman, furono costretti contro la loro volont a restare a bordo del Bounty e, in seguito, quando ero gi a poppa nella lancia, mi supplicarono di ricordare che loro erano affatto estranei all'ammutinamento. Seppi poi che anche Michael Byrne aveva manifestato il desiderio di lasciare la nave.
Debbo la mia riconoscenza all'impiegato signor Samuel per essere riuscito a portare in salvo i miei giornali di bordo e la patente di capitano insieme ad altre carte della nave. Senza questi, di nulla avrei potuto disporre per attestare le mie azioni poich, in mancanza di documenti validi, si sarebbe anche potuto sospettare del mio onore e della mia condotta. Samuel ag con grande risolutezza sebbene fosse sorvegliato e guardato a vista. Tent anche di salvare il cronometro e una scatola contenente gli appunti, i grafici e le numerosissime osservazioni sui miei viaggi raccolte in quindici anni. Ma le sentinelle, lo trascinarono via dicendogli: "Maledetto, lascia stare quella roba, puoi ringraziare il cielo di quanto hai gi preso!"
Ebbi l'impressione che Christian, a un certo momento, fosse in dubbio se trattenere il maestro d'ascia o i suoi aiutanti. Alla fine si decise per questi ultimi e al primo fu ordinato di imbarcarsi sulla lancia e gli fu concesso, non senza
opposizioni, di portare con s la cassetta dei suoi arnesi da lavoro.
Nel frattempo tra gli ammutinati era sorta una viva discussione; alcuni giuravano: "Che io possa essere maledetto se il capitano, con quello che si porta dietro, non riuscir a ritornare in Inghilterra!" Quando poi videro che il maestro d'ascia portava con s gli arnesi, uno esclam: "Che possa perdere la vista se quelli, in un mese, non riusciranno a costruirsi un'altra nave!" Altri si misero a sghignazzare prevedendo in quale situazione ci saremmo trovati in una lancia che, con tutto il suo carico, era immersa fin quasi alle scalmiere e non avrebbe consentito alcun movimento. Per quanto riguarda Christian, sembrava che stesse meditando sulla distruzione di se stesso e su quella degli altri.
Chiesi delle armi, ma mi risero in faccia; conoscevo troppo bene la gente fra la quale in breve mi sarei trovato e quindi non ne avevo alcuna necessit. Tuttavia, quando la lancia fu filata di poppa al Bounty, ci vennero gettati quattro lunghi coltelli da caccia. Gli ufficiali e gli uomini erano gi imbarcati e stavano aspettandomi. Il capo armaiolo lo fece rilevare a Christian che mi disse: "Venite, capitano Bligh, i vostri ufficiali e marinai sono gi a bordo, voi dovrete andare con loro; se tenterete di opporre resistenza, sarete immediatamente ucciso." Senza tanti complimenti, circondato da un branco di malfattori armati, mi costrinsero ad avvicinarmi al barcarizzo e, finalmente, mi slegarono i polsi. Dopo il mio imbarco, la lancia fu portata a poppavia del Bounty per mezzo di un cavo e dalla nave ci furono gettati qualche pezzo di carne di maiale, degli indumenti e i coltellacci dei quali ho gi parlato. Fu in quel momento che i carpentieri e l'armaiolo vollero ricordarmi che, con l'ammutinamento, loro non avevano nulla a che fare.
Dopo essere stati esposti al ridicolo ed aver rappresentato per un certo tempo lo zimbello di quei disgraziati, fummo infine abbandonati alla deriva nella vastit dell'oceano.
Christian, il capo degli ammutinati, viene da una rispettabile famiglia dell'Inghilterra del nord. Era al suo terzo viaggio con me e, quando ritenni necessario suddividere
la guardia in tre turni, avevo pensato di affidargli la diana ritenendolo pari al compito.
Anche Heywood appartiene a un'ottima famiglia dell'Inghilterra del nord, e le sue capacit non sono certo inferiori a quelle di Christian.
Questi due ufficiali erano stati particolare oggetto delle mie cure; mi ero dato gran pena per istruirli poich nutrivo la speranza che, affinando le loro attitudini professionali, avrebbero potuto fare onore alla patria. Anche Young aveva ottimi precedenti, ma, se a prima vista il suo aspetto poteva apparire quello di un robusto ed esperto marinaio, in seguito si dimostr ben diverso. Nella relazione da me inviata in Inghilterra, lo ho cos descritto: "Guardiamarina Edward Young, et anni ventidue.  un tipo bruno dall'aspetto non molto attraente.  robusto. Ha perso molti denti incisivi e quelli che gli sono rimasti sono tutti cariati."
Stewart era un giovane di una stimata famiglia delle Orcadi. In queste isole, in occasione della sosta compiuta dalla Resolution nel suo viaggio di ritorno dai Mari del Sud nel 1780, avevamo ricevuto tante cortesie dalla popolazione, che solo per questo sarei stato felice di avere quel ragazzo a bordo. Indipendentemente da questo, Stewart era un vero marinaio e aveva sempre dimostrato di possedere un buon carattere.
Nonostante l'infame trattamento usatomi, fu forse il ricordo delle gentilezze di cui gli ero stato prodigo, a suscitare in Christian qualche rimorso. Quando fui costretto a salire a bordo della lancia, gli domandai se il suo comportamento era la giusta ricompensa per tutte le prove di amicizia che gli avevo dato. A questa domanda l'ufficiale parve turbarsi e, in preda ad evidente emozione rispose: "Capitano Bligh... questa  la verit ... sono dannato, sono dannato!"
Non appena ebbi il tempo di riflettere, provai una intima soddisfazione che imped al mio spirito di abbattersi. Conscio della mia integrit e dell'attaccamento al mio servizio, mi sentii molto sollevato. Questo stato d'animo fece s che, nonostante la sventura, nascesse in me la speranza di potere un giorno render conto dell'accaduto al mio re e alla mia patria.
 naturale che ci si domandi: < Quale pu essere stata la ragione della rivolta?) Posso soltanto supporre che gli ammutinati si siano illusi di trascorrere una vita molto pi facile fra i tahitiani che non in Inghilterra, e questo, insieme a certe faccende di donne, pu aver spinto gli uomini ad ammutinarsi. Fino a quando rimanemmo in vista del Bounty, notai che la nave aveva accostato per ovest-nord-ovest, ma reputai questa manovra una finta per ingannarci sulla loro meta perch, proprio nel momento in cui la lancia fu mollata alla deriva, gli ammutinati gridarono pi volte: "Hurrah per Tahiti!"
Le donne di Tahiti sono graziose, hanno un carattere dolce e modi allegri; sono creature di grande sensibilit e delicatezza, che si fanno ammirare e amare. I capi tahitiani erano molto attaccati alla nostra gente e ne incoraggiavano la permanenza sull'isola con promesse di grandi beni. Date queste cose e molte altre circostanze allettanti, non ci si deve molto meravigliare (anche se il fatto era difficile da prevedersi) se un gruppo di marinai, la maggior parte dei quali senza famiglia e privi di relazioni, possa essere stato indotto a seguire una falsa strada. Specialmente quando alle potenti lusinghe s'aggiunga la loro convinzione di poter fermarsi per sempre in mezzo all'abbondanza, su una delle pi belle isole del mondo, senza alcuna necessit di lavorare, fra le seduzioni di una vita beata oltre ogni immaginazione.
In ogni modo il peggio che un comandante poteva prevedere era il tentativo di diserzione da parte di alcuni membri dell'equipaggio. Che se poi un comandante per evitare qualunque atto di pirateria e di ammutinamento dovesse spingere la vigilanza oltre le normali regole di servizio, non gli resterebbe che dormire chiuso a chiave in cabina e andare intorno armato di pistole fino ai denti.
 incredibile la segretezza in cui fu ordito l'ammutinamento. Tredici uomini, che erano con me nella barca, avevano sempre vissuto in mezzo ai marinai; n loro n gli attendenti di Christian, Stewart, Heywood e Young avevano mai notato alcuna circostanza sospetta. Poich la mia mente era sgombra da qualunque sospetto, non c' da meravigliarsi che io cadessi vittima d'un atto di violenza tramato con tanta segretezza. Se a bordo avessi avuto a disposizione
fanti di marina, una sentinella di guardia alla porta della mia cabina avrebbe potuto forse evitare l'ammutinamento. Dormivo con la porta sempre spalancata per consentire all'ufficiale di guardia di entrare nel mio alloggio in qualunque momento, non pensando neanche lontanamente alla possibilit di una simile cospirazione. Se l'ammutinamento fosse stato causato da qualche ingiustizia, reale o immaginaria, avrei tempestivamente scoperto i sintomi dello scontento e avrei preso le dovute precauzioni. Ma le cose stavano ben altrimenti. Con Christian in particolare, ero in relazioni molto amichevoli; in quello stesso giorno lo avevo invitato a colazione con me, e la sera precedente si era scusato di non poter cenare alla mia mensa dicendo che non si sentiva bene. Ne fui addolorato; non sospettavo n della sua integrit n del suo onore.
Questo  il racconto pubblicato dal capitano Bligh al suo ritorno in Inghilterra, dopo la pericolosissima navigazione di circa quattromila miglia in oceano, fatta da una lancia sulla quale erano imbarcate ben diciannove persone. La narrazione ottenne un implicito credito; il capitano Bligh negli ambienti della marineria non godeva fama d'uomo dolce e di soavi maniere, ma era stimato un eccellente marinaio e nessuno os mettere in dubbio la veridicit del suo racconto.
Ma in quest'epoca di liberalit raffinata in cui anche i pi efferati criminali trovano chi li difende, non ci si deve meravigliare, ora che sono morti tutti coloro che potevano confermare o infirmare, che si possa indicare la causa della sommossa unicamente nella tirannia del comandante e non nella perversit del capo degli ammutinati.
Tutti sappiamo, si dice(2), che le ribellioni possono essere generate o da estrema stoltezza o da eccessiva tirannia, per cui (la logica  stringente) dovendosi riconoscere che Bligh era tutt'altro che un idiota, la conclusione  ovvia... Non solo il racconto pubblicato da Bligh fu dimostrato falso in molti particolari dalle testimonianze portate di fronte alla corte marziale, ma dopo
l'ammutinamento, tutti gli atti della sua vita pubblica, dal
comando che in seguito ebbe del Director, del Glatton e del Warrior, fino alla sua vergognosa espulsione dalla Nuova Galles del Sud, furono caratterizzate da arroganza, volgarit e mancanza di umanit. Tutti difetti che distinguevano il suo carattere.
Esponendo questo memorabile fatto non abbiamo alcuna intenzione n di accusare n di difendere il carattere e il comportamento del fu ammiraglio Bligh; si sa benissimo che il suo temperamento era molto irritabile; vi sono per delle circostanze che possono forse parlare in suo favore e dimostrare che, nonostante i suoi difetti, Bligh aveva anche delle virt. Era amico del capitano Cook sotto il quale aveva navigato da secondo ufficiale. Godette sempre del patrocinio di Sir Joseph Banks. L'Ammiragliato lo promosse al grado di capitano di fregata dandogli subito il comando della Providence per un'altra spedizione a Tahiti, donde torn in brevissimo tempo in Inghilterra con pieno successo. Al suo ritorno in patria raccomand tutti gli ufficiali che erano stati alle sue dipendenze per una promozione in premio della loro esemplare condotta.
Bligh ebbe in seguito altri importanti incarichi: comand le navi di linea nelle battaglie di Copenhagen e Camperdown e fu poi promosso al grado di ammiraglio.
 accertato che Bligh era un uomo rude e che aveva un concetto errato della disciplina di bordo, ma, in compenso, possedeva anche delle ottime qualit. L'accusa che si muove a Bligh di aver falsificato il suo racconto,  molto grave e c' da temere che non manchi di qualche fondamento. Forse sarebbe pi esatto dire che il racconto da lui dato alla stampa sul suo viaggio, e il suo rapporto in base al quale furono processati gli ammutinati, confrontati con il suo giornale manoscritto, presentano parecchie notevoli omissioni, alcune delle quali  necessario sottolineare.
Inoltre si dice: Si sa anche che gli ufficiali del Bounty erano trattati dal comandante peggio degli stessi marinai; persino il giovane Heywood fu legato in testa d'albero per otto ore mentre nei paraggi di Capo Horn infuriava una tempesta.
Si pu forse -citare la testimonianza dello stesso Heywood, la
quale fa apparire perlomeno improbabile che questo ufficiale abbia potuto subire un tale trattamento da parte del suo capitano.
Heywood nella sua difesa dice: Il capitano Bligh nella sua relazione riconosce di aver lasciato degli amici a bordo del Bounty e nessuna delle mie azioni pu averlo indotto a non ritenermi uno di loro. Dovrei essere reputato un vero mostro di depravazione per averlo potuto tradire, ricordando le sue attenzioni e il gentilissimo trattamento personalmente usatomi. Il solo pensiero che si dubiti che io possa averlo tradito, sconvolge l'anima mia, della quale, mi auguro, saranno state rilevate le caratteristiche di umanit e di gratitudine.
Lo stesso Bligh, in una lettera indirizzata a Holwell, zio di Heywood, dopo aver accusato l'ufficiale di ingratitudine, aggiunge: Per tutto il viaggio non ebbi mai occasione di rimproverare il guardiamarina perch ero soddisfattissimo e compiaciuto della sua condotta.
Nel giornale scritto da Morrison, il secondo nostromo che fu processato, condannato per ammutinamento e in seguito graziato dal re, il comportamento di Bligh  descritto molto sfavorevolmente. Morrison era persona per intelligenza ed educazione molto superiore al grado che ricopriva a bordo del Bounty. In precedenza aveva prestato servizio come guardiamarina e, dopo aver beneficiato della grazia reale, fu nominato cannoniere sul Blenheim a bordo del quale trov la morte con Sir Thomas Troubridge. Confrontando il suo giornale con altri documenti, le date e i fatti appaiono riferiti con esattezza, bench talvolta il racconto sia un po' troppo colorito. Non si sa come Morrison riusc a salvare il suo giornale dal naufragio della Pandora, ma non vi pu essere alcun dubbio sulla sua autenticit poich fu ritrovato fra i documenti del defunto capitano Heywood. Molti brani di questo giornale sono stati corretti, o da quest'ultimo ufficiale o da altre persone, senza per alterarne il senso.
Da questo importante documento sembrerebbe che i semi della discordia a bordo dello sfortunato Bounty fossero stati gettati fin dai primi giorni del viaggio. A bordo della nave, come su tutte quelle di piccolo tonnellaggio, al capitano Bligh erano anche demandati compiti di intendente e sembra che ci sia stato spesso fonte di malcontento fra gli ufficiali e
l'equipaggio. La seguente dichiarazione di Morrison servir per meglio descrivere la situazione creatasi a bordo.
A Tenerife il capitano ordin che la provvista di formaggio fosse esposta all'aria. Appena l'ordine fu eseguito Bligh lament la perdita di una certa quantit di cacio, asserendo che era stato rubato. Il cambusiere, Henry Hillbrandt, protest dicendo che il fusto del formaggio era stato aperto per ordine del signor Samuel, contabile del comandante e consegnatario dei viveri, e che il formaggio mancante era stato portato a casa del capitano Bligh prima che il Bounty salpasse per Portsmouth. A queste affermazioni il capitano, senza fare altre domande, ordin di interrompere la distribuzione di formaggio agli ufficiali e ai marinai fino a pareggiare la quantit mancante. Minacci inoltre il cambusiere di prenderlo a frustate se avesse osato pronunciare ancora una sola parola sull'argomento.
Ora  difficile immaginare che un uomo astuto come Bligh abbia arrischiato una furfanteria mettendosi completamente nelle mani di un cambusiere in una faccenda che, se fosse stata resa di pubblico dominio, gli sarebbe costata il grado.
E ancora. Mentre il Bounty si avvicinava all'equatore, fu ordinato che alcune zucche avariate acquistate a Tenerife fossero distribuite all'equipaggio come rancio in ragione di una libbra di zucca al posto di due libbre di biscotto. Gli uomini si opposero a questa distribuzione di viveri eseguita in queste proporzioni, e Bligh, informato delle proteste, si precipit in coperta in preda a violenta collera. Alz le mani, ordin di chiamare per nome i capi gamella delle varie mense e dichiar:
Voglio vedere chi oser rifiutare la zucca o qualunque altra cosa che io posso ordinare per il rancio. Siete una massa di dannati furfanti, vi far mangiare erba o qualunque altra cosa possiate raccogliere!
Questo discorso sort l'effetto desiderato: ogni marinaio ebbe la sua razione di zucca, non esclusi gli ufficiali.
Seguono poi lamentele per il modo in cui veniva distribuita la carne di manzo e di porco. Ma quando queste proteste furono portate a conoscenza del comandante nel modo rispettoso e disciplinato prescritto dall'articolo ventuno del regolamento
di bordo, Bligh fece adunare a poppa l'equipaggio e disse che ogni cosa, in merito alle provvigioni, era fatta per suo ordine; era inutile che l'equipaggio si lamentasse poich non avrebbe avuto alcuna soddisfazione; lui solo, il comandante, poteva giudicare ci che era giusto o errato. In futuro avrebbe fatto frustare il primo che si fosse lamentato.
A questa imperiosa minaccia tutti si inchinarono in silenzio e, durante il resto del viaggio verso Tahiti, nessuno os pi protestare. Era intenzione degli uomini rivendicare legalmente i loro diritti al ritorno in Inghilterra. Ottima cosa sarebbe stata se avessero tenuto ferme le loro decisioni; cos facendo, se il racconto  vero, avrebbero avuto ampia soddisfazione, e molte vite umane sarebbero state risparmiate evitando tante miserie.
Sempre secondo Morrison, la discordia definitiva fra Bligh e i suoi ufficiali ebbe origine mentre il Bounty era alla fonda nella baia dell'Avventura, nella Terra di Van Diemen. All'arrivo della nave nella baia di Matavai, a Tahiti, Bligh fu accusato di avere abusivamente confiscato i maialini e i frutti del pane degli ufficiali e di averli quindi distribuiti all'equipaggio. Quando il pilota fece le sue rimostranze, Bligh replic che gli ufficiali dovevano mettersi in testa che qualunque cosa, dal momento in cui giungeva a bordo, diveniva di sua propriet, e che avrebbe confiscato i nove decimi degli averi di ognuno a bordo della nave da lui comandata. Sarebbe poi stato curioso di vedere se qualcuno avesse osato opporsi. Vennero infatti sequestrati senza tanti complimenti i maialini appartenenti ai marinai, e avere una libbra in pi di carne, anche per il proprietario della bestia, venne considerato come una straordinaria concessione.
La triste vicenda dell'ammutinamento, ammettendo che il secondo nostromo sia stato esatto nella narrazione, fu affrettata, se non proprio causata, dal seguente fatto, che Bligh sembra aver dimenticato.
Nel pomeriggio del 27 aprile, il capitano Bligh sal in coperta e, notando la mancanza di alcune noci di cocco che erano state ammonticchiate tra i cannoni, disse che qualcuno doveva averle rubate e non potevano essere sparite senza che gli ufficiali se ne fossero accorti. Mand quindi a chiamare gli ufficiali, li interrog e, quando essi risposero che non avevano visto nessuno dell'equipaggio toccare le noci,
esclam: "Allora le avete rubate voi!" Continu poi a interrogarli separatamente per sapere quante ne erano state comprate. Quando fu la volta di Christian, l'ufficiale rispose: "Non lo so, capitano, ma spero non vogliate ritenermi cos meschino da rubare le vostre noci!" "S che lo credo, dannato furfante," esclam Bligh: "Se non me le aveste rubate potreste rendermene conto!" Rivolgendosi poi agli ufficiali continu: "Anche voi, che Dio vi maledica dannati pezzenti, siete un branco di ladri in combutta con l'equipaggio per derubarmi. Penso che pi avanti mi porterete via anche i miei ignami, ma vi assicuro, banda di furfanti, che prima di passare lo stretto dell'Endevour, una met di voi finir fuori bordo!"
Questa minaccia fu seguita da un ordine dato al contabile: "Interrompere la distribuzione di grog per questi farabutti e da domani distribuire solo mezza libbra di ignami; nel caso ne venissero rubati, la razione sar ridotta a un quarto di libbra".
La navigazione della lancia. - Christian, in un primo tempo, aveva ordinato di ammainare il battello per farvi imbarcare il capitano e i suoi compagni di sventura. La barca, piccola e mal ridotta, avrebbe potuto contenere al massimo otto o dieci uomini con poco altro carico; e, ci che  peggio, era cos tarlata e marcia, specialmente sul fondo, che aveva molte probabilit di andare a picco dopo nemmeno un miglio di navigazione.
Gli sventurati avrebbero certamente trovato la loro tomba in mezzo al mare. Ma le proteste del pilota, del nostromo e del maestro d'ascia persuasero l'ufficiale a concedere agli infelici la grande lancia al posto del battello. Vi furono gettate diciannove persone il cui peso, insieme a quello della poca roba che gli fu consentito di prendere, era tale che l'acqua giungeva quasi alle scalmiere. Anche un mare poco ondoso l'avrebbe messa in pericolo. Solo un miracolo avrebbe consentito ai miseri di sopravvivere alle fatiche di una navigazione cos lunga in balia dell'oceano. E questo miracolo si avver.
Come prima cosa il capitano Bligh e i suoi diciotto sfortunati compagni, dopo che la lancia fu scostata di poppa dal
Bounty, fecero l'inventario delle provviste. I rifornimenti, gettati a bordo da qualche marinaio di buon cuore, consistevano in centocinquanta libbre di pane, sedici pezzi di carne di porco del peso di due libbre ciascuno, sei quarti di rum, sei bottiglie di vino, ventotto galloni di acqua e quattro barili vuoti. Poich Tofoa non era lontana, fu deciso di dirigere su quell'isola per fare provvista di frutto del pane e di acqua e conservare cos intatta, se possibile, la scorta di viveri.
Dopo aver vogato lungo la costa, scoprirono solo qualche albero di cocco cresciuto sull'orlo di alti precipizi. Nonostante il pericolo della forte risacca e la difficolt di scalare le rocce, gli uomini riuscirono a raccogliere una ventina di noci di cocco. Il secondo giorno furono fatte escursioni nell'isola, ma senza alcun successo. Incontrarono per degli indigeni che scesero con loro fino alla piccola cala ove era stata ancorata la lancia; pi tardi, ne giunsero altri. Questa gente domand notizie del Bounty e Bligh sfortunatamente diede ordine di rispondere che la nave si era capovolta ed affondata, e loro erano gli unici superstiti del naufragio. Questa fu un'innocente ma incauta bugia, perch fece conoscere agl'indigeni che i marinai erano senza difesa.
E tuttavia, i nativi portarono piccole quantit di frutti del pane, banane, e noci di cocco, ma pochissima acqua dolce. Questi rifornimenti, anche se cos limitati, sollevarono lo spirito degli uomini.
Dice Bligh: Non mi guardavano pi con lo sguardo smarrito e ansioso come avevano fatto dal momento in cui perdemmo di vista la nave; il loro aspetto era quasi allegro e tutti sembravano decisi a fare del loro meglio.
Nel frattempo, sulla spiaggia si era adunata una vera folla di indigeni che cominciarono a battere delle pietre una contro l'altra. Si sapeva che questo era il segnale che preludeva all'attacco. Con qualche difficolt per la risacca, i marinai riuscirono a imbarcarsi sulla lancia portando con s i rifornimenti. Rest a terra solo il sottufficiale John Norton, incaricato di toglier l'ormeggio di poppa. Gli indigeni si gettarono immediatamente sul poveretto e lo colpirono a morte lanciando pietre anche contro la barca e ferendo, chi pi chi meno, l'equipaggio. I marinai fecero la massima
forza sui remi per allontanarsi dalla spiaggia, ma con loro sorpresa e apprensione si videro inseguiti da vicino da parecchie canoe piene di indigeni, armati di molte pietre, che rinnovarono l'attacco.
Non rest loro altra difesa che usare le stesse armi lanciate dal nemico: un genere di guerra in cui erano molto inferiori. Ricorsero allora all'unico espediente che gli rimaneva per far desistere il nemico dall'inseguimento e gettarono in mare alcuni indumenti; fortunatamente le canoe si arrestarono per raccoglierli.
Sul far della notte le canoe tornarono all'isola lasciando quelli della lancia a riflettere sulla loro infelice situazione.
Gli uomini supplicarono il comandante di portarli verso casa. Fu detto loro ch'era inutile sperare in un soccorso prima di raggiungere Timor, distante milleduecento leghe; tutti furono d'accordo nell'accettare il razionamento che il comandante, dopo aver esaminato bene le provviste di bordo, stabil in una oncia di pane e in un quarto di pinta di acqua al giorno; Bligh raccomand all'equipaggio di non chiedere mai nulla di pi.
Navigavamo in un mare sconosciuto o quasi, sono le sue parole, in una piccola lancia lunga non pi di 23 piedi da poppa a prua, con diciotto uomini a bordo. Fui felice nel vedere che ogni marinaio si era rassegnato alla situazione pi di me stesso.
Erano circa le otto pomeridiane del 2 maggio e navigavamo con la vela a quarto terzarolata. Divisi gli uomini in due guardie, l'imbarcazione fu rassettata e ringraziammo la divina Provvidenza per lo scampato pericolo. Con la massima fiducia nell'aiuto di Dio, la mia mente era ora molto pi tranquilla di prima.
All'alba del 3 maggio i solitari e sventurati navigatori osservarono preoccupati il sorgere di un sole fiammeggiante, sicuro presagio dell'avvicinarsi d'un pericoloso fortunale. Infatti, alle otto, si scaten una violenta tempesta; il mare si ingross a tal punto che quando la lancia sprofondava fra due onde, la vela sbatteva, mentre il vento minacciava di squarciarla quando la lancia era in cresta. E tuttavia non si potevano arrischiare a serrarla, perch erano in angustia e
grave pericolo: il mare frangeva di poppa alla lancia costringendo gli uomini a un lavoro massacrante di sgottamento.
Una situazione, dice Bligh, talmente disgraziata che  ben difficile se ne possa dare una peggiore.
L'acqua minacciava di rovinare la provvista di pane stivata in sacchi, e questa perdita sarebbe stata fatale; ch se l'equipaggio fosse scampato alla furia delle nde, sarebbe morto di fame. Per alleggerire la barca, venne deciso che ogni indumento superfluo, e cavi e vele di rispetto fossero gettati fuori bordo. La cassetta degli arnesi del maestro d'ascia fu svuotata e al posto degli strumenti, che furono sistemati sul pagliolo della lancia, venne stivato il pane. La gente inzuppata d'acqua soffriva il freddo; gli fu dato per desinare un cucchiaio di rum e un quarto di frutto del pane quasi immangiabile. Il capitano, avendo deciso di far osservare, anche a costo della sua vita, l'impegno preso dai marinai, e di far durare otto settimane le scarse provviste, distribuiva razioni cos misere.
Il mare non accennava a calmarsi, era ancor pi furioso della mattina e la fatica di sgottare opprimente; la lancia doveva essere tenuta con il mare in poppa.
Gli uomini erano fradici, la notte molto fredda e, alle prime luci del giorno, i marinai avevano gli arti tanto intirizziti che appena potevano muoverli. Venne distribuito un cucchiaio di rum il cui effetto si manifest benefico per tutti. Per colazione l'equipaggio ebbe cinque piccole noci di cocco e ognuno si accontent. La cena consist in pezzetti di frutto di pane. Tutti recitarono poi le preghiere.
Durante la notte fra il quattro e il cinque maggio la tempesta si calm. Prima di tutto fu verificato lo stato del pane; purtroppo gran parte risult avariata, ma venne conservata ugualmente. Navigarono nei paraggi di vari isolotti, ma, memori delle disavventure di Tofoa, non osarono prendere terra.
Per tutta la giornata del 6 maggio continuarono ad avvistare isole a una certa distanza. Quel giorno per la prima volta e con gran gioia di tutti, un pesce abbocc alla lenza. Ma, racconta Bligh, grande fu la nostra delusione. Mentre
tentavamo di tirarlo in barca, il pesce riusc a scappare.
Per cena fu distribuita un'oncia di pane avariato e un quarto di pinta d'acqua.
Dice Bligh: Il nostro alloggio era una ben misera cosa, a bordo non esisteva spazio per muoversi. Il capitano tent di porvi rimedio stabilendo turni di guardia in modo che, mentre una met degli uomini stavano seduti, gli altri potevano sdraiarsi sul fondo della barca o su una cassa coperti solo dalla volta celeste.
Avevano le membra tanto rattrappite, dice Bligh, che non riuscivano a stenderle; le notti erano cos fredde che i marinai, dopo aver dormito poche ore, inzuppati fradici come erano, non riuscivano a muoversi.
All'alba del 7 maggio il tempo era quanto mai rigido e umido e il capitano, per colazione, distribu un cucchiaio di rum e un tozzo di pane.
In quel giorno la lancia pass vicinissima ad alcune isole rocciose dalle quali si staccarono due canoe munite di vele che si misero a darle la caccia. Nello stesso pomeriggio l'inseguimento ebbe termine. Quelle canoe erano simili alle imbarcazioni delle Friendly e si ritenne che le isole avvistate negli ultimi due giorni fossero le Figi.
L'otto maggio ebbero un'oncia e mezzo di carne di porco, un cucchiaio di rum, mezza pinta di latte di cocco e un'oncia di pane. La misera razione di rum non manc di avere un effetto benefico.
Nel pomeriggio l'equipaggio fu occupato a riassettare la barca; e durarono fino a sera, prima d'aver ogni cosa asciugata e in ordine.
Fino a quel momento le razioni erano state distribuite ad occhio, dice Bligh. Ma da allora in' poi mi servii di una bilancia costruita con due gusci di noci di cocco. Trovai per caso a bordo delle palle di pistola, venticinque delle quali pesavano una libbra e sedici once. Stabilii quindi che ogni persona dovesse ricevere una razione di pane del peso di una palla. Intrattenni l'equipaggio descrivendo loro la Nuova Guinea e la Nuova Olanda(3) e inoltre istruii la mia gente sul modo in cui avrebbe dovuto comportarsi nel caso che mi fosse capitata una disgrazia. I superstiti avrebbero cos potuto
rendersi conto della posizione nella quale si trovava la lancia e calcolare la rotta che li avrebbe portati a Timor, isola della quale la maggioranza conosceva solo il nome e alcuni nemmeno quello. Per cena distribuii un quarto di pinta di acqua e mezza oncia di pane.
L'alba del 10 maggio, non port altro sollievo che la luce del giorno. Onde gigantesche riempirono d'acqua la barca e due uomini a turno furono costretti a un continuo lavoro di sgottamento. Era inoltre necessario tenere la lancia con la poppa al mare per evitare che imbarcasse troppa acqua.
Verso la sera del 12 maggio ricominci a piovere a scrosci e passammo cos una notte infernale. All'alba lo spettacolo che si present ai miei occhi guardando l'equipaggio fu tristissimo. Era un insieme di esseri umani mal ridotti, bisognosi di tutto e privi di qualunque conforto. Alcuni lamentavano forti dolori viscerali, tutti avevano quasi perso l'uso delle membra. Il sonno non ci fu di alcun ristoro, le onde e la pioggia ci investivano senza darci tregua. Il maltempo sembrava deciso a non abbandonarci e non potevamo contare sul sole per asciugare i nostri vestiti bagnati fradici. Consigliai di togliersi gli abiti di dosso e di strizzarli in mare. Questo serv a dare un po' di calore ai miei uomini.
Il 18 maggio la pioggia cess. I marinai, seguendo i consigli del comandante, si tolsero di dosso i vestiti per strizzarli. Ebbero cos un po' di sollievo, ma tutti accusavano violenti dolori alle ossa. Sul far della notte ricominci la pioggia accompagnata da lampi. Gli uomini furono di nuovo duramente impegnati a sgottare l'imbarcazione.
All'alba del 21 maggio, alcuni degli uomini sembravano mezzi morti, il loro aspetto era orribile.
Ovunque volgessi gli occhi, narra Bligh, incontravo lo sguardo di un sofferente. Tutti erano affamati, ma nessuno aveva sete n desiderava bere. Forse a questa necessit aveva provveduto l'assorbimento dell'acqua attraverso i pori della pelle. Dormimmo qualche ora sotto la pioggia svegliandoci sovente per i crampi e i dolori alle ossa.
Verso mezzogiorno comparve il sole e fu come se ognuno risorgesse a nuova vita.
Nel pomeriggio la pioggia ricominci a cadere con una
violenza tale da togliere ogni visibilit. Intirizziti vedevamo con spavento l'avvicinarsi della notte. Il sonno tanto desiderato non ci port alcun sollievo; da parte mia vivevo quasi senza dormire.
La situazione nella quale ci trovammo il 22 maggio era pericolosissima. Eravamo obbligati a correre con il mare in poppa e a stare molto attenti; la pi piccola distrazione poteva segnare la nostra fine.
Il vento soffi fortissimo per tutto il giorno e le onde spumeggianti ci investirono di poppa e al giardinetto. Le sofferenze di quella notte furono di gran lunga superiori alle precedenti. La lancia imbarcava acqua, costringendoci a sgottare con spavento e ansiet. All'alba del 23 maggio gli uomini erano in condizioni disastrose. Cominciai a temere che un'altra notte come quella passata avrebbe dato il colpo di grazia a molti che non sembravano pi in grado di resistere a tribolazioni cos forti. Distribuii una razione di due cucchiai di rum a testa.
Dopo aver bevuto il liquore, fatta colazione con acqua e pane, strizzati gli abiti, ci sentimmo un po' sollevati.
La sera del 24 il vento diminu di forza e sembr che il tempo si mettesse al buono. Tutti ne furono confortati e consumarono le loro magre razioni con maggior soddisfazione. Anche la notte fu discreta, ma essendo ancora bagnati di acqua di mare soffrimmo molto per il freddo. Notai con gioia che la bella mattinata contribuiva a migliorare l'aspetto degli uomini e per la prima volta durante gli ultimi quindici giorni godemmo del conforto del sole. Riuscimmo a far asciugare i nostri abiti, la cui stoffa si era cos logorata che non ci riparava pi n dal caldo n dal freddo. Nel pomeriggio osservammo molti uccelli volare intorno alla nostra imbarcazione; erano sule e rondini di mare, che non si allontanano mai molto dalla costa.
Il mare finalmente si calm e la lancia imbarcava pochissima acqua. Il capitano Bligh ne approfitt per esaminare quanto pane era rimasto e in che stato era; seguendo l'attuale razionamento la scorta sarebbe dovuta bastare per ventinove giorni e in quel tempo la barca poteva raggiungere Timor. Ma poich questi calcoli non erano sicuri ed era anche possibile che fossero costretti a proseguire per Giava.
venne decisa un'altra riduzione delle razioni per poterle far durare sei settimane.
Temevo, disse Bligh, che questo provvedimento fosse male accolto e che mi dovessi trovar costretto ad usare la massima risolutezza. Anche se la quantit di cui intendevo ridurre le razioni era minima, poteva sembrare ai miei uomini ch'io volessi rubargli la vita. Temevo soprattutto le proteste e la reazione di taluni che mi sembravano meno pazienti. Rammentai all'equipaggio che dovevamo tenere in conto possibili ritardi per vento contrario o altre cause, e promisi di aumentare le razioni man mano che procedevamo. Tutti furono d'accordo e accettarono di buon grado il provvedimento.
Fu quindi stabilito di distribuire per colazione un venticinquesimo di libbra di pane a testa e la stessa quantit per desinare, e di sospendere le razioni della cena. In questo modo la scorta di pane avrebbe dovuto bastare per quaranta tr giorni.
Il 25 maggio, verso mezzogiorno, alcune rondini di mare volarono cos basse sulla lancia che l'equipaggio riusc a catturarne una, grossa quanto un piccione.
Ne feci, dice Bligh, diciotto porzioni senza gettar via le interiora, e usando il vecchio sistema di bordo "a chi spetta questo?"(4) le distribuii insieme alla razione di pane e di acqua per desinare. La carne e le ossa dell'uccello vennero divorate; come salsa fu usata l'acqua di mare. Alla sera vennero parecchie sule a volarci vicino ed avemmo la fortuna di acchiapparne una. Questi uccelli, grossi quanto un'anatra, provano, pi di ogni altro, la prossimit della terraferma. Ordinai che la sula fosse uccisa per la cena e il suo sangue dato a bere a tre dell'equipaggio pi sofferenti degli altri per mancanza di cibo. Il corpo dell'uccello con le sue interiora, il becco e le zampe, diviso in diciotto parti insieme a una razione di pane che ritenni opportuno distribuire, fu una cena succulenta in confronto a quelle che avevamo avuto finora.
Il giorno dopo, 26 maggio, riuscimmo a catturare un'altra
sula. Sembr che Dio volesse provvedere alle nostre necessit nel migliore dei modi. La gente fu felice di questo vitto straordinario che venne distribuito come la sera prima, dando da bere il sangue a coloro che pi soffrivano per mancanza di nutrimento. Per rendere il pane pi saporito, molti uomini lo inzupparono nell'acqua di mare; io di solito lo facevo a pezzettini che mettevo in bagno nel guscio di una noce di cocco con la mia razione di acqua. Per mangiare usavo un cucchiaio evitando di riempirlo cos che la mia magra cena durasse come un pasto pi ricco.
Il tempo si era messo al sereno, ma questo cambiamento non fu senza inconvenienti; gli uomini della lancia cominciarono a soffrire pene affatto diverse da quelle a cui s'erano usati. Il calore del sole era fortissimo e molti furono presi da languore e debolezza, che li resero quasi indifferenti alla vita. Ma alla sera ebbero la buona fortuna di catturare due sule; cosa di poco momento, ch'ebbe per l'effetto di rincuorarli. Questi uccelli avevano nello stomaco parecchi pesci volanti e piccoli totani che furono serbati anch'essi con la massima cura per il desinare del giorno dopo. Quella grossa preda fu divisa in diciotto parti, e le porzioni vennero assegnate a sorte.
Osservando l'aspetto delle nuvole apparse verso sera, il capitano Bligh non ebbe alcun dubbio sulla prossimit della terra e i marinai passarono il tempo discorrendo di ci che vi avrebbero trovato. All'una di notte del 29 maggio il marinaio al timone ud il rumore dei frangenti. Era la barriera di scogli che corre lungo la costa orientale della Nuova Olanda; la lancia doveva ora trovarsi un passaggio.
Il capitano Bligh dice ch'era assolutamente necessario scoprire un varco senza la minima perdita di tempo. La speranza di poter navigare in acque tranquille e di poter avere un po' di ristoro, sollev moltissimo lo spirito degli uomini. Il mare frangeva furiosamente contro la scogliera; al di l le acque erano invece cos calme che ognuno pregust la gioia di varcarla. Finalmente riuscirono a trovare un passaggio largo circa un quarto di miglio attraverso il quale la barca pass rapidamente aiutata da una forte corrente in direzione ovest. Giunse cos nelle acque calme e in un attimo tutti sembrarono dimenticare le sofferenze patite.
Ringraziarono Iddio per la sua generosa protezione ed allegramente cominciarono il magro desinare d'un venticinquesimo di libbra di pane e d'un quarto di pinta d'acqua.
Cominci a profilarsi distintamente la linea di costa, e verso sera la barca approd sulla punta sabbiosa di un'isola. Era l'ora della bassa marea e subito si scopr che c'erano ostriche sugli scogli. Gli uomini del drappello inviato a terra in ricognizione rientrarono tutti contenti raccontando di aver trovato molte ostriche e acqua dolce. Fu acceso il fuoco usando una piccola lente di ingrandimento e, fra le cose gettate nella lancia al momento del distacco dal Bounty, si scopr una scatola contenente un acciarino e un pezzo di zolfo con i quali avrebbero potuto accendere il fuoco anche in futuro. Uno degli uomini era stato tanto previdente da portare con s dalla nave un recipiente di rame e cos con le ostriche, pane e carne salata venne cucinata una zuppa della quale ogni uomo ricevette una pinta colma.
Le ostriche erano cos saldamente abbarbicate alla roccia che si staccavano a fatica, e parve molto pi spedito aprirle senza staccarle.
Tutti lamentavano vertigini, grande debolezza alle giunture e violento tenesmo, ma nessuno era in condizioni preoccupanti: nonostante la fame e il freddo sofferto tutti dimostravano di possedere ancora forza fisica. Il capitano Bligh aveva raccomandato di non mangiare le bacche e le frutta dell'isola, ma non appena la gente fu fuori vista, si gettarono sui tre tipi di frutta che vi trovarono divorandone a saziet.
Qualcuno cominci a provare i sintomi dell'indigestione e si spavent credendo di essere avvelenato: gli uomini si guardarono in viso con apprensione, timorosi delle conseguenze della loro imprudenza. Per fortuna i frutti si dimostrarono sani e commestibili.
Scrive Bligh: Il 29 maggio, ricorrendo l'anniversario della Restaurazione di re Carlo II, poich il nome si addiceva anche al nostro caso (eravamo infatti restaurati a nuova vita) pensai di battezzare questo scoglio "Isola della Restaurazione" ritenendo che il capitano Cook non si fosse mai accorto della sua esistenza.
Fecero pasti eccellenti di ostriche e cime di palma stufati insieme, senza intaccare la scorta di pane.
La mattina del 30 maggio il capitano Bligh vide con soddisfazione che l'aspetto degli uomini era migliorato, e li mand sull'isola a far provvista d'ostriche. Aveva deciso che quella sera la barca avrebbe dovuto riprendere il mare. Furono anche riempiti tutti i recipienti con circa sessanta galloni di acqua dolce. Da un esame fatto alla provvista di pane si calcol che ne restava abbastanza per trentotto giorni.
Quando tutto fu pronto per riprendere il mare il capitano ordin che venissero recitate le preghiere. Ma proprio al momento dell'imbarco comparvero sulla spiaggia una ventina di selvaggi affatto nudi che correndo e gridando facevano cenno di avvicinarsi. Poich erano armati di lancia fu giudicato prudente non accogliere l'invito. La barca mise la prua al nord lasciando la terra sulla sua sinistra e parecchie isole e scogliere sulla dritta.
Il 31 maggio la lancia approd su un'isola che fu battezzata Domenica. Bligh racconta: Mandai a terra due drappelli, uno diretto al nord e l'altro al sud in cerca di rifornimenti e ordinai agli altri di restare a bordo. Questa volta la stanchezza e la debolezza ebbero la meglio sul senso del dovere di alcuni che, reclamando di aver lavorato pi degli altri, dichiararono che preferivano digiunare piuttosto che andare in cerca di provviste. Un marinaio, guardandomi minacciosamente, giunse al punto di dirmi che lui valeva quanto me. Era difficile prevedere a che punto si sarebbe arrivati se non avessi agito con risolutezza. Per evitare che in futuro queste dispute dovessero ripetersi, decisi di far rispettare la mia autorit o di morire in questo. Afferrai un coltellaccio, ordinai all'uomo di prenderne uno anche lui e di mettersi in guardia. Alle mie parole il marinaio cominci a lamentarsi dicendo che lo volevo uccidere e subito si arrese. Non permisi che ci turbasse ulteriormente la buona armonia che regnava fra l'equipaggio, e tutto torn tranquillo.
Sull'isola i marinai trovarono ostriche e altri molluschi; in terra cresce un piccolo fagiolo che Nelson, il botanico, dichiar appartenere alla specie dolichos.
La lancia diede fondo il primo giugno in mezzo a un gruppo di quegli isolotti sabbiosi che chiamano keys, nei quali fu possibile raccogliere pochi molluschi e fagioli. Nelson stava
malissimo, si sentiva il fuoco nelle viscere, la vista gli diminuiva, era preso da una grande arsura e non riusciva a camminare. Qualche pezzetto di pane imbevuto in un goccio di vino che era stato conservato con cura, miglior subito le sue condizioni. Anche il nostromo e il maestro d'ascia erano ammalati e lamentavano una forte emicrania e nausea. Altri erano afflitti da tenesmo e quelli che non si lamentavano per qualche malessere erano ben pochi.
Di notte fu inviato sull'isola un drappello per catturare gli uccelli. Ritornarono con sole dodici rondini di mare, ma se non fosse stato per la stoltezza e la testardaggine di uno che si era allontanato dagli altri spaventando gli uccelli, la caccia sarebbe stata molto pi proficua. Lo stolto era Robert Lamb, che, quando la lancia arriv a Giava, ammise di avere divorato, in quella notte da quando aveva lasciato i suoi due compagni, nove uccelli crudi.
I soli rifornimenti che riuscirono ad avere dall'isola furono i sopraddetti uccelli e qualche mollusco.
Il 3 giugno, dopo aver passato parecchi keys e isole e doppiato il capo York, la punta pi a nord-est della Nuova Olanda, alle otto di sera la piccola lancia e il suo coraggioso equipaggio ripresero ancora una volta la navigazione in mare aperto.
Pure essendo la nostra situazione miserevole sotto ogni aspetto, dice Bligh, fui segretamente sorpreso di notare che nessuno, tranne me, ne era molto impressionato; al contrario, sembrava che gli uomini si fossero imbarcati per un viaggio a Timor a bordo di una nave comoda e sicura. La fiducia dell'equipaggio mi fece molto piacere e posso asserire che la nostra salvezza  in gran parte dovuta a questo stato d'animo. Rincuorai i miei uomini alimentando in loro la speranza che in otto o dieci giorni avremmo potuto raggiungere la terra della nostra salvezza, e dopo avere implorato la continua protezione divina, distribuii una razione di acqua per cena e feci rotta per ovest-sud-ovest.
Avevamo navigato per sei giorni lungo le coste della Nuova Olanda, trovando ostriche, molluschi, uccelli e acqua dolce. Ma non minor conforto c'era venuto dalla possibilit di muoverci, senza dover restare sempre seduti nella lancia, e di
poter ben riposare durante la notte. Questi benefici giovarono alla nostra salvezza e il rifornimento di viveri, per misero che fosse, concorse a rendere pi sopportabili le nostre sofferenze. Se non fosse stato per questo, difficilmente la natura avrebbe resistito agli stremi della fame e della fatica. Pur essendo il nostro stato sempre misero, la speranza di poterci presto salvare mantenne alti gli spiriti. Sembrer incredibile, ma non ebbi mai a soffrire molto n la fame n la sete. Le mie razioni, sapendo che non avrei potuto disporre di altre, mi furono sempre sufficienti.
Secondo le promesse fatte a suo tempo dal capitano, il 6 giugno venne ripresa regolarmente la distribuzione serale delle razioni. Il 7 giugno, dopo una notte fredda e tormentosa, il cibo distribuito per la colazione fu quello solito, ma al desinare venne concessa una razione straordinaria di un'oncia di molluschi disseccati con la quale si esaur tutta la provvista.
Il mare s'ingross e riprese a infierire contro la lancia. Il medico signor Ledward e Lawrence Lebogue, un vecchio intrepido marinaio, parevano stare assai male. Non fu possibile aiutarli che con un cucchiaino o due di vino risparmiato per le occasioni disperate.
Nella mattina del 1 o giugno, scrive Bligh, dopo una notte agitatissima, notai con apprensione un evidente peggioramento in molti uomini. Una grande debolezza, gonfiore alle gambe, aspetto emaciato e spettrale, forte sonnolenza e difficolt nel comprendere, mi parvero i sinistri presagi di una fine che rapidamente si avvicinava. Il dottore e Lebogue, in particolare, erano quelli in peggiori condizioni. Diedi loro qualche cucchiaio del poco vino rimasto e questo parve dargli vigore. Tutta la nostra forza veniva ormai dalla grande speranza di riuscire a terminare il viaggio. Il nostromo mi disse candidamente che il mio aspetto era il peggiore di tutti. L'ingenuit delle sue parole mi divert e lo ricambiai con un complimento migliore.
L'11 giugno il capitano Bligh disse ai miseri compagni che era sicuro di aver passato il meridiano ad est di Timor. Questa assicurazione li riemp di gioia. Alle tre del mattino del 12 giugno venne avvistata Timor a una distanza di una o due leghe dalla sua spiaggia.
Non posso descrivere la gioia che si diffuse tra noi alla vista benedetta dell'isola, dice l'esperto navigatore. Ci sembrava quasi incredibile che in una lancia aperta, con magre provviste, fossimo stati capaci di raggiungere la costa di Timor dopo quaranta giorni di navigazione da Tofoa, percorrendo, secondo il nostro solcometro, una distanza di 3618 miglia nautiche, e che, nonostante le miserevoli condizioni nelle quali avevamo vissuto, nessuno, durante il viaggio fosse morto.
La domenica 14 giugno, la lancia prese terra nella baia di Coupang ove furono accolti con ogni gentilezza, ospitalit e umanit...
Quando ebbero ricuperato le forze, dopo due mesi passati fra gli ospitali abitanti di Coupang, fu acquistato ed armato un piccolo veliero sul quale s'imbarcarono il 20 agosto e, facendo rotta ad occidente, giunsero il 1 ottobre a Batavia.
Da questa citt il capitano Bligh s'imbarc su un bastimento di linea olandese e arriv all'isola di Wight il 14 marzo 1790. Gli altri uomini furono imbarcati a bordo delle navi della Compagnia olandese delle Indie orientali che si recavano in Europa. Non tutti per riuscirono a tornar vivi in Inghilterra. Nelson, il botanico, mor a Coupang, il signor Elphinstone, ufficiale all'equipaggio, e i marinai Peter Linkletter e Thomas Hall, morirono a Batavia, il marinaio Robert Lamb (quello che aveva mangiato nove uccelli crudi) mor nel viaggio di ritorno in patria, e il dottore, signor Ledward. rimase sul posto e non se ne seppe pi nulla.

Note.
1. Il Bounty, una nave di 250 tonnellate, era partito da Spithead 'l 23 dicembre 1787 per Tahiti, dove doveva caricare degli alberi del pane che si volevano acclimare nelle Indie occidentali. Giunto a Tahiti, vi rimase parecchi mesi, e ne ripart, col carico di piante, il 4 aprile 1789.
2. In un articolo apparso nell'United Service Journal dell'aprile
1831.
3. L'Australia.
4. Nel sorteggio di premi o di razioni si rivolge questa frase a un marinaio bendato.


A. Corrard e H. Savigny: La zattera della Medusa.

Napoleone era a Sant'Elena da tre anni quando Luigi XVIII mand una flotta a riprender possesso degli stabilimenti del Senegal, caduti in mano agli inglesi nel 1808 e restituiti alla corona di Francia dal Congresso di Vienna. A bordo dell'ammiraglia, La Medusa, prese di fatto il comando un signore dell'aristocrazia, che non sapeva niente di mare.
Quando la fregata ebbe perso di vista per imperizia le altre navi, e si trov, come avevano previsto i marinai, sul banco di Arguin, non la si volle alleggerire, e cos fall ogni manovra per liberarla; quando cominci a affondare, il Governatore del Senegal si fece calare in una barca seduto sulla sua poltrona; quando furono occupate (non riempite) tutte le barche, 158 persone vennero relegate su una zattera senza vele e quasi senza viveri; diciassette le lasciarono addirittura sulla Medusa; e dopo due leghe, per scappare pi alla svelta verso la costa insieme agli altri, qualcuno pens bene di mollare il cavo con cui la zattera veniva rimorchiata.
Il vento di follia collettiva che soffi per tredici giorni sulla zattera pi famosa del mondo, fece 145 morti (molti morti ammazzati, molti morti mangiati). I cittadini Corrard e Savigny, che furono del magro numero dei superstiti, tornati in Francia seppero cavare dai loro angosciosi ricordi un libro (illustrato da Gricault) che valse insieme come pamphlet di denuncia, e come dramma allegorico della Restaurazione.
Scomparse le lance, la costernazione giunse al colmo. Alla nostra immaginazione si present tutto ci che la fame e la sete hanno di pi terribile; senza tener conto che dovevamo lottare contro un perfido elemento nel quale eravamo gi immersi sino a met corpo. Marinai e soldati passarono rapidamente dal pi profondo stupore alla disperazione; tutti vedevano immancabile la loro fine, e manifestavano coi loro gemiti i tristi pensieri dai quali erano conturbati. Inutili riuscirono da principio le nostre esortazioni per acquietare le loro ansie, che noi peraltro condividevamo, ma che una pi salda energia di carattere ci permetteva di dissimulare. Finalmente un sicuro contegno ed espressioni consolatrici valsero a poco a poco a calmarli, ma non poterono interamente dissipare il terrore che li aveva colpiti.
Quando un po' di tranquillit torn a regnare, ci occupammo di cercare sulla zattera le carte, la bussola e l'ancora che credevamo esservi state collocate, secondo quanto ci era stato detto nel momento in cui avevamo lasciato la fregata. Ma questi oggetti di prima necessit non erano stati messi sulla nostra zattera.
Specialmente la mancanza della bussola ci colm di angoscia, e grida di rabbia e di vendetta si levarono dai nostri petti. Corrard si ricord allora d'aver veduto una bussola nelle mani di un capo degli operai che erano ai suoi ordini: fece chiamare costui, che gli disse: S, s, l'ho con me.
Tale notizia ci riemp di entusiasmo, e ritenemmo che la nostra salvezza dipendesse da cos debole risorsa.
Questa piccola bussola era della grandezza di uno scudo francese, e di scarsa precisione.
Chi non si  trovato di fronte ad avvenimenti in cui l'esistenza sia molto minacciata, non pu farsi che una pallida idea di qual valore si annetta in simili casi alle pi semplici cose e dell'avidit con cui ci si applichi ai mezzi pi modesti, capaci di mitigare la crudezza del destino contro il quale si lotta.
La piccola bussola fu affidata al comandante della zattera; ma un accidente ce ne priv per sempre: essa cadde e scomparve tra le tavole che componevano il nostro galleggiante. Per poche ore soltanto potemmo farne uso; in seguito non avemmo altra guida che il levare e il tramontare del sole.
Avevamo tutti lasciato la Medusa senza aver toccato cibo; sicch la fame incominci presto a farsi sentire in modo imperioso. Intridemmo la nostra pasta di biscotto con un po' di vino, e cos preparata la distribuimmo. Questo fu il nostro primo pasto: che doveva essere il migliore di tutti quelli consumati sulla zattera.
Un ordine numerico venne stabilito per la distribuzione dei nostri miserabili viveri. La razione di vino fu fissata in misura di tre quarti per giorno.
Non avremo pi da parlare di biscotto: la prima distribuzione bast ad esaurirlo.
La giornata trascorse abbastanza tranquillamente. Conversammo a proposito dei mezzi che avremmo dovuto impiegare per salvarci. Ne parlavamo con certezza di riuscita: il qual fatto rianimava il nostro coraggio, e noi potevamo cos sostenere quello dei soldati infondendo in essi la speranza che presto avremmo potuto vendicarci di coloro che ci avevano s indegnamente abbandonati.
Bisogna confessare che questa speranza di vendetta ci animava tutti egualmente. Tutti scagliavano imprecazioni contro chi ci aveva lasciati in preda di tante sofferenze e pericoli.
Trovandosi l'ufficiale che comandava la zattera nell'impossibilit di muoversi, Savigny s'incaric di far montare l'alberatura. Fatto tagliare in due uno degli alberi della randa della fregata - la boma - adoperammo per vela il controvelaccio di mezzana. L'albero, fissato nella parte anteriore della zattera, fu sostenuto col cordame che aveva servito nel rimorchio, e del quale facemmo stragli e sartie.
La vela manovrava molto bene, ma il suo effetto ci era di scarsissima utilit. Ci serviva soltanto quando il vento soffiava in poppa; e perch la zattera serbasse una buona andatura bisognava che la vela fosse orientata come se il vento soffiasse al traverso. Riteniamo che tale posizione, sempre tenuta dalla zattera, si debba attribuire alla eccessiva sporgenza dei pezzi di legno posti traversalmente.
La sera i nostri cuori e le nostre invocazioni per un naturale sentimento di sventurati si volsero al cielo. Circondati da reali e inevitabili pericoli, innalzammo le nostre voci verso quella Potenza invisibile che ha stabilito e che mantiene l'ordine nell'universo. Noi la invocammo con fervore, e dalla nostra preghiera attingemmo nuova speranza di salvezza.
Bisogna aver vissuto in circostanze crudeli per immaginare quale soave conforto offra, in mezzo alle pi grandi sventure, l'idea sublime di un Dio protettore degli infelici. Un pensiero di speranza lusingava anche la nostra immaginazione: presumevamo che la piccola flotta di lance avesse fatto rotta per l'isola d'Arguin, e che dopo avervi deposto una parte dei naufraghi sarebbe tornata in nostro aiuto. Questa supposizione, che noi ci sforzammo di comunicare ai soldati e ai marinai, riusc a contenere i loro clamori.
La notte sopraggiunse senza che le nostre speranze si avverassero; il vento si fece pungente, e il mare divenne quanto mai tempestoso.
Che orribile notte! Soltanto l'idea di veder spuntare, il giorno dopo, le lance, consol un poco i nostri uomini, la maggior parte dei quali non essendo assuefatti a navigare ad ogni ondata rovinavano gli uni sopra gli altri.
Savigny, aiutato da alcuni compagni che in mezzo a tanto scompiglio serbavano ancora il loro sangue freddo, tese dei cavi che servissero di sostegno. Gl'infelici vi s'aggrapparono e, trovandovi un punto d'appoggio, poterono meglio resistere alla violenza delle ondate. Alcuni vi dovettero esser legati.
Nel mezzo della notte la tempesta fu anche pi terribile. Ondate voluminose si rovesciavano su noi e ci sbattevano gi talvolta con impeto rude. Grida e urla umane si mescevano al fragore dei flutti, mentre un mare spaventoso si sollevava ogni tanto facendoci sfuggire ogni appoggio sotto i piedi, minacciando di trascinarci via.
Quella scena era ancor pi spaventosa per l'orrore che suscitava in noi l'oscurit profondissima.
D'un tratto credemmo scorgere al largo, solo per qualche istante, alcuni fuochi. Avevamo avuto la precauzione di porre in cima all'albero della polvere da sparo e alcune pistole di cui ci eravamo provvisti sulla Medusa: accendendo una gran quantit di polvere facemmo segnali; scaricammo anche qualche colpo di pistola; ma sembra che la vista di quei fuochi non foss'altro che illusione, forse prodotta dal frangersi schiumoso delle onde.
Per tutta la notte continuammo a lottare contro la morte, tenendoci disperatamente aggrappati ai cavi di sostegno, solidamente assicurati.
Sospinti senza posa dalla furia dei marosi, ora verso la
prora, ora verso la poppa, e a volte scaraventati nel mare, sospesi tra la vita e la morte, gemendo sulla nostra sciagura, sicuri di morire, eppure contendendo un rimasuglio di esistenza al crudele elemento che minacciava d'ingoiarci, tale fu la nostra condizione sino al nuovo giorno.
Verso le sette del mattino il mare si ammans un poco; il vento soffi con minor furore; ma quale spettacolo si offerse ai nostri occhi! Dieci o dodici sventurati, con le gambe incastrate negli interstizi formati dall'armatura della zattera, non essendo stati capaci di disimpegnarsi avevano perduto la vita; molti altri erano stati ghermiti dalla violenza dei marosi.
All'ora del pasto ci assegnammo di nuovo un numero per non lasciar vuoti nella serie; venti uomini mancavano. Non assicuriamo peraltro che questo numero fosse esattissimo, perch ci accorgemmo che qualche soldato, per ottenere pi di una razione, si era assegnato due e anche tre numeri. Regnava tra noi una tal confusione ch'era assolutamente impossibile reprimere questo abuso.
In mezzo a simili orrori, una scena commovente di piet filiale ci strapp le lacrime: due giovani, nel rialzare un infortunato, che giaceva senza conoscenza sotto i piedi degli altri, riconobbero in lui il proprio padre. L per l lo credettero morto, e la loro disperazione si manifest coi piii commoventi segni di dolore; ma avvedendoci poi che quel corpo quasi inanimato respirava ancora, gli furono prodigate tutte quelle cure che erano in nostro potere. A poco a poco l'infelice riacquist conoscenza e fu restituito alla vita e alla devozione dei figli che lo tenevano strettamente abbracciato.
Mentre i diritti di natura e il sentimento di conservazione riprendevano il loro impero in questo commovente episodio delle nostre angosciose vicissitudini, arrecando un po' di bene alle nostre anime, stavamo per avere, d'altra parte, il doloroso spettacolo di un fosco contrasto. Due giovani mozzi e un fornaio non temettero di darsi la morte, buttandosi in mare dopo essersi congedati dai loro compagni di sventura.
La ragione dei nostri uomini appariva gi profondamente sconvolta: alcuni credevano scorgere la terra; altri, navi che
giungessero in nostro aiuto; e tutti con alte grida ci annunciavano queste fallaci visioni.
Rimpiangevamo la perdita dei nostri sventurati compagni, ed eravamo ben lontani dal prevedere le scene ancor pi terribili che si sarebbero verificate nella notte seguente: anzi ci sentivamo consolati da una tal qual soddisfazione, tanto eravamo convinti che le lance stessero per venire in nostro aiuto.
Il giorno fu bello, e la tranquillit pi perfetta regn fra noi fino al tramonto. Sopraggiunse la sera, e le lance non apparvero.
Lo scoraggiamento incominci a impossessarsi di nuovo della nostra gente e lo spirito di sedizione prese a manifestarsi con grida cariche d'ira; n alcuno prestava il minimo ascolto alle energiche ingiunzioni dei capi.
Sopraggiunse la notte e il cielo si coperse di nuvoloni densi. Il vento, che anche durante il giorno aveva soffiato con una certa violenza, fin per irrompere come un demonio scatenato che d'un tratto tramut il mare in un inferno.
Se la notte precedente era stata orribile, questa doveva essere ancor pi spaventosa. A quando a quando vere montagne d'acqua ci assalivano e ci sommergevano frangendosi infuriate in mezzo a noi.
Per la violenza del mare gli uomini erano continuamente cacciati d'impeto da poppa a prora: ci vedemmo perci nella necessit di stringerci gli uni contro gli altri nel centro, che era la parte pi solida della zattera: coloro che non riuscirono a raggiungerlo morirono quasi tutti.
A prora e a poppa le onde si rovesciavano impetuose e spazzavan via gli uomini malgrado i loro sforzi. Al centro l'ammassamento era tale che alcuni sventurati rimasero soffocati dal peso dei compagni che di tanto in tanto si abbattevano sopra di loro.
Gli ufficiali si tenevano stretti ai piedi del piccolo albero, obbligati ad ogni momento a gridare, a chi li circondava, di portarsi su un lato o sull'altro, perch il mare, che ci percoteva quasi al traverso, sollevava la nostra zattera pressoch a perpendicolo; cosicch, per far contrappeso, era necessario precipitarsi dalla parte sollevata dalle onde.
Soldati e marinai, spauriti dalla presenza di un pericolo
quasi insuperabile, pi non dubitavano d'essere giunti alla loro ultima ora. Ritenendo essi fermamente d'essere ormai destinati a venir inghiottiti dai marosi, risolsero di lenire i loro ultimi momenti bevendo sino a smarrire la ragione. Da parte nostra non avemmo l'energia di opporci a quest'orgia, ed essi si precipitarono su una botte ch'era al centro della zattera, praticarono un largo foro, e con piccoli bicchieri di latta, dei quali si eran provvisti sulla fregata, bevvero tutti a saziet. Ma si videro costretti a tralasciar la loro faccenda, perch l'acqua marina s'insinu nel foro da essi praticato.
I fumi del vino non tardarono a mettere in iscompiglio quei cervelli gi turbati dalla presenza del pericolo e dalla mancanza di alimenti. Cos eccitati, fatti sordi alla voce della ragione, quegli uomini vollero trascinare alla perdizione anche i loro compagni di sventura.
Manifestarono molto apertamente l'intenzione di liberarsi dei loro capi per poi distruggere la zattera, recidendo i cavi che ne tenevano le parti.
Un momento dopo vollero porre in esecuzione questo piano; e uno di essi si avanz verso l'orlo della zattera con una scure d'abbordaggio e cominci a menar colpi sui cavi.
Fu il segno della rivolta.
Dalla poppa noi avanzammo per trattenere quegli insensati. Colui che era armato della scure, con la quale minacci persino un ufficiale, fu la prima vittima; una sciabolata pose fine ai suoi giorni.
Quell'uomo era un asiatico, ed era soldato in un reggimento coloniale. La statura gigantesca, i capelli corti, il naso grossissimo, la bocca enorme, la pelle scurissima, gli davano un aspetto repellente. Sulle prime si era posto nel mezzo della zattera, e ad ogni pugno rovesciava chi gli dava fastidio. Suscitava il pi grande terrore, e nessuno osava avvicinarglisi. Se vi fossero stati sei uomini come lui, la nostra fine sarebbe stata inevitabile.
Alcuni uomini, premurosi di prolungare la loro esistenza, si unirono a quelli che intendevano difendere l'integrit della zattera e si armarono; furono di questo numero alcuni sottufficiali e passeggeri.
I rivoltosi trassero le loro spade, e chi non ne possedeva si arm di coltello. Decisi a tutto, si avanzarono su di noi,
che ci eravamo messi in posizione di difesa; l'assalto stava per essere sferrato. Uno dei ribelli, animato dalla disperazione, alz la sciabola sopra un ufficiale; ma cadde all'istante trafitto.
Tale risolutezza fece per un momento ristare quei furibondi; ma non scem punto la loro rabbia. Cessarono di minacciare presentandoci una barriera irta di sciabole e di baionette, e si ritrassero per effettuare il loro piano.
Uno di loro finge di appoggiarsi alle piccole drome che formano il bordo della zattera, e con un coltello ne taglia i cavi. Avvertiti da un domestico, ci slanciamo su costui; un soldato cerca di difenderlo, minaccia col proprio coltello un ufficiale, e, volendolo colpire, riesce solo a intaccargli la divisa. L'ufficiale si volta, atterra il suo nemico e lo scaraventa in mare col suo compagno. Da quel momento non si tratt pi di lotte singole: il combattimento divent generale. Alcuni gridarono di serrare la vela; una folla di insensati si precipit istantaneamente sulla drizza e sulle srtie, e le recise. Manc poco che la caduta dell'albero non spezzasse la coscia a un capitano di fanteria, il quale cadde svenuto, e, afferrato dai soldati, fu gettato in mare.
Accortici di questo, noi lo salvammo e lo adagiammo sopra un barile; ma venne di nuovo ghermito dai ribelli che volevano, con un temperino, fargli scempio degli occhi.
Esasperati da tanta crudelt, ci gettammo senz'altro allo sbaraglio. Con la sciabola in pugno, fendemmo le linee formate dai soldati, e molti di essi pagarono con la vita il loro accecamento.
Anche l'infelice donna imbarcata con noi sulla zattera era stata gettata in mare da alcuni energumeni, insieme col marito, il quale l'aveva coraggiosamente difesa. Corrard, disperato di veder cos morire due sventurati, le cui implorazioni, specie quelle della donna, gli straziavano il cuore, afferr una robusta cima che si trovava a prora della zattera, e, legatosi con quella alla vita, si gett in mare; fu ancora tanto fortunato da trarre a s la donna, che invocava a gran voce l'aiuto di Notre-Dame-de-Laux, mentre il marito veniva anch'esso tratto in salvo dal capo operaio Lavillette. Facemmo sedere i due infelici sopra alcuni cadaveri, appoggiandoli ad un barile. Di l a poco, riacquistarono conoscenza. Il primo pensiero della donna fu di sapere chi fosse il suo salvatore, per manifestargli la pi viva riconoscenza.
Sembrandole per che le sue parole non fossero adeguate al suo sentire, si ricord di avere in tasca un po' di tabacco e si affrett a offrirglielo: era tutto ci ch'ella possedeva. Commosso da questo dono, ma non facendo mai uso di tale antiscorbutico, Corrard lo regal a sua volta a un povero marinaio, che se ne serv per tre o quattro giorni. Ma una scena ancor pi commovente, e che ci  impossibile ritrarre, furono le manifestazioni di gioia a cui i due infelici sposi si abbandonarono non appena ebbero coscienza di essere stati salvati entrambi.
I ribelli respinti, come sopra fu detto, ci lasciavano in quel momento un po' di tregua. La luna illuminava co' suoi mesti raggi la zattera fatale, sulla quale, in uno spazio tanto angusto, si trovavano riuniti orribili dolori, crudeli sventure, insensato furore, coraggio eroico, insieme ai pi dolci sentimenti della natura e dell'umanit.
Corrard, ch'era pi d'ogni altro commosso, nell'udire la donna di nuovo raccomandarsi, come aveva fatto in mare, a Notre-Dame-de-Laux, ripetendo ogni momento Buona Madonna di Laux, non abbandonarci, si ricord che esiste nel dipartimento delle Alte Alpi un santuario di quel nome, e le domand se ella fosse di quei luoghi. Colei gli rispose affermativamente, e aggiunse che li aveva lasciati da ventiquattr'anni, e da quel tempo aveva fatto, come vivandiera, le campagne d'Italia, e non si era mai allontanata dai nostri eserciti.
Serbatemi dunque la vita, diceva. Vedete che sono una donna utile. Se sapeste quante volte ho anch'io affrontato la morte sui campi di battaglia per soccorrere i nostri valorosi! Accalorandosi nel discorso, incominci a riferirmi alcuni particolari delle sue campagne; nominando le persone ch'ella aveva soccorso provvedendole di viveri e di acquavite. Avessero o no denaro, mai rifiutavo loro la mia mercanzia. Talvolta una battaglia mi faceva perdere qualcuno dei miei poveri debitori, ma dopo la vittoria altri mi pagavano il doppio e il triplo per i viveri che avevano
consumato prima della battaglia. Cosicch, in certo qual modo, avevo anch'io la mia parte in quelle vittorie.
L'idea di dovere ancora una volta la vita a dei francesi, sembrava accrescere la sua felicit. Infelice! ella non prevedeva quale orribile destino le fosse tra noi riserbato.
Vediamo ora quel che nel frattempo accadeva sulla zattera. Dopo il secondo scontro, la furia dei soldati s'era d'un tratto acquietata e aveva ceduto il posto alla pi insigne vigliaccheria. Molti si buttarono ai nostri ginocchi, e ci chiesero quel perdono che venne loro senz'altro accordato.
A questo punto  opportuno osservare e dichiarare a chiara voce, per l'onore dell'esercito francese, di quest'esercito che fu cos grande e coraggioso nei rovesci, quanto fu temibile nelle battaglie, che la maggior parte di quei miserabili non era degna di indossare l'uniforme. Erano coloro la feccia d'ogni paese, il peggio dei bagni penali, arruolato per costituire i presidi incaricati della difesa e della protezione delle colonie. Quando, per misure d'igiene, erano stati costretti a detergersi nel mare - e molti avevano cercato, per vergogna, di sottrarsi a tale imposizione - tutto l'equipaggio pot convincersi che tali eroi recavano non sul petto ma in altre parti del corpo le decorazioni riserbate alle imprese che li avevano condotti a servire lo stato nei porti di Tolone, di Brest o di Rochefort.
Non  qui il momento, e forse non sarebbe nemmeno di nostra competenza, esaminare se Ja pena del marchio, tal quale come  rimessa in vigore dal nostro codice, sia compatibile col vero scopo d'ogni buona legislazione, quello cio di correggere castigando, di non colpire se non quel tanto che  necessario per prevenire e conservare, facendo insomma scaturire il maggior bene a favore della societ e il minor male possibile a scapito dei condannati.
La nostra riflessione, se dobbiamo credere all'esperienza dei fatti che si sono svolti sotto i nostri occhi, ci fa apparir chiaro come sia inconseguente e assai pericoloso consegnare le armi protettrici della societ in mano di coloro che la societ stessa ha allontanato dalle sue file. Ed  inoltre contraddittorio pretendere coraggio e generosit e quella devozione eroica, la quale comanda ad un nobile cuore di sacrificarsi per il suo paese e per i suoi simili, da miserabili
avviliti, degradati dalla corruzione, nei quali ogni slancio morale  distrutto o almeno eternamente compresso dal peso dell'obbrobrio indelebile del disonore, che li rende stranieri alla patria e che per sempre li divider dagli altri uomini.
Ben presto avemmo, sulla nostra zattera, una nuova prova della impossibilit di poter fare assegnamento sul perdurare di sentimenti onesti nel cuore di simile genia. Fidando che l'ordine fosse ristabilito, eravamo tornati ai nostri posti nel centro della zattera; tuttavia avevamo avuto la precauzione di serbare le nostre armi.
Era pressapoco mezzanotte. Dopo un'ora di apparente tranquillit i soldati si ribellarono di nuovo. Parevano veramente impazziti; come forsennati si gettavano contro di noi con le sciabole e i coltelli in pugno. Poich erano in possesso di tutte le loro energie fisiche, ed erano armati, ci fu necessario metterci ancora sulle difese. La rivolta era diventata tanto pi pericolosa, in quanto che, nel loro delirio, erano interamente sordi alla voce della ragione.
Ci assalirono; a nostra volta ci buttammo su di loro. In breve tempo la zattera fu cosparsa di cadaveri. Quelli tra i nostri avversari che non erano armati si avventavano a mordere: anche Savigny ricevette morsi alle gambe e ad una spalla. Si ebbe anche un colpo di punta al braccio destro, che a lungo doveva vietargli l'uso dell'anulare e del mignolo. Molti altri rimasero feriti; e un gran numero di coltellate e di sciabolate avevano lacerato le nostre vesti.
Uno dei nostri operai fu ghermito da quattro ribelli che volevano gettarlo in mare. Uno di loro gli aveva afferrato la gamba destra, e gli mordeva inferocito il tendine d'Achille: intanto gli altri lo tempestavano di sciabolate, di colpi assestati con la cassa delle carabine; i suoi urli ci fecero volare in suo aiuto.
In quell'occasione, il valoroso Lavillette, ex sergente di artiglieria della vecchia guardia, si comport con un coraggio degno dei pi grandi elogi. Seguendo l'esempio di Coirard, piomb sugli energumeni, e tutti e due riuscirono in breve a sottrarre l'operaio al pericolo che lo minacciava.
Qualche momento dopo, un'altra carica dei ribelli fece cadere nelle loro mani il sottotenente Lozach: che, nel delirio da cui erano invasi, avevano scambiato col sottotenente Danglas, il quale aveva abbandonato la zattera quando noi fummo sul punto di scendere dalla fregata. Quasi tutti i soldati detestavano quest'ufficiale che non aveva mai servito, e al quale essi rimproveravano di averli aspramente trattati quand'erano di guarnigione all'Isola di R.
L'occasione sarebbe stata favorevole per sfogare su di lui il loro furore e la sete di vendetta e di distruzione che li divorava. Immaginandosi di ravvisarlo nella persona di Lozach, volevano ad ogni costo precipitarlo in mare. Del resto i soldati non gli preferivano molto di pi quest'ultimo, il
quale aveva soltanto servito nelle bande vandeane di
Saint-Pol-de-Lon.
Credevamo quest'ufficiale ormai sacrificato, quando le sue grida ci fecero comprendere che era ancora possibile porgergli aiuto. Issofatto i signori Clairet, Savigny, Lheureux, Lavillette, Coudin, Corrard e alcuni operai, inquadratisi in un piccolo plotone, si slanciarono sugli insorti con tale impeto che nulla pot resistere al loro urto. Lozach, ripreso, fu ricondotto nel centro della zattera. La vita di quest'ufficiale ebbe a costarci indicibili fatiche. Di tanto in tanto i soldati ci chiedevano ch'egli fosse riconsegnato; e sempre lo chiamavano col nome di Danglas.
Inutilmente ci sforzavamo di chiarire l'errore in cui erano caduti, e di richiamare alla loro memoria che l'ufficiale ch'essi volevano era risalito, sotto i loro stessi occhi, sulla fregata. Ci rispondevano con grida che soffocavano la voce della ragione: tutto per essi era Danglas, e dappertutto lo vedevano. Infuriati, e senza mai stancarsi, domandavano la sua testa. Soltanto con la forza delle armi riuscimmo a reprimere quell'ira e a far tacere le spaventevoli grida di morte.
Orribile notte! Tu avvolgesti coi tuoi foschi veli quelle odiose lotte a cui presiedeva il demone crudele della disperazione.
Ci sia consentito, a questo punto, di formulare qualche osservazione in merito alle diverse sensazioni che avemmo a subire.
Sin dal primo giorno, il signor Griffon smarr a tal segno la ragione che si butt in mare per annegarsi. Savigny in
persona ebbe a salvarlo: ma le parole dell'infelice erano sconnesse e incongruenti. Si precipit un'altra volta in acqua, ma quasi per istinto egli si teneva aggrappato ad uno dei pezzi sporgenti della zattera: cosicch fu possibile trarlo di nuovo in salvo.
Ecco ci che Savigny ebbe a provare al principio della notte. Gli occhi gli si chiudevano contro la sua volont, e una specie di intorpidimento generale lo assaliva. In tale stato, pensieri abbastanza ridenti lusingavano la sua immaginazione: vedeva attorno a s una terra coperta di belle piante in rigoglio, e gli pareva di trovarsi in compagnia di creatura la cui presenza gli arrecava piacere. Tuttavia egli aveva coscienza di questa illusione, e avvertiva che soltanto il coraggio avrebbe potuto strapparlo da quella specie di annichilimento. Chiese del vino al mastro cannoniere della fregata, il quale glielo procur; si riebbe un poco da quello stato di stupore. Se i poveretti assaliti da questi sintomi incipienti non avessero avuto la forza di combatterli, la loro morte sarebbe stata sicura. Alcuni diventavano furiosi, altri si precipitavano in mare, dopo aver rivolto i loro addii, con molto sangue freddo, ai compagni. Alcuni dicevano: Non temete; vado a cercar aiuto: fra poco mi rivedrete.
In mezzo a questa generale follia, furono veduti alcuni sfortunati slanciarsi con la sciabola alzata sui compagni, e chiedere un'ala di pollo e pane per placare la fame che li tormentava; altri furono visti chiedere la loro branda per andare nel corridoio della fregata a riposarsi un momento. Molti credevano d'essere ancora a bordo della Medusa, circondati dalle stesse cose ch'erano avvezzi a vedere ogni giorno. Costoro avvistavano navi e le chiamavano in loro aiuto; oppure avevano la visione di una rada su cui si ergeva, a sfondo, una superba citt. Corrard credeva di percorrere le belle campagne d'Italia. Uno degli ufficiali gli disse: Mi ricordo che siamo stati abbandonati dalle lance; ma non temete: ho or ora scritto al governatore, e fra poche ore saremo salvi. Corrard gli rispose sullo stesso tono, e come se tutto ci fosse cosa naturalissima: Avete un colombo per poter inviare i vostri ordini con tanta celerit?
Le grida, il tumulto ci tolsero di l a poco da questa condizione di demenza in cui eravamo caduti; ma non appena
la calma torn a regnare, ripiombammo nello stesso stato di annientamento. E giungemmo a tal punto che il d seguente ci parve uscire da un incubo, tanto che domandammo ai nostri compagni se anch'essi, come noi, durante il sonno, avessero assistito a combattimenti e udito grida di disperazione. Alcuni ci risposero che le stesse visioni li avevano continuamente ossessionati, e che ora si trovavano sfiniti dalla stanchezza.
Tutti insomma si credevano in preda alle illusioni di un sogno spaventoso.
Il capitano Dupont ci ha narrato di essere stato liberato da tale condizione di profondo annientamento da un marinaio totalmente impazzito che voleva mozzargli un piede con un coltello; l'atroce dolore provato lo fece tornare in se stesso.
Quando narriamo queste terribili scene, esse si presentano alla nostra immaginazione come quei sogni funesti che, alle volte, ci colpiscono profondamente, e dei quali, al risveglio, ci ricordiamo i diversi particolari che tanto agitavano il nostro sonno.
Tutti questi orribili avvenimenti, ai quali siamo miracolosamente scampati, ci appaiono come un punto nella nostra esistenza: li paragoniamo ancora a quegli accessi di una febbre ardente che sia stata accompagnata da delirio.
Mille oggetti si dipingono nell'immaginazione del malato che, tornato in salute, rivive talvolta tutte le visioni che l'ossessionarono mentre la febbre lo divorava ed esaltava il suo spirito.
Noi eravamo assaliti da un'autentica febbre cerebrale, effetto di un'esaltazione morale portata all'estremo. Appena il giorno sopraggiungeva, eravamo molto pi calmi; mentre l'oscurit riconduceva il disordine nei nostri cervelli indeboliti.
Abbiamo osservato su noi stessi che il terrore tanto naturale ispiratoci dalla tragica situazione in cui ci trovavamo si accresceva di molto nel silenzio della notte: tutto allora ci appariva sotto un aspetto infinitamente pi terrificante.
Dopo tanto lottare con i ribelli, soverchiati dalla stanchezza, con un gran bisogno di sonno, cercammo di riposarci, sino a che il giorno venisse a rischiarare l'orribile scena.
Gran numero di quei pazzi s'erano buttati in mare. Constatammo che da sessanta a sessantacinque ne erano periti durante la notte, dei quali una quarta parte si erano annegati per disperazione. Noi perdemmo soltanto due dei nostri, e nessun ufficiale.
Il pi profondo scoraggiamento si leggeva su ogni volto: ciascuno di noi, tornato in s, pot avere coscienza di tutto l'orrore della propria condizione; e qualcuno, versando lacrime disperate, deplorava la crudelt del proprio destino.
Avemmo anche conoscenza di una nuova sventura: nel tumulto i ribelli avevano gettato in mare due barili di vino e i due soli recipienti di acqua che avevamo sulla zattera.
Due barili di vino erano gi stati consumati il giorno innanzi: ce ne restava soltanto uno; ed eravamo sessanta e pi uomini. Bisogn dimezzare la razione.
A giorno il mare si calm; sicch ci fu possibile rimettere a posto il nostro albero. Impiegammo allora tutta la nostra ingegnosit per dirigerci verso la costa. Fosse delirio o realt, ci parve di riconoscerla e di discernere l'aria infocata del deserto. Di fatto  possibile che non ne fossimo lontani, perch dal largo avevano soffiato venti oltremodo impetuosi. In seguito voltammo indifferentemente la vela ai venti che venivano dalla terra o dal largo, cosicch un giorno ci accostavamo a quella, e il giorno dopo ce ne allontanavamo.
Non appena il nostro albero fu a posto, facemmo una distribuzione di vino; gl'infelici soldati mormoravano e ci accusavano delle privazioni che invece sopportavamo come loro. Sfiniti, non si reggevano pi in piedi; da quarantott'ore non avevamo mangiato n bevuto, ed eravamo stati costretti a lottare di continuo con un mare burrascoso. Come loro, ci reggevamo a stento: soltanto il coraggio ci faceva ancora resistere.
Decidemmo d'impiegare tutti i mezzi possibili per procacciarci del pesce; radunammo tutti gli aghi dei militari e ne facemmo piccoli ami; incurvammo anche una baionetta per prendere pescicani: tutto ci non ci rec alcun vantaggio. Le correnti trascinavano gli ami sotto la zattera, in cui si conficcavano. Un pescecane abbocc alla baionetta, e la raddrizz: cosicch abbandonammo il nostro progetto.
Ma era pur necessario appigliarsi a un mezzo estremo per
sostenere la nostra sciagurata esistenza. Fremiamo ancora d'orrore nel vederci costretti a descrivere qui il mezzo da noi adottato.
La penna quasi ci sfugge di mano; un brivido mortale ci agghiaccia le membra, e sentiamo i capelli farsi irti sulla fronte.
Lettori! ve ne supplichiamo, non fate ricadere su uomini, gi troppo oppressi da tanti orrori, il sentimento di indignazione che sta per insorgere in voi. Compiangeteli, invece, e versate qualche lacrima di compassione sulla loro sventura.
Gli infelici risparmiati dalla morte nella tragica notte che abbiamo or ora descritta si precipitarono sui cadaveri, dei quali la zattera era cosparsa, li tagliarono a fette, e vi fu chi si accinse subito a divorare quella carne. Molti, quasi tutti gli ufficiali compresi, non vollero assaggiarne.
Vedendo che quell'orribile nutrimento aveva rinvigorito le forze di quelli che ne avevano profittato, qualcuno propose di far disseccare quei brani di carne per renderli pi sopportabili al palato. A coloro che ebbero la forza di rifiutarli, venne concessa una pi abbondante razione di vino.
Noi tentammo di mangiare le tracolle delle sciabole e delle giberne e riuscimmo a trangugiarne qualche piccolo pezzo. Altri mangiarono lembi di tela; altri ancora il cuoio dei cappelli, sul quale era un po' di grasso, anzi di untume; ma fummo costretti a rinunciarvi. Un marinaio tent d'ingerire escrementi; non pot riuscirvi.
Il giorno fu calmo e bello; un raggio di speranza venne per un momento ad acquietare la nostra agitazione.
Sempre ci aspettavamo di veder apparire le lance o qualche nave. Rivolgemmo all'Eterno le nostre preghiere, e riponemmo in lui tutta la nostra fiducia.
La met dei nostri uomini erano sfiniti, e quegl'infelici recavano in ogni loro lineamento il segno di un vicino disfacimento. Giunse la sera senza che nessun aiuto spuntasse. L'oscurit di quella terza notte accrebbe le inquietudini; ma i venti erano lievi e il mare meno tempestoso.
Ci concedemmo qualche momento di riposo; un riposo ancor pi terribile dello stato di veglia. Pensieri crudeli ci assalivano e aumentavano l'orrore della nostra situazione.
Straziati dalla fame e dalla sete, le nostre grida accorate svegliavano chi dormiva vicino a noi. In quei momenti l'acqua ci arrivava fino alle ginocchia, perci non potevamo dormire che in piedi, stretti gli uni agli altri, per formare una massa immobile.
Finalmente la quarta alba dalla partenza venne a illuminare la nostra sciagura e a rivelarci dieci o dodici nostri compagni distesi morti sulla zattera. Questa scena ci colp tanto pi profondamente, in quanto ci preannunciava come, tra poco, anche i nostri corpi giacerebbero privi di vita vicino a quelli.
Demmo sepoltura nel mare ai cadaveri, serbandone uno solo, per nutrire coloro che il giorno innanzi avevano stretto quelle mani tremanti, giurando eterna amicizia.
Quel giorno fu bello; i nostri spiriti, avidi di sensazioni pi dolci, si accordarono con l'aspetto della natura e del cielo, e si schiusero ad un nuovo raggio di speranza.
La sera, verso le quattro, un avvenimento inatteso ci arrec qualche consolazione: uno sciame di pesci volanti pass sotto la zattera, e siccome alle estremit c'erano moltissimi vuoti tra i pezzi di legno che la formavano, una gran quantit di pesci ebbe ad impigliarvisi. Ci precipitammo e potemmo catturarne in grandissimo numero: cio un duecento circa; li squartammo collocandoli in un barile vuoto. Di mano in mano che li prendevamo, aprivamo loro il ventre per succhiarne ci che si chiama il latte. Questo alimento ci sembr delizioso: ma per nutrirne un solo uomo, ci vorrebbe un migliaio di tali pesci. Il nostro primo impulso fu di ringraziare Dio per il beneficio insperato.
Un'oncia di polvere da sparo, rinvenuta la mattina, venne messa ad asciugare al sole durante il giorno, che fu bellissimo: nello stesso involto v'erano pietre focaie, un acciarino e dell'esca. Dopo infinite difficolt, riuscimmo a dar fuoco a dei brani di tela asciutta. Sulle doghe del barile vuoto praticammo una larga apertura; gettammo in esso molti indumenti bagnati, e su quella specie di trabiccolo sistemammo il nostro focolare. In seguito lo sollevammo ancor pi con un altro barile, perch l'acqua del mare non arrivasse a spegnere il fuoco.
Facemmo cuocere del pesce e ne mangiammo con indicibile avidit; ma la fame era tale, e la porzione cos piccola, che a questa aggiungemmo la vivanda sacrilega, resa meno ripugnante dalla cottura. Gli ufficiali ne mangiarono per la prima volta.
Da quel giorno continuammo a nutrircene, ma senza poter ricorrere alla cottura, essendoci venuti a mancare i mezzi per avere il fuoco. Essendosi incendiato il barile, pur essendo riusciti a spegnere le fiamme non ci fu possibile serbarne la brace. D'altra parte anche la polvere e l'esca erano consumate.
La possibilit di nutrirci diede agli uni e agli altri nuove energie per poter sopportare nuove prove.
La notte fu tollerabile e ci sarebbe sembrata felice se non fosse stata funestata da un altro massacro.
Alcuni spagnoli, alcuni italiani e alcuni negri, rimasti neutrali nella prima ribellione - anzi, alcuni si erano dichiarati in nostro favore - complottarono di gettarci in mare; dovevano coglierci alla sprovvista per effettuare il loro disegno.
Quegli sciagurati si erano lasciati convincere dai negri, i quali avevano loro dato per certo trovarsi la terra vicinissima, persuadendoli che una volta raggiunta la costa, avrebbero provveduto essi a far attraversare l'Africa senza alcun rischio.
Il desiderio di salvarsi, e fors'anche quello di impadronirsi del denaro e dei gioielli ch'erano stati messi in un sacco comune appeso all'albero, aveva riscaldato l'immaginazione di quella gente.
Una terribile lotta s'impegn di nuovo, e da una parte e dall'altra si combatt disperatamente.
In breve tempo la triste zattera fu cosparsa di cadaveri e bagnata di quel sangue che avrebbe dovuto scorrere per altre cause e per opera di altre mani. In questo tumulto grida gi a noi ben note si rinnovarono: riconoscemmo le voci d'ira bestiale che chiedevano la testa del luogotenente Danglas.
Inutile dire che non potemmo appagare quell'ira dissennata, giacch la vittima richiesta aveva schivato i pericoli ai quali noi eravamo esposti; ma anche se quell'ufficiale si fosse trovato tra noi, avremmo certamente difeso i suoi
giorni a scapito dei nostri, come avevamo difeso la vita del luogotenente Lozach. Ma non per lui dovevamo spiegare, contro quegli energumeni, tutto il valore e il coraggio di cui potevamo disporre. Alle grida degli assalitori rispondemmo ancora una volta che quegli ch'essi chiedevano non era con noi; ma non ci riusc nemmeno allora a persuaderli: niente valeva a farli tornare in se stessi sicch dovemmo continuare a combatterli e ad opporre loro la forza delle anni.
In questa mischia, la sventurata vivandiera fu gettata di nuovo in mare. Ce ne avvedemmo, e Coudin, aiutato da alcuni operai, riusc a trarla sulla zattera per prolungare di qualche istante la sua vita tormentata.
Il sole sorse per la quinta volta. Ormai eravamo ridotti a non pi di trenta persone, essendo morti anche quattro o cinque dei nostri marinai. I sopravvissuti erano in condizioni pietosissime.
L'acqua del mare ci aveva quasi interamente lacerato l'epidermide delle gambe e dei piedi; eravamo cosparsi di lividure, di ferite, che, irritate dall'acqua salmastra, ci strappavano di tanto in tanto grida laceranti: di modo che soltanto venti di noi erano ancora in grado di poter rimanere in piedi e di camminare. Quasi tutta la nostra provvista di pesce era esaurita; e avevamo vino soltanto per quattro giorni, con una dozzina di pesci.
Fra quattro giorni, ci dicevamo, non avremo pi nulla, e la morte sar inevitabile.
Giungemmo al settimo giorno della nostra disperata vita di naufraghi. Avevamo calcolato che, nel caso in cui le lance non avessero avuto incidenti, sarebbero loro occorsi almeno tre o quattro giorni per giungere a San Luigi. Sarebbe stato poi necessario altro tempo per inviare delle navi, e altri giorni sarebbero occorsi perch queste potessero rintracciarci. Con questa speranza, decidemmo di resistere quanto pi a lungo fosse possibile.
Nel corso del giorno, due soldati s'erano recati di soppiatto dietro l'unico barile di vino rimasto: foratolo, bevevano con una canna. Avevamo tutti giurato che chi avesse adoperato simili mezzi sarebbe stato punito con la morte.
Questa legge venne senz'altro messa in vigore e i due colpevoli furono gettati in mare. Nello stesso giorno vidi conchiudersi l'esistenza di un fanciullo di dodici anni, di nome Leone.
Rimanemmo dunque soltanto in ventisette: dei quali quindici soli mostravano di poter resistere per qualche altro giorno. Tutti gli altri, coperti di gravi ferite, avevano quasi smarrito il senno.
Tuttavia ricevevano anch'essi la loro razione, e prima di morire potevano consumare, dicevamo, trenta o quaranta bottiglie di vino che per noi erano di un valore inestimabile.
Deliberammo: ridurre i malati a mezza razione equivaleva ad ucciderli. Dopo un consiglio presieduto dalla pi terribile disperazione, fu deciso di annegarli. Tale mezzo, sebbene ripugnante e orribile a noi stessi, procurava ai sopravviventi sei giorni di vino, a due quarti al giorno.
Tre marinai e un soldato si assunsero l'incarico di quella crudele condanna; noi volgemmo altrove gli occhi, e versammo lacrime di sangue sul destino di quegli sventurati.
Si trovavano tra loro l'infelice vivandiera e suo marito. Tutti e due erano rimasti gravemente feriti nei diversi combattimenti; la donna s'era spezzata una coscia fra gl'interstizi della zattera, e una sciabolata aveva prodotto al marito una profonda ferita alla testa. Tutto annunciava imminente la loro fine.
Abbiamo bisogno di persuaderci che, affrettando il termine dei loro mali, la nostra crudele decisione ha abbreviato solo di pochi momenti la loro esistenza.
Quella donna, quella francese alla quale dei soldati e dei cittadini francesi davano sepoltura in mare, aveva vissuto per vent'anni le gloriose fatiche dei nostri eserciti; per vent'anni aveva recato ai valorosi, sui campi di battaglia, aiuti necessari o dolci consolazioni. Ed ora... in mezzo ai suoi compatrioti e per le stesse loro mani...
Lettori che fremete ascoltando la voce dell'umanit oltraggiata, ricordatevi almeno che altri uomini, dei compatrioti, dei compagni, ci avevano posto in quella crudele condizione.
Quest'orribile ripiego salv le quindici persone che restarono: infatti quando fummo raggiunti dall'Argo ci rimaneva solo una scarsa quantit di vino, ed era quello il sesto giorno dopo il crudele sacrificio or ora descritto.
Le vittime, lo ripetiamo, non avevano pi di quarantott'ore di vita; serbandole sulla zattera, due giorni prima d'essere rintracciati, ci sarebbero assolutamente venuti meno i mezzi di sussistenza.
Deboli come eravamo, riteniamo cosa certa che ci sarebbe stato impossibile resistere ventiquattr'ore di pi senza alcun alimento.
Dopo simile tragedia, gettammo le armi in mare per l'orrore di doverle adoperare di nuovo. Serbammo peraltro una sciabola, da adoperare nel caso di dover tagliare funi o rompere qualche pezzo di legno.
Avevamo appena di che sostentarci per quattro o cinque giorni. Furono questi i pi dolorosi. Gli animi erano inaspriti; anche nel sonno eravamo ossessionati dall'orribile morte dei nostri sventurati compagni, e invocavamo con alte grida la morte.
I primi giorni del nostro abbandono, durante le notti, che sono freschissime in quei luoghi, sopportavamo con abbastanza facilit l'immersione; ma, negli ultimi giorni che passammo in quelle condizioni, ogni volta che un'ondata si abbatteva su di noi ci produceva un'impressione dolorosissima e ci strappava gridi lamentosi; cosicch ognuno faceva di tutto per evitarla. Alcuni si facevano scudo d'un pezzo di legno contro il quale le onde si frangevano; altri si mettevano al riparo di due barili, disposti l'uno per lungo e l'altro per traverso.
Ma spesso tali ripieghi non erano sufficienti; bisognava che il mare fosse tranquillissimo perch non venisse a infrangere le sue ondate su di noi.
Una sete ardente, raddoppiata durante il giorno da un sole cocente, ci divorava; a tal punto essa giunse che le aride labbra si dissetavano avidamente con urina fatta raffreddare in piccoli recipienti di latta. Si poneva il bicchiere in un luogo dove c'era un po' d'acqua, perch l'urina diventasse fredda pi presto.
Accadde molte volte che questi recipienti venissero sottratti
a colui cui appartenevano. Il bicchiere veniva bens restituito, ma dopo averne trangugiato il contenuto.
Savigny ebbe a notare che qualcuno di noi aveva l'urina di sapore pi gradevole.
C'era un passeggero il quale non pot mai decidersi a berne, e ne faceva dono ai compagni; in verit, la sua non era sgradevole.
Quella di molti altri era densa e straordinariamente acre. Tale bevanda produceva un effetto degno di nota: non appena trangugiata provocava nuovi stimoli ad urinare.
Tentammo anche di dissetarci con l'acqua del mare. Griffon, segretario del governatore, ne fece continuo uso: ne bevve anche dieci o dodici tazze di seguito. Ma tutti questi mezzi non valsero a diminuire la nostra sete: dopo qualche momento essa ci assaliva pi imperiosamente di prima.
Un ufficiale dell'esercito trov per caso un piccolo limone e ben si pu immaginare quanto quel frutto gli riuscisse prezioso; perci egli lo serbava per s solo. I suoi compagni, malgrado le preghiere pi supplichevoli, non poterono ottenere nulla da lui. Gi sorgevano i primi impeti d'ira: e se non si fosse in parte arreso alle insistenze di quelli che lo circondavano, il limone gli sarebbe stato tolto a viva forza, e forse egli sarebbe rimasto vittima del suo egoismo.
Ci contendemmo inoltre una trentina di capi d'aglio rimasti sino allora in fondo ad un sacchetto. Tutte queste dispute erano accompagnate quasi sempre da virulente minacce, e se tali occasioni si fossero rinnovate pi a lungo avrebbero finito per condurre a conseguenze estreme.
Erano anche state rintracciate due bottigliette con un liquore per pulire i denti; quegli che le possedeva le custod con grande cura e a stento accordava una o due gocce di quel liquido, versandolo nel palmo della mano.
Quel liquore, che ritenevamo essere una tintura di guataco, di cannella, garofano e altre sostanze aromatiche, produceva sul palato un'impressione piacevole, e per qualche istante faceva scomparire gli stimoli della sete.
Alcuni trovarono pezzetti di stagno, che tenuti in bocca vi mantenevano un senso di freschezza.
Un ripiego adottato da molti era quello di mettere in un
cappello una certa quantit d'acqua marina; per qualche tempo, e a pi riprese, con quest'acqua ci si bagnava la faccia, quindi ne aspergevamo i capelli, continuando poi a tenere le mani immerse nell'acqua.
La sventura ci rendeva industriosi, e ognuno escogitava una quantit di ripieghi per alleviare il nostro soffrire.
Estenuati dalle pi crudeli privazioni, la minima gradevole sensazione costituiva per noi una felicit suprema. Cosicch era oggetto di avida ricerca una bottiglietta vuota che uno di noi possedeva e che una volta aveva contenuto dell'essenza di rose. Appena ce ne potevamo impadronire, aspiravamo con delizia il profumo che ne esalava e che arrecava ai sensi le impressioni pi soavi.
Molti di noi serbavano in tazze di latta la propria razione di vino, e lo succhiavano con una penna usata a mo' di cannuccia. Questo modo di sorbire il vino ci faceva un gran bene e riduceva la nostra sete molto di pi che se lo avessimo bevuto d'un fiato. Il solo odore di questo liquido ci procurava una sensazione oltremodo piacevole.
Savigny osserv che molti di noi, dopo averne sorbito in piccola quantit, cadevano in uno stato di quasi ubriachezza, e che sempre, dopo la distribuzione delle razioni, regnava fra noi disaccordo.
Eccone un solo esempio fra i tanti che potremmo citare.
Il decimo giorno che eravamo sulla zattera, dopo una distribuzione di vino, Clairet, Coudin, Charlot e uno o due dei marinai furono colti dalla bizzarra fantasia di volersi sopprimere, ma ubriacandosi prima col vino ch'era rimasto nel barile. Inutilmente il capitano Dupont, secondato da Lavillette, Savigny, Lheureux, e da tutti gli altri, opponeva loro le pi vive rimostranze e tutta la fermezza di cui era capace: quei poveri cervelli malati persistevano tenacemente nella pazza idea che li dominava, e un nuovo combattimento stava per essere impegnato.
Tuttavia, dopo infiniti sforzi, riconducemmo pian piano alla ragione Clairet e Coudin: ma sarebbe pi esatto dire che Colui il quale ci proteggeva fin per dissipare questa funesta discordia, richiamando la nostra attenzione sul nuovo pericolo che veniva a minacciarci nello stesso momento in cui la lotta pi crudele stava per scatenarsi tra sventurati
gi in preda di tanti altri mali. Si trattava di una frotta di pescicani i quali circondarono la zattera.
Si fecero tanto vicini che li potemmo assalire con fendenti di sciabola; ma non riuscimmo ad aver ragione nemmeno di una di queste bestie, non ostante la bont della nostra arma e l'ardore con cui se ne serv il coraggioso Lavillette. I colpi ch'egli menava su quei mostri li facevano rituffare in mare, per riapparire qualche momento dopo, punto spaventati dalla nostra presenza. La loro schiena emergeva di un trenta centimetri dall'acqua, e molti di essi ci parvero di una lunghezza di almeno dieci metri.
Trascorsero tre giorni di angosce indicibili. Avevamo in tale noncuranza la vita, che molti di noi non ebbero paura di bagnarsi mentre i pescicani circondavano sempre la zattera; certi altri si mettevano ignudi sulla prora sommersa. Con tali mezzi riuscivano a placare l'ardore della sete.
Una specie di mollusco, conosciuto a bordo delle navi col nome di galera fece la sua comparsa sulla zattera. Pi volte tali molluschi la invasero in gran numero; e quando le loro lunghe appendici si posavano sulle nostre membra ignude, ci cagionavano i pi crudeli tormenti.
Si stenterebbe a credere che in mezzo a cos terribili contingenze, in continua lotta contro la morte inevitabile, alcuni di noi si permettessero di metter fuori facezie che, nonostante l'orrore della nostra condizione, ci facevano ancora sorridere. Uno fra gli altri ebbe a dire scherzando: Se il brigantino  stato mandato a cercarci, preghiamo Dio che abbia per noi gli occhi di Argo, facendo allusione al nome della nave che presumevamo dovesse venire a salvarci.
Questa supposizione consolante non ci abbandon mai, e frequentemente ne parlavamo.
Il giorno 16, ritenendoci vicinissimi alla terra, otto di noi, fra i pi risoluti, tentarono di raggiungere la costa. Su di una robusta lapazza, a uguali intervalli, inchiodammo alcune assi di traverso per impedirle di rovesciarsi; un piccolo albero e una vela furono sistemati nella parte anteriore. Ci provvedemmo di remi ricavati dalle doghe di un barile, foggiati alla meglio con l'unica sciabola che ci rimaneva. Tagliammo poi alcuni pezzi di cavo, per disfarli e ridurli a stoppa, con la quale facemmo manovre meno grosse e pi
agevoli a maneggiarsi. La tela di una branda, che si trovava per caso sulla zattera, fu tramutata in una vela che poteva essere larga un metro e trenta e lunga un metro e sessanta.
Il diametro della lapazza era di sessanta o settanta centimetri, e la lunghezza di una dozzina di metri circa.
Ci venne assegnata una certa quantit di vino, e la partenza venne fissata per il giorno dopo, ch'era il 17. Il vino doveva essere messo in uno stivale: unico recipiente che potesse serbarlo.
Finita di costruire la piccola imbarcazione, occorreva provarla. Un marinaio, volendo passare da un'estremit all'altra di essa fu impedito dall'albero, e, messo il piede su una delle assi inchiodate di traverso, il peso del suo corpo fece capovolgere il minuscolo legno. Quest'accidente ci dimostr la temerariet dell'impresa.
Fu allora deciso di aspettar tutti la morte sulla zattera. Abbandonato il cavo che tratteneva la lapazza alla zattera stessa, la nostra piccola improvvisata costruzione se ne and alla deriva.
 ben certo che se fossimo partiti su questa seconda zattera, esausti come eravamo, non avremmo potuto resistere che poche ore, dovendo tenere le gambe immerse nel mare e remare di continuo.
Sopraggiunse nel frattempo la notte, e l'oscurit profonda ricondusse nelle nostre anime i pi foschi pensieri.
Sapevamo con certezza che nel barile non rimanevano ormai pi di dodici o quindici bottiglie di vino. E intanto incominciavamo ad avvertire una ripugnanza invincibile per le carni che ci avevano sino allora a malapena sostentato; possiamo asserire che soltanto la loro vista ci suscitava un sentimento d'orrore, prodotto per certo dall'idea della nostra fine imminente.
Il 17 mattina il sole apparve in un cielo sgombro di nuvole. Dopo aver innalzato le nostre preghiere all'Eterno, ci spartimmo una certa quantit di vino. Ciascuno stava assaporando con delizia la propria scarsa razione, quando un capitano di fanteria, nello scrutare l'orizzonte, scorse una nave, e gett immediatamente l'annuncio con un grido di gioia.
Riconoscemmo che si trattava di un brigantino, ma si trovava a grande distanza e non potemmo distinguere se non la cima degli alberi.
La vista di quella nave ci arrec un'allegrezza difficile a ridirsi. Ognuno di noi si riteneva ormai sicuro della propria salvezza, e tutti rivolgemmo a Dio parole di gratitudine.
Qualche timore venne a mescersi alle nostre speranze. Raddrizzati alcuni cerchi di barile, in cima vi legammo fazzoletti di colori differenti. Un uomo, aiutato da tutti noi, sal in vetta all'albero, e prese a sventolare quelle piccole bandiere.
Per pi d'una mezz'ora ondeggiammo tra speranza e timore: chi vedeva la nave ingrandirsi, chi invece assicurava che si allontanava da noi. Quest'ultimi erano i soli i cui occhi non fossero abbacinati dalla speranza, perch alla fine la nave scomparve. Dal delirio della gioia passammo a quello dell'abbattimento e del dolore; e invidiammo il destino di coloro che ci erano morti vicino; e intanto dicevamo l'uno all'altro: Quando tutto verr a mancarci, e ogni energia ci abbandoner, ci copriremo e ci avvilupperemo alla meglio, e ci coricheremo su questo tavolato, testimone del pi crudele soffrire, e cos adagiati aspetteremo rassegnati la morte.
Alla fine, per placare la disperazione, volemmo cercare un po' di sollievo nelle braccia del sonno.
Il giorno innanzi eravamo stati martoriati da un sole infocato; ora, per ripararci dalla potenza dei suoi raggi, facemmo una tenda col controvelaccio della fregata. Non appena la vela fu distesa, ci sdraiammo tutti quanti sotto di essa; ma in tal modo non potevamo scorgere ci che accadeva attorno a noi. Fu allora proposto di tracciare su di una tavola un breve riepilogo delle nostre peripezie, con la firma di noi tutti, inchiodando poi la tavola alla parte superiore dell'albero. Cos potevamo nutrire la speranza che le nostre famiglie e il governo avrebbero risaputo del nostro destino.
Dopo aver trascorso altre due ore in preda ai pi atroci pensieri, il capocannoniere della fregata ebbe l'idea di portarsi verso la prua della zattera: cosicch usc da sotto la tenda.
Non appena ebbe sporta la testa, si precipit indietro lanciando un irrefrenabile grido. Il suo volto era tutto un'espressione di gioia; le sue mani erano protese verso il mare; respirava appena. Pot dire soltanto: Salvi! Il brigantino  qui... viene verso di noi!
L'Argo era infatti ad una mezza lega, con tutte le vele spiegate, la prora drizzata in modo da doverci rasentare. Ci precipitammo fuor della tenda; e anche quelli dei nostri compagni che, afflitti da paurose ferite alle gambe, erano costretti a rimaner sempre sdraiati, si trascinarono verso la poppa della zattera per goder della vista della nave che veniva a strapparci ad una morte sicura. Ci abbracciavamo l'un l'altro con un impeto che rasentava la follia, e lacrime di gioia solcavano le nostre gote inaridite dalle pi crudeli privazioni. Ognuno si provvide di un fazzoletto o d'un lembo di biancheria per fare segnali al brigantino che rapidamente si avvicinava.
Altri, prosternati, ringraziavano con fervore la Provvidenza che in modo tanto miracoloso ci restituiva alla vita.
La nostra gioia raddoppi quando scorgemmo in cima all'albero di trinchetto una grande bandiera bianca. Ci mettemmo a gridare e ad invocare i nostri salvatori, che erano francesi, poich quasi subito riconoscemmo trattarsi dell'Argo, che in quel momento poteva essere lontano da noi soltanto due tiri di fucile. Eravamo impazienti di vederlo imbrogliare le vele: il che finalmente fece, in mezzo alle nostre rinnovate grida di gioia.
L'Argo venne sulla nostra dritta, a mezzo tiro di pistola, mentre l'equipaggio assiepato sull'impavesata e aggrappato al sartiame ci faceva manifesta, col suo agitar di mani e di berretti, la gioia di poter soccorrerci.
Fu poi ammainata in mare una lancia; un ufficiale chiamato Lemaigre vi s'era imbarcato per avere il piacere di toglierci egli stesso dalla zattera fatale. Quest'ufficiale, pieno di umanit e di scrupolose premure, assolse la sua missione in modo commovente, e imbarc subito i pi invalidi fra noi.
Quando anche gli altri furono imbarcati, volle tornare ancora una volta, per prendere Corrard nelle sue braccia, trovandosi questi in peggior condizioni di tutti. Collocatolo
vicino a lui, nella lancia, gli prodig tutte le cure immaginabili, e gli rivolse parole consolatrici.
In poco tempo fummo tutti trasportati a bordo dell'argo, sul quale c'incontrammo col luogotenente della fregata e con altri naufraghi.
Compassione e tenerezza erano su tutti i volti; la piet provocava lacrime in tutti coloro che posavano lo sguardo su di noi.
Cercate di raffigurarvi quindici sventurati pressoch ignudi, offesi nel viso e nel corpo dall'ardore del sole. Di questi quindici uomini soltanto dieci erano appena capaci di muoversi. Le nostre membra avevano perduto l'epidermide; i nostri lineamenti esprimevano uno sconvolgimento profondo, gli occhi incavati e quasi feroci, e le lunghe barbe ci davano un aspetto ancor pi ripugnante. Eravamo ridotti le ombre di noi stessi.
Trovammo a bordo dell'Argo del brodo squisito che ci era stato preparato non appena ci avevano avvistati e che risollev subito le nostre forze esauste. Ci furono prodigate le cure pi generose e minuziose: le nostre ferite furono medicate, il giorno dopo molti degli infermi cominciarono a migliorare. Alcuni di essi ebbero peraltro a soffrire per gran tempo, perch erano stati sistemati nel corridoio vicinissimi alla cucina, la quale aumentava il calore quasi insopportabile di quelle latitudini. La deficienza di spazio in una piccola nave qual era l'Argo fu motivo di tale inconveniente. Il numero dei naufraghi era, in verit, troppo rilevante.
Quelli che non appartenevano alla marina furono coricati sopra strati di cordame avvolto in lembi di stoffa e collocati sotto il focolare della cucina, per cui rischiarono di morire durante la notte a causa di un incendio che si manifest nel corridoio, verso le dieci di sera, e che per poco non ridusse in cenere tutta la nave.


Owen Chase: La vera storia di Moby Dick.

Nel dicembre del 1840 Herman Melville si imbarca sulla baleniera Acushnet; il secondo ufficiale  un certo John Hale, che ha fatto due campagne con Owen Chase; durante la campagna l'Acushnet si incontra in pieno oceano con una nave su cui  imbarcato il figlio di Owen Chase, e Melville riesce a farsi prestare da lui una copia del libro di suo padre; di questo libro parla anche Emerson in una lettera del maggio 1847. Che libro era?
Era il Racconto dello straordinario e sventuratissimo Naufragio della Baleniera Essex, di Nantucket; la quale fu attaccata e alla fine distrutta da un grande capodoglio nell'Oceano Pacifico; con una relazione sulle ineguagliate sofferenze del capitano e dell'equipaggio, per un lasso di 93 giorni, in mare, sulle lance, negli anni 1819 e 1820; scritto da Owen Chase, di Nantucket, primo ufficiale del vascello suddetto.
Riproduciamo il primo e il secondo capitolo di questa.rozza fonte del Moby Dick, tagliando solo quanto riguarda la prima parte del viaggio - da Nantucket a 0" 41' latitudine sud, 119" o' longitudine ovest (che  uno dei punti dell'Oceano Pacifico pi vuoti e pi lontani da tutto).
La citt di Nantucket, nello stato del Massachusetts, ha circa 8000 abitanti. Quacqueri per un terzo circa, sono, presi nell'insieme, una gente assai industriosa e intraprendente. Su questa isola si posseggono circa cento bastimenti di ogni sorta, impegnati nell'industria delle balene, la quale d costante occupazione e sostentamento a pi che 1600 uomini di mare, di coraggio proverbiale. Questo genere di pesca non  praticato affatto in nessun'altra parte degli Stati Uniti, tranne che nella citt di New Bedford (direttamente di faccia a Nantucket), ove si posseggono circa venti bastimenti. Una campagna dura circa due anni e mezzo, l'esito ne  sempre incerto. A volte i balenieri sono ricompensati da viaggi rapidi e da ricchi bottini, a volte si trascinano in una crociera lunga e scoraggiante, senza cavarne neppure le spese dell'armamento. Quanto al commercio, lo si considera impresa rischiosa, intessuta di inevitabili incidenti, altro non essendo che una guerra di esterminio contro quei grandi leviatani del profondo; invero gli uomini di Nantucket in ogni occasione sono consapevoli appieno dell'onore e del merito della loro professione, giacch sanno come i loro allori, alla pari di quelli dei soldati, vengano colti all'estremo confine del pericolo. Molti aneddoti si raccontano sui balenieri di Nantucket: essi stessi si tramandano storie di gente sfuggita alla morte per un capello, e di salvataggi improvvisi e meravigliosi, con la fedelt e sovente .(ci  fuor di dubbio) con le invenzioni proprie delle antiche leggende. Lo spirito di avventura si impossessa delle menti dei figli e degli altri congiunti di quanti siano direttamente occupati nella pesca, in tenerissima et: affascinati dalle rudi storie degli antichi uomini di mare, e sedotti dal naturale desiderio di vedere paesi stranieri, non meno che dalla speranza di guadagno, eccoli spingersi a sei od ottomila miglia da casa, in un oceano quasi non ancor solcato, e spendere da due a tre anni della loro vita fra scene di costante pericolo, fatica e vigilanza.  professione di grande ambizione, la loro, avvivata da onorevoli stimoli: mai si vide fra loro un timido, e il codardo ne sar sempre bollato con lo stesso dispregio che incontrerebbe nella nostra marina da guerra. Forse nessuna gente  dotata di maggiori virt fisiche che i balenieri, e giustamente si  detto di loro che posseggano una attitudine naturale, la quale sembra piuttosto uno spirito ereditato dai padri che non l'effetto di esperienza alcuna.
Anche la citt di Nantucket durante la guerra(1), per prevedibile e inevitabile effetto, conobbe una certa decadenza; ma dal ritorno della pace ricevette una sollecitazione vivace, e considerevole stimolo ne venne alla volont di riprendere la pesca. Nella quale oggi sono impegnati molti capitali, e alcune fra le pi belle navi che il nostro paese possa vantare sono adibite alla caccia delle balene. L'accresciuta richiesta da parte delle industrie dell'olio di balena da pochi anni a questa parte ha indotto societ e privati di diverse parti dell'Unione a mettersi nell'impresa, e se in futuro il consumo di quanto si ricava dalle balene rester pari a quello degli ultimi anni, tale sorta di commercio potr onestamente proclamarsi la pi fruttuosa e la pi diffusa di cui l'intero nostro paese disponga.
Dalle relazioni di coloro che furono occupati nella pesca ai suoi inizi, sembrerebbe che le balene, come le belve nella foresta, siano state allontanate e sospinte dall'incedere della civilt verso i mari pi remoti, e sino ad ora meno frequentati; ma l'intraprendenza e la perseveranza dei nostri uomini di mare le ha seguite sino alle lontanissime coste del Giappone.
l'Essex, comandata dal capitano George Pollard junior, fu armata a Nantucket e salp il 12 agosto 1818 alla volta dell'Oceano Pacifico, alla caccia delle balene. Io ero primo ufficiale. L'opera morta era stata da poco riassettata, e l'Essex era in quei giorni, per ogni rispetto, un solido, sicuro bastimento; aveva un equipaggio di venti uomini e portava viveri e provviste per due anni e mezzo.
Il 20 novembre, incrociando in latitudine 0 41' sud, longitudine 119 11' ovest, scoprimmo un banco di balene sottovento. Il tempo era singolarmente bello e chiaro, ed erano circa le otto di mattina quando l'uomo in cima all'albero diede il grido consueto:
Soffia, laggi!
Stringemmo subito il vento, correndo nella direzione delle balene. Quando fummo a mezzo miglio dal punto ove erano state osservate, ammainammo tutte le lance, e partimmo alla ricerca. La nave intanto aveva messo la prua al vento, con la gabbia a collo, per aspettarci. Io ero al rampone nella seconda lancia; il capitano mi precedeva, nella prima. Quando giunsi al punto ove calcolavamo dovessero esser le balene, non scorgemmo nulla, sulle prime. Alzammo i remi, aspettando ansiosamente di vederle emergere da qualche parte. Vicino a noi, un momento dopo, ne emerse una, soffiando, a breve distanza dalla prua della mia lancia; le andammo incontro a tutta forza, ci
avvicinammo, e la colpii. Sentendo dentro di s il rampone, si gett, nell'agonia, contro la lancia, che in quel momento le stava a fianco; con un violento colpo di coda la colp a filo d'acqua, verso il centro, e vi produsse una falla. Io subito presi l'accetta, e tagliai il cavo del rampone per liberarci dalla balena, che correva intanto a grande velocit. Vi riuscii, a prezzo del rampone e della lenza; e, vedendo che l'acqua entrava rapidamente nella lancia, cacciai a gran fretta tre o quattro delle nostre giubbe nella falla; ordinai ad un uomo di badarvi, e agli altri di vogare senza indugio; riuscimmo a tenere a galla la lancia, e in breve raggiungemmo la nave.
Il capitano e il secondo ufficiale, nelle loro due lance, continuarono la caccia, e presto colpirono un'altra balena. Poich in quel momento erano a una considerevole distanza sottovento, io, appena montato sulla nave, corsi a prua, bracciai il pennone di maestra, e spinsi la nave verso di loro. La lancia colpita fu tosto issata a bordo, e, dopo aver esaminato la falla, vidi che, inchiodandovi sopra un pezzo di vela, avrei potuto metterla all'ordine per riprendere l'inseguimento in tempo pi breve che non ammainando la quarta lancia ancora disponibile. Pertanto la capovolsi, a poppa, e gi stavo per inchiodare la vela, quando vidi un grosso capodoglio, lungo circa 85 piedi, a quel che potevo giudicare. Agit l'acqua a poco pi di 200 yarde dal mascone di sopravento e rimase poi calmo, la testa in direzione della nave. Soffi due o tre volte, e spar. In meno di due o tre secondi risal, ad una distanza non maggiore della lunghezza della nave, e corse alla nostra volta, alla velocit di circa tre nodi. La nave stava andando quasi alla stessa velocit. Dapprima il suo aspetto e il suo atteggiamento non ci allarmarono: ma mentre ne stavo sorvegliando i movimenti e lo osservavo avvicinarsi assai celermente, quasi senza volerlo ordinai al timoniere di dare tutta barra, col che intendevo cambiar rotta e sfuggire alla balena.
Le parole mi erano a malapena uscite dalla bocca, quand'ecco ci piomb addosso con tutta la velocit di cui era capace, e colp la nave con la testa proprio davanti agli occhi di cuba; cos spaventosa e tremenda fu la scossa, che quasi ci butt tutti a terra.
La nave si ferm d'improvviso, violentemente, quasi avesse urtato una roccia, e per qualche secondo trem tutta come una foglia. Ci guardammo l'un l'altro con enorme stupore, incapaci di parlare. Prima che fossimo in grado di renderci conto del pauroso incidente, trascorsero alcuni minuti, durante i quali la balena pass sotto la nave sfiorandone la chiglia, riemerse dall'altra banda sottovento, e rimase alla superficie, apparentemente stordita dalla violenza dell'urto, per lo spazio di un minuto; poi improvvisamente si allontan, sempre sottovento.
Dopo pochi minuti di riflessione, riprendendomi alquanto dall'improvvisa costernazione che si era impadronita di tutti noi, conclusi di necessit che la balena avesse aperto una falla nella nave, e che fosse necessario por mano alle pompe. Furono adunque preparate, ma non erano ancora in azione da pi di un minuto allorch avvertii che la prua stava poco a poco affondando. Ordinai allora di esporre il segnale per le altre lance: e avevo appena parlato quand'ecco di nuovo scorsi la balena alla superficie, a circa 500 yarde sottovento. Era avvolta dalla schiuma creata dalla sua continua e violenta agitazione, e potei distintamente vederla sbattere le mascelle, come impazzita di rabbia. Per breve tempo rimase cos, indi se ne part con grande velocit, in direzione del vento, tagliandoci la rotta.
Intanto la nave continuava ad affondare, ed io la diedi per spacciata; pure, ordinai di lavorare alle pompe senza sosta, e mi sforzai di raccogliere tutti i miei pensieri sullo stato in cui ci trovavamo. Tornai alle lance (come ho detto, ne avevamo due in quel momento sulla nave), col proposito di metterle in salvo e di riporvi tutto ci di cui disponevamo per armarle, ove non ci rimanesse alcun'altra risorsa; e mentre la mia attenzione era occupata per un momento da tali pensieri, fui riscosso dal grido di un uomo che stava presso il boccaporto:
 qui! Viene ancora contro di noi!
Mi volsi, e la vidi a circa 500 yarde proprio dinnanzi a noi; procedeva a una velocit apparentemente doppia del consueto: e a me in quel momento parve, all'aspetto, che procedesse con una furia vera, dieci volte maggiore del consueto. La schiuma volava intorno per ogni dove, e la sua corsa verso di noi era segnata da una scia bianca larga
cinque yarde, generata dal continuo violento agitarsi della coda; la testa era a mezzo fuor d'acqua, e in tal modo ci venne addosso di nuovo, e di nuovo colp la nave.
Quando l'avevo vista venire contro di noi, avevo sperato di poter virare prontamente, per tagliare la linea secondo la quale ci si avvicinava, prima che potesse esserci addosso, onde evitare quanto ben prevedevo: che cio, se ci avesse urtato una seconda volta, avrebbe provocato la nostra definitiva rovina. Urlai al timoniere: Tutta barra! ma ci eravamo spostati appena di un grado quando ricevemmo il secondo colpo. Ritengo che la velocit della nave in quel momento fosse di circa tre nodi, e quella della balena di circa sei. Colp da sopravento subito sotto l'occhio di cuba e sfond del tutto la prua. Pass di nuovo sotto la chiglia, si allontan sottovento e non la vedemmo pi.
Quale fosse la nostra condizione in quel momento,  cosa pi facile da immaginare che da descrivere. La mia posizione era tale che, ne sono certo, nessuno potr averne un'idea esatta, tranne coloro che furono presenti: la malasorte si abbatt sulle nostre spalle nel momento in cui meno pensavamo a una sciagura, e dalle gradite previsioni che accarezzavamo nella fantasia ci trovammo balestrati in una improvvisa, misteriosissima e opprimente calamit.
Non si doveva per tralasciare neppure per un momento di provvedere agli estremi cui (non se ne poteva ormai dubitare) eravamo ridotti. A pi di mille miglia dalla terra pi vicina, avevamo solo una leggera barca, unico mezzo di salvezza per me e per i compagni. Ordinai agli uomini di lasciare le pompe, e che ciascuno provvedesse a se stesso; nello stesso tempo, afferrando un'accetta, tagliai i cavi della lancia di rispetto, che era appesa fra due pennoni proprio sopra il cassero, di poppa, e gridai agli uomini che mi stavano vicino di afferrarla mentre veniva gi. Cos fecero, e la trasportarono a spalla al centro della nave. Nello stesso tempo il dispensiere era sceso due volte nella camera, e aveva posto in salvo due quadranti, due tavole nautiche, e il baule del capitano, e il mio; tutto ci fu gettato in fretta nella lancia, mentre giaceva ancora in coperta, con le due bussole che avevo tolte dalla chiesuola. Il dispensiere cerc di scendere ancora, ma intanto l'acqua era entrata nella
camera, ed egli dovette tornarsene senza aver potuto fare quel che si era proposto.
Mentre portavamo la lancia al centro della nave, l'acqua era gi arrivata alla testa dei bagli; l'ammainammo al pi presto possibile dal trincarino, vi saltammo dentro tutti in una volta, e la mettemmo in salvo, scostandola dalla nave. A malapena ce n'eravamo allontanati per la lunghezza di due barche, quando quella si pieg dal lato di sopravento e rimase abbattuta in chiglia.
Allora fummo veramente sopraffatti dallo stupore e dalla disperazione. Contemplavamo il pauroso stato in cui giaceva la nave, e pensavamo con orrore alla improvvisa e tremenda calamit che ci aveva colpiti. Ci guardavamo fra noi, quasi ciascuno sperasse trovar conforto nei sentimenti dei compagni, ma l'aspetto di tutti era segnato dal pallore della disperazione. Nessuno disse una parola, per molti minuti; ogni cosa sembrava legata all'incantesimo di una stupefatta costernazione; certo, non erano passati pi che dieci minuti dal momento in cui eravamo stati attaccati per la prima volta dalla balena, a quando la nave aveva cominciato ad affondare e l'avevamo lasciata. Iddio solo sa in qual modo potemmo in cos breve tempo far tutto ci che facemmo: in circostanze normali, molto pi tempo sarebbe stato necessario soltanto per tagliare i cavi e spostare la barca, anche disponendo di tutto l'equipaggio. I miei compagni non avevano potuto salvare nulla tranne ci che avevano indosso, ma per me era causa di grande soddisfazione (se pur avessi potuto goderne, negli orrori del nostro oscurissimo stato!) l'esser stati abbastanza fortunati da salvare le bussole, le tavole nautiche, e i quadranti. Superato il primo sentimento di sopraffazione, io li contemplavo commosso, quali strumenti della nostra eventuale salvezza: senza di essi, tutto sarebbe stato tenebre e disperazione.
Dio misericordioso! quale quadro di sofferenze e di tormenti si presentava ora alla mia immaginazione! L'equipaggio della nave era salvo, venti anime: e per condurle attraverso i tempestosi orrori dell'oceano, forse per centinaia e centinaia di miglia, non avevamo che tre barche! Cavare dalla nave qualche provvista, o dell'acqua, per sopravvivere in tutto quel tempo, era impresa ormai almeno dubbia.
Quante lunghe vigili notti, pensavo, sarebbero trascorse? Quanti estenuanti giorni di semi-inedia avremmo dovuto sopportare, prima che si potesse ragionevolmente sperare un minimo conforto alle nostre sofferenze?
Stavamo nella barca, a una distanza di due volte la lunghezza della nave dal luogo del naufragio, a contemplarla in perfetto silenzio, assorti nelle nostre malinconiche riflessioni, quando si scorsero le altre due barche, che vogavano alla nostra volta. Si erano accorti che ci era occorsa qualche sciagura, ma non sapevano affatto quale. Il primo a scoprire l'improvvisa e misteriosa scomparsa della nave fu il timoniere della barca del capitano, e con voce e con atteggiamento d'orrore d'un subito esclam: Mio Dio, dov' la nave?
A queste parole, tutti d'un tratto smisero di vogare, e un generale grido d'orrore e di disperazione sorse dalle labbra d'ognuno, mentre con lo sguardo cercavano invano la nave da ogni lato sull'oceano. Tosto vennero a tutta forza verso di noi. La barca del capitano ci raggiunse per prima. Si ferm alla distanza di una barca, ma il capitano non seppe emettere neppure una sillaba; a tal punto era sopraffatto dallo spettacolo che gli si parava innanzi, che si sedette, pallido e senza parola. A stento potei riconoscerlo tanto era alterato, atterrito e stravolto dall'oppressione di tutti i sensi e dalla spaventosa realt che aveva di fronte agli occhi. Ma in breve fu in grado di rivolgermi questa domanda: Mio Dio, signor Chase, che  successo? Una balena ha sfondato la nave, risposi. Indi brevemente gli raccontai la storia.
Dopo aver riflettuto un momento, il capitano osserv che bisognava tagliare gli alberi della nave e darsi da fare per cavar dalla stiva qualche vettovaglia. Ogni nostro pensiero allora si volse al lavoro, per salvare dal naufragio tutto ci di cui potevamo aver bisogno, e con tale intento vogammo verso la nave e vi montammo. Cercammo con ogni mezzo di aprirci una via d'accesso alla stiva; a tal fine con le nostre accette cominciammo a tagliare gli alberi, in modo che la nave potesse raddrizzarsi, tanto da permetterci di aprire un passaggio in coperta. Per far ci impiegammo circa tre quarti d'ora, poich non disponevamo n d'asce n d'altri
attrezzi atti alla bisogna, ma solo delle accette che avevamo con noi sulle barche. Tagliati gli alberi, il capitano prese il suo quadrante, si allontan dalla nave e fece il punto. Ci trovavamo "a 0 41' latitudine sud, 119 longitudine ovest.
Cominciammo ad aprire un passaggio fra le tavole, esattamente al disopra di due grossi barili di biscotto, che per gran fortuna erano nel corridoio, al centro della nave: e poich, quando la nave si era inclinata, questi erano rimasti nella parte pi alta, avevamo buone speranze che non si fossero bagnati. La cosa in effetti era andata secondo i nostri desideri, e da detti barili cavammo seicento libbre di biscotto. Successivamente aprimmo dei passaggi in altri posti della coperta, e senza difficolt riuscimmo a prendere tant'acqua quanta ne osammo caricare sulle lance, cosicch ciascuna ne fu dotata per circa sessantacinque galloni. Riuscimmo anche a procurarci, da un armadietto, un fucile, una piccola scatola di polvere, due lime, due raspe, circa due libbre di chiodi, e qualche tartaruga(2).
Nel pomeriggio si mise un vento fresco, e avendo" cavato dalla nave tutto quanto avevamo potuto cavare cominciammo ad assettarci per passare la notte senza pericoli. Disponemmo le barche vicino alla nave: da un lato ormeggiammo una lancia, a circa cinquanta piedi sottovento; la seconda lancia venne legata alla prima, a circa otto piedi a poppa; la terza, alla stessa distanza, a poppa della seconda: e che notte fu mai quella! di tal febbrile e ansiosa inquietudine, che ci manc affatto il riposo.
Avevo continuamente davanti agli occhi il naufragio. Non potevo, a costo di nessuno sforzo, scacciare dalla mente gli orrori del giorno avanti, i quali, anzi, mi perseguitarono per tutta la notte. I miei compagni... ahim! Alcuni, come donne ammalate, non si rendevano conto di quanto il loro stato fosse deplorevole; uno o due dormivano, come se nulla fosse; altri persero tutta la notte in vani mormorii.
Ora avevo pieno agio di esaminare con un certo grado di freddezza le terribili circostanze del nostro disastro. Le scene dell'ieri si succedevano nella mia mente con tale rapidit che pur dopo molte ore di severa riflessione non fui
in grado di scuotermi di dosso l'idea della catastrofe, che mi paralizzava come un sogno. Era. ahim, un sogno da cui non ci si poteva destare! Era fin troppo certo che pur ieri eravamo vissuti, eppure, in un solo, breve momento, eravamo stati esclusi da ogni speranza di vita! Non mi bastano le parole per dipingere gli orrori del nostro stato. Spargere lacrime, davvero a nulla giovava, e, pi ancora, non era cosa da uomo; tuttavia, non seppi negarmi il conforto che le lacrime potevano dare.
Dopo molte ore di inerte dolore e di afflizione, cominciai a riflettere sulla sciagura occorsaci, e mi affaticai per darmi una ragione del destino o del disegno ineffabile (n sulle prime seppi individuarlo), onde contro di noi era stato scatenato questo attacco improvviso, pi che mortale, e per giunta da un animale che nessuno prima d'ora aveva mai sospettato capace di violenze premeditate: un animale proverbiale anzi per inoffensivit e insensibilit. Tutto sembrava spingermi a concludere che i suoi atti non erano stati guidati dal caso: aveva fatto due attacchi consecutivi contro la nave, a breve intervallo l'uno dall'altro, calcolati entrambi, vista la direzione, per arrecare il pi gran danno, poich erano stati attacchi frontali, cos condotti da combinare la velocit dei due corpi per l'urto (e a tal fine era necessaria appunto quella manovra che avevamo visto compiere).
Il suo aspetto era pi che orribile, e tale da esprimere risentimento e furia. Era venuto direttamente dal banco su cui noi stessi eravamo appena passati, e su cui avevamo colpito tre dei suoi compagni, quasi infiammato dalla volont di vendicare le loro sofferenze.
Si pu obbiettare che il modo di combattere sempre adottato dalle balene sta nei ripetuti colpi di coda, o nello sbatter delle mascelle: e fra i pi vecchi e pi esperti balenieri mai si era sentito parlare di un caso simile al nostro.
A ci io rispondo che la struttura e la forza della testa del capodoglio sembra mirabilmente calcolata appunto al fine di un attacco di tal sorta; la parte prominente  dura e resistente quasi come il ferro: davvero non saprei paragonarla ad altro che all'interno dello zoccolo del cavallo; una lancia o un
rampone non saprebbero produrle neppure l'impressione pi leggera. Gli occhi e le orecchie sono lontani dalla parte centrale della testa, quasi un terzo della lunghezza di tutto il pesce, e non sono danneggiati in minimo grado da questa sorta di attacco.
E come che sia, tutto ci che accadde dinnanzi ai miei occhi, e che mi diede subito l'impressione di una offesa deliberata, calcolata (n molte di queste impressioni ora so pi ricordare), mi induce alla convinzione che la mia idea sia giusta.
Certo, sotto tutti gli aspetti, si tratta di circostanze sino ad ora inaudite, che costituiscono forse il caso pi straordinario negli annali della baleneria.
Dei venti uomini che il giorno dopo si allontanarono
dall'Essex, sulle tre barche, cinque si salvarono (erano sulla prima e sulla seconda barca, e furono raccolti da due diverse navi); tre furono lasciati su un'isola (e, quando scriveva, il Chase ne ignorava ancora la sorte); gli altri perirono (fra questi, tutti quelli della terza barca, che dovette affondare); molti, dopo morti, vennero via via mangiati da coloro che di volta in volta potevano definirsi superstiti.
Rivolgendosi al lettore l'autore si scusa spesso del tristo prosieguo della storia; ed afferma averla voluta dare alle stampe nella speranza di cavarne un sia pur modesto risarcimento per gli effetti personali andati smarriti nel naufragio, e per il mancato guadagno di questo imbarco.

Note.
1. La guerra di indipendenza. 1775-1781.
2. Le uccideranno e le mangeranno alcuni giorni pi tardi con indicibile delizia.


Giuseppe Garibaldi: L'ultimo corsaro.

Era stata per secoli una delle cose pi normali del mondo: privati cittadini, con lettere di corsa d'un re o d'un governo, facevano la guerra a loro spese, con loro navi e loro uomini; ci guadagnavano o ci rimettevano, da liberi imprenditori e da liberi professionisti, cui bastava un'autorizzazione, senza chiedere sovvenzioni: il corsaro non fu mai un mercenario. Fu il presidente Monroe che nel 1824 inizi trattative per sopprimere questa nobile attivit; il Trattato di Parigi del 1856 ne segn la fine: la course est et demeure abolie.
L'ultimo vero corsaro fu Giuseppe Garibaldi: sfuggito alla condanna a morte inflittagli dal governo di Torino, approdato a Rio de Janeiro, scrive all'amico Giuseppe Mazzini chiedendogli lettere di corsa contro le nemiche bandiere sarda e austriaca, poi le ottiene invece dalla neonata Repubblica del Rio Grande del Sud, contro le nemiche bandiere dell'Impero del Brasile e della Repubblica Orientale dell'Uruguay.
Siamo fra il 1837 e il 1839; la gente che accompagnava Garibaldi, come racconta egli stesso nelle sue Memorie, era vera ciurma cosmopolita, composta di tutto, e di tutti i colori, come di tutte le nazioni. Gli americani per la maggior parte erano liberti, neri o mulatti, e generalmente i migliori e pi fidati. Fra gli europei, avevo gl'italiani, tra cui il mio Luigi [Carniglia], ed Edoardo Mutru, mio compagno d'infanzia, in tutto sette, su cui potevo contare. Il resto era composto di quella classe di marinai avventurieri conosciuti sulle coste americane dell'Atlantico e del Pacifico sotto il nome di frres de la cte, classe che aveva fornito gli equipaggi dei filibustieri, dei bucanieri, e che ancora dava il suo contingente alla tratta dei negri.
Corsaro, lanciato sull'Oceano con dodici compagni a bordo d'una garopera(1), si sfidava un impero, e si facea sventolare per i primi, in quelle meridionali coste, una bandiera d'emancipazione! La bandiera repubblicana del Rio-Grande!
Una sumaca(2) carica di caff fu incontrata all'altura dell'Isola Grande, e predata. Il Mazzini fu messo a picco per non esservi altro pilota da condurlo per l'alto mare.
Rossetti era con me; ma non tutti i compagni miei eran dei Rossetti: voglio dire uomini di costumi puri; ed alcuni, oltre a fisionomie non troppo rassicuranti, si facean oltremodo truci per intimorire gl'innocenti nostri nemici. Io mi adoperava naturalmente a reprimerli, ed a scemare, quanto possibile, lo spavento de' prigionieri nostri.
Un passeggiero brasiliano della sumaca, all'imbarcarmi io sulla stessa, mi si present supplichevole, e mi offr in una scatola tre preziosi brillanti. Io glieli rifiutai, siccome ordinai non si toccasse agli effetti individuali dell'equipaggio e passeggieri. Tale contegno io serbai in ogni simile circostanza ed i miei ordini mai furono trasgrediti, sicuri, senza dubbio, i miei subordinati, ch'io ero disposto a non transigere su tale materia.
Nell'altro giorno, trovandoci all'ancora un poco al mezzogiorno della punta suddetta, apparirono due lancioni dalla parte di Montevideo, che credemmo amici; ma siccome non avevano il segno condizionale d'una rossa bandiera, io credetti a proposito d'aspettare alla vela; e salpammo, tenendoci alla cappa colle armi preparate.
La precauzione non fu vana: poich, avvicinatosi il maggiore dei due lancioni, con sole tre persone in evidenza, c'intim la resa, in nome del Governo Orientale, quando si trov a pochi passi da noi, ed apparirono minacciosamente armati una trentina d'individui.
rimo in panna; io comandai immediatamente . braccia in vela.
A quel comando ci fecero una scarica di fucileria, che ci
uccise uno dei migliori compagni italiani, Fiorentino di nome: era isolano della Maddalena.
Io principiai a dar mano ai fucili, che avevo fatto preparare fuori della cassa d'armi, sul banco di guardia, ed ordinai il fuoco.
Impegnossi un combattimento accanito tra le due parti. Il lancione aveva attaccato il giardino di destra della sumaca, ed alcuni dei nemici si preparavano a salire, rampicandosi al bastingaggio; ma alcune fucilate e sciabolate li precipitarono nel lancione o nel mare.
Tuttoci si pass in breve tempo: siccome non agguerriti i miei, non era mancato di nascere confusione; ed il mio comando di bracciare in vela non si eseguiva, cio vari dei nostri, alla voce di comando, eransi portati ai bracci della sinistra, senza che nessuno si ricordasse di mollare quelli di destra: quindi inutilmente si affaticavano a tirare.
Fiorentino, vedendo ci, abbandon il timone ove trovavasi e si lanci per effettuare la manovra incompiuta, quando una palla nella testa lo rovesci cadavere.
Il timone rimase abbandonato: ed io, che mi trovavo a far fuoco vicino allo stesso, ne presi la barra. In quell'atto una palla nemica mi colp nel collo, e stramazzai privo di sensi.
Il resto del combattimento, che dur circa un'ora, fu sostenuto principalmente dal nostr'uomo Luigi Carniglia, dal pilotino Pasquale Lodola, e marinari Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi, due maltesi, etc. Gl'italiani, meno uno, combatterono valorosamente. Gli stranieri, ed i neri liberti, in numero di cinque, si salvarono nella stiva.
Io ero rimasto per mezz'ora disteso sulla tolda quale cadavere, ed abbench dopo ripresi i sensi a poco a poco, non potevo muovermi, rimasi inutile e fui creduto spacciato.
Staccato il nemico a fucilate, non si pens pi ad assaltar nessuno in quelle alture, e si prosegu per l'interno del Plata a cercarvi un asilo e dei viveri.
La mia posizione era ben ardua. Mortalmente ferito, nell'incapacit di muovermi, non avendo a bordo uno solo che possedesse le minime nozioni geografiche; e perci mi trassero davanti la carta idrografica di bordo, perch vi gettassi i moribondi miei occhi, per indicare alcun punto di meta da dirigervi la corsa.
Indicai Santaf, nel fiume Paran, che vidi scritto in lettere maggiori sulla carta suddetta. Niuno era stato in quel fiume, tranne Maurizio, una sola volta nell'Uruguay(3).
I marinai, atterriti dalla situazione, giacch, rigettati dal Governo di Montevideo, unico che si credeva amico della Repubblica Rio-Grandense, si poteva esser considerati quali pirati; i marinai, dico, erano in un avvilimento indescrivibile; meno gli italiani, devo confessar il vero.
Dalla situazione mia, la vista del cadavere di Fiorentino, e, come dissi, il timore d'esser considerati ovunque pirati, essi avevano lo spavento sul volto, ed alla prima opportuna occasione realmente disertarono.
In ogni barca, ogni uccello che scoprivano, quei codardi vedevano nemici inviati a perseguirci. La salma di Fiorentino fu sepolta nell'onde, destino solito dei marinai, e colle solite cerimonie in simili circostanze: cio un saluto affettuoso de' suoi concittadini.
Assicuro per parte, mia, che tale classe d'inumazione non mi piacque; e siccome la stessa sorte m'aspettava probabilmente tra poco, senza potermi opporre al sistema di sepoltura del mio compagno, mi contentai di chiamare il mio carissimo Luigi per trattenerlo all'uopo.
Fra i periodi rettorici dell'inchiesta mia naturalmente breve, all'incomparabile amico mio, io recitavo a lui i bei versi di Ugo Foscolo:
Un sasso! che distingua le mie dall'infinite Ossa che in terra e in mar semina morte!
Ed il mio caro piangeva, promettendomi di non seppellirmi nell'onda. Chi sa se lui stesso avrebbe potuto mantener la promessa; ed il mio cadavere avra sfamato alcuni lupi marini, o qualche jakar(4) dell'immenso Plata.
Io non avrei pi veduto l'Italia, idolo di tutta la mia vita,  vero! Non avrei pi combattuto per essa! Ma anche non l'avrei veduta ricadere nell'ignominia e nella prostituzione!
Sino dalle prime ore della sera, alla nostra partenza dal
Tramandal, mostravasi il vento da mezzogiorno, apparendo minaccioso, e cominciando a soffiare con violenza. La nostra corsa era parallela alla costa. Il Rio-pardo, con trenta persone a bordo, un cannone da dodici, nel centro rotante, cio da poter essere puntato in tutte le direzioni, molti attrezzi e provviste per l'equipaggio, non prevedendo certamente un temporale cos imprevisto e subitaneo, e non sapendo qual sorte ci toccherebbe in paese nemico - ove si doveva approdare; il Rio-pardo, dico, trovavasi imbarazzato, e soperchiato dal mare in modo che qualche volta ci tenne per un pezzo sommersi, rimanendo per minuti tuffati sotto i marosi.
La pericolosa situazione in cui trovavasi il piccolo legno, minacciato d'esser soprafatto dalle onde, e rovesciato da un momento all'altro, fece concepire la determinazione d'avvicinare la costa, ed approdarla, comunque fosse. Ma, infuriando sempre pi, la bufera ed il mare non ci diedero tempo alla scelta del luogo; e fummo travolti da terribile maroso.
Io mi trovavo in quel momento alla sommit dell'albero di trinchetto, sperando di scoprire un punto nella costa, ove approdare con meno pericolo. Il legno fu capovolto sulla destra, e fui lanciato per ci da quella parte a certa distanza.
Io ricordo bene che, abbench in pericolosissima circostanza, non pensai alla morte; ma sapendo di aver molti compagni non marini e prostrati dal mal di mare, ci mi martoriava, e cercai di raccogliere, quanti remi ed altri galleggianti oggetti mi fu possibile, raccoglierli, avvicinarli a bordo e raccomandare a tutti di prenderne uno per sorreggersi, ed agevolarsi a guadagnar la costa.
Il primo individuo, che incontrai stretto ad una sartia, dalla parte sommersa, per ove io potei rientrare a bordo, fu Edoardo Mutru, mio compagno d'infanzia, e cui rimisi un boccaporto; ed a lui raccomandai di non lasciarlo a qualunque costo.
Luigi Carniglia, il coraggioso nostr'uomo, che trovavasi al timone al momento della catastrofe, era rimasto aggrappato al bordo, verso i giardini della parte sinistra, cio la parte non sommersa.
Sventuratamente un giacchettone di calmouk, assai pesante, lo
serrava talmente, quando imbevuto d'acqua, ch'egli, dovendosi tenere per non esser portato via dal mare, trovavasi nell'impossibilit di liberarsene. Me ne fece cenno: ed io corsi in soccorso dell'amico del cuore.
Avevo nella saccoccia del pantalone un piccolo coltello di manico bianco: lo misi alla mano; e cogli sforzi di cui ero capace principiai a tagliare il colletto, ch'era di velluto. Avevo finito di tagliare il colletto; e con uno sforzo ancora io scuciva, o stracciava il maledetto! quando un maroso, con orrendo fracasso, avvilupp, e schiacci, bastimento e quanti individui a quello afferravansi.
Io fui scaraventato nel fondo del mare come un proiettile; e quando ricomparvi, stordito dal colpo e dai vortici che mi soffocavano, era scomparso lo sfortunato amico mio
per sempre(5).
Parte dei compagni, al mio risorgere, comparivano dispersi e facendo sforzi ognuno per guadagnare la costa: determinazione ch'io dovetti prendere, come gli altri, per salvar la pelle.
Nuotatore dalla pi tenera infanzia, io giunsi tra i primi; e la mia prima cura, posando i piedi sul fermo, fu di girarmi indietro, per osservare la sorte dei compagni: ed Odoardo mi si affacci non lontano. Egli aveva abbandonato il boccaporto da me raccomandato, o piuttosto la violenza del mare glielo aveva strappato. Nuotava, s, ma con uno stento, una fatica, indicanti lo sfinimento a cui era ridotto! Io amavo Edoardo, com'un fratello! e mi affann oltremodo la disperata sua condizione. Oh! mi sembrava in quei tempi esser io pi sensibile e generoso! Anche il cuore induriscono ed inaridiscono gli anni ed i malanni!
Io mi slanciai verso il mio caro, per porgergli un legno che aveva servito a salvarmi. Gi ero giunto vicino a lui; e confortato dalla grandezza del proposito, io lo avrei salvato quel mio fratello! E che fortuna sarebbe stata per me! Troppo grande! Un maroso, ambi ci sommerse!
Un momento dopo io galleggiai... chiamai non vedendolo ricomparire... e chiamai disperatamente! ma invano! Il mio amico d'infanzia era rimasto travolto nei gorghi di quell'oceano, che non avea temuto di varcare per raggiungermi e per servir la causa d'un popolo.
Un altro martire della libert italiana, privo d'un sasso, che segni ove furon sepolte le sue ossa nelle arene del nuovo mondo!
I cadaveri di sedici compagni ebbero la stessa sorte, ingoiati dal mare. Essi furono trasportati dalle correnti a trenta miglia di distanza verso il settentrione, e l sepolti nelle sabbie della costa. Tra i sedici trovavansi sei italiani, io settimo: solo mi era salvato; Luigi Carniglia, Edoardo Mutru, Luigi Staderini, Giovanni D. ed altri due che non rammento, tutti forti e prodi giovani.
I superstiti, in numero di quattordici, l'uno dopo l'altro tutti aveano approdato. Invano, tra loro, cercai un volto italiano. Morti tutti! Mi sembravo solo nel mondo! Io vaneggiavo, e quasi mi parea pesante quell'esistenza salvata con tanta fatica. Molti dei compagni, non marini, non nuotatori, si salvarono. Commenti chi vuole! Tra i perduti io contavo altri compagni ben cari: due liberti, un mulatto, ed un nero perfetto: Raffael e Procopio, gente d'un valore e d'una fedelt a tutta prova. Con noi approdava alla costa, un barile d'acquavite. Mi sembr una fortuna, e dissi a Manuel Rodriguez, ufficiale catalano: Procuriamo di aprirlo e rinvigorirci coi compagni che vengono approdando.
Si mise mano all'opera di sturare il barile; ma nel tempo in cui faticavamo per ottenere l'intento, ci colp un freddo tale, che fu fortuna il ricordarsi di prender a correre. Senza ci fare, certo, saressimo caduti esausti dalla stanchezza e dal freddo. Avendo i panni bagnati, ed essendo il vento freddissimo, era naturale ci accadesse.
Corremmo, corremmo macchinalmente lungo la costa verso mezzogiorno ed incoraggiandoci reciprocamente a correre. La sponda del mare faceva schiena e ci riparava alquanto dalla violenza del vento e nel pendio interno, scorreva l'Areringu, fiume di poca importanza, con direzione a tramontana, e per un gran pezzo, parallelamente al litorale, per sboccare poi nell'Oceano a breve distanza.
Seguimmo dunque la sponda destra del fiume; ed alla distanza di circa quattro miglia, trovammo una casa abitata, ove ricevemmo ospitalit completa. La casa che ci accolse ospitalmente era poco internata in quella maestosa ed immensa foresta del Brasile, certo una delle maggiori del mondo, di cui gi accennammo.
In un campestre(6) poco spazioso ergevasi quella casupola, i cui abitatori erano padre, madre e un bambino. Intorno ergevansi le annose secolari piante, stupendamente robuste ed alte; ed in un canto del campestre trovavasi un agrumeto con delle piante, come mai vidi s belle, e con degli aranci ch'erano una meraviglia. Pei naufraghi fu una ben grata sorpresa!

Note.
1. Garopera: barca destinata alla pesca della garope, pesce squisito del Brasile. [Nota di Garibaldi]
2. Sorta di brick-goletta.
3. Confluente del Rio de la Plata. [Nota di Garibaldi]
4. Jakar: coccodrillo. [Nota di Garibaldi]
5. L'opera mia durante la catastrofe pu sembrare straordinaria ai non pratici del mare; ad un marino, per, comparir praticabile, considerando che generalmente, nelle tempeste, dopo tre forti marosi succede un momento di calma; e fu in tale periodo ch'io potei aiutare i compagni. [Nota di Garibaldi]
6. Campestre: campo senza piante nella foresta. [Nota di Garibaldi]


Herman Melville: Il passeggero Herman Melville.

Melville pass la prima volta l'Atlantico nel 1939, da mozzo - vessato e dileggiato come tutti i mozzi - del mercantile St. Lawrence (e da questo viaggio trasse poi la materia per Redburn). Torn a traversare quell'oceano dieci anni dopo, da passeggero, con cinque libri alle spalle, ossequiato da un comandante che coltivava le lettere. Veniva in Europa a far l'agente letterario di se stesso, a cercare cio un editore inglese per White Jacket, ma anche in cerca di nuove esperienze, elemento ch'egli riteneva indispensabile all'invenzione artistica.
Nasce cos il primo dei suoi tre giornali di viaggio. Sono rapide, schematiche annotazioni, che riescono per a schizzare con evidenza la vita di bordo tra i passeggeri, l'interieur ottocento di un bastimento di linea. Ma talvolta acquistano un'inaspettata vibrazione, e ci ritroviamo allora - un accenno appena, il segno di un diagramma - quella religiosa e ansiosa commozione di fronte al male dell'esistenza, quel senso tragico che  la pietra d'angolo del suo mondo romanzesco.
E una cosa  stupefacente: che Melville aveva gi scritto pochi mesi prima, in Redburn, l'allucinante episodio del pazzo cui ora sulla nave assister veramente.
Gioved, 11 ottobre. - Dopo un ritardo di tre o quattro giorni, dovuto al vento e al maltempo, insieme con gli altri passeggeri sono salito a bordo del rimorchiatore Goliath verso mezzogiorno e mezzo, nel pieno di un temporale da ovest, freddo e violento. Il Southampton, un bastimento che fa servizio regolare per Londra, era all'ancora sul North River. Dopo aver trasbordato con un po' di confusione, abbiamo salpato l'ancora; ed eccoci partiti. Il nostro pilota, grosso e bovino, sembrava pi un ostricaro che un marinaio. Siamo
usciti dai Narrows(1) verso le due del pomeriggio; di l a poco rimorchiatore e pilota ci hanno abbandonati. Pennoni bracciati in croce, con vento fresco, abbiamo perso di vista la terra verso le cinque e mezza.
Mentre la nave correva, con due mani di terzaroli alle gabbie, io camminavo avanti e indietro sul ponte, pensando alla gente di casa, che cosa facevano in quel momento, e alle facce familiari che ho visto per ultime sul molo: c'erano Allan(2), e George Duyckinck(3), e un certo signor McCurdy, un ricco mercante di New York, che sembrava piuttosto interessato alla prospettiva che suo figlio (un giovanotto malaticcio, su vent'anni, in partenza per il grand tour) potesse essere mio compagno di cabina. Ma, con mio infinito piacere, il capitano ha mantenuto la promessa che mi aveva fatta tanto tempo addietro; sicch mi trovo ora ad occupare, tutto solo, una vasta cabina.  grande quasi quanto la mia camera a casa; ha una larga cuccetta, un lavandino capace, un sof, uno specchio, ecc. Sono la sola persona a bordo cui sia concesso l'onore di possedere una cabina tutta per s.  anche piena di luce, e ha su uno dei lati un portello di vetro spesso, che posso aprire quando fa buon tempo. Mi sono affacciato a guardare il mare, parecchie volte, bench sia a bordo da ventiquattr'ore appena.
Venerd, 12 ottobre. - Ieri sera ho passeggiato sul ponte sin verso le otto; poi ho combinato una partita di whist e abbiamo giocato... finch uno dei giocatori non ha dovuto ritirarsi nella sua cabina a causa del mal di mare. Andato a letto presto, e dormito profondamente. Alzato di buon'ora, ho voluto riprovare le antiche emozioni, salendo a riva. Ho trovato l'oceano per nulla cambiato. Ho cercato di leggere, ma con poco successo. E del resto ci sono a bordo passeggeri molto simpatici con cui discorrere. Primo fra tutti un certo signor Adler(4), studioso tedesco, a cui ero stato presentato da Duyckinck; autore di un formidabile lessico (tedesco e
inglese) che ha rischiato di rovinargli la salute. Per un certo periodo fu quasi pazzo, mi dice.  imbevuto di metafisica tedesca, parla di Kant, Swedenborg, ecc. Sinora  stato il mio principale compagno. C' anche un signor Taylor fra i passeggeri, cugino di James Bayard Taylor, il viaggiatore a piedi.  un uomo molto allegro; o meglio, lo era, perch in questo momento sento venire rumori misteriosi dalla cabina accanto. Pover uomo, soffre il mare. Finora, grazie al bel tempo, pochi ne hanno sofferto quanto lui. C' a bordo un artista scozzese, un pittore, con un figlio unico dall'aspetto per nulla poetico, un ragazzo tutto guance e fronte, con preponderanza delle prime. Il giovane McCurdy parla con una discreta lisca, ma vedo che questo non gli impedisce di mostrarsi molto socievole. Abbiamo a bordo parecchi francesi e inglesi. Uno di questi ultimi  stato a caccia, e porta con s due magnifiche paia di corna (d'alce), come trofei delle sue imprese nei boschi del Maine. Abbiamo anche una inglese di mezza et, che misura il ponte a grandi passi e si vanta del proprio piede marino e di essere un vecchio lupo di mare.
Sabato, 13 ottobre. - La serata di ieri  stata molto piacevole. Ho passeggiato sul ponte con il tedesco, il signor Adler, fino a tardi, parlando di Predestinazione, Libero Arbitrio, preconoscenza assoluta, ecc. La sua filosofia  di ispirazione coleridgiana: accetta le scritture come divine, e tuttavia si considera libero d'investigare la natura. Non pretende che la Bibbia sia assolutamente infallibile, e che tutto ci che nella scienza le si oppone debba essere sbagliato. Crede che esistano cose al di fuori di Dio e indipendenti da lui, cose che sarebbero esistite anche se Dio non ci fosse; per esempio, il fatto che due e due fan quattro; perch non  che Dio lo abbia decretato matematicamente;  che, nella natura stessa delle cose, il fatto sta cos.
Alzato presto stamattina, ho aperto il mio portellino e ho guardato verso oriente. Si stava levando il sole, e l'orizzonte era rosso: una vista familiare, che mi ha riportato alla memoria i vecchi tempi. Prima di colazione sono salito sull'albero maestro, tanto per fare un po' di ginnastica. Verso le dieci del mattino si  levato il vento e si  messo a piovere,
dando al ponte un aspetto piuttosto lugubre. All'ora del pranzo il mare era quasi in tempesta, e la maggior parte dei passeggeri in cabina, col mal di mare. Dopo pranzo la pioggia  cessata, ma il vento era ancora molto forte, e avanzavamo a rilento, con le gabbie terzarolate e la maestra ammainata. Passeggiavo sul ponte, quando mi sono accorto che uno dei passeggeri di corridoio guardava in mare. Ho guardato anch'io, e ho visto un uomo in acqua, la testa completamente sollevata al di sopra delle onde, a circa quattro metri dalla nave, all'altezza del barcarizzo. Per un istante, ho creduto di sognare; perch sembrava che nessuno vedesse quel che vedevo io. Un momento dopo gridavo: Un uomo in mare! e mi sono voltato per correre verso poppa.  accorso il capitano, molto emozionato. Ho buttato il tirante della lancia di poppa verso l'uomo, che veniva ora trascinato lungo la murata. Egli non l'ha preso; allora ho scavalcato il bastingaggio scendendo fino a mezzo metro dall'acqua, e di nuovo ho lanciato la cima in direzione dell'uomo, che questa volta l'ha afferrata. Frattanto un folla di persone - marinai e altri - s'era radunata lungo il bastingaggio, ma nessuno sembrava darsi pena di salvarlo; in compenso, avvertivano me che badassi a non cadere in acqua. Dopo aver tenuto la cima per una decina di secondi, l'uomo l'ha lasciata andare, ed  stato trascinato verso poppa, sotto il parasartie dell'albero di mezzana. Quattro o cinque marinai, arrampicatisi fra le sartie, gli hanno buttato altre cime. Ma egli si  comportato in modo incomprensibile; avrebbe potuto salvarsi, se l'avesse voluto. Mi ha colpito l'espressione del suo viso: era allegro. Alla fine  stato trascinato sotto il coronamento, e tutti gli uomini dell'equipaggio hanno mandato un grido:  andato! Correndo a poppa lo abbiamo visto ancora galleggiare sempre pi lontano... poi qualche bolla nell'acqua, e poi pi nulla. Non una barca era stata ammainata, non una vela imbrogliata, poca la confusione a bordo. L'hanno lasciato affogare come se fosse stato un vitello. Si  saputo poi che era pazzo, perci si  buttato dalla nave. Pi di una volta aveva dichiarato di avere quest'intenzione, e prima di farlo davvero aveva cercato di impadronirsi del suo bambino per gettarsi in acqua con lui fra le braccia. La moglie giace ammalatissima nella sua cuccetta.
Il capitano ha detto che gi quattro o cinque volte gli  capitato di veder gente gettarsi in mare. Ha raccontato di un uomo che si butt mentre sua moglie era sul ponte. Vedendo che cercavano di salvarlo, la moglie disse che era inutile; e quando fu affogato, osserv che il mondo era ancora pieno di uomini disponibili. Amabile creatura! Durante la notte ha soffiato un vento spaventoso, e abbiamo messo alla cappa.
Che brutti momenti! quasi tutti stavano male, e la nave rollava e beccheggiava in modo da non credersi. Verso mezzanotte mi sono alzato e son salito sul ponte. Soffiava un vento fortissimo, in un'oscurit di pece, e pioveva. Il capitano stava nel casotto, e mi ha fatto notare quei bei tipi, cos li ha chiamati; e intendeva parecchi fuochi di Sant'Elmo sulla cima delle antenne e degli alberi. Erano i primi che vedevo, e sembravano grandi stelle pallide nel cielo.
Domenica, 14 ottobre. - Una giornata davvero opprimente. Bufera di vento, e tutti malati. Saloni vuoti, e dalle cabine vengono ogni sorta di rumori di mal di mare. Taylor, McCurdy e Adler sono tutti nelle loro cuccette, e rimango solo io a narrare la loro miseria. Ho letto un po' del Viaggio attraverso l'Europa della signora Kirkland. Mi piace. E lei  una donna piena di brio e di buon senso, e molto fine. Ho cercato in qualche modo di tirar sera, leggendo e passeggiando sul ponte, ma quest'ultima cosa solo quel tanto da non mettere in pericolo la mia incolumit fisica. Ho dimenticato di dire che dopo la morte del pazzo (un olandese, tra parentesi) alcuni passeggeri di corridoio sono venuti ad avvisare il capitano che c'era fra loro un altro pazzo, un inglese. Salendo sul ponte stamattina ho visto, affacciato al bastingaggio, un uomo, che subito mi  parso un passeggero di corridoio. Mi ha fermato per dirmi di guardare i piroscafi al largo; e io ho guardato per un cinque minuti, cavandomi gli occhi. Ho chiesto al secondo se per caso lui li vedeva; e mi ha risposto informandomi che il mio interlocutore era l'inglese pazzo. Tutta mattina il povero diavolo  rimasto sul ponte, annunciando a gran voce piroscafi, barche ecc. La sua pazzia mi  sembrata, in certo modo, in
armonia col tumulto di quel mare in tempesta. A sera,  entrato a forza nella sala da pranzo e ha picchiato lo steward, che l'ha steso a terra con un pugno e l'ha trascinato via. In queste ultime trentasei ore non abbiamo progredito; vento in prua, da est. Si  saputo che il pazzo soffre di delirium tremens, in conseguenza del fatto che negli ultimi due mesi  sempre stato ubriaco. Cerca con molta seriet un certo dottor Dobbs. Due giorni fa ho visto una signora con in mano una copia di Omoo. Di tanto in tanto mi guardava quasi volesse far raffronti. Ho saputo che  la moglie di un giovane artista scozzese che si reca in Scozia a fare alcuni schizzi di paesaggio per conto dei suoi mecenati di Albany, fra i quali il dottor Armsby. Mi si  presentato facendo il nome del signor Twitchell, che esegu il mio ritratto gratis.  un giovane molto semplice, senza pretese, sembra pi un marinaio che un artista. Ma l'apparenza... con quel che segue.
Luned, 15 ottobre. - Il vento  caduto, fa bel tempo. Verso mezzogiorno quasi tutti i passeggeri sul ponte, convalescenti. Hanno l'aria di considerarmi un eroe, a prova di vento e di maltempo. Le mie occasionali prodezze a riva appaiono loro come una specie di danza sulla corda. Il povero Adler, per, non ha ancora ritrovato se stesso.  un uomo amabilissimo e un erudito di valore, la cui compagnia riesce estremamente istruttiva. Oggi pomeriggio il dottor Taylor 'e io abbiamo progettato di scendere il Danubio da Vienna a Costantinopoli; di qui andremmo ad Atene in piroscafo, poi a Beyrouth e a Gerusalemme, ad Alessandria e alle Piramidi. Stando a quanto mi dicono, sono certo che questo si pu fare con una spesa relativamente modesta. Taylor ha molta esperienza di viaggi a buon mercato attraverso l'Europa, e la sua conoscenza del tedesco ne fa il compagno pi adatto per un viaggio attraverso l'Austria e la Turchia. Io sono tutto preso (per ora) di questa meravigliosa escursione in Oriente. Pensate! Gerusalemme e le Piramidi; Costantinopoli, l'Egeo, e la vecchia Atene! Il vento non si  ancora calmato, e tutti se ne lamentano. A cena ho bevuto una piccola bottiglia di Stout(5) di Londra, e mi sembra che mi abbia
fatto bene. Mi chiedo quanto me la faranno pagare. Bisogna che m'informi, perch non mi tocchi la triste esperienza
di Powell(6) (almeno, a quanto lui racconta).
Marted, 16 ottobre. - Tempo bellissimo, ma vento contrario. Tutti i passeggeri stanno meglio, e sono pieni di brio; tranne il giovane McCurdy, con qualche linea di febbre, e una signora, che sembra mlto malata. Letto poco o niente; ho oziato qua e l per la nave. Il mare produce su di me un effetto passeggero, che per il momento mi rende incapace di far altro che vegetare. Che fa il piccolo Barney?(7). Dov' Orianna?(8).
Mercoled, 17 ottobre. - Bel tempo, molto caldo e soleggiato. I ponti sono animati, le signore vivaci, il capitano arzillo, e la nave ora si mantiene in rotta. Ho passato buona parte della giornata sul ponte, conversando con Adler. In serata abbiamo avuto una" specie di concerto. Una signora irlandese, a quanto dicono una cantante d'opera, l'ha aperto cantando con accompagnamento di chitarra.
Gioved, 18 ottobre. - Giornata deliziosa, la nave fila a meraviglia. Trascorso l'intera mattinata sulla coffa dell'albero maestro, con Adler e il dottor Taylor, a discutere i nostri piani per il grande giro d'Europa e d'Oriente. Taylor per mi ha comunicato un fatto che forse gli impedir di accompagnarci - un fatto di natura pecuniaria. Prevede che la spesa sar "di 400 dollari.
Venerd, 19 ottobre. - Nulla di nuovo. Trascorso la mattinata a zonzo e leggendo; e dopo una partita di carte, a letto.
Sabato, 20 ottobre. - Tempo degno della Terranova; nebbia, pioggia, ecc. Letto nel Murray le pagine su Venezia. Nel pomeriggio il tempo s' schiarito e i passeggeri hanno
giocato a tric-trac in coperta. Per la prima volta ho passeggiato con alcune signore - una signora Tal dei Tali del Monmouthshire, Inghilterra, e una signorina Wilbur (o cos mi pare) di New York. La prima non ha nulla di notevole; la seconda  in et da marito, tiene un diario e parla di conquistare le anime a Cristo. La sera sono entrato per la prima volta nel salotto riservato alle signore e ho sentito cantare la signora Gould, la cantante d'opera. C'era una specie di riunione di societ; il salotto  brillante di dorature, e la nave filava senza scosse, tanto che pareva di essere a terra, in un boudoir o in una piccola stanza di soggiorno. Dov' Orianna? Come sta il piccolo Barney? Letto un capitolo di Pickwick e a letto piuttosto presto. Verso mattina mi ha disturbato un bambino che piangeva nella cabina accanto.
Domenica, 21 ottobre. - Piove... nei pressi dei Banchi di Terranova. Non riesco a ricordare che cos' accaduto oggi. In qualche modo abbiamo tirato sera.
Luned, 22 ottobre. - Tempo chiaro e freddo; vento non favorevole. Ho dimenticato di dire che ieri sera verso le nove e mezza Adler e Taylor sono venuti nella mia cabina, e qualcuno ha proposto di bere un punch di whisky, e cos abbiam fatto. Adler ne ha bevuti circa tre cucchiai da tavola, Taylor quattro o cinque bicchieri, ecc. Ci siamo divertiti un mondo e ci siamo separati dopo le due del mattino. Tutto il tempo abbiamo parlato di metafisica, discutendo di Hegel, Schlegel, Kant, ecc. sotto l'influsso del whisky. Non dimenticher mai la faccia di Adler mentre citava Laplace, l'astronomo francese: Non  necessario, signori, spiegare questi mondi con l'ipotesi, ecc. Dopo che Adler si fu ritirato Taylor e io ci siamo arrampicati sul bompresso; spettacolo splendido. In serata il vento si  calmato, e aspettiamo che giri e prenda una direzione favorevole.
Marted, 23 ottobre. - Salendo sul ponte stamattina, sono stato felice di trovare un buon vento. Ben presto si  messo a soffiare forte, e abbiamo filato in poppa, con due mani di terzaroli alle gabbie e la maestra imbrogliata. Per tutto il
giorno abbiamo corso alla velocit di circa 14 nodi. Tutti molto allegri. Il capitano ha raccontato una storia curiosa, a proposito di un piccolo padrone e di un grande ufficiale in un piccolo brick, e di barili di carne e di trementina buttati in mare.
Mercoled, 24 ottobre. - Il buon vento tiene; a mezzogiorno dovremmo essere a met strada. Visto parecchi uccelli di terra; molto domestici, si sono posati sul ponte: ne ho acchiappato uno.
Gioved, 25 ottobre. - Buon vento, parecchia pioggia. Verso mezzogiorno una nave  apparsa di controbordo. Ha issato la bandiera, e abbiamo visto che era americana. La prima nave che vedevamo cos da vicino. Ha suscitato molto interesse. Verso sera soffiava una brezza assai sostenuta, e filavamo con magnifico stile. Bellissima notte di luna, e correvamo tra banchi di schiuma bianca come la neve. McCurdy ha invitato Adler, il dottore e me nella sua cabina a bere champagne. Tornato sul ponte, ci sono rimasto fin quasi a mezzanotte. La scena era indescrivibile. Non ho mai visto una nave correre con tale andatura.
Venerd, 26 ottobre. - Ancora buon vento. Verso mezzogiorno si  abbonacciato, con un mare balordo. La nave rollava forte, e si sono viste molte scene comiche tra i passeggeri. Nel pomeriggio la brezza s' levata di nuovo, e abbiamo ripreso la corsa, filando molto veloci. In questi ultimi giorni, Adler e io abbiamo ripensato a mente fredda al nostro grande viaggio in Oriente e in Spagna con Taylor. Ma questa sera, la vista della Guida ferroviaria e marittima di Bradshaw, che mostra la facilit meravigliosa con cui oggi si possono compiere i. viaggi pi lontani, ha risuscitato - in me, almeno - tutto il primitivo entusiasmo. Abbiamo riesaminato ogni cosa con Taylor, ma non potremo decidere prima di essere a Londra.
Sabato, 27 ottobre. - Abbiamo stretto al vento. Ho giocato per la prima volta a tric-trac. Una buona arrampicata su per gli alberi. McCurdy ha invitato Taylor e me a dividere
con lui del vino caldo. Cos ci siamo riuniti nella mia cabina e di nuovo abbiamo fatto - tutti - una bella bevuta alla tedesca. Taylor non  stato in Germania per nulla. Dopo un'altra curiosa discussione tra lo svedese e il francese a proposito di Lamartine e Corinna, ci siamo messi a giocare a whist, e ci siamo separati verso le tre del mattino.
Domenica, 28 ottobre. - Si  levata una forte brezza, durata tutto il giorno. La nave va a circa 12 miglia l'ora, e si comincia a parlare del porto. I ponti sono molto bagnati, ed  una bella fatica fare un po' d'esercizio. (Dov' il signole vecchio?)(9). Letto un poco, sonnecchiato un poco, e a letto presto.
Luned, 29 ottobre. - Tempo umido e nebbioso, ma una buona brezza fresca: 12 nodi all'ora. Alcuni passeggeri ancora malati. Nel pomeriggio, cercato di creare un po' di divertimento citando Adler in giudizio criminale davanti al capitano. A sera abbiamo fatto sedere quest'ultimo sulla poltrona presidenziale e abbiamo discusso sul problema se sia meglio la monarchia o la repubblica. La discussione  stata animata; ma l'inglese non ha voluto parteciparvi. Dopo aver chiacchierato e bevuto Stout col signor Moran e con Taylor, sono salito sul ponte, e ho trovato un chiar di luna di mezzanotte. Vento in poppa. Ritirato all'una.
Marted, 30 ottobre. - Giornata stupenda; magnifici pasticcini per la prima colazione. (Dov' il signole vecchio?) Visto un uccello di terra. Tempo limpidissimo. Per la prima volta dopo cinque giorni abbiamo fatto il punto. Siamo diretti esattamente al centro della Manica, le Sorlingue sono a nord, fuori vista. Giocato a tric-trac con Taylor e le signore. Cena superba, che abbiamo gustato con appetito sorprendente. Avvicinandosi al porto con un buon vento tutti i passeggeri si sentono generosi. In tavola, gran quantit di vino e birra. Una notte magnifica, ma mi sono ritirato molto presto.
Mercoled, 31 ottobre. - Si mantiene un buon vento fresco.
Salendo sul ponte stamani ho visto un brick molto vicino, e due o tre navi. Se il vento tiene, questa sera passeremo senza dubbio il faro di Capo Lizard. Pu darsi che arriviamo a Portsmouth domani sera. Tutto l'equipaggio molto su di morale. In serata, bevuto sherry caldo, offerto da McCurdy. In piedi fino a tardi, pensando che  l'ultima sera.
Gioved, 1 novembre. - Tre settimane esatte dalla partenza, e siamo arrivati in vista della terra - a Start Point - verso le tre del pomeriggio, molto addentro nella Manica, passato Capo Lizard. Bellissima giornata, molte navi in vista. In queste acque, fecero vela un tempo le navi di Blake e di Nelson. Taylor ha suggerito che lui ed io contraccambiassimo le cortesie di McCurdy. Cos abbiam fatto, e il capitano Griswold si  unito a noi ordinando a sua volta un bricco. Questo capitano  un uomo molto intelligente, e molto signore - parla bene, e sa quel che si dice. Non mi ero mai tanto sbagliato nel giudicare una persona. Ritirato verso mezzanotte. Taylor stasera ha fatto a McCurdy uno scherzo che gli  riuscito a meraviglia, facendosi passare per la signorina Wilbur, di cui aveva preso in prestito il mantello ecc. Hanno passeggiato insieme. Saremo in vista di Portsmouth domattina.
Venerd, 2 novembre. - Vento da est in prua. Giornata bellissima e limpida, ma tutti sono crudelmente delusi. Credo che sbarcher a Portsmouth, invece di fare il giro. Pu darsi che ci arriveremo stanotte, dopotutto. Abbiamo fatto venire da Portsmouth un battello pilota, ma non abbiamo preso un pilota a bordo. Abbiamo doppiato Portland Bill, da dove viene la pietra che porta questo nome. Viaggio malinconico; davvero bianche scogliere! In serata giocato a scacchi, e discusso di metafisica col mio dotto amico fino a mezzanotte.
Sabato, 3 novembre. - Mi sono svegliato verso le sei del mattino con la pazza idea che stavamo correndo davanti al vento e saremmo stati a Portsmouth entro un'ora. Mi son reso conto ben presto del mio errore. Verso le otto abbiamo
preso un pilota, che ci ha portato alcuni giornali vecchi di due settimane. Abbiamo passato l'isola di Wight verso le 10. Terra alta - i Needles(10). Vento in testa, e ci siamo tenuti in costa. Arriveremo stanotte o domani - o la prossima settimana, o quest'altr'anno. Che noia spaventosa! Abbiamo continuato a costeggiare tutto il giorno con un leggero vento da ovest. Per tutto il giorno siamo rimasti in vista dell'isola di Wight, e di numerose navi. Uno dei passeggeri di corridoio  partito col battello pilota. Buffo spettacolo quando questo si  affiancato. A sera tutto l'equipaggio era di buonumore. Giocato a scacchi nel salotto delle signore, un altro gruppo giocava a carte; nel reparto uomini si  giocato e bevuto parecchio, con molta allegria e rumore.  l'ultima sera, pensavamo tutti. Ho deciso di scendere a terra a Portsmouth, e ho fatto i miei preparativi, sistemato le cose in modo da poter lasciare indietro il baule, messo un paio di camicie nel sacco da viaggio di Adler, e mi sono coricato di buon'ora.
Domenica, 4 novembre. - Per prima cosa svegliandomi ho guardato fuori dal portello e ho visto ancora, vicinissima, l'isola di Wight, campi arati, ecc. Leggero vento in prua; pensiamo di arrivare poco dopo l'ora della prima colazione. Verso le dieci abbiamo doppiato l'estremit orientale dell'isola, e ci siamo ritrovati in un mare calmo e piatto. La citt  visibile al cannocchiale. La bonaccia  durata tre o quattro ore. Nebbia, pioggerella; facce lunghe a pranzo, e nessuna bottiglia di birra. Infine s' levato vento da ovest. Abbiamo bracciato i pennoni in croce e messo la prua su Dover, distante 60 miglia. Alle sei (del pomeriggio) abbiamo passato Dungeness; poi abbiamo visto il faro di Beachy Head. Gabbie terzarolate, in modo da non correre troppo veloci. Spero ora di scendere a terra domattina presto a Dover, per poi andare a Londra passando per la Cattedrale di Canterbury. Qualcuno ha lasciato cadere una misteriosa allusione al mio mantello verde. Ho parlato col pilota dei pericoli della Manica; mi ha raccontato di una collisione tra un brick e un piroscafo ecc. Sono le otto di sera. Son solo nella mia cabina - il lume nella boccia. A dispetto di tante delusioni, sento che questa
 l'ultima notte a bordo del Southampton. Domani a quest'ora sar a terra, e dopo dieci anni premer il suolo inglese - allora semplice marinaio, ora H. M., autore di Peedee, Hullabaloo e PogDog(11). Per l'ultima volta metto da parte il mio libro di bordo per aggiungere un paio di righe alla lettera di Lizzie - l'ultima che scriver su questa nave (Dov' il signole vecchio? Dov' libli?).

Note.
1. Entrata del porto di New York.
2. Il fratello minore di Melville.
3. Il direttore del Literary World.
4. Georg J. Adler (1821-1868), filologo, autore del Dizionario delle lingue tedesca e inglese.
5. Il tipo pi forte di birra scura.
6. Certamente il giornalista, drammaturgo e poeta Thomas Powell (1809-1887), inglese abitante a New York.
7. Soprannome del figlioletto Malcolm.
8. Uno dei soprannomi della moglie Lizzie.
9. Frase infantile del figlio Malcolm.
10. Tre rocce aguzze, a ovest dell'isola di Wight.
11. Titoli umoristici rispettivamente di Taipi, Redburn e 


Domenico Biaggini: Vita di mozzo.

Va lenta la penna e ognor s'arresta perch l'arte mia a ci non si presta. Fra cielo e mare vissi costante, non son scrittor, son navigante.
Con questa quartina s'apre un libretto di quasi 200 pagine - stampato a Genova nel 1935, a spese dell'autore, e oggi ormai introvabile - che ha per titolo Memorie di un vecchio marittimo. L'ha scritto, a 70 anni, Domenico Biaggini, un marinaio di Lerici: Trovandomi cos senza occupazione alcuna, fui preso dal desiderio di descrivere la mia vita trascorsa, specialmente nelle navi a vela. Ma si fa presto a dirlo, per farlo bisogna essere capaci, od almeno avere una cultura che io non posseggo certamente. In compenso: posso vantare di possedere una ferrea memoria giacch ricordo certi fatti della mia infanzia che mi destano alquanto meraviglia.
Abbiamo cos il libro d'un vero scrittore della domenica, unico forse nella nostra letteratura marinaresca tanto povera di titoli quanto abbondante di retorica; un libro come ne usavano scrivere nel '600 i marinai inglesi, il quacchero Edward Coxere, per esempio, le cui Adventures by sea sono state stampate di recente.
Memorie di un vecchio marittimo non ha soltanto valore di fresca testimonianza sui costumi della marina velica italiana, ma anche pagine di grazia ingenua e limpido candore, come son queste sulla vita del mozzo: un ritratto ottocentesco di fanciullo che fa pensare a Dickens pi che a De Amicis.
Eravamo nell'agosto del 1877 quando, proveniente da Genova, arriv a casa mio padre palesando in famiglia che
aveva accettato imbarco per me assieme ad esso sopra una nave genovese che trovavasi ad Hamburg (Germania). Naturalmente io per mozzo, ed esso per secondo ufficiale.
A questa notizia io trasalii di gioia.
A dodici anni abbandonare l'uggiosa scuola, prendere la via del mare, vagare per l'immensit degli oceani, visitare chiss quante belle citt, era per me un'immaginazione che aveva del sublime.
Povero ragazzo! Quanto ero lontano dalla dura realt!
Uscii di casa, ed a tutti i miei coetanei detti la bella notizia con certa spavalderia, con un orgoglio quasi direi di eroismo, perch tale mi sembrava.
Quei pochi ragazzi che al par di me non vedevano di buon occhio la scuola, mi invidiavano. Alcuni mi avrebbero voluto seguire.
Il giorno appresso mio padre and alla Spezia con i documenti necessari per staccarmi il libretto di matricola presso la R. Capitaneria. Alla sera torn con il detto libretto pronto: bei tempi, oggi sarebbe impossibile.
Intanto io sono andato a salutare i parenti pi prossimi, e qui devo confessare che mi son sentito mancare quella gioia che avevo provata quando appresi che mio padre mi aveva procurato imbarco. Passavo di casa in casa dei detti parenti, e ne uscivo piangendo di commozione.
Il dispiacere pi vivo lo provai quando la mia cara nonna mi abbracci e baci pi volte, e non terminava mai di farmi delle raccomandazioni perch mi avessi riguardo di non cadere. Quando anderai sugli alberi, mi diceva, nove dita siano per te ed uno per il bastimento.
Quando giunsi a casa era gi notte avanzata, e mia madre mi preg di andare a dormire, perch verso l'una dopo la mezzanotte dovevo alzarmi per partire, e cos feci.
All'ora sopradetta fui svegliato non tanto facilmente da mia madre, che dovette quasi tirarmi fuori dal letto. Fu questa la prima volta che dovetti rompere forzatamente il sonno nel pi bello del riposo. Ricordo confusamente che mia madre mi abbracci e baci pi volte, mio padre le mormor alcune parole di conforto e quindi uscimmo assieme.
Da Lerici a Spezia in barca. - Erano ad attenderci, sulla calata del porto, mio nonno, padre di mia madre, ed un marinaio, certo Pietro Madrignani nostro parente.
Mio nonno accost una barchetta di sua propriet alla prima scaletta presso la piazza, e da questa scendemmo tutti in barca nel momento che l'orologio del campanile scoccava fortemente le due dopo la mezzanotte. Che effetto mi fecero quei due tocchi di campana nel silenzio della notte, che non avevo mai sentito! Sebbene oggi sia passato pi di mezzo secolo, mi sembra che rombino ancora nei miei orecchi.
Era un tempo splendido, non un alito di vento, nessun frastuono, che quasi avevo l'impressione di essere lontano dall'abitato. Le acque tranquille del porto erano rischiarate meravigliosamente da una splendida luna, quasi piena.
Tra il sonno ed il capogiro, intesi l'urtar della barchetta contro la banchina del porto della Spezia. Mio padre mi sorresse per farmi scendere a terra. Ormeggiato il battello, scesero tutti e ci avviammo in citt, ed il primo caff che trovammo aperto entrammo. Dopo aver bevuto una tazza di caff per uno, mio padre comand un bicchierino di rhum. Io, che non ne avevo mai assaggiato, e che avrei preferito andare a dormire, non lo volevo bere, anzi, non potevo assolutamente inghiottirlo perch mi faceva tossire forte, e mio padre, ci vedendo, con la sua poderosa voce che da me era tanto temuta mi grid tra il serio ed il burlesco:
Buttalo gi, bruciati l'anima che ti farai uomo!
Io lo temevo molto, e temevo pure qualche scapaccione come era solito usare specialmente quando aveva un po' bevuto; mi feci forza d'animo e cercai di beverlo, ma buona parte del liquore mi scese dalle guancie gi per il collo e persino nel petto.
Usciti dal caff, era sempre notte, soltanto da levante si vedeva apparire l'alba.
Mio nonno ci salut tutti, preg mio padre ad avermi riguardo e compatirmi se non riuscir a corrispondere al dovere, quindi mi abbracci con affezione e si avvi al porto per tornare a Lerici, mentre noi tre ci avviammo alla stazione.
Da Spezia a Genova in treno. - Il convoglio era pronto. Salimmo su d'un vagone di terza classe, e dopo pochi minuti si part. Dopo poco fui preso da un certo malessere che presto si rilev nel senso di mal di mare. Povero mio padre! gli si leggeva in viso la sua seria preoccupazione. Rivolto al marinaio compagno di viaggio lo sentii dire:
Cosa ne far di questo ragazzo? sono persuaso che quando saremo sulla nave mi far fare una ben triste figura.
Ogni tanto rigettavo, mi sembrava che quel viaggio in treno non finisse mai. Quando si giunse a Genova sembravo malato.
Si pranz in un'osteria, e dopo mio padre and dall'armatore della nave sulla quale dovevamo prendere imbarco ad Hamburg, ebbe da questo i denari per il viaggio, e quindi s'incaric per spedire tutti i nostri bagagli per Hamburg.
A quei tempi il marinaio portava con s un materasso di lana per dormire, una cassa da marinaio (baule di legno) e due sacchi pieni d'indumenti, pi il rancio per formare la cuccetta (letto) che consisteva in quattro pezzi di legno lavorato, che messi assieme e legati bene al posto formavano il letto; oggigiorno i naviganti partono con una o due valigie.
Alla sera si mangi nella stessa osteria di mezzogiorno, dopo si and a dormire in casa di una lericina che abitava in Via Lomellini, precisamente qualche piano sopra la casa di G. Mazzini.
Da Genova ad Hamburg in treno. - La mattina appresso, provvisti di pane, salame, formaggio ed un fiasco di vino, si and alla stazione Principe e poscia col treno si part verso la Svizzera.
Ricordo che a Verona dovettimo aspettare il treno alcune ore, e cos si pens bene di andare a rifocillarsi in un'osteria della quale non ho mai dimenticato il titolo scritto nell'insegna: Trattoria della Speranza di Corbelli Pio.
Quando partimmo da Verona nol ricordo affatto, ricordo per molto bene che in una stazione della Germania che credo fosse Hannover vi si trovavano molti treni in partenza e quindi gran confusione, dimodoch per la fretta, invece di prendere il
treno per continuare il viaggio, c'imbarcammo in un altro che ci ricondusse indietro. Dopo forse un'ora di questo correre al rovescio fummo fatti scendere ad una stazione, ed al momento propizio ci si fece imbarcare in altro treno.
Dopo tre o quattro giorni arrivammo al destino. In quell'epoca i treni camminavano poco e vi erano molte lunghe fermate alle stazioni e cambiamenti di treno. Io ho quasi sempre sofferto come fosse il mal di mare.
Ricordo molto bene che giunsimo ad Hamburg alle nove di sera. Ci avviammo subito verso il porto e quivi giunti entrammo in un'osteria per rifocillarci. Ad un tavolo erano seduti alcuni marinai italiani che bevevano birra; uno di questi, nel vedrci entrare, gett un urlo di sorpresa, e dopo un attimo corse a braccia aperte verso mio padre abbracciandolo lungamente con affetto contraccambiato da mio padre stesso.
Passato il primo momento di emozione, quel marinaio, avendo saputo che io ero suo figlio, mi sollev sulle braccia, mi baci e mi port via di corsa come se mi rapisse.
Dopo pochi momenti mi trovai in una pasticceria, ove quel brav'uomo mi fece mangiare alcune paste dolci e bere un bicchierino di rosolio, poscia mi diede un pacco di paste e mi riaccompagn nella trattoria.
Intanto mio padre aveva comandato la cena per noi tre e della birra per tutti i presenti, i quali facevano parte della nave Oreb, cio quella in cui dovevamo imbarcare.
Il marinaio, che sembrava pazzo di gioia!"per aver trovato mio padre, si chiamava Felice, non ricordo il cognome, esso si trovava a bordo dell'Oreb da un paio d'anni, cio dalla partenza della nave da Genova. Credo fosse nativo di Voltri, era arcicontento sapendosi comandato da quel suo carissimo amico che era mio padre, il quale occupava il posto di secondo ufficiale.
Quando la cena fu pronta, noi tre si mangi abbastanza bene, e dopo, tutti quelli uomini continuarono a bere con allegria credo insino alla mezzanotte.
Io mi addormentai in un canto sopra un cassone, e non ricordo per niente quando mi condussero a bordo della nave.
Soltanto ricordo assai bene che al mattino fui svegliato, trovandomi addormentato in una cuccetta ove per materasso
vi era una vecchia vela, perch i nostri indumenti e bagagli erano ancora alla stazione.
Il mio primo arruolamento. - Come risulta dal mio libretto di matricola, fui arruolato ad Hamburg il giorno 23 agosto 1877. La prima mattina mi si dette una scopa da spazzino ordinandomi di spazzare tutta la tolda.
Alle ore otto, come usa su tutte le navi, si fa colazione con un boccale di th e gallette a volont. Soltanto alla domenica e gioved invece del th si prendeva il caff.
Il dispensiere (cuoco) mi consegn un boccale di latta arrugginito, un cucchiaio ed una forchetta parimenti usati e mi disse: Consrvateli bene, perch se li perdi non ce ne sono altri e saresti costretto a mangiare con le mani.
Quando tutti i marinai furono serviti ognuno della sua parte di th, fui servito io pure, ed ignaro che il mozzo non doveva mangiare fra i marinai me ne andetti a prua in mezzo a loro. Accortosene il dispensiere, venne subito a chiamarmi quasi con rimprovero, e mi fece sedere sul boccaporto di maestra vicino alla cucina dicendomi che quello era il mio posto. Mio padre mangiava in camera assieme al capitano e primo ufficiale, mi aveva consegnato al dispensiere come garzone di cucina, il quale dispensiere era pure amico di mio padre avendo fatto il soldato assieme sulla nave da guerra Maria Adelaide.
Tornando alla mia prima colazione, quando fui seduto sul boccaporto cominciai a spezzare la prima galletta per tuffarla nel th. Santo cielo! rimasi sbigottito nel vedere uscire fuori una quantit di bestioline che i marinai chiamano bici. Provai un'altra galletta, la stessa cosa. Guardavo il dispensiere come trasognato, e questo, individuando la causa del mio stupore, prese un'aria di sapientone, e ritto dinanzi a me colle mani sui fianchi, disse:
Guardi i bici? Eh, caro ragazzo; non sei ancora a niente! Prima che tu ne mangi tanti quanti ne ho mangiati io! non sei ancora a niente, fatti coraggio, scarta i pi grossi e mangia senza pensarci, ch ti assoggetterai presto.
Io rimasi molto sconcertato, non so se ho mangiato s o no mezza galletta, bevuto il th mi risowenne che nella mia cuccetta avevo il pacco delle paste compratemi dal marinaio
Felice la sera prima, senza farmi scorgere da nessuno andai sottoprua ed in pochi minuti me le divorai. A mezzogiorno fu la volta della minestra. Quando la pasta era quasi cotta, il dispensiere prese un mestolo forato, e facendo l'esercizio come per schiumare il brodo, scuoteva poscia il mestolo in un secchio ove cadevano i piccoli vermi, ripetendo il lavoro fintanto che non si vedessero pi delle bestiole galleggiare alla superficie del brodo. Ci fatto, riempiva i piatti dei marinai, piatti di latta, grandi, che contenevano la minestra per quattro persone, ed io ero destinato a portarli ai detti marinai...
Viaggio da Hamburg a Baltimora. - Dopo alcuni giorni dal mio imbarco, una mattina vidi mio padre battere la mano destra tre o quattro volte sulla porta dei marinai, e gridare:
Alza giovanotti col buon giorno, bandiera al vento, salpa l'ancora!
Questo era il segnale o comando di partenza che si usava sulle navi a vela. I marinai si alzavano subito alla svelta e mettendosi al molinello salpavano l'ancora.
Il rimorchiatore era pronto, prese il cavo di rimorchio e ci trascin fuori per la fiumara e quindi al largo mare, ove ci lasci poco distanti dalla costa. Quando tutte le vele furono spiegate al vento, credo si filasse cinque miglia all'ora.
Sulla sera il mare divenne alquanto mosso ed io cominciai a soffrirlo. Mi si mand a dormire, mi si escluse dalla guardia perch si vide chiaro che non ero capace, e di questo si accordarono il capitano con mio padre. Quando il mare era calmo a qualche cosa servivo, ma quando era alquanto agitato divenivo di imbarazzo.
Devo dire che io su questa mia prima nave ho servito ben poco, per non vi  troppo da biasimarmi quando si pensi che ho passato un crudelissimo inverno nel Nord America e parte nel Nord Europa.
Il mio secondo imbarco: da Livorno verso Gibilterra. - Era una bella mattina di ciel sereno, mare calmo e vento leggero ma propizio. Si usc dal porto con tutte le vele spiegate dirigendosi per la nostra rotta.
Qui, naturalmente, non mi si escluse dalla guardia di notte come a bordo dell'Oreb: mi si obblig, non solo a fare la guardia come i marinai, ma altres la vedetta per quattro ore consecutive e niente franchigia durante il giorno.
 veramente deplorevole come anticamente venivano trattati i mozzi dei velieri, specialmente in quelli di Lerici e di Viareggio. Mi dispiace immensamente a raccontare certi fatti deplorevoli accadutimi precisamente su di una nave di Lerici. Erano i tempi,  vero, ma specialmente i marinai di questo mio caro paese parevano entusiasti nell'avvezzare in quel modo i ragazzi di bordo, ai quali gridavano in faccia:
Ti far diventare un buon marinaio, e quando sarai uomo mi ringrazierai!
Vale a dire che io dovrei ringraziare quelli energumeni che qualche volta mi trovarono sonnolento o mezzo addormentato di vedetta, in pieno inverno mi rovesciavano sul capo dei secchi pieni d'acqua ed alcune volte schiaffi da farmi vedere veramente il sole nel pieno della notte. Si pretendeva da me che alla notte facessi la guardia di vedetta dalle 'venti alle ventiquattro e dalle quattro del mattino nuovamente insino al giorno, e dopo dovevo rimanere al lavoro tutto il giorno, mentre quelli che avevano fatto la guardia con me andavano a dormire quattro belle ore. Quindi se mi addormentavo non era mia la colpa.
Intanto il bastimento progrediva verso Gibilterra. Il tempo si manteneva buono, che non sembrava nemmeno fossimo d'inverno. Fu fortuna per me, perch non essendo troppo pratico di andare sugli alberi del bastimento, mi abituai piano piano a quelle specie di acrobazie proprie dei marinai.
Venne il giorno che si giunse in vista dello Stretto di Gibilterra. Siccome il vento soffiava da ponente, e, come si pu immaginare facilmente, doveva insistere da molti giorni, perch in questi paraggi vi si contavano per ben settantacinque navi a vela, parte alla cappa, e parte ancorate sotto il monte di Gibilterra.  risaputo dalla gente di mare, dei velieri per, che quando regnano cost i venti di ponente"  assolutamente impossibile traversare lo stretto, perch le correnti entrano continuamente nel Mediterraneo. All'opposto,
quando il vento  contrario, per chi deve entrare, cio per le navi provenienti dall'Atlantico, si entra facilmente bordeggiando.
Dopo qualche giorno di cappa, il nostro capitano decise di ancorare sotto il detto monte assieme ad altri, ci anche per evitare degli urti con altre navi di cui quella zona era tempestata.
Una notte si lev il vento da levante, che  ottimo per traversare lo stretto. Si cominci a salpare l'ancora, sia noi che tutti gli altri velieri, per mettersi alla vela. Volle il caso che un filo di corrente ci portasse sulla prora di una nave goletta ancora ancorata; l'albero di fiocco di questa entr fra il nostro albero di maestra e quello di mezzana, in modo che restammo intricati l'uno con l'altro e le due navi si urtarono a vicenda. Ad un tratto si sent uno scroscio forte, era l'albero di fiocco della nave goletta che si spezz e cadde sulla nostra tolda.
Qui era quanto mai impossibile a liberarsi. L'albero era molto pesante per gettarlo in mare ed era tutto intricato con le nostre manovre e paterazzi strappati, e quel ch' peggio, esso albero era fortemente collegato alla nave, cui apparteneva, da robusti cavi d'acciaio e catene, come uomo di mare comprende.
Si cominci l'unico mezzo di salvezza, che era quello di tagliare quei cavi d'acciaio e catene, ma dopo poco i nostri utensili, cio piccozzi e ascie saltarono in mare per la foga di tagliare; allora il capitano di quella nave, che era napoletano, grid forte che mi sembra ancora di sentirlo:
Mannaggia l'anima roo riavolo, peggiaci oo nostro pocozzino doo Nord America!
Un giovanotto suo corse a poppa, e dopo pochi momenti torn con un bel piccozzino nuovo e tagliente, cosicch in poco tempo i nostri marinai tagliarono tutte quelle corde di acciaio, mentre quelle catene che tenevano pure esse l'albero vennero tagliate con tagliaferro e martello.
Ricordo che in questo frangente di voci e di urli, i nostri due cani (oltre la Dora ve n'era un altro pi piccolo chiamato Topino) facevano il diavolo a quattro con un altro cane della nave goletta.
Finalmente i due bastimenti si liberarono dalla stretta e si
allontanarono l'uno dall'altro. I due capitani rimasero d'accordo di andare a Gibilterra per riparare i danni. Noi avevamo dagli otto ai dieci metri di murata rotta e flagellata, paterassi e sartiame di maestra strappati.
A giorno si ancor nella rada di Gibilterra, i due capitani informarono le autorit del luogo e le Assicurazioni per i pagamenti dei danni, e poscia si diede principio ai lavori di riparazione. Dopo una decina di giorni, a lavori ultimati vennero a bordo due periti per constatare le riparazioni eseguite, firmarono il mandato e scesero a terra assieme al capitano.
Il giorno dopo si part per il nostro porto di destinazione. In questa traversata, alcuni marinai si accorsero che avevo orinato in cuccetta, il che io attribuisco in gran parte al bisogno del riposo che mi si negava col privarmi della mia sacrosanta franchigia, come gi dissi altra volta. Quelle poche ore che dormivo alla notte non avrei sentito nemmeno delle cannonate. Questi prodi marinai non usarono complimenti, presero il mio materasso, che per bonaventura non era di lana essendo invece di vegetale, e lo gettarono in mare assieme ad una maglia di lana e ad un paio di mutande, dicendo che tutto era sporco. Ma la cagione della sporcizia veniva dal fatto che quando capitava che io non avevo spazzato con la scopa la bassaprua, la spazzavano loro stessi, e per farmi imparare svuotavano la spazzatura nella mia cuccetta, e in questo modo si capisce che il mio povero materasso era tutto sudicio. Per mia buona ventura trovai in un ripostiglio una stuoia, specie di copertone di paglia che abbonda nelle Indie, lo aggistai come meglio potei nel deposito delle catene delle ancore, che sembrava una cuccetta, e quivi dormivo saporitamente quelle poche ore di notte che mi venivano concesse.
Un altro bel costume di quei marinai, era quello che per avvezzare bene i mozzi, come essi dicevano, quando si smontava di guardia e si andava in cuccetta, io dovevo rimanere l seduto su d'una cassa da marinaio per una ventina di minuti, perch tutti fumassero la pipa belli sdraiati in cuccetta, e soltanto quando ero certo non vi fosse pi nessuno che fumasse, spegnevo il lume e mi coricavo sul mio giaciglio rimanendo subito addormentato come un ghiro.
Una notte rimasi addormentato seduto sulla cassa mentre aspettavo che avessero finito di fumare, ed essendo venuto un marinaio di guardia che mi trov dormendo cos col lume acceso, mi svegli con uno scapaccione rimproverandomi che non avevo spento il lume.
Un giorno era tempo cattivo, vento fortissimo contrario alla nostra rotta, il mare molto agitato. Il bastimento era alla trinca, cio con le sole vele di fortuna, nel qual caso per lo pi invece di progredire nel cammino si retrocede.
Verso le quattordici, il cuoco, essendo di guardia franca, and a dormire ordinando a me di preparare le patate pulite della loro corteccia e tagliate come si conviene, mantenere il fuoco acceso, ch alle sedici, quando si sarebbe alzato, avrebbe preparato la cena. Io mi sedetti in cucina al caldo del fuoco acceso, e mentre pulivo le patate, rimasi addormentato col coltello in mano.
Alle 16, come uso generale di tutte le navi, suona la campana per svegliare la guardia dormiente, che subito sale in coperta per prestare servizio. Il cuoco, vistosi svegliare al suono della campana, rimase stupefatto, perch mi aveva ordinato di chiamarlo alle ore quindici e mezza per preparare la cena. Corre di fretta in cucina e trova me addormentato, patate da pulire e fuoco spento. Urli contro di me, bestemmie, e la cena fu ritardata di una buona mezz'ora. Il risultato fu che la mattina appresso mi si priv del caff per castigo, mentre alla sera stessa mi si tolse met della cena che consisteva in carne salata e stufato. E pensare che pure io come il cuoco, avevo il sacrosanto diritto di andare a dormire!
Un altro giorno, sempre alla trinca per il tempo cattivo, il dispensiere, o cuoco che  lo stesso, mi mand, come spesso succedeva, a prendere un cestino di scorza del carico per accendere il fuoco. Sar stato le ore quattordici o poco pi. La guardia franca dormiva. Io andai sottoprua col cestino, accesi il lume ad olio, e da uno sportello apposito che comunicava nella stiva, dopo averlo aperto m'introdussi in essa. Mentre riempivo il cestino della scorza, ero quasi coricato su questa, e sembrandomi bella soffice, pensai: come ci dormirei bene! sentivo tanto il bisogno di dormire, che senza accorgermene rimasi addormentato.
Il beccheggio della nave fece s che si rovesci il lume. La scorza o corteccia che dir si voglia, incominci ad incendiarsi producendo molto fumo che presto riemp la stiva e l'alloggio dei marinai i quali dormivano. Intanto una colonna di fumo passando per l'uscita del locale era trasportata velocemente dal vento com' facile immaginare. I marinai di guardia si trovavano dentro la casetta di poppa che impiombavano una gomena e perci non vedevano niente. Ma ben presto se ne avvide il timoniere che urlando come un ossesso fece uscire tutti dalla casetta, e perfino il capitano, che dormiva, sal in coperta spaventato.
Intanto anche quelli che dormivano sottoprua si svegliarono mezzi asfissiati scappando in coperta in preda al terrore. Passato il primo momento di panico, il capitano comand agli uomini di andare ad accertarsi cosa succedesse nella stiva dicendo che non bisognava temere pericolo perch non vi era cosa incendiabile.
Due dei pi coraggiosi scesero sottoprua, e siccome dallo sportello ov'ero passato io usciva molto fumo, aprirono l'altro dal lato opposto, entrarono, videro il fuoco che per era senza fiamma e la scorza bruciava lentamente producendo soltanto gran fumo.
Videro me che dormivo, mi presero e mi portarono in coperta semiasfissiato che ripresi i sensi dopo una decina di minuti. Queste son tutte cose che ho sentito dire dai marinai stessi quando fu cessato tutto. Bastarono pochi secchi d'acqua per spegnere l'incendio nient'affatto pericoloso.
Per me fu una buona avventura perch un vecchio marinaio di Livorno fece il diavolo a quattro in mio favore gridando forte che se il ragazzo non si lascia dormire un po' di pi, almeno qualche ora del giorno, qualche volta moriremo abbruciati, come pure pu succedere un investimento con altra nave quando lo si lascia solo di vedetta alla notte. Fu un ben per me perch in seguito mi si mandava a dormire qualche ora di giorno specialmente quando dovevo montare la vedetta dalle ore venti alle ventiquattro.
Nel porto di Livorno. - Finalmente un bel giorno si arriv a Livorno, e qui, come uso generale, quando la nave arriva nel porto di armamento, and in disarmo licenziando
tutto l'equipaggio, e come risulta dal mio libretto, posso precisare che questo viaggio dur sei mesi e giorni, perch il disarmo del ruolo avvenne il 7 Luglio 1879.
Lasciarono a bordo soltanto io e quel giovanotto di Milazzo. Dopo qualche giorno, venne da Lerici l'armatore con la sua signora portando seco un vecchio loro parente come guardiano di bordo.
Questo vecchio aveva la mania, come tanti altri marinai antichi, di credere che i ragazzi verranno buoni marinai trattandoli pessimamente. Quando pioveva mi obbligava a lavare la pittura della murata, dicendo che essendo bagnata diveniva pi pulita perdendo minor tempo.
Una sera si mangiava dello stoccafisso con patate. Eravamo in quattro intorno ad un grosso piatto di latta, ognuno con la forchetta in mano pescava nel piatto e mangiava. (Ho dimenticato di dire, che, assieme all'armatore, venne da Lerici un mozzo che era mio coetaneo). Io vidi nel mezzo del piatto un pezzetto di ventrame dello stesso pesce, e lontano dallo immaginarmi che era scorrettezza, lo presi con la forchetta; ma prima che questo boccone mi giungesse in bocca, mi arriv un forte e sonoro schiaffo che mi fece vedere le stelle.
Imparerai l'educazione per un'altra volta, mi disse quel prode vecchio. Io non mangiai pi; piansi nascostamente tutta la sera.
Una notte, mentre questo speciale educatore dormiva, volli vendicarmi. Sapendo che in uno stipetto egli teneva un paio di scarpe quasi nuove, piano piano per non svegliarlo, le presi e le gettai in mare. Dopo qualche giorno si accorse che non vi erano pi; immaginandosi che poteva essere un mio dispetto, volle incolparmi, ma qualcuno lo fece quasi persuaso che bisognava guardarsi da certi scaricatori di carbone che accudivano a scaricare la nostra nave, e che molto probabilmente qualcuno di questi se ne era impadronito. Non se ne parl pi.
Viaggio da Livorno a Dublino. - Venne il giorno della partenza, eravamo diretti a Dublino (Irlanda); oltre al marmo ed alla scorza, il carico era pure composto di alcune botti d'olio d'oliva ed alcune centinaia di cassette contenenti
dei piccoli fiaschi di olio sopraffino. In questa seconda spedizione mi si arruol a 16 lire al mese, cio una lira di pi del viaggio scorso. I marinai, sia di Lerici che di Pugliola, si comportarono con me peggio del viaggio antecedente.
 inutile, erano i tempi barbari. Lo scrivano poi era veramente disumano, e lo si potr giudicare in appresso quando si vedr che cosa ebbe il coraggio di farmi.
Quello del viaggio precedente non voglio dire che fosse stato Cattivo con me, tutto al pi mi toglieva il caff per punirmi, del resto era buono, e con i suoi figli sono stato sempre amico come lo sono sempre; certo che in quell'epoca, chi pi, chi meno, i mozzi erano maltrattati, e il pi brutto guaio era quello di non dar loro il diritto di dormire di giorno come i marinai. I marinai di questo secondo viaggio, erano pi disumani dei primi nello assestarmi degli schiaffi ed inaffarmi con dei secchi d'acqua quando mi trovavano sonnolento nell'assistere alla vedetta, mentre che dovevano attuarla loro perch le mie due ore le avevo fatte: essi mi obbligavano a fare le loro ore mentre se avessero avuto un po' di umanit, quando avevo fatto le mie due ore, avrebbero dovuto dirmi di coricarmi ch all'occorrenza mi avrebbero chiamato.
Una notte pioveva a dirotto. Crescendo il vento, fu necessario chiudere una vela di strallo (vela triangolare che trovasi sotto la coffa), io sono andato sull'albero e l'ho legata come conveniva. Volle il caso che quando fui in cuccetta che dormivo, perch ero di guardia franca, questa vela si sciogliesse. Naturalmente perch non fu legata bene, questo  vero; ma ci voleva tanto poco se un marinaio di guardia fosse andato a legarla; esso si trovava vestito col suo impermeabile, bastavano meno di cinque minuti. Invece quei disumani saraceni mi svegliarono con mal garbo, tirandomi gi dal mio giaciglio, e mi mandarono sull'albero a prendermi un bel bagno dicendomi che un'altra volta imparerei a legare bene le vele, senza pensare che ero andato in cuccetta a mezzanotte ed alle quattro del mattino dovevo alzarmi per la guardia, mentre non sarei pi andato a dormire insino alle otto ore della sera prossima. Che belle prodezze, non  vero?
Ma  meglio tagliar corto, perch dunque non finisco pi, Per son cose che non si dimenticano.
Dopo alcuni giorni giunsimo a Dublino, ove scaricammo tutta la nostra merce poscia al momento opportuno partimmo per Glasgow ove caricammo di carbone per Livorno, e dalla parte di poppa e sopra il carbone furono caricate, credo, duecento tonnellate di ghisa in pani da trenta o quaranta kg l'uno.
Da Glasgow a Livorno. - Come gi dissi, voglio tagliar corto con questi disgustosi episodi ch credo di avere gi annoiato il lettore. Racconter ancora soltanto l'ultimo, che riguarda la malvagit del primo ufficiale imbarcatosi ultimamente a Livorno, del quale non faccio il nome per una certa delicatezza, mentre voglio fare il nome di quello sbarcato, che, come gi dissi non era cattivo e tantomeno disumano, cio Giambattista Lupi ch, ripeto sono sempre amico dei figli suoi.
Dunque; un bel mattino, mentre si navigava verso lo stretto di Gibilterra, essendo cessato il vento che nella notte era stato molto teso, l'ufficiale di guardia che avevamo imbarcato a Livorno ultimamente mi comand di andare a sciogliere la vela di velaccio di maestra per alzarla al vento. Mi portai svelto sul pennone, che  il penultimo dell'albero, sciolsi la vela e presi la via della discesa in coperta, mentre i marinai compievano la manovra comandata dall'ufficiale per alzare il pennone, e cos spiegare la vela al vento. N i marinai che compievano detta manovra, e tantomeno io, che scendevo dall'albero, non potemmo vedere che la suddetta vela si stracciava mentre che veniva alzata al vento. Soltanto l'ufficiale che, ritto sulla tolda nel punto ove meglio si vede la vela, poteva intuire subito il malanno e fermare la manovra. La causa che procur lo straccio nella vla, fu una corda di manovra che serve per serrare o chiudere detta vela, quando per il crescere del vento sia necessario chiuderla. Questa corda di manovra era mezza strappata perch vecchia, e siccome deve scorrere e passare dentro un anello, detto bertoggio, che si trova cucito fortemente a met della vela in senso perpendicolare,  naturale che se questa corda  rotta, ossia in termine marinaresco, ha un lignolo strappato,  naturale dico, che non scorra agevolmente dentro l'anello, e rimanga incagliata con questo, e quindi  facile
comprendere che alzando il pennone si deve stracciare la vela o la corda.
E pensare che questo bel tomo di ufficiale era, come dissi, ritto sulla poppa con posa di un generale in atto di chi comanda e dirige una battaglia, mentre gridava ai marinai che tiravano a strappi la corda per la bisogna: Forza, ancora uno strappo, basta, volta!
Dunque di chi la colpa? Io sfido qualsiasi uomo del mestiere, sia marinaio, capitano, sia pure ammiraglio, ad attribuirmi questa colpa. Ho la certezza di non mentire se asserisco che non se ne trover uno solo; e se neanche la colpa fosse stata mia, mi si doveva privare della minestra per diciassette giorni (dico 17 giorni!) e se non fossimo stati sorpresi da un violento temporale, che per poco non ci ridusse a mal partito, che presto si vedr, chiss per quanti giorni ne sarei stato privo. E notisi bene che sulle navi a vela il principale nutrimento che soddisfa il corpo  la minestra.
Ebbene! quest'uomo che apparteneva al genere umano, e certamente aveva il cuore e la coscienza come tutti gli uomini, ebbe il perfido coraggio di dare ordine perentorio al dispensiere di togliermi la minestra insino a nuovo ordine, e siccome la provvista della pasta era alquanto scarsa e minacciava di mancare a cagione dei venti contrari, l'intesi con le mie orecchie dire al cuoco di risparmiare la mia razione e diminuire un pochino anche quella di tutto l'equipaggio e lasciasse cuocere un po' di pi la pasta in modo da farla crescere nel caldaro. Come si vede, anche questa  stata una bella trovata.
Il dispensiere, che era di Pugliola, il che vuol dire quasi mio compaesano, esegu l'ordine scrupolosamente, mentre avrebbe potuto nascondermi un piatto di minestra in cucina e lasciarmelo mangiare nascostamente a tempo opportuno. Ci fu soltanto un marinaio livornese, che si chiamava Paolo, che ebbe una retta coscienza e cure buono, il quale mi nascondeva met della sua minestra sotto il castello di prua, che io trangugiavo avidamente di nascosto; ma questo succedeva un giorno s) e l'altro n; cio quel giorno in cui egli a mezzogiorno si trovava al timone mentre tutti pranzavano, e quando questi avevano terminato, uno di loro andava
al timone per lasciare venire a mangiare il detto Paolo, che prendeva il suo piatto di minestra, andava a prua e qui riempiva il mio boccale del caff ricolmandolo della desiderata minestra, che a suo tempo divoravo come gi dissi.
Quel galantuomo, che Dio l'abbia in gloria, io lo ricordo sempre con commovente affezione.
Un temporale. - Era una giornata torbida. Vento impetuosissimo. Il mare s'imbarcava furioso riempiendo la coperta. Si correva in poppa, e tutti quanti di bordo eravamo intorno, ossia a ridosso della casetta esistente a poppa per non essere spazzati via dal mare.
La nostra nave, veramente era un po' troppo carica di poppa, e visto il pericolo alquanto minaccioso, il nostro capitano si consigli col primo ufficiale ed il nostromo parlando quindi ai marinai del caso di forza maggiore, e per salvezza comune, deliber di gettare in mare parte del carico.
Siccome di poppa vi era la ghisa, veniva gettata facilmente e presto in mare.
Si aperse un piccolo boccaporto esistente a poppa vicino alla casetta sopradetta, s'introdussero di qui nella stiva tutti i marinai compreso il dispensiere, mentre il primo ufficiale prese il governo del timone. Io ed il nostromo fummo destinati a ricevere quei pezzi di ghisa che i marinai ci porgevano a passamano e a nostra volta li gettavamo in mare. Quando uno di questi pezzi era troppo grosso e pi pesante, lo prendevamo in due, ma per lo pi erano tutti che io li potevo sorreggere. Ero ragazzo, ma in verit ero molto sviluppato. Ogni tanto il mare s'introduceva nella stiva ingolfandosi dal boccaportino da cui passava la ghisa, ma per fortuna questo aveva le mastre alte (murette) sicch l'acqua ne penetrava poca. Eravamo tutti bagnati, ma si s, il marinaio vi  abituato.
Ad un certo momento, nel sospendere uno di questi pezzi della ghisa, forse pi pesante, mi scapp da fare del vento, che sembr il suono di una trombetta. Il capitano era l vicino, e nonostante la sua preoccupazione per il temporale da cui eravamo minacciati, gli scapp da ridere e mi disse:
Cosa fai? Suoni la tromba?
Io rimasi alquanto vergognoso, ma il nostromo gli rispose tosto:
Cosa vuole che faccia, povero diavolo: sono quindici giorni che non mangia minestra! (per, io che li contavo sapevo bene che erano gi diciassette).
Il capitano rimase sorpreso e pareva non comprendesse, ma subito rimprover acerbamente lo scrivano ed il dispensiere gridando che d'ora innanzi se il mozzo meritasse di essere castigato, fosse soltanto privato del caff con l'obbligo di farne consapevole il capitano.
Il primo ufficiale si scusava dicendo che si era dimenticato di togliere l'ordine al cuoco, e questo insisteva che doveva eseguire scrupolosamente l'ordine impostogli. Bisognava essere pi delinquenti? Io ne serbo sempre un ben poco grato ricordo, per li perdono di cuore tanto pi che questi poveri sciagurati si trovano gi nel numero dei pi, ed auguro loro di cuore pace e riposo perch cos vuole l'animo mio. Ma per son cose che non si possono dimenticare, specialmente se accadono quando si  in tenera et.


Joseph Conrad: La Tremolino.

Conrad conobbe Dominic Cervoni nel 1876, sul Saint-Antoine, un bastimento diretto alle Antille nel quale lo scrittore, diciannovenne, era al suo secondo imbarco (come maitre d'hotel in soprannumero). Dominic Andr Cervoni, un crso di Luri, aveva quarantadue anni, di cui venticinque spesi in mare; era primo ufficiale del Saint-Antoine. Nel Golfo del Messico Conrad e Cervoni ebbero parte in un traffico clandestino d'armi.
Fu uno degli incontri pi importanti per la vita e per l'opera di Conrad. Dominic Cervoni, scrive G. Jean-Aubry, biografo dello scrittore, fu il vero iniziatore di Conrad all'arte marinaresca. La sua lunga esperienza, la sicurezza del suo colpo d'occhio, la forza contenuta della sua natura destarono nel giovane non solo viva simpatia, ma anche ammirazione e affetto che non si sarebbero mai cancellati. Dal canto suo, Cervoni prese interesse al giovane straniero entusiasta e avido di sapere. Le conoscenze di Cervoni non si limitavano alle cose di mare; egli comunic all'attento discepolo la sua visione, insieme umana e disincantata, degli uomini e delle cose. Dominic si fece il Mentore di questo Telemaco marinaro: un Mentore singolare per il suo disprezzo delle leggi, una sorta di caloroso scetticismo e un placido gusto d'avventure pericolose che poteva accordarsi naturalmente con quello che bruciava nel cuore del suo impaziente scolaro.
I tratti di Cervoni rivivono in molti personaggi conradiani: Tom Lignard di Rescue, Nostromo del romanzo omonimo, Jean Peyrol di The Rover, Attilio di Suspense. E il marinaio crso compare in persona in The Arrow of Gold e in The Mirror of the Sea, ov' narrata la storia della Tremolino, l'avventura che Conrad e Dominic vissero insieme nel 1877, dopo essersi sbarcati dal Saint-Antoine.
Era scritto che l, nel Mediterraneo, nella culla dei nostri avi navigatori, io dovessi imparare a muovere i primi passi del mio mestiere, e crescere innamorato del mare, un amore cieco, come  spesso dei giovani, ma disinteressato e totale, come dev'essere l'amore vero. Niente io chiedevo a questo amore, nemmeno l'avventura. In questo io dimostravo pi saggezza d'intuito che nobile abnegazione. L'avventura non  mai venuta da s a chi la chiede. Chi deliberatamente la cerca, ad altro non giunge che a raccogliere morti ossi di seppia, a meno che non sia caro al cielo e grande fra gli eroi, come l'eccellentissimo cavalier don Chisciotte della Mancia. Noi comuni mortali d'animo mediocre, cui preme di evitare giganti per affrontare in cambio tanti onesti mulini a vento, godiamo l'avventura come una visitazione angelica. L'avventura ci piomba addosso e ci trova in compiacente, ignara attesa. Come avviene dell'ospite inatteso, essa giunge al momento meno adatto. E noi siamo lieti di lasciarla passare inavvertita, senza riconoscerne l'alto favore. Dopo tanti anni, guardando all'indietro dal mezzo del cammin di nostra vita agli eventi del passato, che, come una folla di amici, paiono guardarci tristemente, e noi ci affrettiamo verso la spiaggia cimmeria, dopo tanti anni noi scorgiamo, qua e l nella turba grigia, una figura che s'illumina d'un debole bagliore, come se avesse colto tutta la luce del nostro cielo gi crepuscolare. E grazie a questo lucore noi riusciamo a riconoscere i volti delle nostre vere avventure, degli ospiti un tempo inattesi, che accogliemmo senza sapere ai nostri verdi anni.
Se il Mediterraneo, la culla venerabile (e a volte crudele, malcreata) di tutti i navigatori, doveva cullare la mia infanzia, il fato affid il compito di provvedere la zana alla pi casuale congrega di giovani irresponsabili (tutti per di me pi vecchi) i quali, quasi ubriachi di sole di Provenza, scialavano la propria vita in gioconda leggerezza, alla maniera dell'Histoire des Treize balzacchiana, corretta da una vena romantica di cappa e spada.
Quella che doveva essere la culla dei miei anni giovani fu costruita sulla costa di Savona da un famoso costruttore di navi, poi attrezzata in Corsica da un altro brav'uomo, e sulle carte figurava come tartana di sessanta tonnellate. In
realt era una vera e propria paranzella, coi due corti alberi inclinati in avanti, e due antenne oblique, ciascuna lunga quanto lo scafo; vera figlia del Lago Latino, con due enormi vele spiegate, che somigliavano alle ali puntate sul corpo snello di un uccello di mare. Ed era tutta un po' come un uccello: sfiorava il mare, pi che navigarlo.
Si chiamava la Tremolino. Che nome da dare alla pi azzardosa navicella che mai abbia tuffato i fianchi nella spuma irosa!  vero, me l'ero sentita tremare sotto i piedi per giorni e notti, ma solo per la nobile tensione del suo fedele coraggio. Durante la sua vita breve ma brillante non mi ha insegnato nulla, ma mi ha dato tutto. Debbo a lei il destarsi in me dell'amore pel mare; quell'amore, col tremito del suo svelto corpicino e il fischio del vento al piede delle sue vele latine, mi si insinu nel cuore con una specie di dolce violenza, e trasse la mia fantasia sotto il suo dispotico dominio. La Tremolino! Persino oggi io non posso pronunciare, o scrivere, quel nome, senza una strana gravezza sul petto, senza un ansimo insieme di gioia e di paura, che  segno della prima esperienza d'amore.
Noi quattro formavamo (uso un termine che oggi si intende in qualsiasi sfera sociale) un sindacato, proprietario della Tremolino; un sindacato internazionale, sbalorditivo. Ed eravamo tutti realisti ardenti, dall'incarnato legittimista, bianco come la neve. Solo il Cielo sa il perch! In tutte le societ di uomini in genere ce n' uno il quale, per l'autorit degli anni e della pi esperta saggezza, d un carattere comune, collettivo, a tutto il gruppo. Se dico che il maggiore fra di noi era vecchissimo, estremamente vecchio quasi trent'anni - e che soleva affermare con noncurante baldanza Io vivo della mia spada, mi par di aver dato sufficiente informazione sul conto medio della nostra collettiva saggezza. Era un gentiluomo della Carolina del Nord. J.M.K.B. - queste le iniziali del suo nome, - e per quanto ne so io, viveva veramente della sua spada. Ne mor, anche, ma pi tardi, in un tafferuglio balcanico, servendo la causa dei serbi, mi pare, o dei bulgari, tipi che non erano n gentiluomini n cattolici; almeno non nel senso esasperato ed esclusivo che egli dava a quest'ultima parola.
Povero J.M.K.B., american, catholique, et gentilhomme, come egli era incline a descriversi nei momenti di appassionata esaltazione! Si trovano ancora in Europa gentiluomini dal viso intelligente, dallo sguardo cupo, fatale, che vivono della loro spada? La sua famiglia, immagino, si era rovinata con la guerra civile, e pare che per una decina d'anni egli abbia fatto vita vagabonda, nel Vecchio Mondo. In quanto a Henry C., che veniva dopo di lui, nella nostra banda, per et e saggezza, costui aveva rotto con il rigore inflessibile della sua famiglia, ben radicata, se non ricordo male, in un sobborgo signorile di Londra. Quasi vergognandosi della loro rispettabilit ed autorevolezza, egli si presentava, umilmente, agli estranei, come la pecora nera. Non ho mai conosciuto un pi innocente campione di spostato. Mai.
Comunque sia, i suoi gli facevan la grazia di mandargli un po' di soldi, di tanto in tanto. Innamorato del Sud, della Provenza (di quella gente, di quella vita, di quel sole, di quella poesia) stretto di petto, lungo e miope, passeggiava per strade e vicoli, i lunghi piedi che sopravanzavano di gran lunga il resto del corpo, e il naso bianco e i baffi rossicci ingolfati in un libro aperto: infatti aveva l'abitudine di leggere passeggiando. Come riuscisse a non cadere da un dirupo, da un molo, gi per le scale, rimane un gran mistero. I fianchi del suo cappotto eran gonfi di edizioni tascabili di diversi poeti. Quando non era intento a leggere Virgilio, Omero o Mistral, al parco, al ristorante, per strada o in qualche altro luogo pubblico, dedicava sonetti (in lingua francese) agli occhi, alle orecchie, al mento, alla chioma e ad altre visibili perfezioni di una ninfa di nome Teresa, figlia - l'onest mi obbliga a dichiararlo - di una certa Madame Lonore, che teneva un caffeuccio da marinai in uno dei vicoli pi angusti della citt vecchia.
Mai viso pi incantevole, inciso come un'antica gemma, delicato nei colori come i petali di un fiore, si  trovato posto in cima a un corpo, ahim, cos sgraziato. Egli le leggeva i suoi versi ad alta voce, in quel medesimo caff, con l'innocenza di un bambino e la vanit d'un poeta. Noi lo seguivamo l dentro di buona voglia, forse solo per veder ridere la divina Teresa, sotto i vigili occhi neri di Madame Lonore. Rideva con molta grazia, e non tanto dei sonetti, che
non poteva non apprezzare, ma dell'accento francese di Henry, un accento unico, che somigliava al cinguettio di un uccello, ammesso che gli uccelli possano cinguettare con intonazione nasale e balbettante.
Il terzo membro della banda era Roger P. de la S., fra i nobili provenzali il pi svedese nell'aspetto; biondo, alto un metro e ottanta, come si addice a uno che discende dai Normanni scorritori del mare; autoritario, acuto, spiritoso, sprezzante, con in tasca una commedia in tre atti, ed in petto un cuore agitato da una disperata passione per una sua bella cugina, andata sposa a un mercante ricco e risecchito. Senza alcuna cerimonia usava invitarci a desinare in casa loro. Io ammiravo la dolce pazienza della buona signora. Il marito era un tipo conciliante, con in fondo all'anima grande rassegnazione, che estendeva anche agli amici di Roger. Immagino dentro di s provasse terrore dinanzi a queste invasioni. Ma il suo era un salotto carlista, e perci noi vi eravamo i benvenuti. Vi si discuteva ampiamente la possibilit di sollevare la Catalogna a pr del Rey neto, che proprio in quel tempo aveva traversato i Pirenei.
Certamente Don Carlos doveva avere molti amici strani ( usuale per un pretendente), ma fra i tanti non ce n'erano pi stravaganti e fantastici del sindacato della Tremolino, che usava radunarsi in una taverna presso il porto vecchio. L'antica citt di Massalia non aveva di sicuro mai visto, dai tempi dei primi Fenici, una pi strana combutta di proprietari di navi. Ci riunivamo a discutere e stabilire il piano operativo d'ogni viaggio della Tremolino. A queste operazioni era interessata anche una banca, una banca rispettabilissima. Ma ho paura che di questo passo dir troppe cose. All'impresa erano interessate anche certe signore (ho davvero paura di parlar troppo), signore d'ogni genere, ed alcune grandi abbastanza per non riporre fiducia nei prncipi, altre invece giovani e piene di illusioni.
Una di queste giovani ci divertiva moltissimo facendo la caricatura, in tutta confidenza, di certi personaggi altolocati, ai quali ella correva dietro fino a Parigi, per avere colloqui nell'interesse della causa, por el Rey! Era carlista anche lei infatti, anzi di sangue basco, con un'espressione che direi leonina nel viso coraggioso (specie quando si scioglieva i capelli.
Ma a farti sbellicare dalle risa (seppur tu eri giovane e
spensierato) bastavano le sue imitazioni di un personaggio parigino, veramente altolocato. Lei ce lo dipingeva in piedi in un angolo della stanza, con la faccia al muro, mentre si strofinava la nuca e gemeva disperato: Rita, tu sei la mia dannazione! Ella aveva uno zio, ancora vivo e fervente carlista, sacerdote in una piccola parrocchia fra le montagne di Guipizcoa. Poich nel sindacato ero io l'uomo di mare (e i nostri piani dipendevano in larga misura dalle informazioni di Doa Rita), mi davano l'incarico di umili appassionati messaggi per il vecchio. Questi messaggi io avrei dovuto passarli ai mulattieri aragonesi, che certamente stavano ad aspettare all'epoca stabilita la Tremolino nei paraggi del Golfo delle Rose, e si sarebbero fedelmente incaricati del trasporto entroterra, dei messaggi e di certe mercanzie illegali sbarcate segretamente dai boccaporti della Tremolino.
Be', questa volta ho davvero chiacchierato troppo (temevo che avrei finito per far cos), circa il contenuto abituale della mia culla marina. Lasciamo perdere. E se qualcuno, cinico, avr da osservare che a quei tempi io ero proprio un fanciullo promettente, lasciamo perdere anche questo. A me preme solo il buon nome della Tremolino, e proclamo quindi che una nave non ha mai colpa dei peccati, delle infrazioni e delle follie degli uomini.
Non era colpa della Tremolino, infatti, se il sindacato dipendeva in cos larga misura dallo spirito, dalla saggezza e dalle informazioni di Doa Rita. Per il bene della causa - por el Rey - aveva preso a pigione una casetta ammobiliata al Prado. Sempre lei prendeva a pigione qualche casetta, per il bene di qualcuno, per gli afflitti e i malati, per gli artisti rovinati, pei giocatori in dissesto, per gli speculatori che momentaneamente si trovavano in secco - vieux amis - vecchi amici, come lei spiegava, a scusarsi, scrollando le belle spalle.
Difficile dire se anche Don Carlos fosse uno dei vecchi amici. Se ne son sentite di storie inverosimili nei salotti
per fumatori. Questo io so: una sera, entrato che fui incautamente nel salone della casetta, subito dopo che alla zlatrice era giunta la notizia di un ragguardevole successo carlista, qualcuno mi afferr al collo e alla vita e per tre volte mi fece fare il giro della stanza, con gran fracasso di mobili rovesciati, mentre una calda voce di contralto canticchiava un motivo di valzer.
Una volta libero da quel vertiginoso abbraccio, mi misi a sedere sul tappeto, di colpo, senza alcuna affettazione. In questa posizione fuori del consueto mi accorsi che J.M.K.B. mi aveva seguito nella stanza, elegante, fatalone, distinto, severo nella sua cravatta bianca e sparato largo. In risposta alla sua occhiata interrogativa, beneducata ma sinistra, e lunghissima, sentii Doa Rita che in tono confuso e un po' seccato mormorava: Vous tes bte, mon cher. a n'a aucune consquence. Lietissimo di non essere, in questo caso, di alcuna conseguenza, gi andavo riacquistando un po' di buonsenso mondano.
Mi aggiustai il colletto - che avrebbe dovuto essere tondo, sulla giacchetta corta, ma non lo era - osservai cerimoniosamente che ero venuto l per un salutino, e che mi apparecchiavo a prendere il mare, sulla Tremolino, quella notte stessa. La nostra ospite, con il respiro ancora un poco affannato, si volse durissima a J.M.K.B., e gli chiese quando intendeva, lui, partire con la Tremolino, o con qualsiasi altro mezzo, e raggiungere il regio quartier generale. Intendeva forse, chiese in tono ironico, aspettare fino alla vigilia dell'entrata in Madrid? Cos, grazie a una giudiziosa combinazione di tatto e di asprezza, ristabilimmo l'equilibrio atmosferico della stanza, e molto prima che me ne andassi, verso mezzanotte, la pace era fatta, ed io mi avviai al porto, per salutare, come al solito, la Tremolino con un lieve fischio, dall'estremit del molo. Era il nostro segnale e il sempre-vigile Dominic, il padrone(1), lo sentiva, invariabilmente.
Allora alzava, senza far motto, la lanterna, per illuminarmi il passaggio sulla stretta asse elastica del nostro primitivo scalandrone. Cos si parte, faceva, appena il mio piede aveva toccato il ponte. Io gli recavo sempre notizia
di partenze repentine, ma non c'era al mondo nulla di cos repentino da prendere Dominio alla sprovvista. Sotto i suoi folti mustacchi neri, che ogni mattina gli arricciava col ferro caldo il barbiere del porto, l all'angolo, pareva nascondersi un sorriso perpetuo. Nessuno forse aveva mai visto la forma vera delle sue labbra. Se guardavi il suo corpo, lento, imperturbabile, largo di petto, avresti pensato che egli in vita sua mai avesse Sorriso. Nei suoi occhi c'era uno sguardo ironico, senza rimorsi, assolutamente, quasi che la sua anima fosse quanto mai ricca di esperienze; e bastava un moto lievissimo delle narici per dare al suo viso di bronzo un'aria di straordinaria baldanza. Pareva fosse questo l'unico gioco espressivo di cui era capace il suo volto. Era un uomo del sud, del tipo intenso, deciso. I capelli d'ebano gli si arricciavano un poco alle tempie. Poteva avere quarantanni, ed era un grande viaggiatore del mare interno.
Astuto e indomito, avrebbe potuto paragonarsi, quanto a risorse, con lo sfortunato figlio di Laerte e di Anticlea. Se non volgeva il suo mestiere e la sua audacia contro gli di, ci accadeva solo perch gli di dell'Olimpo sono morti. Non c'era donna che potesse fargli paura, sicuramente. Niente avrebbe potuto un gigante monocolo contro Dominic Cervoni, nato in Corsica, e non in Itaca: e non re, n figlio di re, ma di famiglia rispettabilissima, Caporali autentici, cos diceva lui. Chi lo sa? I Caporali risalgono al dodicesimo secolo.
Mancandogli avversari pi degni, Dominic volgeva la sua fertile audacia ad escogitare empi strattagemmi contro le forze della terra, rappresentate dall'istituzione delle dogane e da tutti i mortali ad essa legati: scribi, funzionari, guardacoste, a terra o a bordo. Era l'uomo che ci voleva per noi, un moderno vagabondo fuorilegge, con la sua personale leggenda di amori, pericoli, e sangue versato. A volte ce ne raccontava qualche episodio, con tono ironico e misurato. Parlava catalano, l'italiano di Corsica e il francese della Provenza con la stessa agevole naturalezza. Con indosso la camicia bianca inamidata, la giacchetta nera e il cappello tondo - cio il costume dei marinai a terra - come lo vidi una volta da Dona Rita, era presentabilissimo. Sapeva rendersi
interessante con un suo modo riservato, scontroso e insieme
pieno di tatto, con una sua appena percepibile e fiera giocosit di toni e di maniere.
Aveva la sicurezza fisica degli uomini forti nel cuore. Dopo mezz'ora di colloquio in sala da pranzo - mezz'ora durante la quale si intesero in modo stupefacente - Rita ci disse, in perfetto tono da grande dame: Mais il est parfait, cet homme. Ed era perfetto. A bordo della Tremolino, avvolto nel caban nero, il pittoresco pastrano dei marinai del Mediterraneo, con quei grossi mustacchi e gli occhi senza rimorsi rilevati dall'ombra del cappuccio profondo, aveva qualcosa di piratesco e di monacale, come un tenebroso iniziato ai pi tremendi misteri del mare.
In ogni modo, come aveva affermato Dona Rita, era perfetto. L'unica cosa riprovevole (ed anche inspiegabile) del nostro Dominic era suo nipote Cesar. Sorprendeva vedere un'espressione desolata di vergogna che velava l'audacia senza rimorsi dei suoi occhi d'uomo al disopra di scrupoli e timori.
Mai avrei osato portarlo a bordo della vostra paranzella, mi disse una volta con l'aria di scusarsi. Ma che posso farci? Sua madre  morta, e mio fratello si  dato alla macchia.
In quel modo seppi che il nostro Dominic aveva un fratello. Darsi alla macchia significa solo che un uomo  riuscito a compiere il suo dovere, a condurre a termine una vendetta ereditaria. La guerra che da generazioni durava fra i Cervoni e i Brunaschi era cos antica che pareva alla fine essersi estinta. Una sera Pietro Brunaschi, che aveva faticato tutto il giorno nell'uliveto, se ne stava a sedere contro il muro di casa sua, con una scodella di brodo sulle ginocchia e un pezzo di pane in mano. Il fratello di Dominic, che tornava a casa col fucile in spalla, all'improvviso stim offensiva quella scena di soddisfatta quiete, evidentemente intesa a ridestare sentimenti di odio e di vendetta. Non c'era mai stata una lite personale fra lui e Pietro; ma - cos spiegava Dominic - tutti i nostri morti lo chiamavano. Da dietro un muretto di pietre gli grid: O Pietro! Bada a te! E mentre l'altro ignaro alzava gli occhi, gli mir alla fronte e sald il conto
dell'antica vendetta, in modo cos pulito che, stando a
Dominic, il morto rimase a sedere con la scodella di brodo sulle ginocchia e il pezzo di pane in mano.
In Corsica i tuoi morti non ti lasciano mai in pace: ecco perch il fratello di Dominic aveva dovuto darsi al maquis, alla macchia della montagna selvaggia, e sfuggire ai gendarmi, per quel po' di vita che gli restava, e Dominic si accoll il nipote, con la missione di far di lui un uomo.
Difficile immaginare impresa cos poco redditizia. Era scadente anche il materiale umano. I Cervoni, seppur non propriamente belli, erano omaccioni di carne e sangue. Questo invece era eccezionalmente smilzo e pallido, anzi bluastro, e pareva non avere in corpo il sangue d'una lumaca.
Dev'essere stata una strega maledetta a rubare dalla culla il figlio di mio fratello, per mettere al suo posto un rampollo di diavolo morto di fame, mi diceva Dominic. Guardatelo! Guardatelo!
Csar non era piacevole da guardare. La pelle incartapecorita,
bianca come d'un morto, che traspariva sul cranio di tra le ciocche sparute d'un castagno sporco, pareva che fosse incollata direttamente alle ossa grandi. Pur non essendo propriamente deforme, io non ho mai visto n immaginato individuo che pi di lui si approssimasse a quel che si suol chiamare un mostro. Io son convinto che la causa di un cos triste effetto fosse d'ordine morale. In termini fisici si esprimeva un carattere completamente, disperatamente depravato. E quei termini fisici, se li prendevi ciascuno a s, non avevano nulla di ributtante. Lo immaginavi viscido, freddo al tatto, come un serpe. Il pi lieve rimbrotto, la pi tenue e giustificata rimostranza si incontrava con uno sguardo risentito, con una sinistra vibrazione del labbro superiore, sottile e secco, con un ringhio rancoroso, a cui si sommava di solito un batter di denti intonato al resto. Per questi suoi modi velenosi, e non tanto per le menzogne, la sfacciataggine e la pigrizia, suo zio di tanto in tanto lo pestava.
Ma non si immagini che si trattasse in qualche modo di brutali aggressioni. No, il braccio nerboruto di Dominic descriveva un largo giro studiato, un gesto nobile, e Csar crollava gi come un birillo; spettacolo quanto mai buffo a vedersi. Ma una volta caduto, egli si contorceva sulle tavole del ponte, digrignando i denti in una rabbia impotente, e questo era terribile a vedersi. E accadeva addirittura che sparisse del tutto, cosa quanto mai sbalorditiva.  proprio la verit. Certi di quei colpi maestosi facevano crollare, sparire addirittura Cesar. Scompariva a testa in gi in un boccaporto aperto, in un finestrino, dietro una fila di botti ritte, a seconda del posto in cui entrava in contatto con il possente braccio dello zio.
Una volta, e con mia infinita costernazione - eravamo nel porto vecchio, poco prima dell'ultimo viaggio della Tremolino - spar fuoribordo. Dominic ed io stavamo parlando di affari, e Csar s'era intrufolato dietro di noi per ascoltarci; infatti, fra le altre sue qualit, aveva anche quelle del consumato origliatore e della spia. Quando sentii il tonfo pesante, l'orrore mi blocc l dov'ero; ma Dominic si accost tranquillamente al bordo e si sporse, aspettando che ricomparisse il capo miserando di suo nipote.
Oh, Csar, grid con spregio allo sciagurato, che boccheggiava. Attaccati a quel gherlino di ormeggio, charogne.
E mi si riavvicin per riprendere la conversazione interrotta.
E Csar? chiesi preoccupato.
Canaille! Che ci si impicchi, fu la risposta. E continu tranquillamente a discorrere dei nostri affari, mentre io cercavo, invano, di farmi uscire di testa l'immagine di Csar immerso fino al mento nell'acqua del porto vecchio, in quel decotto secolare di rifiuti marinareschi. Cercavo di scacciar via quell'immagine, perch il solo pensiero di quel liquido mi dava il voltastomaco. Poi Dominic diede una voce a un barcaiolo, che non aveva niente da fare, e gli ordin di ripescare il nipote: e dopo un poco ricomparve Csar. Dal molo risal a bordo, con qualche filo di paglia marcita fra i capelli e una buccia sporca di arancio sulla spalla. Batteva i denti: ci sbirci con gli occhi gialli passandoci accanto. Pensai che fosse mio dovere interpormi.
Ma perch lo pesti di continuo, Dominic? gli chiesi. E per la verit ero convinto che fosse male, che fosse un puro spreco di energia muscolare.
Voglio che diventi uomo, rispose Dominic con tono disperato.
Volevo dirgli, ma mi trattenni, che in quel modo egli correva il rischio di far di lui - per usare le parole dell'immortale signor Mantalini - un cadavere fradicio e ributtante.
Vuol fare il fabbro! sbott Cervoni. Per imparare a far saltare le serrature, immagino, aggiunse con amaro sarcasmo.
Perch non lasci che faccia il fabbro? azzardai.
E chi glielo insegnerebbe? url. A chi lo lascio? chiese, con un improvviso calo di voce; ed allora la disperazione balen anche nell'animo mio. Ruba, lo sapete! Par la Madone!  capace di avvelenarci le pietanze, a voi e a me, quella vipera!
Lentamente alz al cielo il volto ed i pugni stretti. Invece Csar non ci mise mai il veleno nella tazza. Non lo so di sicuro, ma deve aver trovato un altro modo.
Per giusti motivi, durante quel viaggio, di cui  inutile dare i particolari, ci dovemmo tenere al largo. Venendo dal sud, e quando il viaggio si stava per concludere, con la parte pi gravosa e pi pericolosa del nostro programma, pensammo necessario fermarci a Barcellona, per trovare certe informazioni indispensabili. A prima vista pu sembrare come ficcare il capo fra le mascelle del leone, ma in realt non era cos. A Barcellona avevamo due o tre amici altolocati e influenti, e tanti altri di umile condizione, ma preziosi, perch li avevamo comprati in moneta sonante. Non c'era pericolo che ci molestassero; anzi, l'informazione che ci occorreva l'avemmo subito per mezzo di un funzionario della dogana, che sal a bordo ostentando grande zelo e ficcando una stanga di ferro fra gli aranci, la parte visibile del nostro carico, sul boccaporto.
Mi son scordato di dire che la Tremolino, ufficialmente, era adibita al trasporto di frutta e di sughero. Lo zelante funzionario, tornando a terra, trov modo di far scivolare in mano a Dominic un utile foglio di carta, e poche ore dopo, smontato di servizio, torn a bordo, con una gran sete di liquore e di riconoscenza. Ebbe l'uno e l'altra, naturalmente.
Mentre, seduto nella minuscola cabina, sorseggiava il suo liquore, Dominic lo tempestava di domande sull'ubicazione dei guardacoste. Infatti noi dovevamo fare i conti con le pattuglie naviganti in perlustrazione, ed era quindi importantissimo, per la nostra tranquillit e per il buon esito dell'imprsa, sapere l'esatta posizione della flottiglia in perlustrazione in quei paraggi. Le notizie che ci dette non potevano esser migliori. Il funzionario fece il nome di una piccola localit della costa, a un dodici miglia: l, ignaro e impreparato, stava all'ancora il guardacoste, con le vele flosce, a verniciare i pennoni e a raschiare le alberature. Poi il funzionario se ne and, dopo i complimenti d'uso, e da sopra la spalla ci fece un sorriso rassicurante.
Per eccesso di prudenza, quel giorno me n'ero stato sotto, nascosto. Era grossa la posta in gioco con quel viaggio.
Ce ne potremmo andar subito, se non fosse per Csar; non lo vedo dall'ora di colazione-, mi fece Dominic con il suo solito modo lento e tetro.
Non potevamo neppure immaginare dove fosse andato quel bel tipo, e perch. Le congetture che si fanno di solito quando manca un marinaio non valevano per Csar. Amore, amicizia, gioco, persino un casuale incontro con Venere, tutto impossibile: era troppo schifoso. Gi un paio di volte se n'era andato in giro in quel modo.
Dominic scese a terra a cercarlo, e torn un paio d'ore dopo, solo e infuriato: me ne accorsi perch quell'accenno di sorriso sotto i baffi si era fatto pi intenso. Ci chiedevamo cosa fosse accaduto a quel disgraziato, e facemmo un rapido inventario delle nostre propriet asportabili. Non aveva rubato nulla.
Torner presto, dissi con tono fiducioso.
Dieci minuti dopo uno degli uomini sul ponte grid: Lo vedo venire.
Csar aveva addosso solo la camicia e i calzoni. La giacca se l'era venduta, per fare qualche spicciolo.
Manigoldo! Questo solo disse Dominic, con voce terribilmente calma. Per un po' trattenne l'ira. Dove sei stato, vagabondo? gli chiese poi, minaccioso.
Per nulla al mondo Csar era disposto a rispondere alla domanda, quasi che sdegnasse persino di mentire. Ci fronteggiava, con le labbra contratte, digrignando i denti, e
non arretr d'un pollice davanti al braccio levato di Dominic.
Naturalmente croll, come colpito da una fucilata. Ma questa volta osservai che, tirandosi su, rimase pi a lungo del solito a quattro zampe, mostrando i dentoni allo zio da sopra la spalla, con negli occhi un odio diverso. L'odio, quel sentimento sempre vivo in lui, pareva in quel tratto aguzzato da una malizia speciale e curiosa. Lo guardavo con interesse. Se dovesse decidere di avvelenarci le pietanze, pensavo fra me, a tavola ci guarderebbe in quel modo. Ma nemmeno per un momento lo ritenni capace di metterci il veleno nel mangiare. Mangiava le stesse cose nostre, infatti. E poi, non aveva veleno. E non riuscivo a figurarmi un essere umano accecato dalla cupidigia al punto di vendere del veleno a una creatura cos infame.
Al buio scivolammo quietamente in mare, e per tutta la notte ogni cosa and liscia. Il vento era fresco; si andava preparando una bella brezza da sud. Vento in poppa per noi. Di tanto in tanto Dominic batteva le mani, con un gesto lento e ritmico, quasi per applaudire la prestazione della Tremolino. La paranzella ronzava e vibrava correndo sul mare, e ci danzava appena sotto i piedi.
All'alba indicai a Dominic, fra le vele che si scorgevano in fuga davanti alla tempesta, una nave singolare. Il cumulo delle vele la facevano torreggiare dritta, come una colonna immobile sulla nostra scia.
Guardate quello, Dominic, gli dissi. Par che abbia fretta.
Il padrone non disse nulla; rest a guardare, avvolto nel suo pastrano nero. Il viso conciato dal tempo, incorniciato nel cappuccio, spirava autorit e forza, e gli occhi incavati fissavano diritti, senza batter di ciglio, come gli occhi intenti, spiegati, fissi, di un uccello marino.
Chi va piano va sano, disse alla fine, con un'occhiata di scherno oltrebordo, quasi alludesse ironicamente alla nostra tremenda velocit.
La Tremolino faceva del suo meglio, e quasi pareva che non toccasse i grandi spagli di spuma sui quali saettava. Io mi accucciai di nuovo, per risparmiarmi un poco, data la bassa murata. Trascorse mezz'ora e Dominic rimaneva immobile sulle tavole oscillanti del ponte: vigile, teso, tratteneva il respiro. Poi si lasci andare al mio fianco. Sotto il cappuccio fratesco gli occhi gli scintillavano d'una ferocia che mi sbalord. Disse solo:  venuto a lavarsi la vernice fresca dalle antenne, immagino.
Cosa? urlai levandomi in ginocchio.  il guardacoste?
Sotto i baffi pirateschi di Dominic parve accentuarsi quell'eterno accenno di sorriso - farsi reale, tetro, quasi scoperto, di tra il pelo umido e spiovente. Un sintomo che faceva capire come egli fosse preso da un'ira soverchiante. Ma io mi accorsi anche che egli era preoccupato, e questa fu per me una scoperta quanto mai spiacevole. Dominic preoccupato! A lungo, appoggiato alla murata, fissai oltre poppa la colonna grigia che pareva mantenersi, oscillando appena, nella nostra scia, sempre alla medesima distanza.
Intanto Dominic, nero e incappucciato, sedeva sul ponte incrociando le gambe, la schiena al vento, e faceva un po' pensare a un capo arabo seduto sulla sabbia avvolto nel burnus. Sopra quella figura immobile, sulla punta rigida del cappuccio, il cordoncino e la nappa sventolavano, vani, nella tempesta. Finalmente la smisi di fissare il vento e la pioggia e mi accucciai al suo fianco. M'ero convinto ormai che quella vela era un guardacoste. Non era il caso di avvertire gli altri di quella presenza, ma all'improvviso, fra due nubi cariche di grandine, sbuc un raggio di sole illuminando le sue vele, ed i nostri uomini capirono da s di cosa si trattava. Da quel momento in poi mi accorsi che essi non parevano pi curarsi n dei compagni n d'altro. Non potevano sprecar occhi e pensieri: tutto dovevan dedicare a quella cosa a forma di colonna sulla nostra poppa. Ormai se ne scorgeva il beccheggio. Per un momento rest bianca, abbagliante, poi lentamente svaniva dentro una raffica, per ricomparire, quasi nera, come un palo ficcato ben dritto sul fondo di ardesia di una nuvola solidificata. Dal momento in cui l'avvistammo non aveva guadagnato un palmo su di noi.
Non riuscir mai a raggiungere la Tremolino, feci esultante.
Dominic non mi degn d'uno sguardo. Con fare distratto
- ma aveva ragione - osserv che il maltempo era a tutto vantaggio dei nostri inseguitori. Il guardacoste era grande tre volte noi. Dovevamo far questo: serbare il vantaggio fino a buio, e questo era facile, e poi far rotta verso l'alto e studiare il da farsi. Ma i suoi pensieri parevano incespicare nella tenebra di un qualche enigma irrisolto, e presto tacque. Filavamo diritti, con scopamare dai due lati. Capo San Sebastian, quasi di fronte, pareva allontanarsi da noi nei rovesci di pioggia, per farsi avanti di nuovo incontro alla nostra corsa, ogni volta pi netto in mezzo ai piovaschi.
Da parte mia, non ero sicuro affatto che questo gabelou (cos la chiamavano gli uomini, con scherno) ce l'avesse con noi. Era molto difficile da un punto di vista nautico, e perci io ero disposto a sostenere l'ottimistica opinione che la nave, perfettamente ignara, stesse solo mutando posizione. Lo dissi, e Dominic si degn di volgere il capo.
Vi dico che ci d la caccia, afferm scontroso, dopo aver lanciato un'occhiata a poppa.
Io non mettevo mai in dubbio il suo parere. Ma dato il mio zelo di neofita e l'orgoglio di apprendere, a quell'epoca ero quanto mai cavilloso sulle questioni di marineria.
Quel che non capisco, insistetti con sottile ostinazione,  come diavolo abbia fatto, con questo vento, a trovarsi proprio dov'era quando l'abbiamo avvistata.  chiaro che durante la notte non  riuscita - e non poteva - a guadagnare dodici miglia. E poi ci sono altri motivi...
Dominic era rimasto a sedere immobile, come un cono nero, disanimato, poggiato sul ponte, presso la testa del timone, con la nappina che gli sventolava sulla punta aguzza del cappuccio, e per qualche tempo serb quella sua penosa immobilit. Poi, piegandosi verso di me, ebbe una breve risata amara. Ora capiva tutto, alla perfezione. La nave era l dove l'avevamo avvistata, non perch ci avesse raggiunti, ma perch durante la notte noi l'avevamo sorpassata, mentre quella era ad attenderci sulla nostra rotta. Questa probabilmente la verit.
Voi capite? Di gi? La voce di Dominic si fece bassa e fiera. Di gi! Voi sapete che siamo partiti otto ore prima del previsto, altrimenti quella avrebbe avuto il tempo di mettersi alla posta dall'altra parte del Capo e, serr i
denti come un lupo, in faccia a me. e ci avrebbe presi... come niente.
Ora lo capivo chiaramente. Su quell'imbarcazione avevano gli occhi buoni e la testa sulle spalle. Li avevamo sorpassati nell'oscurit, mentre loro si dirigevano comodamente all'imboscata, convinti che noi fossimo molto indietro. All'alba tuttavia, scorta la paranzella sotto gran mole di vele, eran partiti alla caccia. Ma se le cose stavano cos allora... Dominic mi afferr per il braccio.
S, s le han fatto una spiata e quella ha preso il mare - lo capite? - una spiata... Ci han venduti, traditi. Perch? In che maniera? Per quale ragione? A terra li abbiamo sempre pagati bene... No! Ma la testa mi scoppia.
Pareva che si strozzasse, si afferr il bottone, sul collo del pastrano, balz su a bocca aperta, come per gridare una maledizione, un'accusa, ma subito riprese il controllo di s, e stringendosi meglio nel pastrano, si rimise a sedere sul ponte e ritrov la sua solita calma.
S, deve essere opera di qualche manigoldo, a terra, osservai.
Si tir sulla fronte l'orlo del cappuccio e poi mormor: Un manigoldo... S...  evidente.
Per, feci, non ci possono prendere, questo  chiaro.
No, convenne, a bassa voce, non possono. Filammo vicinissimi al capo, per evitare una corrente contraria. Dall'altra parte, per effetto del promontorio, per un attimo il vento ci manc completamente, s che le due grandi ed alte vele della Tremolino ricaddero afflosciate sugli alberi, in mezzo al tonante fragore delle onde contro la costa che ci lasciavamo alle spalle. E quando la ventata, tornando, le gonfi di nuovo, vedemmo con raccapriccio met della vela maestra (noi pensavamo che dovesse fare immergere un poco la nave prima dell'abbrivo) saltar via netta dalla ralinga. Ammainammo subito il pennone, e la recuperammo tutta, ma ormai non era pi una vela; era solo un mucchio di stracci di tela bagnata che ingombrava il ponte e appesantiva l'imbarcazione. Dominic diede ordine di buttare ogni cosa fuoribordo.
Avrei buttato a mare anche il pennone, disse, mentre
mi riconduceva a poppa, ma non voglio spaventare gli uomini. Non fate un segno, continu a voce pi bassa, ma sto per dirvi una cosa terribile. Ascoltate: mi sono accorto che la ralinga della vela  tagliata! Mi sentite? Tagliata con un coltello, in parecchi punti. Eppure ha retto, sinora. Non era tagliata completamente. La raffica l'ha fatta saltare. E guardate, questo  tradimento, qui, sul ponte. Per le corna del diavolo,  tradimento, qui, alle vostre spalle. Non vi voltate, signorino.
Eravamo rivolti verso poppa.
Che si pu fare? dissi sbigottito.
Nulla. Silenzio! Siate uomo, signorino.
Che altro? chiesi.
Per mostrare che ero un uomo, stabilii di non far motto finch Dominic avesse la costanza di tenere la bocca chiusa. In certi casi non c' altro che il silenzio. Non solo, la prova del tradimento pareva spargere una disperata sonnolenza sui miei pensieri e sui miei sensi. Per pi di un'ora guardammo i nostri inseguitori avvicinarsi sempre pi, in mezzo ai marosi che a tratti ci nascondevano completamente la nave. Ma anche senza vederla, noi la sentivamo, come un coltello alla gola. Guadagnava spaventosamente terreno. E la Tremolino, col vento fortissimo, e con l'acqua assai pi calma, correva agile sotto la sua unica vela, con qualcosa di sfrontato e di raccapricciante nella gioconda libert del suo moto. Pass un'altra mezz'ora. Non resistevo pi.
La nostra povera barca, balbettai all'improvviso. Ce la prendono. E stavo per scoppiare in lacrime.
Dominic non si mosse: pareva una statua. La mia anima inesperta fu sopraffatta da un senso di tragica solitudine. Mi passarono dinanzi agli occhi le immagini dei miei compagni. Tutta la banda dei realisti doveva essere a Montecarlo, stimai. E li rividi, netti, piccolissimi, con le loro voci affettate e i gesti goffi, come una fila di marionette rigide su di un palcoscenico in miniatura. Trasalii. Che cos'era? Un bisbiglio misterioso, spietato mi giunse dal cappuccio nero, immobile al mio fianco.
Il faut la tuer.
Lo sentii benissimo.
Cosa dite, Dominic? chiesi, muovendo solo le labbra.
E il misterioso bisbiglio, dentro il cappuccio, ripet: Bisogna ucciderla.
Il cuore mi cominci a battere con violenza. Va bene, balbettai, ma come? .Le volete molto bene? S.
Allora dovete trovar l'animo per fare anche questo. Pilotatela voi, ed io far in modo che muoia presto, senza lasciare dietro di s nemmeno una tavola.
Ne siete capace? mormorai, incantato da quel cappuccio nero, immobile e fisso verso poppa, quasi accomunato, contro tutte le leggi, a quel vecchio mare di maghi, di mercanti di schiavi, di esuli, di guerrieri, quel mare di leggende spaventose, dove i navigatori della remota antichit sentivano l'ombra inquieta di un antico scorridore piangere nel buio a gran voce.
So uno scoglio, fece la voce stregata, segreta, dentro il cappuccio. Ma... attenzione! Bisogna farlo prima che i nostri uomini si avvedano di qualcosa. Di chi possiamo fidarci ormai? Basta una coltellata sulle drizze per far cadere la vela di trinchetto, ed in trenta minuti addio libert nostra. Ed anche il migliore fra i nostri uomini avr paura di annegare. C' la nostra barca, ma in una faccenda simile nessuno pu esser certo di salvarsi.
La voce tacque. Eravamo partiti da Barcellona con la barca a rimorchio; poi divenne un rischio troppo grosso tirarsela dentro, perci la lasciammo galleggiare libera sul mare, con un buon tratto di corda. Diverse volte ci parve di vederla travolta, ma poi balzava subito a galla, segno che era sempre intera e sicura.
Capisco, feci a bassa voce. Benissimo, Dominic. Quando?
Ancora no. Dobbiamo addentrarci ancora un poco, rispose la voce da dentro il cappuccio, con un mormorio spettrale.
Era deciso. Ora avevo il coraggio di volgermi. Gli uomini erano accucciati sul ponte e con occhi ansiosi ed atterriti guardavano tutti il nostro inseguitore. Solo allora scorsi Csar, lungo disteso sul ponte, accanto all'albero di
trinchetto, e mi chiesi dove era stato nascosto fino ad allora. Per quanto ne sapevo io, poteva anche darsi che mi fosse rimasto a contatto di gomito. Eravamo troppo intenti a badare alla nostra sorte per far caso l'uno all'altro. Quella mattina nessuno aveva mangiato: gli uomini per venivano di continuo a bere al barilotto dell'acqua.
Corsi gi in cabina. Riposto in uno stipetto tenevo diecimila franchi d'oro: della loro presenza a bordo, a quanto mi constava, nessuno sapeva nulla, tranne Dominic. Quando tornai sul ponte Dominic si era voltato, e da sotto il cappuccio scrutava la costa. Davanti a noi Capo Creus ci impediva la vista. A sinistra una grande baia, con le acque battute e stracciate da una tempesta violenta, pareva piena di fumo. A poppa il cielo aveva un aspetto minaccioso.
Appena mi ebbe visto, Dominic mi chiese con voce tranquilla cosa succedeva. Mi accostai a lui e, cercando di parere indifferente, gli dissi sottovoce d'aver trovato lo stipetto aperto, e la cintura del danaro scomparsa. La sera prima c'era.
Cosa volevate farne? mi chiese, con un tremito violento.
Mettermela alla vita, naturalmente, risposi, stupito di sentirgli battere i denti.
Maledetto sia l'oro, borbott. Il peso di quel danaro avrebbe potuto costarvi la vita. Rabbrivid. Ma ora non c' tempo di parlarne.
Sono pronto.
Ancora no. Aspetto che sia passata quella raffica, mormor. Passarono alcuni minuti, che parvero di piombo.
Finalmente pass la raffica. Il nostro inseguitore, preso in una specie di greve mulinello, scomparve alla vista. La Tremolino vibr e balz innanzi. Scomparve la terra dinanzi a noi, e ci parve d'esser rimasti soli in un mondo d'acqua e di vento.
Prenez la barre, monsieur. All'improvviso la voce grave di Dominic ruppe il silenzio. Prendete la barra. Mi avvicin il cappuccio all'orecchio. La paranzella  vostra. L'urto deve venire dalle mani vostre. Io... io ho un altro
lavoretto da fare. Chiam a gran voce l'uomo alla barra. Dai la barra al signorino, e mettiti insieme agli altri, pronto a mollare la barra, subito, appena senti l'ordine.
L'uomo obbed, sorpreso, ma senza far motto. Gli altri si scossero e aguzzarono le orecchie. Li sentivo borbottare: E ora? Non sar meglio sbarcare da qualche parte e darcela a gambe? Il padrone sa quel che sta facendo.
Dominic si fece avanti. Si arrest per guardare Cesar il quale, come ho detto prima, giaceva lungo disteso a faccia in gi presso l'albero di trinchetto, poi lo scavalc e scomparve sotto la vela di trinchetto. Non vedevo nulla dinanzi a me, e mi era impossibile veder qualcosa, oltre la vela di trinchetto spiegata e ferma come una grande ala ombrosa. Ma Dominic sapeva il fatto suo. La sua voce mi giunse dal davanti, come un grido appena percettibile: Ora, signorino!
Io diressi il timone come mi aveva detto. Ancora una volta sentii, debolmente, la sua voce, e poi non mi rest che tenere la nave diritta. Mai una nave era corsa con tanta gioia alla morte. Si alz e ricadde, come se galleggiasse nello spazio, e balz avanti, sibilando come una freccia. Dominic, chinandosi sotto il piede della vela di trinchetto, ricomparve, e si tenne in piedi all'albero, con l'indice alzato, in un gesto di vigile attesa. Un attimo prima dell'urto il braccio gli ricadde sul fianco. Io strinsi i denti. E poi...
S, parlatemi di assi infranti, di fasciame distrutto! Quel naufragio mi sta sull'anima con l'orrido terrore di un omicidio, con l'indimenticabile rimorso di aver spaccato, con un colpo solo, un cuore vivo, fedele. Prima l'impeto, lo slancio della velocit; subito dopo uno schianto, e la morte, fu il silenzio, un attimo di orrenda immobilit, con il canto del vento mutato in un lamento stridulo, e il mare grosso che ribolliva minaccioso e insorgente contro il cadavere. In quell'attimo di follia vidi l'antenna di trinchetto volare da prua a poppa, con un salto brutale, e gli uomini ammucchiati, che bestemmiavano di paura, e tiravano come impazziti la cima della barca. Strano a dirsi, salutai come di persona amica la vista di Cesar, in mezzo a loro, e riconobbi il vecchio, notissimo, concreto gesto di Dominic, il suo braccio mosso orizzontalmente. Ricordo distintamente d'essermi detto: Ora Cesar crolla, naturalmente, e poi, mentre annaspavo a
quattro zampe, la barra oscillante, che avevo mollato, mi colp sotto l'orecchio, e mi sbatt gi, svenuto.
Non credo d'esser rimasto privo di sensi per pi di qualche minuto, ma quando tornai in me la barca avanzava innanzi al vento verso una cala riparata, perch due uomini tenevano la rotta a forza di remi. Dominic mi sosteneva a poppa, con un braccio attorno alle spalle.
Sbarcammo in una zona che ci era nota. Dominic si port dietro uno dei remi della barca. Forse pensava al corso d'acqua che avremmo dovuto traversare: c'era una specie di chiatta, in condizioni miserevoli, e quasi sempre priva della sua pertica, rubata di certo. Ma prima di tutto dovemmo superare la cresta di monte sul rovescio del capo. Mi sosteneva. Io ero stordito. Mi sentivo la testa enorme e pesante. In cima all'erta mi aggrappai a lui, e ci fermammo a riposare.
A destra, sotto di noi, l'ampia baia fumosa era vuota. Dominic aveva mantenuto la sua parola. Nemmeno una tavola si scorgeva attorno allo scoglio scuro contro il quale si era infranta in un sol colpo la Tremolino, per scivolare nell'acqua profonda, verso il riposo eterno. La vastit del mare aperto era macchiata da nebbie vaganti, e nel centro della bufera, che si andava placando, l'ignaro guardacoste, spettrale, sotto il tremendo carico di vele, ancora correva, diretto in caccia verso il nord. I nostri uomini gi scendevano sul rovescio dell'altura, in cerca di un luogo che, lo sapevamo per esperienza, non era facile a trovarsi. Li guardavo con occhi abbagliati, annebbiati. Uno, due, tre, quattro.
Dominic, dov' Csar? gridai.
Come se gli facesse schifo persino sentirne il nome, il padrone ripet il suo gesto ampio, circolare, possente. Arretrai di un passo e lo guardai sbigottito. Dalla camicia aperta si scorgeva il collo muscoloso e il pelo fitto sul petto. Confisse un remo nella terra morbida, e rimboccandosi lentamente la manica destra, mi tese il braccio nudo davanti al viso.
Questo, cominci a dire con grande ponderazione e lo sforzo sovrumano per dominarsi lo faceva fremere, come quando si rattiene la violenza dei sentimenti, questo  il braccio che ha dato il colpo. Il resto, temo, lo ha fatto il vostro oro. Mi ero scordato del vostro danaro. Strinse le
mani in un gesto di disperazione improvvisa. Scordato, scordato, ripet desolato.
Csar ha rubato la cintura? balbettai sbalordito. E chi allora? Canaille! Vi spiava da chiss quanti giorni. Ed ha fatto anche il resto. Sparito per un giorno a Barcellona. Traditore! Ha venduto la giacca, per noleggiare un cavallo. Ah! Ah! Bell'affare! Vi dico che  stato lui a mandarci dietro il guardacoste...
Dominic indic il mare, dove il guardacoste non era ormai pi che una macchia scura. Affond il mento sul petto.
Una spiata, mormor, con voce tetra. Un Cervoni! Oh, povero fratello mio:
E voi lo avete affogato, dissi con voce fioca. Ho colpito una volta, e lo sciagurato  andato gi come un sasso, con l'oro. S. Ma ha avuto tempo di leggere nei miei occhi, che nulla poteva ormai salvarlo finch io restassi in vita... E non ne avevo forse il diritto, io, Dominic Cervoni, padrone, che lo avevo portato a bordo della vostra feluca, lui, mio nipote, un traditore?
Divelse il remo dalla terra e con ogni cura mi aiut a scendere gi per l'erta. Nemmeno una volta mi guard in viso. Ci traghett sulla chiatta, poi si rimise il remo in spalla ed aspett che i nostri uomini si fossero allontanati, prima di offrirmi il braccio. Dopo un breve tragitto. comparve alla vista il villaggio di pescatori dove eravamo diretti. Dominic si ferm.
Credete di farcela da solo, fino alle case? mi domand a bassa voce.
S, lo credo. Ma perch? Voi dove andate, Dominic? Dove non importa. Che domanda! Signorino, voi siete un ragazzo, se fate queste domande a un uomo che ha una storia simile, nella sua famiglia. Ah! Traditore! Perch ho riconosciuto per sangue mio quel disgraziato morto di fame! Ladro, impostore, vigliacco, bugiardo. Un altro forse lo sopporterebbe, ma io ero suo zio e allora... Meglio che mi avesse avvelenato. Charogne! Ma questo: che io, uomo fidato, e crso, debba chiedervi perdono d'aver portato a bordo della vostra nave - ed ero io il padrone, - un Cervoni, e questi vi ha tradito,  troppo!  troppo. Ebbene, ve ne chiedo perdono; e voi sputate pure in faccia a Dominic, perch
un traditore del nostro sangue ci sporca tutti. Un ladro pu riacquistare la stima degli uomini, a una bugia si pu rimediare, una morte si vendica, ma cosa si pu fare per espiare un tradimento come questo?... Nulla.
Si volse e si allontan lungo la riva del corso d'acqua, agitando il braccio in segno di vendetta e ripetendo fra di s. lentamente, con enfasi selvaggia: Ah, Canaille! Canaille! Canaille!... Rimasi l, tremante di debolezza e ammutolito per lo sbigottimento. Incapace di emettere un suono solo, guardavo fisso quella strana, disperata figura di marinaio, con il remo sulla spalla, su per il dirupo deserto e roccioso sotto il tremendo cielo di piombo dell'ultima giornata della Tremolino. Cos, a pass fermo, la schiena al mare, Dominic scomparve dalla mia vista.
Poich i desideri nostri, e i pensieri, e gli stupori, son proporzionati alla nostra infinita piccolezza, anche il tempo noi misuriamo sulla nostra statura. Poich siamo prigionieri nella casa delle illusioni personali, trenta secoli di storia dell'uomo paiono meno, a guardarli all'indietro, di trent'nni
della nostra vita. E Dominic Cervoni, nel mio ricordo, prende posto a fianco del leggendario scorridore in un mare di meraviglie e di terrori, a fianco dell'avventuriero empio e fatale, al quale l'ombra evocata dell'indovino predisse un viaggio via terra con un remo sulla spalla, fino a che non incontrasse uomini che mai avessero visto navi e remi. Pare a me di vederli fianco a fianco - nel crepuscolo di una arida terra,, gli sfortunati possessori della segreta tradizione del mare, che recano sulle spalle il simbolo della loro dura vocazione, circondati da umini taciti e strani: e cos anch'io, volte, le spalle al mare, scrivo nel crepuscolo queste poche pagine, nella speranza di trovare in una valle dell'interno il tacito benvenuto di qualche paziente uditore.

Note.
1. In italiano nel testo, come tutte le altre parole italiane in corsivo.


Edmondo De Amicis: Il vapore degli emigranti.

Sull'Oceano fu pubblicato nel 1889; titolo provvisorio era stato questo: I nostri contadini in America. Fu l'ultimo libro di viaggi del De Amicis, e fu il primo dei suoi libri sociali (l'adesione al Partito Socialista sar del 1891). E in verit questi erano i grandi anni degli emigranti: il mare ridotto ad anticamera dell'avventura, la nave ridotta a vagone - a carrozza di tutti.
La traversata in cui Fautore (diretto al Sud America per un ciclo di conferenze) tracci, fra gli altri, questo bozzetto, fu fatta nel 1884, sul Galileo; da Genova a Montevideo dur 22 giorni.
E mare, mare, mare. A momenti c'era da immaginare che fossero scomparse le terre dalla superficie del globo, e che noi navigassimo sull'oceano universale, senz'approdare mai pi. Non eran pi le acque gialle dei giorni innanzi; ma il cielo bianco, il sole bianco, un mare che pareva un'immensa lastra di piombo, e sul piroscafo tutto quello che si toccava, scottava. E il caldo cocente non era il peggio: era un puzzo d'aria fracida e ammorbata, che dalla boccaporta spalancata dei dormitori maschili ci saliva su a zaffate fin sul cassero, un lezzume da metter piet a considerare che veniva da creature umane, e da far spavento a pensare che cosa sarebbe seguito se fosse scoppiata a bordo una malattia contagiosa. Eppure, ci dicevano, non v'eran pi passeggeri di quanti la legge consente che si imbarchino in relazione con lo spazio. Eh! che m'importa, se non si respira! Ha torto la legge. Essa permette che si occupi sui piroscafi italiani uno spazio maggiore quasi d'un terzo di quello che  concesso sui piroscafi inglesi o americani; e non  l a vedere se il tutto bene trovato dalla polizia alla partenza, sia mantenuto poi
durante il viaggio; a impedire, per esempio, che s'imbarchino
in altri porti pi passeggeri di quello che rimanga di posti, e che si caccino viaggiatori sani nello spazio riservato agl'infermi, e che s'improvvisino dei dormitori alla bella diana. Quanto rimane da fare ancora dentro a questi bei piroscafi che il giorno della partenza si vedono luccicare come palazzi di principi! Sulla maggior parte, i marinai e fuochisti ci stanno come cani, l'infermeria  un bugigattolo, i luoghi che dovrebbero essere pi puliti, fanno orrore, e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe, non c' un bagno! E dican quello che vogliono gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d'aria: la carne umana  troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa: oggi ancora  una cosa che fa compassione e muove a sdegno.
Intanto, man mano che s'alzava la colonna termometrica, crescevano per il Commissario le occupazioni e i fastidi; principalissimo dei quali era il dormitorio delle donne, in cui doveva scendere molto sovente, di giorno e di notte, per ristabilire il buon ordine o vegliare alla pulizia. Anche a non tener conto del da fare, sarebbe bastato quello spettacolo obbligatorio a disamorare dell'ufficio qualunque galantuomo. S'immaginino due piani sotto coperta, come due vastissimi mezzanini, rischiarati da una luce di cantina, e in ciascuno di essi tre ordini di cuccette posti l'un sull'altro, tutto intorno alle pareti e nel mezzo, e li circa a quattrocento tra donne e bambini poppanti e spoppati, e trentadue gradi di calore. Qui, nella cuccetta pi bassa, dormiva una donna incinta con un bimbo di due anni, sopra di lei una vecchia settantenne, sopra di questa una giovinetta sul primo fiore; l s'allungava una cafona calabrese accanto a una signora caduta nell'indigenza; pi oltre un'avventuriera di citt, che si dava il belletto al buio, a fianco d'una contadina timorata di Dio, che dormiva con la corona del rosario tra le mani. A scender l di notte, si vedevano spenzolare dalle cuccette capigliature grigie, trecce bionde, fasce di lattanti, orribili stinchi senili e belle gambe di ragazze, e un cenciume di scialli, di vestiti e di sottane di tutti i colori naturali e acquisiti immaginabili e possibili, come bandiere dell'esercito infinito della miseria; e sul tavolo dei mucchi confusi di stivaletti, di zoccoli, di ciabatte, di legacci, di scarpettine, di
calze, da metter sgomento a pensare ch'erano mucchi di
quistioni e di battibecchi preparati per il domani, all'ora della levata. Molte non dormivano. Il Commissario s'avanzava in mezzo a un cicaleccio fitto di conversazioni, rotto da risa represse, da vagiti, da sospiri di ragazze, da gemiti di donne oppresse dal caldo, da mormorii di vecchie, che non potendo chiuder occhio, masticavano paternostri e avemmarie. Tratto tratto era chiamato da una mano o da una voce sommessa, e doveva chinarsi o levarsi in punta di piedi per ascoltare un lamento o una protesta. Signor Commissario, le diceva una nell'orecchio, ci metta rimedio lei: c' quella ragazza del numero 25 che  uno scandalo; ci ho qua sotto due ragazzetti; le dica di stare a dovere: o in che luogo siamo? Un'altra voleva che avvertisse le due vicine di sopra di non mettere i piedi fuori e di parlar pi pulito. Le vecchie, in particolar modo, lo tormentavano per la buona morale, e denunziavano le colpevoli, in gran segretezza, rabbiose. Ci ponga un po' mente lei, signor Commissario. Loro non vedono niente, mi scusi. C' il numero 77, quella bionda, che ogni notte al tocco sale in coperta e non torna pi che alle quattro.  una porcheria che deve finire. Altre volevano cambiar di posto, a cagione d'una vicina asmatica, o perch la ragazza che avevano a lato, un poco di che, senza dubbio, spandeva un. puzzo di muschio da mandar la testa per aria. E il Commissario doveva quietarle: Vedremo, provvederemo, dormite intanto, riposate, datevi pace. E andando innanzi cos al chiarore fioco delle lanterne, intravvedeva delle madri addormentate che si stringevano i bimbi al petto, respirando affannosamente, col viso contratto da un sogno doloroso o spaventevole; dei seni giovanili non scoperti per caso; delle bocche senza denti spalancate nel sonno come se urlassero; degli occhi che luccicavano nell'ombra, fissandolo, con un sorriso che faceva un'offerta. E qualche volta, per le corsie, s'abbatteva in un viso sospetto, che doveva sottoporre a un interrogatorio. Dove andate a quest'ora? Su (naturalmente) per un'occorrenza. Con quegli occhi in sollucchero? Vi do tempo cinque minuti, e poi vi taster il polso. Un po' pi in l, s'arrestava a fare un'ammonizione: Ve lo dico per l'ultima volta, se non vi trovo domani con la camicia cambiata, ve la taglio! Non avete
vergogna? E la rimproverata rispondeva qualche volta il vero, pur troppo: Non ne ho altra, signorino! E avanti, di corsia in corsia; da una parte rimetteva sul cuscino il capo d'una bimba nuda che sporgeva troppo in fuori: dall'altra faceva tacere due comari bracone che si scanagliavano a bassa voce per una questione nata la mattina alla ripartizione della galletta; e quattro passi pi gi faceva coraggio a una povera donna sola che, presa dalla malinconia, piangeva sul capezzale, dicendo che aveva il presentimento di non trovar pi suo marito in America. E a furia di passare e di ripassare conosceva il modo di dormire di tutti. La bolognese, che stava coricata di fianco, toccava quasi con l'anca enorme la cuccetta di sopra; la bella contadina di Capracotta si rivoltolava come uno scoiattolo; quelle due ciuffone di coriste dormivan con le gambe e le braccia buttate di qua e di l come le aste d'un x; e la signora decaduta si teneva disteso addosso quel povero vestito di seta nera, come il drappo funebre della sua antica fortuna. La pi bella e tranquilla era anche nel sonno la ragazza genovese, che riposava supina, lunga, tutta coperta, come una statua di regina, distesa sulla sua tomba di marmo. Ma la vista di tutte quelle canizie misere, di tutte quelle madri senza casa e senza pane, dormenti sopra l'oceano, a migliaia di miglia dalla patria abbandonata e dalla terra promessa, gli teneva lontano dalla mente ogni pensiero sensuale, anche davanti alle molte nudit ostentate e inconsapevoli che gli occorreva di vedere. Egli passava l sotto come un medico in un ospedale, non meno inaccessibile a ogni tentazione di quello che lo fosse quel povero vecchio annaspo di marinaio, che l'accompagnava con una lanterna alla mano. Infelice gobbetto! Per lui, non protetto dalla dignit della carica, il mestiere era ben pi duro; tanto pi quando, uscito il commissario, egli rimaneva solo nel dormitorio, col secchiolino dell'acqua e il ramaiolo a disposizione di tutte le assetate. Vien qua, vedo. A mi, omm di persi! Dessdet, pivel! Acqua! L'Egue! Eva! De bev! Da baver! In presenza sua, leticavano forte, infischiandosi del regolamento, e ridevan di lui; e qualcuna anche, per disprezzo, le mostrava la faccia a cui si danno gli schiaffi coi piedi," di levata, soprattutto, quando si trattava di pescar la rob?
in quel guazzabuglio, gli facevan perder la testa, e allora scappava, come da un vespaio, e si rifugiava in coperta, tutto sudato e ansimante. E quella mattina appunto, all'ora critica, lo trovai davanti alla porta del dormitorio, con l'anima per traverso. Ebbene, gli dissi, vi fanno fare il sangue verde, non  vero? Ah! rispose, buttando via con dispetto la cicca. Non ne posso pi! Ed  cos in ogni viaggio? domandai. Eh no, grazie a Dio! rispose. Va a viaggi. Alle volte, per combinazione, capita un carego di brave donne. Altre volte... questa volta, per esempio, a l' na raffega de donne maleduchoe, un vero carego d'aqidenti! - Poi, ripigliando la sua compostezza filosofica e alzando l'indice, mi disse confidenzialmente nell'orecchio: Sci sente [stia a sentire]. Sci no pigge moggi! [non prenda moglie] E voltatomi lo scrigno, tir via.


Robert Louis Stevenson: Fra gli atolli dei Mari del Sud.

Da una decina d'anni la mia salute andava peggiorando; e per qualche tempo, prima di intraprendere il mio viaggio, credetti d'essere arrivato all'epilogo dell'esistenza, di non dovermi aspettar altro, ormai, che l'infermiera e l'impresario di pompe funebri. Mi consigliarono di provare i Mari del Sud, e a me non dispiaceva l'idea d'andare in giro come un fantasma, di farmi portare come un sacco, negli stessi luoghi che mi avevano attratto quando ero giovane e in buona salute. Per questo noleggiai il Casco, una goletta di settantaquattro tonnellate; salpammo da San Francisco verso la fine del giugno 1888, toccammo le isole orientali, ed al principio dell'anno nuovo ripartimmo per Honolulu. Di l, mancandomi il coraggio di tornare alla mia casa, anzi alla mia stanzetta di malato, decisi di filare sottovento sul mercantile Equator, poco pi di settanta tonnellate-, passai quattro mesi fra gli atolli (sono bassi isolotti coralliferi) del gruppo delle Gilbert, e verso la fine dell'89 giunsi a Samoa. Ormai abitudine e riconoscenza cominciavano a legarmi alle isole; avevo riacquistate le forze, trovato amici, appreso nuovi interessi; quelli dei miei viaggi eran stati giorni in una terra incantata: decisi di restare. Queste pagine cominciai a prepararle a bordo, durante il terzo viaggio, sul mercantile Janet Nicoll. Se altri giorni mi son concessi, li passer dove la vita mi  stata pi gradevole, e gli uomini pi interessanti. Gi le asce dei miei servi negri fan posto alle fondamenta della mia casa futura, ed io debbo saper parlare al lettore da questo luogo remotissimo, sul mare.
All'alba del 4 settembre [1888] una baleniera con a bordo ciurma indigena ci rimorchiava sul verde sentiero dell'ancoraggio, attorno al promontorio spumante. La mattinata era di cristallo, eppure al livello della costa faceva un
caldo da non respirare; alti su di noi, i monti di Atuona eran tutti incappucciati di nubi, e il fiume immenso degli alisei scorreva senza posa. Strisciando via dal riparo immediato della terra, giungemmo alfine ai margini della loro influenza. Il vento colpiva le vele a raffiche, sempre pi forti, sempre pi continue; poco dopo sul Casco ricominci il lavoro quotidiano; la baleniera, superata, per un attimo s'attracc con fragore alla sua poppa; passammo, come promesso, pane, rum e tabacco; ancora un attimo e l'imbarcazione era nella nostra scia, ed il pilota ci salutava allegramente.
Un saluto tanto pi caro perch avremmo visto spettacoli ben diversi; il viaggio era breve, ma ci avrebbe svelato una parte nuova del creato. Questo gran campo d'oceano, che con un nome approssimativo si chiama Mari del Sud, va da tropico e tropico, e, credo, dal 120 al 150 di latitudine: un parallelogramma di cento gradi per quarantasette, e dove i gradi son pi larghi. La parte maggiore  deserta, ma un'altra, ragguardevole,  fittamente disseminata di isole e queste isole son di due tipi. Quando si parla dei Mari del Sud, non c' distinzione che ricorra pi frequente, di quella fra isole alte e isole basse; non c' distinzione pi marcata dalla natura. Una differenza come fra l'Himalaya e il Sahara. Da una parte le isole vulcaniche, quasi sempre a gruppi di otto-dodici, che si levano dal mare; alcune raggiungono i 4000 piedi, una supera i 13.000; spesso han la cima nascosta dalle nubi, e tutte son vestite di boschi,, tutte ricche di cibarie e spiccano per il loro aspetto pittoresco e solenne. D'altro canto l'atollo; qualcosa che ha una storia e un'origine problematiche; creatura, cos si dice, di un corallo che non si  riusciti a identificare; di forma anulare, all'ingrosso; con dentro una laguna; di rado l'ampiezza massima supera il quarto di miglio; di rado si leva sopra le acque, nei punti pi alti, oltre la statura di un uomo. E l'uomo, il ratto e il granchio di terra ne sono gli abitanti normali; non possiede grande variet di piante; e all'occhio, anche se perfetto, altro non offre se non un anello di spiaggia luccicante e di fogliame verde, con il mare che lo chiude e insieme ne  chiuso.
Non c' zona dove gli atolli siano cos fittamente adunati, e variati nella grandezza, dal maggiore al pi piccolo, e periglioso alla navigazione come nell'arcipelago che stavamo attraversando. Il complesso sistema degli Alisei, per non so quale motivo,  alterato dalla molteplicit di questi scogli; il vento  intermittente, frequenti le raffiche da sud e da sud-ovest, non ignoti gli uragani. Inoltre le correnti si mescolano [ inestricabilmente; impossibile tracciare la rotta; non ci si pu fidare delle carte; e tale  il numero e la simiglianza di queste isole che anche a conoscerne una, non cresce per questo la tua competenza. Il luogo ha perci una fama tremenda; le assicurazioni lo escludono dalle loro polizze, e non fu senza apprensione che il mio capitano arrischi il Casco in acque simili. Va da s, credo, che uno yacht eviter sempre questo intrigato arcipelago; e ci volle tutta la mia insistenza, e tutto il gusto dell'avventura del signor Otis, per sviare la nostra rotta fin l in mezzo.
Per alcuni giorni navigammo con l'aliseo costante, e con una corrente dell'ovest che ci teneva sottovento; verso il tramonto del settimo giorno avremmo dovuto avvistare Takaroa, una delle isole che Cook battezz di San Giorgio. Il sole tramont, e subito la vecchia luna - gi quasi splendida, e con la pancia d'argento - navigava fra le nubi al posto di lui; ma anch'ella ci abbandon; stelle d'ogni grado di splendore e nubi d'ogni forma si disputavano la poca luce della notte; e noi cercavamo invano Takaroa. Il secondo pilota era in piedi sul bompresso, la sua alta figura grigia oscillava su e gi contro le stelle e ancora
nihil astra praeter vidit et undas.
Noi altri eravamo in gruppo intorno alla grua del capone, a fissare il cielo con pari intensit, ma con speranza assai minore. Si vedevano tante isole, ma erano della materia di cui son fatti i sogni, e svanivano al primo sbatter di ciglia, per poi ricomparire in un altro posto; e a poco a poco non solo isole, ma luci fulgide e rotanti cominciarono a rompere il buio; fari della fantasia o del nervo ottico stanco, che scintillavano e ammiccavano solenni al nostro passaggio. Alla fine anche il pilota disper, torn sul ponte dal suo trespolo disagiato, e ci annunci che avevamo sbagliato
rotta. In quelle acque era lui l'unico pratico, l'unico pilota, imbarcato per questo a Tai-o-hae. Se diceva lui che la prua non era su Takaroa, non stava a noi discutere questo fatto. Semmai spiegarlo, se ci era possibile. Avevamo esagerato con quella rotta a sud. La scia serpeggiante sul mare e il segno sulla carta che pareva il cammino di un ubriaco, stavano a dimostrare, con eguale certezza di una fortissima corrente verso ovest. Dovevamo concludere che eravamo ancora sottovento; il meglio che ci restava era cercar di riportare il Casco al vento, far buona guardia e aspettare il mattino.
Dormii quella notte, pericolosa abitudine di allora, sul ponte, sul banco del pozzetto. Mi dest all'improvviso un gran trambusto; e vidi tutto il cielo, a occidente, tinto d'arancione, la lampada dell'abitacolo gi appannata dal chiarore del giorno, e il timoniere che faceva forza sulla ruota. Eccola, signore! grid, puntando il dito nell'occhio dell'aurora. Per un poco altro non vidi se non i frammenti bluastri della nebbia mattutina che giacevano lontani sull'orizzonte, come icebergs quando si fondono. Poi si lev il sole, trafisse quei resti di nebbia, e ci mostr una isoletta insignificante, piatta come un vassoio sul mare, con sopra tante palme di altezza spropositata.
Fin qui tutto bene. Era certamente un atollo, e noi certamente eravamo riusciti a traversare l'arcipelago. Ma quale arcipelago? E dove? Troppo piccola l'isola, non poteva essere nemmeno Takaroa, e nei paraggi non ce n'erano di cos minuscole, salvo Tikei; e Tikei, una di quelle isole che il Roggewein chiam Perigliose, pareva fuor di discussione. Di quel passo, invece di andare alla deriva verso ovest, avremmo dovuto risalire controvento per altre trenta miglia. E la corrente? Tutti quei giorni, lo avevamo visto, aveva continuato a trascinarci; a giudicare dalla rotta, anzi, ci stava ancora trascinando. Quando era cessata? Quando aveva ricominciato? E che razza di corrente era questa, da spostarci verso est nell'intervallo? A queste domande, cos comuni quando si naviga presso le isole, non trovavo risposta. Ma almeno i fatti eran questi: la nostra isola era proprio Tikei, e la nostra prima esperienza dell'arcipelago misterioso fu uno sbarco a trenta miglia dalla meta.
La vista di Tikei, che spiccava contro lo splendore del mattino, priva d'ogni colore e deformata dalla sproporzione degli alberi, come setole di una scopa, non ci aveva certo disposti alla simpatia verso gli atolli. Pi tardi, quel giorno medesimo, ci apparve, in migliori condizioni, l'isola di Taiaro. Credo che il nome significhi Perduta nel mare. E proprio cos noi la vedemmo, perduta nel mare e nel cielo: un anello di spiaggia bianca, di macchia verde, e palme oscillanti color di gemma; d'una bellezza fiabesca, celeste. Tutt'intorno correva la risacca, bianca come la neve. Non c'era fumo, non segno d'uomo; perch certo l'isola non  abitata; solo visitata di tanto in tanto. Eppure un mercante (il signor Naril Salmon) guardava dalla riva e si chiedeva di chi fosse quella nave inattesa. Da allora ho trascorso molto tempo sulle isole basse; conosco la noia dei loro giorni tutti eguali; conosco il peso della vita che vi si conduce. Per quanto grande fosse il desiderio con cui guardavamo dal ponte quei verdi recessi, dieci volte maggiore era quello del signor Salmon e dei suoi compagni, quando videro il nostro bel vascello che dirigeva verso il largo.
La notte cadde dolcissima. Dopo calata la luna, il cielo fu una meraviglia di stelle. Ed io disteso sul cassero guardavo il timoniere, e mi tornavano in mente i versi di Emerson:
e il marinaio solitario tutta notte
attonito veleggia fra le stelle.
In quel chiarore scintillante e imperfetto, a quattro campane della prima veglia raggiungemmo il nostro terzo atollo, Raraka. La linea bassa dell'isola si stende all'orizzonte; a prima vista mi fece pensare a un sentiero di villaggio, e ci pareva di risalire un canale navigabile, in buon assetto. Dopo poco comparve una stella rossa, alta e lucente quanto un segnale di pericolo, ed allora mut anche la mia similitudine; sembrava di sfiorare la scarpata di una ferrovia, e l'occhio istintivamente cercava i pali del telegrafo, e l'orecchio attendeva il fragore del treno. Di tanto in tanto rompeva la monotonia qualche cima d'albero. E ci accompagnava il suono della risacca, ora sordo e monotono, ora vibrante e minaccioso.
L'isola si stendeva quasi in direzione est-ovest, sbarrandoci la via di Farakava. Dovemmo perci rasentare la costa fino a raggiungere l'estremit occidentale dove traverso un passaggio largo otto miglia, potessimo prendere verso sud, fra Rakara e l'isola accanto, Kauhei. Il vento era a favore, l'aria leggera, ma cominciavano a levarsi nubi nere come l'inchiostro, ed a tratti lampeggiava, col tuono. C'era qualcosa, non so cosa che ci spingeva di continuo verso l'isola. Ci dirigevamo sempre pi verso il nord; ed avresti detto che la riva copiasse la nostra manovra, superandoci.
Una volta o due Raraka ci si present dinanzi - e ancora, come accade in mare, l'innocente timoniere cadde in inganno - e il Casco rimase lontano. Se mi avessero chiesto alla luce soltanto della nostra esperienza, di tracciare la figura dell'isola, avrei disegnato una serie di promontori a loggia, ciascuno sporgente sull'altro in direzione nord, e la linea della costa da sud-est a nord-ovest. Invece, guarda! Sulla carta la vedi come una linea diritta da est a ovest.
Avevamo appena ripetuto la nostra manovra e ci allontanavamo - non pi di cinque minuti prima era scomparsa la scarpata della ferrovia, n si udiva la risacca - quando ancora. scorsi la terra, e non solo all'orizzonte, ma proprio dinanzi a noi. Feci la parte dell'uomo di terra assennato, serbando la calma fino all'ultimo momento, e poco dopo i miei marinai la scoprirono coi loro occhi.
Terra a prora via! disse il timoniere.
Perdio,  Kuaehi! grid il secondo.
Ed era vero. A questo punto i cartografi cominciarono a far disegni. Facevamo tre nodi e mezzo scarsi e volevano farmi credere che (in cinque minuti) avevamo girato un'isola, passato otto miglia di mare aperto e filato diritti su quella vicina. Ma il mio capitano aveva gi i suoi guai, a dover navigare in quel labirinto; mise il Casco sottovento, si sedette sulla battagliola di poppa e rest a guardia fino al mattino. Ne ebbe abbastanza in quella notte alle Paumotu.
All'alba del 9 cominciammo a rasentare Kuaehi e ci fu quindi possibile vedere da vicino la geografia degli atolli; qua e l dove era pi alta, si vedeva la riva opposta; qua e l la costa vicina sprofondava completamente mostrando un largo sentiero d'acqua fin nella laguna; qua e l ambedue le
coste si abbassavano egualmente e potevi guardar dritto in quel cerchio discontinuo fino all'orizzonte marino del sud. Immagina, su vasta scala, la botte affondata di un cacciatore d'anatra, adorna di falasco verde che ne nasconde il bordo - acqua dentro, acqua fuori - e avrai l'immagine di un atollo perfetto. Immaginane uno a cui abbiano tolto una parte della sua frangia di falasco, e avrai l'atollo di Kuaehi. E per ambedue le coste viste da vicino, immagina una vecchia strada romana che traversi una maremma paludosa e vi scompaia alla vista per riapparire coronata dal pennacchio verde di un boschetto; solo che, a differenza delle acque stagnanti della maremma, qui l'oceano vivo ancora ribolliva, e a tratti seppelliva la fragile barriera. Cos il giorno confermava le impressioni della notte scorsa, anzich correggerle. Navigavamo veramente fra due argini, opera della natura, ma di grandezza non maggiore di molte opere umane.
L'isola era disabitata; tutta macchia verde e sabbia bianca, posta su acque trascendentalmente azzurre; anche le palme di cocco erano rare, ma qualcuna completava la viva armonia dei colori sporgendo un ventaglio di giallo aureo. Per molto tempo non vedemmo altro segno di vita, oltre quella vegetale, e nient'altro rumore che il continuo brontolio della risacca. Quelle spiagge incantate passavano nel silenzio e nella solitudine, sprofondavano, sorgevano ancora dal mare con ciuffi di boscaglia. E poi comparvero un paio di uccelli, che volavano e stridevano; presto furon numerosi, e poi, guardando innanzi, avvertimmo un largo fervore di vita alata. Qui l'isola anulare era quasi sott'acqua, e lasciava emergere qua e l qualche scoglio boscoso. Su di uno scoglio gli uccelli volavano e si posavano incredibilmente fitti, come zanzare o api; una massa lampeggiante di bianco e di nero, palpitante, fremente, e lo strillo di quelle creature si levava sopra la voce della risacca con uno strillo vibrante e fragoroso. A chi discende una valle un suono non dissimile annuncia la vicinanza di un mulino o d'una corrente. Come ho detto, alcuni uccelli migratori ci vennero incontro; alcuni restarono attorno alla nave alla partenza. Le strida cessarono, l'ultimo paio di ali rest dietro di noi, ed ancora una volta le basse rive di Kuaehi corsero dinanzi
ai nostri occhi in silenzio, come un quadro. Allora pensai che quegli uccelli vivessero, come formiche o come cristiani, a branchi, l dove li vedemmo. Mi han detto poi (ma non so se  giusto) che tutta l'isola, o quasi tutta,  abitata in quel modo; e che il fervore di vita in un luogo solo era segno d'una qualche ciurma di cacciatori d'uova nei paraggi, giunta da uno degli atolli vicini, abitati. Cos, qui a Kuaehi, come il giorno prima a Taiaro, il Casco salp sotto un fuoco di occhi che noi non sapevamo. E una cosa  certo vera, che anche in questi nastri di terra si potrebbe nascondere un esercito, senza che il marinaio di passaggio ne indovinasse la presenza.


Joshua Slocum: Il navigatore solitario.

Joshua Slocum, un capitano marittimo della Nuova Scozia, secco, calvo, con la barbetta a punta, arrivato dopo molte traversie alla cinquantina, si trov disoccupato. Compr allora la carcassa d'uno sloop da pesca, lo Spray, lo rimise a nuovo e in quella barchetta di 9 tonnellate, il 24 aprile 1895, da Boston, intraprese il giro del mondo. Era solo: quando dormiva, cucinava o si riposava leggendo, bloccava la ruota del timone e lo Spray si manteneva docile in rotta. Lo Spray andava a vela, naturalmente, e per cronometro Slocum si serviva d'una sveglia. Dopo tre anni e dopo aver fatto 46.000 miglia, torn in patria e scrisse un libro, Sailing alone around the World che  un classico dei libri di mare.
Pi volte Slocum riprese il mare con lo Spray; l'ultima fu nel 1909 con l'intenzione di risalire l'Orinoco fino al Rio Negro e quindi percorrere il Rio delle Amazzoni fino al mare. Ma in quell'impresa Slocum e lo Spray sparirono per sempre.
Un critico americano ha scritto che la storia di Slocum potrebbe definirsi un equivalente nautico del resoconto che Thoreau fa della propria vita nella capanna di Walden. E veramente, a parte-le analogie esteriori, certe sue pagine, come quelle che riportiamo, richiamano lo spirito di Thoreau. Slocum fu uno dei maggior artisti della vela: si pu dire anche che non meritava tanti melensi imitatori.
Traversare il Pacifico, anche nelle circostanze pi favorevoli, vi pone per molti giorni a stretto contatto con la natura, e intendete appieno la vastit del mare. Lento ma sicuro, il segno della rotta della mia navicella si allungava sulla mappa e l'attraversava, mentre essa, con tutta la velocit consentitale, fendeva lentamente con la chiglia il mare che la portava. Il quarantatreesimo giorno di navigazione, un lungo periodo per chi si trova solo in mare, essendo il cielo meravigliosamente terso e la luna ad una certa distanza dal sole, ricorsi al sestante per prendere altezze. Dai risultati di tre osservazioni consecutive e dopo una laboriosa contesa con le tavole lunari, trovai che la longitudine del punto osservato corrispondeva con un'approssimazione di cinque miglia a quella del punto stimato.
Era meraviglioso; tuttavia, poteva darsi che entrambe fossero errate, ma, non so come, confidavo che risulterebbero pressoch esatte, e che di li a poche ore avrei avvistato la terra; cos infatti accadde, perch allora scorsi l'Isola Nukahiva, ossia la pi meridionale del gruppo delle Marchesi, che si stagliava netta e maestosa. La longitudine controllata al traverso dell'isola, era una via di mezzo tra i calcoli summenzionati; ci era stupefacente. Tutti i naviganti vi diranno che da un giorno all'altro una nave pu perdere o guadagnare pi di cinque miglia sul punto stimato, ed ancora, in tema di distanze lunari, si dice che perfino gli esperti fanno un buon lavoro quando la longitudine da essi calcolata non supera una approssimazione di otto miglia.
Spero sia ben chiaro ch'io non avanzo nessuna pretesa di bravura o di dimestichezza con i calcoli astrusi. Credo di aver gi detto che mantenevo la mia longitudine soprattutto per via d'intuito. Rimorchiavo sempre a poppa un solcometro ad elica, ma si deve far tanta parte alle correnti e alla deriva, che il solcometro non indica mai, che in fin dei conti si tratta solo di un'approssimazione, la quale deve venir corretta dal criterio personale che si avvale dei dati ricavati da un migliaio di viaggi; ed anche allora il capitano d'una nave, se  saggio, reclama a gran voce lo scandaglio e la vedetta.
La mia esperienza di astronomia nautica dalla coperta dello Spray fu unica... al punto che mi sento giustificato a descriverla succintamente. La prima serie di osservazioni, della quale ho detto test, lo situava molte miglia ad ovest della stima da me calcolata. Sapevo che questo non poteva esser corretto. Dopo un'ora all'incirca, presi una seconda serie di osservazioni con la massima accuratezza; il resultato medio di queste fu press'a poco eguale al precedente. Mi chiesi come mai, col decantato affidamento che ponevo in
me stesso, non avessi fatto almeno un po' meglio di cos. Allora mi misi alla ricerca d'un divario nelle tavole, e lo scoprii. Mi accorsi che in esse la colonna di cifre da cui avevo ricavato un importante logaritmo era sbagliata. Si trattava d'una circostanza ch'ero in grado di dimostrare oltre ogni dubbio, e causava la differenza di cui sopra. Apportata che ebbi la correzione alle tavole, proseguii il mio viaggio con immutata fiducia nelle mie forze, e con l'orologio di stagno che dormiva beatamente. Il resultato delle osservazioni, naturalmente, sollecitava la mia vanit, perch sapevo ch'era ben altra cosa trovarsi sul ponte d'una grossa nave, e con due aiutanti compiere osservazioni lunari approssimativamente vicine alla realt. Come uno tra i meno capaci marinai americani, fui fiero della mia modesta prodezza a bordo dello sloop, per casuale che possa esser stata.
Ora ero en rapport con quanto mi circondava, e venivo trasportato su di un'ampia corrente, dove sentivo la spinta della mano di Chi cre tutti i mondi. Realizzavo la verit matematica del loro moto, cos ben conosciuto che gli astronomi compilano tavole delle posizioni di essi lungo il corso degli anni e dei giorni e dei minuti d'un giorno, con una tale esattezza che chi si trova in mare anche cinque anni dopo, pu, mediante il loro aiuto, trovare l'ora media di qualsiasi meridiano della terra.
Trovare l'ora locale  una faccenda pi semplice. La differenza tra l'ora locale e quella media  la longitudine espressa in tempo, e come tutti sappiamo, quattro minuti rappresentano un grado. Questo, a farla breve,  il principio col quale si trova la longitudine indipendentemente dai cronometri. Il calcolo delle distanze lunari, bench raramente praticato in questa nostra epoca di cronometri,  bello ed edificante, e nulla esiste nel regno della navigazione che disponga maggiormente il cuore ad un atto di adorazione.


Joseph Conrad: Epitaffio per l'arte della vela.

Sir David W. Bone, comandante del piroscafo Tuscania della Cunard-Anchor, ebbe nel 1919 tra i passeggeri della sua nave Joseph Conrad. Il suo aspetto, scrive il capitano in Landfall at Sunset, non s'accordava per nulla con l'idea che avevo io di un marinaio vigoroso e di un fortunato autore di genio. Era un uomo riflessivo e tranquillo, evidentemente spaventato dalla prospettiva di dover parlare in pubblico. Sir Bone invit Conrad a visitare il ponte di comando: pensavo che i progressi delle navi e della navigazione lo avrebbero interessato, giacch s'era ritirato dal servizio attivo nel 1896... Subito si rese conto dell'uso e dello scopo dei molti strumenti meccanici installati sul ponte, ma non sembr affatto impressionato dalla loro efficienza. Trad un leggero disappunto per il fatto che si fosse giunti a servirsi della forza meccanica per tante cose che ai suoi - e ai miei - tempi erano affidate all'inventiva, alla forza, alla risolutezza del marinaio.
E gi nel 1905 Conrad aveva scritto:
La storia si ripete, ma non si riproduce pi la vocazione speciale di un'arte scomparsa, irrimediabilmente partita dal mondo, come il canto di un uccello selvatico d'una specie estinta. Niente pu ridestare quella medesima reazione, fatta di piacere nei sentimenti e di consapevolezza nella fatica. Quella della navigazione a vela  un'arte la cui bella forma par gi dilungarsi da noi, verso l'oscura Valle dell'Oblio. Portare attorno al mondo un moderno vapore (anche se nessuno vuol svilire le gravi responsabilit che l'impresa comporta) non pu darci nella stessa misura quell'intimit con la natura che, a ben guardare,  condizione indispensabile perch sorga un'arte. Questa nuova  una vocazione meno personale, e pi esatta; meno ardua, ma anche meno
soddisfacente, perch vi manca l'intima comunione fra l'artista e la materia della sua arte. In breve: l'amore c'entra meno. I risultati si misurano esattamente, in termini di spazio e tempo: ci che non pu essere dei risultati di un'arte. Diventa un mestiere: un uomo, purch non soffra disperatamente il mal di mare, pu farlo con soddisfazione, seppur senza entusiasmo, con zelo, seppur senza affetto. Parola d'ordine, puntualit. Il rischio che incalza da vicino ogni impresa artistica, manca in questa attivit, fatta solo di norma. Vi mancano i grandi momenti di esaltata fiducia in s medesimi, come pure i momenti, anch'essi grandi, di dubbio e di scoramento.  un mestiere che, come tanti altri mestieri, ha il suo fascino, il suo decoro, il suo amaro affanno, le sue ore di pace. Ma l'andar per mare a questo modo non d pi il senso artistico che dava la lotta solitaria dell'uomo contro una realt tanto pi grande dell'uomo. Non  pi quell'arte faticosa, impegnativa, di cui il coronamento riposa sulle ginocchia degli di. Non  pi conseguimento d'un individuo, d'un carattere.  ormai solo esperto uso di una forza imprigionata, solo un altro passo avanti sulla strada della conquista dell'universo.
Un tempo, quando si bracciavano i pennoni, appena il pilota, le saccocce colme di lettere, era salito a bordo, una traversata per mare era come una corsa - una corsa contro il tempo, contro un metro ideale di adempimento, ben superiore a quanto si pu chiedere a un uomo ordinario. Come ogni vera arte, il governo di una nave, in generale e nei casi particolari, seguiva una tecnica di cui amerebbero discutere uomini i quali nel proprio lavoro trovarono non solo il pane, ma anche Uno sfogo alla singolarit del loro carattere. Trarre i risultati migliori, pi veri, dai variabilissimi umori del cielo e del mare (e qui si allude non alla pittura, ma alla professione, nel suo vero spirito) ecco la vocazione di quegli uomini, tutti; ed essi lo affermavano in piena sincerit, e ne traevano ispirazione, allo stesso modo di chi accosta il pennello alla tela. E fra i maestri di quest'arte bella era infinita la variet dei caratteri.
Alcuni di essi, a loro modo, eran degli accademici. Non ti stupivano mai per una impennata originale, per un fresco
ispirato azzardo. Volevano starsene al sicuro: procedevano solenni, garantiti della propria reputazione, che era vuota e sacra.  sempre odioso fare il nome di un singolo, ma io non riesco a dimenticarne uno, che avrebbe potuto benissimo nominarsi presidente di tutti costoro, presidente dell'Accademia di Arte Nautica. Il suo bel viso, conciato dalle temperie, il portamento maestoso, gli sparati e i polsini delle sue camicie, gli anelli d'oro, i suoi modi ostentati facevano impressione sull'umile pubblico (stivatori, impiegatucci, doganieri) quando scendeva a terra sullo scalandrone della nave ancorata al Molo Tondo di Sidney. Aveva voce profonda, di petto, autoritaria, la voce di un principe in mezzo ai marinai. Faceva ogni cosa con un tono che metteva all'erta la tua attenzione, e ti sollecitava all'attesa; mentre poi non veniva fuori nulla che non fosse stereotipato, vuoto, piatto; e non ti insegnava nulla che fosse degno di tenersi a mente. Teneva la sua nave in ordine perfetto: e questo poteva esser un tratto da vero marinaio, ma lo guastava con la pignoleria nelle minuzie. I suoi ufficiali ostentavano superiorit su noialtri marinai, ma la loro melensaggine interiore appariva evidente dal modo opaco con cui si assoggettavano alle ubbie del comandante. Solo lo spirito indomito dei pi giovani non si lasciava influenzare dalla mediocrit paludata ed ipocrita di quell'artista. Quattro ne ricordo di questi giovani: uno era figlio di un medico, l'altro di un colonnello, il terzo di un gioielliere; il quarto si chiamava Ventomini, e non ricordo altro del suo linguaggio. Ma nessuno dei quattro pareva avere in corpo la minima scintilla di gratitudine. Eppure il comandante era a suo modo uomo cortese, ed aveva stimato suo dovere presentarli alla pi bella gente della citt, perch non entrassero nelle cattive compagnie dei marinai delle altre navi. Nonostante questo, mi dispiace di dover dire che gli facevano le linguacce dietro le spalle, e, senza cercar di nasconderlo, mettevano in caricatura il suo modo di tenere alta la testa.
Questo maestro della bella arte era un personaggio, e nient'altro; ma, come ho gi detto, si trovavano tipi diversissimi, in quanto a carattere, fra i suoi simili. Alcuni erano, per cos dire, grandi impressionisti, nel senso che ti impressionavano con il timor di Dio e dell'Immenso; in altre
parole, con il timore di andare a fondo e di affogare, in un quadro esatto di terribile grandezza. Qualcuno dir che importa molto poco sapere in che luogo avviene il trapasso, mediante soffocamento in acqua, io invece non ne sono sicuro. Pu darsi che io abbia sensibilit eccessiva, ma confesso che l'idea d'esser travolto all'improvviso dall'oceano irato, nel cuore delle tenebre rumoreggianti, mi ha sempre dato un brivido e un senso di disgusto. Affogare in uno stagno - ci che forse l'ignorante chiamer destino ignominioso una fine chiara e tranquilla, se la confrontiamo con altri modi di concludere la propria esistenza terrena, come me ne son balenati alla mente nelle pause di respiro che pur concede una tremenda vicissitudine, o nel bel mezzo di essa addirittura.
Ma lasciamo andare. Alcuni di quei maestri che han lasciato nel mio carattere una traccia durevole, univano alla risolutezza delle idee la decisione negli atti, che basavano sulla giusta valutazione dei mezzi e dei fini: e questa  la pi alta dote dell'uomo d'azione. Infatti l'artista  uomo d'azione, sia che egli crei una personalit, o inventi uno strattagemma, o trovi la via d'uscita da una situazione ingarbugliata.
Ma c'erano maestri - ne ho conosciuti - la cui arte consisteva nell'evitare tutte le possibili situazioni. Inutile dire che essi non fecero mai grandi cose nella loro arte; ma non per questo vanno disprezzati. Erano uomini modesti, che comprendevano i propri limiti. Dai loro maestri non avevano preso nelle proprie fredde abili mani il fuoco sacro. Soprattutto uno ne ricordo, ormai ritiratosi da quel mare che, col suo temperamento, non avrebbe dovuto esser altro che l'ambiente di una carriera tranquilla. Una volta sola egli tent un colpo d'audacia: fu una mattina all'alba, con brezza costante, entrando in una rada piena di navi. Poteva essere opera d'arte: ma nemmeno allora egli fu autentico, perch pensava a se medesimo, e perseguitava la gloria druda del gesto teatrale.
Doppiata una punta scura e boscosa, immersa nel sole e nell'aria fresca, ci si apr alla vista la folla dei bastimenti, ancorati a forse mezzo miglio davanti a noi. Il capitano mi chiam dal mio posto, sul castello di prua, e girando e rigirando il binocolo tra le mani abbronzate, disse: Vedete quella grande nave, con gli alberi bianchi? Voglio dar fondo tra lei e la costa. Fate scattare gli uomini appena do il comando.
Io risposi: Signors, signors, e pensai che davvero sarebbe stata una bella impresa. Irrompemmo in mezzo alle navi con stile perfetto. Tante bocche spalancate, ed occhi intenti, ci dovevano essere a bordo di quelle navi - olandesi, inglesi, qualcuna americana, e un paio tedesche - che avevano issato le bandiere, alle otto, quasi per onorare il nostro arrivo. Sarebbe stata una bella impresa, se fosse riuscita. Invece non riusc. Un pizzico di vanagloria indusse quel mediocre artista, per altro verso stimato, a rinnegare il proprio vero carattere. Nel suo caso non si trattava di arte per amore dell'arte! era arte per amore di s; il pi grande dei peccati, che egli pag con un penoso insuccesso. Avrebbe potuto andar peggio: fortuna volle che non andassimo in secca con la nave, e che non ci accadesse di sventrare con la prua la grande nave dagli alberi dipinti di bianco. Miracolo che non si troncarono le catene delle due ancore, perch, come  logico, io non attesi l'ordine Fondo! che egli dette con labbra tremanti, e una voce irriconoscibile. Le mollai con una sveltezza che mi stupisce ancora, quando ci ripenso. Non credo che su di un mercantile succeda spesso di dar fondo alle ancore con s straordinaria destrezza. Fecero presa tutte e due. Avrei baciato quelle scabre, fredde marre di ferro, se non fossero state sepolte nella melma viscida, sotto dieci braccia d'acqua. Insomma ci tennero alla fonda, e non ci fu altro guaio che il bompresso di un brigantino olandese ficcato nella nostra vela di prua...
Ma nell'arte no. Pi tardi il capitano mi borbott vergognoso: Non so come, non ha preso vento in poppa. Chiss cosa le succede? Ed io non risposi.
Ma la risposta era chiara. La nave aveva scoperto la momentanea debolezza del suo uomo. Fra tutte le creature che vivono in terra e in mare, solo le navi non si lasciano cogliere dalle velleit dell'uomo, e non si adattano alla mala arte dei loro capitani.
Visto dalla coffa principale di una nave d'altezza media,
l'orizzonte  un cerchio di parecchie miglia, entro il quale un'altra nave si scorge fino alla linea di immersione. Ebbene, gli stessi occhi che ora seguono queste righe, hanno contato una volta cento vele ferme per la bonaccia, come in un cerchio magico, non lontano dalle Azzorre, navi di diversa grandezza. Quasi non ce n'erano due puntate dalla stessa parte, come se ciascuna divisasse di rompere il cerchio incantato in un punto diverso. Ma il fascino della bonaccia  veramente magico. Il giorno seguente erano ancora sparse, l'una in vista dell'altra, e puntate in diverse direzioni; ma quando finalmente si lev la brezza, con quell'increspamento che scorre, azzurro cupo, sul mare pallido, tutte assieme andarono nella stessa direzione. Infatti era una flottiglia che tornava a casa dai margini estremi del globo, con una goletta di Famouth, carica di frutta, la pi piccola di tutte, a guidare il convoglio. La immaginavi bellissima, anche se non molto alta, con una scia profumata di limoni e di aranci.
Il giorno dopo eran pochissime le navi in vista delle nostre coffe - sette al massimo, e qualche macchia pi lontana, bassa sul mare, oltre il cerchio magico dell'orizzonte. Il vento favorevole ha un potere strano, magico, quello di sparpagliare una flottiglia biancoalata di navi, tutte dirette per lo stesso cammino, ciascuna con la bianca striscia di spuma sotto la prua.  la bonaccia invece che, misteriosamente, raduna le navi: grande separatore invece il vento di poppa.
Quanto pi alta  la nave, tanto pi la si scorge da lontano; ed  la bianca sua mole, su cui soffia il vento, a dirne subito la grandezza. Gli alti alberi che sostengono le tele bianche, spiegate e tese come trappole per cogliere l'invisibile forza dell'aria, emergono a poco a poco dall'acqua, una vela dopo l'altra, una verga dopo l'altra, e crescono, finch, sotto la torreggiante struttura delle attrezzature, si scorge la macchia minuscola, insignificante, dello scafo.
Gli alberi alti sono le colonne che sostengono i piani equilibrati, i quali, immobili e taciti, strappano all'aria la forza motrice della nave, come se fosse un dono del Cielo, accordato all'audacia dell'uomo, e sono le alte alberature, nude e spoglie della loro bianca gloria, ad inchinarsi di fronte all'ira del cielo pieno di nubi.
Quando si piegano a una raffica, in un gesto nudo e desolato di soggezione, anche il marinaio riesce ad intenderne l'altezza. Quando vede la sua nave che sbanda, allora si accorge dell'assurda altezza delle alberature. Sembra impossibile che quei tronchi dorati - per guardarli bisogna piegare indietro il capo - ora che ricadono in un piano visivo pi basso, non debbano colpire il margine estremo dell'orizzonte. Cos si ha la giusta impressione dell'altezza delle alberature, meglio che salendo a riva, pi alto che si pu. Eppure ai miei tempi i pennoni maestri di un mercantile di media grandezza erano un bel po' al disopra dei suoi ponti.
Certo un marinaio di sala macchine ha parecchie scalette di ferro da salire, ma io ricordo che in certi momenti la macchina di una nave a vela pareva alta fino alle stelle, per quanto fossero agili le mie membra, e per quanto fosse per me motivo d'orgoglio la mia sveltezza.
Infatti quella  una macchina, che compie il suo lavoro in silenzio perfetto, con grazia immobile, e par nascondere una forza capricciosa e non sempre governabile, che non prende nulla dalle riserve materiali della terra. Non fa per lei l'infallibile precisione dell'acciaio mosso dal bianco vapore e alimentato dal fuoco rosso e dal carbone nero. Essa invece par trarre la sua forza dall'anima stessa del mondo, suo formidabile alleato, tenuta all'obbedienza da fragilissimi legami, come un fiero fantasma catturato in una trappola di fili anche pi sottili della seta. Infatti che cosa sono il complesso delle corde pi robuste, degli alberi pi alti, delle tele pi tenaci contro il possente respiro dell'infinito? Solo tele di ragno, steli di cardo, garze.
La bella arte sopravvisse ancora per una ventina d'anni, ma ridotta ormai (salvo qualche rarissima eccezione) all'artigianato del piccolo cabotaggio, nel traffico spicciolo di tegole, legna, caolino, marmo, verdura, vino, ghiaia, o nel contrabbando: tra costa e costa di mari familiari e casalinghi.


Giovanni Comisso: Piccolo cabotaggio adriatico.

A quest'umile et della vela  dedicato il pi bel libro della letteratura marinaresca italiana: lo ha scritto, tra il '23 e il '28, Giovanni Comisso, che fu a bordo di un veliero chioggiotto, e s'intitola Gente di mare.
Rade di fortuna. - Essi le conoscono. Nell'attraversare il Quarnero, un po' al largo, la costa, rocciosa rasente al mare e su, elevata in alture boscose, sembra tutta una linea compatta senza rade. Partendo da Carnizza con un carico di caolino che appesantisca il veliero o dall'isola di Veglia carichi di legna da ardere, che accatastata fino sopracoperta intralci un po' la manovra delle vele, bisogna essere prudenti. A capo Promontore vi sono fondali a ogni punto e il vento dove il Quarnero s'innesta nell'Adriatico, muta di colpo. Rare volte il vento  cos buono da permettere tutta una tirata fino a Chioggia o a Venezia. Avvicinandosi a Cherso, tutta bianca di roccia sopra il nero azzurro delle acque, il grande caldo accumulato nel meriggio spesso s'innalza precipitoso attraendo l'aria dalle coste coperte di allori; cos a grandi bonacce succedono improvvisi turbini di vento che possono procurare danni considerevoli, se non si sta attenti. Poi la bella estate, riserva sempre impensate burrasche di bora. Bora che mascherata da un temporale notturno, scende gi dagli alti monti di Segna, e rimane per qualche giorno ad agitare le acque. Tutta la zona Liburnica  piena d'insidie e passato capo Promontore, i capitani devono stare attenti a ogni minimo indizio del tempo. Ma se questo muta,
vi sono le rade di fortuna che essi conoscono come angoli della loro casa.
Venivamo una volta da Carnizza carichi di caolino. La notte era discesa mentre ancora ci si trovava in Quarnero. Il mare era inquieto, ogni tanto qualche ondata spumeggiava su dal bordo, si filava bene e pareva che non vi fosse probabilit di temporale. Tutti eravamo scesi a dormire; il capitano stava di turno al timone. D'improvviso nel sonno sentii freddo e mi destai, di fuori i tuoni rombavano tutto attorno. Il capitano m'aveva spesso raccontato di velieri colpiti dalle saette, di alberi spaccati dal fulmine, e sospettai l'incendio delle vele. Salii sopracoperta e con mia grande sorpresa trovai che il veliero stava fermo entro una rada tra monti che nereggiavano sotto ai lampi. Il capitano e un altro finivano allora di ammainare le vele. Dove siamo? chiesi. A Bad, mi rispose il capitano; non vede che bella rada? Possono tirare tutti i venti di questo mondo, ma qui siamo difesi da ogni parte. Al mattino, con la luce resa tutta limpida dal vento, la rada che aveva un nome cos strano come esistente lontana dall'Europa apparve piccola e perfetta. Si sentiva il mare sbattere fuori contro le scogliere con scroscio continuo. Il luogo era deserto, non una casa, non altri velieri, i monti circostanti coperti di cespugli davano col crescere del sole, un profumo acuto come di droghe.
Alla sera, mentre si mangiava il pesce che avevamo pescato, si scorse affacciarsi all'imboccatura della rada una vela terzata. Subito i marinai la riconobbero.  il bragozzo di Salomone, grid Enrico. Butt l'ancora a cento metri da noi. I marinai si scambiarono i saluti e il nostro capitano chiese se avesse avarie. Un pennone s'era spezzato. Il capitano mi si rivolse: Se conoscesse Salomone, che tipo ! Con la ribolla in mano una volta ha fatto scappare un centinaio di sansegotti, quelli dell'isola di Sansego, che sono uomini giganti; perch non volevano andasse a vendere il pesce dove andavano loro. A bordo del bragozzo avevano acceso i fanali e si sentivano battere dei chiodi. Stavano riparando. Noi si mangiava e si seguiva attenti lo svolgersi del lavoro a bordo. Ognuno aveva da commentare e pareva compiacersi che il danno fosse capitato ad altri.
Un'altra volta venendo da Chioggia, oltrepassata Pola, mentre sotto l'alto sole del pomeriggio d'agosto, con appena un debole vento o corrente, forse, che ci sospingeva avanti un pochino alla volta rasente alle muraglie della costa, scavate di grotte, d'improvviso l'alberotto del maestro si spezz come niente fosse e il pennone cadde afflosciando la vela.
Io stavo a prua col giovanotto e ci si divertiva a guardare le meduse bianche che col loro respiro navigavano a distanza uguale una dall'altra. Angelo all'ombra della randa, coi piccoli occhiali sul suo volto grosso e nerastro, leggeva i Reali di Francia. Egli intese il fruscio della vela, comprese e s'alz per svegliare il capitano che dormiva. Il capitano dormiva, ma poi ce lo disse che sognava, e appunto sognava che un albero si fosse rotto. La rada di fortuna era a poca strada: la rada di Veruda. Rada formata da isolette e da scogliere. Piccole isole elevate come polentine, tutte verdi e a pelo d'acqua orlate dal bianco delle rocce. Guglielmo e il giovanotto s'arrampicarono su per le sartie sino al punto di innesto dell'alberotto sul maestro, e cominciarono a osservare; poi, dall'alto al basso, tra loro e il capitano e Angelo che stavano col volto rivolto verso la coffa s'inizi uno scambio di parole, interminabile. Ognuno voleva riparare il guasto di propria testa. Angelo s'impazientiva e bestemmiava. Gli altri dall'alto a ogni proposta del capitano contraddicevano con ostinazione. Annoiato mi calai con una
fune lungo il bordo e a nuoto raggiunsi la spiaggia desideroso di trovare del latte. I primi passi sulla terra dopo sette giorni di navigazione furono incerti e deliziosi. Al di l d'una siepe v'era un pastore che si divertiva a intagliare il suo nome sul bastone. Egli m'indic una casa vicina quasi nascosta sotto a un grande fico. Pareva che dentro non vi fosse alcuno; spiai da una finestra e due occhi neri e sorridenti di ragazza curva a lavare il pavimento, mi si rivolsero come per invitarmi a entrare. Bruna e agile, appariva splendida. Ella pure era curiosa dell'estraneo e s'era appoggiata alla finestra. In pochi istanti guardandoci parve che ci fossimo comunicato tutto l'amore di questo mondo, ma appena allungai la mano per carezzarle il volto, ella si ritrasse spaventata dicendomi che era fidanzata con un carabiniere che stava di guardia vicino. Arriv sua madre, una
donna voluminosa e bruna pure lei, in quella terra di biondastri, e le imaginai figlie di qualche navigatore del sud arrivato con pi fortuna della mia. Non avevano latte da darmi. E ritornai a bordo. La luna s'alz rossa, e i marinai su, alla coffa, ancora s'arrabattavano per riparare l'alberotto. A notte tarda ripartimmo, ma per tutto il viaggio sempre il cuore del capitano stava in sospeso; a ogni cigolio, rivolgeva l'occhio verso l'alto, colla paura di vedere tutta la vela precipitare sul ponte. E appunto al ritorno, vendute le verze e le patate tra Veglia e Arbe, e caricato il veliero di ottima legna da ardere, visto che i gabbiani volavano verso terra, il capitano preso dal sospetto che il tempo mutasse, non volle sforzare l'albero maestro cos incerto, e ci buttammo nella rada di Medolino.
La spiaggia piana ci veniva incontro coll'odore dei boschi di pini che arrivavano fitti fino all'orlo del mare. Scesi a terra, trovai la spiaggia fiorita di anemoni e il bosco fresco d'ombra. La spiaggia si distendeva in dolci archi dove il mare finiva con brevi onde. Poi s'alz la luna e pi non mi sarei distaccato dal silenzio del bosco e dal lieve tintinnio della ghiaia mossa a ogni piccola onda che si frangeva. Non mi ricordavo pi di me. Ma voci astiose mi fecero alzare, venivano dalla parte dove il veliero aveva gettato l'ncora. Un altro veliero stava accanto al nostro. Era un veliero di romagnoli carico di vino. Le voci venivano da bordo, capii che bastonavano qualcuno. Il capitano mi disse che erano tutti ubriachi. Vedevo un uomo grosso gesticolare, e urlava. Bastonavano il mozzo. Poi cessarono, si sentiva uno piangere e un altro cantare da prua.
Alzarono le vele e dovettero ripetere pi volte la manovra. Infine parvero soddisfatti, ma le vele erano una alta e una bassa. Partirono e il veliero non si sapeva dove volesse andare, uno sempre cantava e una voce sgolata comandava astiosa. Fuori della rada il vento cess e il veliero rimase fermo nella bonaccia illuminata dalla luna, e come se fossero tutti piombati nel sonno, nessuna voce pi s'intese.
Viaggio di ritorno. - Le rondini stridevano nel piccolo porto del paese istriano. S'aspettava, con la sera, la brezza di terra che doveva riportarci a Chioggia, donde eravamo
partiti. La stiva e la tolda erano colme di buona legna asciutta e maneggevole. Un veliero di romagnoli vicino alla nostra prua stava gi tutto in faccende per partire. I marinai agili e snelli, vestiti di tela turchina ora si lasciavano scorrere lungo una fune dall'alto della coffa, ora camminavano ritti sulle murate e ora si sporgevano con tutto il corpo fuori dal bordo per districare uno straglio. Poi tra il cigolio dei bozzelli issarono le vele che rimasero ferme nella penombra. Uno alla volta anche gli altri velieri issarono e adagio, aiutandosi coi remi, si staccarono e partirono. Solo il nostro ritardava, perch il capitano voleva che prima ci fossimo sbrigati della cena. Dalla cucinetta di bordo veniva l'odore del fumo misto a quello della polenta e del pesce che s'arrostiva sulla graticola. Odori distaccati da quello dell'aria divenuta fresca, e cos buoni da immobilizzare nel godimento. Qualche lume s'accese nelle case. Una vela vicina ondul nelle sue pieghe, la brace della cucinetta si ravviv e il capitano che camminava da poppa a prua si ferm per segnalarci l'arrivo della brezza e dire ad Angelo d'affrettare. Ognuno ebbe la sua porzione e trov il solito posto dove accoccolarsi per mangiare senz'essere osservato dagli altri. Il vino dolce diede straordinariamente il sapore del pesce caldo. Si fece qualche confronto tra le donne di quel paese e quelle d'un altro, dove eravamo approdati il giorno avanti, qualche altro tra i prezzi del vino, e accesa la pipa, ognuno s'alz in piedi per andare accanto alle antenne in attesa di issare. Issarono lenti, poi tanti minuti preparativi trattennero il capitano dall'ordinare di levare l'ancora.
Volevo dare, al momento della partenza, l'addio a quel piccolo porto, dove avevamo concluso buoni affari, ma stanco d'attendere discesi sottocoperta. Di qui sentivo i passi dei marinai sulla tolda e il cigolio della randa. Un remo venne tuffato nell'acqua. La brezza non doveva essere ancora sufficiente per muoverci; da ultimo intesi il rumore della catena e il colpo finale dell'ancora rimessa a posto sulla murata di prua. Il sonno mi aveva preso nella stanchezza, e sentivo la voce del capitano chiedere a un veliero di compaesani se avessero qualcosa da mandar a dire alle loro famiglie.
Mi dest un'aria fresca discesa dal boccaporto fino a venirmi sfiorare. Il capitano stava tutto intento a preparare
il caff e vedendomi sveglio mi disse di andare di sopra se volevo godermi una delle pi belle aurore, che a lui fosse toccato di vedere. La tolda bagnata rifletteva il giallore del cielo. Un uomo da prua mi lanci il buongiorno. Le vele inerti erano pregne della stessa luce del cielo. La costa che avevamo lasciata la sera avanti si vedeva ancora. Brividi di freddo mi rendevano gaio e irrequieto. Si arrivava a vdere tutti i monti dell'Istria fino a quelli del Friuli, ma il sole spunt e tutto il panorama disparve sommerso dalla luce. Volgendomi trovai il mozzo, con la sua grossa testa rotonda, che m'offriva una tazza dove il caff fumava leggermente. Coll'alzarsi del sole, un venticello crebbe a increspare le acque, poi si lev vento di levante e filammo via diritti per tutta la mattina accompagnati dall'allegria dell'acqua che gorgogliava contro la chiglia.
Sul mezzogiorno ci sedemmo a poppa sotto una piccola tenda, per mangiare la minestra di riso e patate preparata da Angelo. Ma faceva cos caldo che non s'aveva voglia di mangiare. Il mozzo seduto sulla murata si divertiva a lasciare cadere in mare qualche cucchiaio di riso, e i piccoli grani bianchi nell'andare a fondo si vedevano splendere a lungo contro l'azzurro intenso dell'acqua ferma. Il vino aveva un sapore come se fosse stato bollito e il pane a spezzarlo andava subito in frantumi come un biscotto. La tolda scottava dovunque, anche all'ombra; si parlava rari e stanchi. Preso pretesto dalla limpidezza dell'acqua il capitano raccont la storia di un naufragio avvenuto l'anno prima, press'a poco da quelle parti. Guarda nel fondo se vedi la Teresa, disse al suo figliolo. E ci spieg come questo veliero, che si chiamava Teresa, con un vento da nulla si fosse capovolto, e tutto per avere avuto il carico male distribuito. Ma qualche mese dopo con una bonaccia bianca, simile a quella che ci aveva preso, tocc al veliero di Paceta di passarci proprio sopra. E Paceta vide la Teresa nel fondo, con tutte le vele ancora issate, ma, questo stupido, invece di mettervi un ancorotto per segno, tir via ed ebbe la bella faccia di andare a raccontare quello che aveva visto. Eugenio disse che a Paceta dovevano togliere la patente. Angelo osserv che Paceta era tanto scemo che poteva anche essersi sognato di aver visto la Teresa. Il giovanotto non parl, rimase incantato verso il mare, e il mozzo col capo fuori dal bordo, guardava il fondo e ripeteva con voce nasale, come per chiamarla: Teresa! Teresina! E in quanti sono morti? chiesi al capitano. Erano in cinque e sono morti in cinque, e si alz dicendo: Oh! il mare  una brutta bestia affamata. Ce ne sarebbero da raccontare... e sbadigli. Io per in quarantacinque anni che navigo, venti su battelli da pesca e venticinque su questo da commercio, posso vantarmi di non avere mai assaggiata l'acqua di mare, e non so neanche se io sappia nuotare. Dico: vantarmi, perch molto dipende dalla prudenza. Lei non va a dormire? E discese sottocoperta. Anche gli altri discesero. Solo Eugenio rimase al timone.
Era un vero piacere osservare la distesa delle acque nel silenzio pomeridiano. L'uomo che stava al timone quasi per non disturbarmi taceva. Ogni tanto la barra cigolava, le vele palpitavano appena e proprio non si stava fermi. Tutto d'un tratto, tra la legna su dal boccaporto della stiva, m'accorsi di qualcosa, alzarsi e volgersi verso di noi: era la testa spaurita del giovanotto. Si sollev a stento e camminando a carponi sulla catasta di legna venne ad acquattarsi ai nostri piedi, come sfinito dalla stanchezza. Pallida la fronte sotto i capelli bagnati di sudore, rosso nelle guance, duro e paralizzato nel corpo, sottovoce ci disse che aveva sentito l'acqua entrare nella sentina. Pensava che mentre s'era in rada a caricare, la chiglia avesse toccato il fondo e ora stesse per aprirsi. Ci precipitammo nella stiva per vedere, togliemmo alcuni fasci di legna; il capitano intanto ci aveva inteso e chiese attraverso la parete cosa si stesse facendo: Acqua in sentina! grid Eugenio. Il capitano venne subito al boccaporto della stiva. Dove? Dove? Gli indicammo il giovanotto che impacciato gli ripet quello che aveva detto a noi. D'un salto fu nella stiva. Dov'? Ma dove i sentito? Santa Madonna! L, l da quella parte, e indic verso prua. Togliemmo la legna pi che si poteva, poi rimanemmo in ascolto guardandoci con spavento negli occhi. Come un respiro, si sentiva di tanto in tanto un gorgogliare leggero. D'improvviso la voce del capitano risuon pacata: Ma  di fuori! e si
rialz ma strette le labbra guard ferocemente gli occhi del
giovanotto e passatogli vicino accenn di lasciargli andare uno schiaffo: Che si possa essere pi storditi di cos?? a non capire che  l'acqua di fuori che fiotta contro la prua. Pezzo d'ignorante! Il giovanotto non poteva muoversi e se ne stava contro la legna dicendo: Cosa vuole che sappia, io. Io  fatto il mio dovere. Se poi si andava a fondo... Angelo che s'era svegliato e aveva inteso, fattosi in quel momento sul boccaporto della stiva: Ma senti che ragionamenti! gli disse, e preso dalla rabbia d'essere stato svegliato per nulla gli scaravent contro una scarpa che lo colp alla schiena.
Verso sera spir vento di ostro e fu buono per noi. Il capitano disse che sarebbe durato per un buon pezzo cos da portarci per l'alba in vista di terra. Ma gi, appena scesa la notte, si vide la luce del faro. All'alba mi svegli la voce del capitano che ordinava al figliuolo di preparare il caff e poi di mettere in ordine ogni cosa perch gi si vedevano i campanili di Chioggia. Salii sopracoperta. L'acqua s'era fatta verdastra, cosparsa d'alghe e di rifiuti, come scendesse da un lavacro della citt. La terra si delineava nel biancore del sole appena alto. Andavamo con tutte le vele aperte. Altri velieri filavano con noi verso l'imboccatura del porto. Qualche trama di nubi davanti al sole dava per tutta l'aria una penombra d'argento. Quando la citt apparve vicina, la luce si altern all'ombra sulle case fitte di finestre, sulle cupole e sulle torri. Un veliero pi piccolo del nostro nel sorpassarci vir verso di noi e l'uomo al timone ci diede il buongiorno. Angelo si faceva la barba. Il giovanotto che dal lancio della scarpa, non aveva pi detto una parola, camminava su e gi sopra alla catasta di legna come smanioso di camminare a terra. Il capitano tormentava ogni tanto il timone, poi prese a parlarmi: A quest'ora la mia famiglia sa gi che io sono in arrivo. L, sul campanile del Duomo c' un vecchio pescatore, che ha ancora gli occhi buoni e dai segni delle vele ci riconosce, allora va alla porta della nostra casa ad avvertire. Ma noi non possiamo sapere se i nostri di casa se ne sono andati... E mi disse che disperava di ritrovare ancora viva la figlia che era ammalata da morire; ma non volle insistere, e mi mostr una flottiglia di bragozzi
che rapida ci veniva incontro partendo per la pesca. A prua le ciurme, ritte in piedi, intente a preparare le reti si muovevano come eccitate dal vento. Dall'altra parte gi era vicino il forte con le sue mura di mattoni rossi corrosi dal salso, coi terrapieni dove due capre brucavano l'erba, con un albero pieno di cicale e con le casematte di pietra bianca, silenzioso e squallido come un cimitero. Poi ci trovammo nel porto fitto di vele che procedevano adagio, ostacolate dalla corrente.


William R. Anderson e Clay Blair jr.: Nautilus, 60 nord.

Del Nautilus tutti sappiamo tutto, e le pagine seguenti, scritte dal capitano Anderson in collaborazione con un giornalista del gruppo Time-Life non hanno bisogno di commenti. Baster tener presente che il sommergibile atomico misura m 96 x 8,40; nella mensa dell'equipaggio ci sono cinquanta posti a sedere per le proiezioni cinematografiche, oltre a un distributore di gelati e un juke box che suona cinque dischi per venticinque cents.
Peary descrive la banchisa nei pressi del polo nord come un caos di ghiaccio rotto e sconvolto, privo di colore, privo di impronte. Sir John Ross scrisse: ricordatevi che il ghiaccio marino  pietra; quando  trascinato dalla corrente ha tutte le sembianze di una roccia galleggiante, quando  fermo sembra un promontorio o un'isola ed ha la stessa solidit di un blocco di granito. Entrambi avevano ragione: ma certamente non avrebbero potuto sognare che nel 1958 la Marina degli Stati Uniti avrebbe costruito il Nautilus, sommergibile a propulsione nucleare.
Sabato mattina, 2 agosto 1958, centosedici persone navigavano a quattrocento piedi di profondit, a velocit normale con rotta vera zero gradi, esattamente quarantaquattro ore prima che la crociera pi emozionante ed avventurosa in cui un marinaio si fosse mai imbarcato giungesse all'apice della sua gloria. Sopra di loro il ghiaccio formava una lastra quasi compatta, incredibilmente frastagliata: il suo spessore medio, variante da dieci a quindici piedi, presentava punte che si proiettavano in mare anche per una profondit di sessantacinque piedi dalla superficie. Non sarebbe onesto dichiarare che si possa navigare l sotto con la massima indifferenza...
Dapprima Frank Adams ed io facemmo la guardia in due:
mentre uno riposava l'altro restava in sala comando. Quando era di turno il mio secondo, potevo ritirarmi a dormire per qualche ora con la sicurezza che il battello era in buone mani.
Mentre il Nautilus si spingeva nelle profondit marine sotto il pack pensavo: Dove sar il punto dal quale pi non si torna? qui? cento miglia pi avanti? a un giorno di distanza? forse proprio al polo?
Francamente non lo sapevo. Ma avevo calcolato che questo punto doveva essere situato sotto il polo di inaccessibilit, il centro geografico della banchisa di ghiaccio, circa quattrocento miglia sotto il polo vero. Ma infine che importanza poteva avere tutto questo? Eravamo al sicuro, al caldo, con ogni comodit, nella nostra casa sotto il mare.
Il morale a bordo era alto e l'eccitazione febbrile. Raggiunta la zona di alta profondit sotto il pack, tutti compresero che, da ora in poi, aveva inizio il viaggio verso casa. Navigavamo con una velocit di diciotto miglia quando il capo motorista Stuart Nelson, battezzato con il soprannome di Turafalle, si precipit dalla sala motori domandando se non era proprio possibile aumentare di un paio di giri per ritornare a casa. Ordinai quindi venti miglia. Il battello sembr fare le fusa soddisfatto.
Ragazzi, cos si fanno le esplorazioni! osserv Robert N. Yarris infermiere di prima classe. Con la pipa in mano e una tazza di caff accanto, ogni tanto ci concedeva qualche attimo di sosta fra le varie analisi dell'atmosfera.
Andiamo in alto, in basso e in tutte le direzioni con una velocit di venti nodi; aria fresca tutto il giorno, nave calda, cibo buono ben caldo: siamo veramente i padroni della situazione, non vi pare? Parola d'onore, non mi piacerebbe affatto camminare attraverso i campi di ghiaccio che sono sulla nostra testa per arrivare al polo come fu costretto a fare l'ammiraglio Peary!
Sebbene quasi tutti fossimo convinti che il polo rappresentava una meta dove valeva la pena di arrivare, lo scopo principale della nostra missione era di passare dal Pacifico all'Atlantico, tracciando un nuovo passaggio a nord-ovest. Nella posizione in cui ci trovavamo, secondo le indicazioni della bussola, poteva essere preferibile evitare il polo e
navigargli intorno ad una latitudine inferiore: per la rotta attraverso il polo era la pi breve e la pi rapida. A parte tutto, ditemi chi avrebbe potuto resistere alla tentazione di attraversare il polo nord quando era cos a portata di mano?
Il dottor Lyon stava attaccato al suo impianto ecogoniometrico
ore e ore senza distogliere gli occhi dalle punte scriventi che registravano il diagramma della superficie inferiore del ghiaccio. I nuovi apparecchi a sua disposizione descrivevano questa superficie in ogni minimo dettaglio e con una accuratezza di gran lunga superiore a quella ottenuta dagli strumenti usati nel 1957. Proprio in questa circostanza scoprimmo come la banchisa fosse molto pi spessa di quanto non avevamo calcolato nel 1957 e come i pinnacoli generati dalla pressione (punte in profondit che si formano quando due lastroni di ghiaccio si comprimono l'un l'altro) si proiettassero in basso per una profondit variante da cento a centoventicinque piedi. Durante la navigazione gli strumenti scientifici del dottor Lyon riuscirono a raccogliere ad ogni ora dati esattissimi sul ghiaccio e sul fondale del bacino artico in misura di gran lunga superiore a tutta la massa di osservazioni rilevate in tutta la storia dell'umanit. Quando Lyon sbarc dal Nautilus aveva messo insieme due casse di dati scientifici.
E cosa dire dei picchi che sorgevano improvvisamente dall'oceano e che nessuna carta nautica aveva mai segnato? I nostri apparecchi rivelatori tenevano il loro occhio vigile su tutti questi ostacoli, e ne trovammo parecchi. In una zona sita in latitudine 7622', mai sondata in precedenza con apparecchiature acustiche, il nostro scandaglio, che si era mantenuto quasi costantemente ad una quota di circa 2100 braccia, improvvisamente discese a 1500 e subito dopo, con mia grave preoccupazione, a meno di 500.
Rimasi per parecchie ore accanto allo scandaglio seguendo attentamente l'andamento del fondale frastagliato, man mano che scorreva sotto di noi. Vidi elevarsi sul fondo marino scogliere a picco, vere catene montagnose alte migliaia di piedi. Sovente ordinai di ridurre velocit, per poi riassumerla, secondo che un promontorio s'ergeva dinnanzi a noi, o discendeva, rapidamente come s'era levato. La conformazione di queste montagne sottomarine era
straordinariamente irregolare e altrettanto bizzarra quanto quella dei crateri lunari.
Mentre passavo da uno strumento all'altro, giunse in sala comando il capo infermiere Aberle con gli ultimi dati sulle analisi dell'atmosfera. Risultava che gli apparecchi condizionatori e rigeneratori funzionavano abbastanza bene, cos da mantenere una atmosfera composta da venti a trenta parti di ossido di carbonio per milione, da uno a uno e mezzo per cento di andride carbonica e dal venti al ventuno e mezzo per cento di ossigeno. Questi dati erano tutti contenuti nei limiti di sicurezza o ne erano leggermente inferiori.
A una latitudine di 83 20' nord, passammo ad angolo retto dal centro geografico della banchisa, e cio del polo di ghiaccio o polo di inaccessibilit. Prima della comparsa dei sommergibili atomici, questa definizione poteva forse considerarsi appropriata, ma probabilmente oggi dovr essere riveduta.
Qualcuno ha detto che, per l'equipaggio, il Nautilus era sospeso immobile nello spazio e nel tempo. Nulla di pi falso. Ogni uomo a bordo era profondamente consapevole della nostra rapida e inesorabile marcia di avvicinamento al nord. Man mano che le ore passavano, tutti coloro che facevano parte delle squadre di guardia seguivano col fiato sospeso il nostro strabiliante cammino. Gli occhi dell'equipaggio erano fissi agli strumenti elettronici che segnavano la nostra rotta miglio per miglio, o seguivano sul video dei televisori il ghiaccio che gli passava sulla testa simile ad una stupenda evoluzione di nuvole. Un clima di suspense, di ansia e di speranza regnava a bordo del battello. Pochi riuscirono a dormire. In molti avevamo ardentemente pregato per il raggiungimento della meta, che ora, con l'aiuto di Dio, sembrava fosse giunta a portata delle nostre mani.
Lo psichiatra di bordo, il dottor Kinsey, continu il suo lavoro di indagine con metodo e con aria di mistero, alla ricerca (credo) di chi aveva paura. Ogni giorno distribuiva a un gruppo di volontari scelti a caso delle schede con una serie di domande come, ad esempio: Sei contento? Se qualcuno non lo era, doveva scrivere sulla scheda una semplice lettera V. Se era abbastanza contento ne scriveva due. Tre V indicavano contentissimo, e quattro, poi,
morale alle stelle. Per quanto riguarda me. questo test non aveva alcun significato e non feci mai parte dei gruppi di volontari.
Il mio grande timore, che tutti condividevano, era che si potesse verificare una avaria, simile a quella occorsa nel 1957, per cui saremmo stati costretti a tornare indietro. Ogni uomo a bordo esaminava e riesaminava gli strumenti e gli impianti ai quali era addetto. La massima vigilanza, tutti ne erano convinti, avrebbe impedito che il pi lieve inconveniente potesse diventare cos grave da porre fine al viaggio o da lasciarci in panna sotto il ghiaccio.
In quei giorni, pi che non volere, non riuscii a dormire. Percorrevo in lungo e in largo il Nautilus mettendomi sovente al periscopio. Durante una di queste osservazioni rimasi sorpreso nel notare che l'acqua marina presentava delle striature fosforescenti. Sapevo che era un fenomeno che si verifica sovente nei mari tropicali, e mi parve strano ' ritrovarlo in acque la cui temperatura era cos fredda che i tubi ove passava l'acqua di mare, situati all'esterno della sala motori, erano ricoperti da uno spesso strato di brina gelata.
Mentre visitavo i vari compartimenti del Nautilus per rendermi conto dello stato d'animo dell'equipaggio, mi fermavo ad ascoltare le barzellette e le strane storie che si raccontavano i miei marinai.
Uno, ricordando la memorabile visita del Nautilus a New Orleans, attentamente seguito dagli altri, diceva:
Me ne stavo ritornando a bordo verso l'alba. Avevamo passato la maggior parte della sera e della notte al Monkey Bar nel quartiere francese. Bene, era quasi giorno e camminavo per una strada deserta. Ad un tratto, con la coda dell'occhio, vedo un tizio che attraversa la strada e si dirige di corsa nella mia direzione. Mi blocca e mi chiede un quarto di dollaro. Lo guardai bene negli occhi: "Ascolta amico," gli dissi, "io sto camminando dalla mia parte della strada, tu cerca di restare dalla tua." Bene, vorrei proprio che gli aveste visto la faccia: era rimasto di sale.
In un altro locale, due uomini di guardia chiacchieravano tra di loro.
Joe, sai chi  il miglior amico dell'uomo? domand Bill.
Be', ho sempre sentito dire che  il cane, rispose Joe.
Balle! Non  vero, continu Bill.
E allora, se non  il cane, chi altri pu essere? domand ancora Joe.
Le femmine degli alligatori, spieg Bill. Vedi, ogni anno, queste bestiacce vanno sulla spiaggia e vi depongono circa mille uova. Dopo, mi hanno detto, la femmina dell'alligatore si volta e ne mangia novecentonovantanove.
Scusa, cosa c'entra con la storia del miglior amico dell'uomo? domand Joe.
Caro mio, se non lo capisci te lo spiego subito. Se la femmina dell'alligatore non mangiasse queste novecentonovantanove uova, noi saremmo immersi fra gli alligatori fino al collo!
Nonostante questi discorsi a cuor leggero, ogni uomo era sempre sul chi vive, pronto all'emergenza. Non vi erano molti varchi nella banchisa che ci sovrastava, ma le loro posizioni erano state accuratamente segnate in modo che, se fosse stato necessario emergere, avremmo saputo dove trovare una apertura. James H. Prater era in camera di lancio e provvedeva a distribuire con la massima attenzione il giusto quantitativo di ossigeno nello scafo. Accanto a lui, Richard M. Jackman, si teneva pronto ad azionare all'istante i tubi di lancio, qualora fosse stato indispensabile aprirsi un varco nel pack. Eravamo tutti pronti, anche se vi erano pochissime probabilit di serie avarie. A dire il vero, a bordo del battello mai tutto aveva funzionato in un modo cos perfetto. La lista delle avarie segn un primato di basso livello. Sembrava che il Nautilus stesso avesse trovato sotto i ghiacci polari la sua pace e la sua gioia perfetta. Se avesse dovuto riempire le schede del dottor Kinsey, non sarebbero bastate quattro V o forse nemmeno cinque o sei per ogni domanda.
Subito dopo la mezzanotte del 3 agosto passammo l'ottantaquattresimo parallelo di latitudine nord. Poich eravamo entrati in una zona ove la bussola poteva impazzire, badammo ad evitare una roulette di longitudine e orientammo l'indicatore giroscopico di direzione della girobussola ausiliaria non per il nord ma secondo la rotta che stavamo seguendo, e cio secondo una rotta per cerchio massimo che ci
avrebbe portato dall'emisfero occidentale a quello orientale attraverso il polo, verso sud. Questo era il percorso che intendevo seguire. Quando la girobussola principale avesse incominciato a dare indicazioni errate (perdendo la sua forza direttiva per nord, come era da prevedersi avvicinandosi all'estremo punto nord della terra) saremmo senz'altro passati a quella ausiliaria. Cos avremmo potuto disporre di qualcosa che ci avrebbe guidato nell'oscurit delle profondit in cui navigavamo, qualcosa che ce ne avrebbe portato fuori, sulla rotta verso il sud.
Per poter consentire il perfetto orientamento di entrambe le girobussole, da quel momento in poi tutte le manovre riguardanti la rotta, aumento o diminuzione di velocit e profondit, furono eseguite molto lentamente. Ad esempio, quando fu necessario risalire un po' in quota per diminuire la pressione che l'acqua esercitava sullo scafo (manovra necessaria per far funzionare lo Scarica-rifiuti) l'inclinazione del Nautilus fu mantenuta nei limiti di uno o due gradi invece che dei soliti venti o trenta. In un'altra, occasione dovemmo eseguire una accostata di ventidue gradi; la manovra fu cos graduale che impiegammo ben sei minuti prima di venirci a trovare sulla nuova rotta. Qualche capo scarico pens che, essendo prossimi al polo, avremmo potuto descrivergli intorno venticinque stretti giri, dando molto timone: cos saremmo stati la prima nave a girare intorno all'asse terrestre per venticinque volte.
 ovvio che una tale manovra non poteva essere presa in considerazione.
Avvicinandoci rapidamente al polo nord, Tom Curtis, addetto al navigatore di inerzia che ci dava costantemente la nostra posizione mediante calcoli elettronici, regol con la pi grande accuratezza il suo complesso per assicurarne l'esattissimo funzionamento. Alle 10 antimeridiane, attraverso l'ottantasettesimo parallelo, avevamo battuto il nostro record dell'anno precedente e, ad ogni miglio, ci dirigevamo sempre pi a nord di qualunque altra nave nella storia.
A due ore di distanza dal polo un'ondata di eccitazione, impossibile a controllarsi, pervase il Nautilus. Tutto l'equipaggio era in piedi e, dallo sguardo degli uomini, si leggeva il loro grandissimo orgoglio di essere a bordo.
Frank Adams, con gli occhi fissi all'apparecchio elettronico, mormor una parola che tornava spesso in bocca a quelli del Nautilus, esaurite tutte le espressioni usuali per dire la loro reazione di fronte ai successi senza fine della loro nave: Fan-damn-tastic! ricavato dal gioco di parole a incastro di fantastic (fantastico) e damned (dannato).
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FINE.
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Nota.
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Dire relazioni di viaggi per mare sembrerebbe poco meno che dire libri di storie d'amore; ma le grandi collezioni di viaggi veri nacquero nell'et delle scoperte geografiche: i Paesi novamente retrovati di Montalboddo Fracanziano (o piuttosto di Francesco da Montalboddo) sono del 1507. Successivamente, le raccolte capitali furono quelle del Ramusio e dell'Hakluyt; e mentre il Ramusio fu presto dimenticato da noi, il lavoro di raccolta dell'Hakluyt invece venne sempre continuato, dal Purchas al Green: il quale ultimo ebbe per traduttore e ricontinuatore il Prvost - la cui raccolta raggiunse le dimensioni di una grossa enciclopedia. Il De la Harpe ne fece una riduzione: la traduzione italiana di questa, curata dal Formaleoni, risult di trentotto volumi. Di sei volumi consta la Bibliothque universelle des voyages del Boucher de la Richarderie (1808), che  un repertorio bibliografico puro e semplice, lacunosissimo.
Cos, alla fine del Settecento, divenuti legione i viaggiatori, conosciutosi quasi tutto il mondo (e battendo alle porte ormai una vera letteratura marinaresca), le strade cominciarono a separarsi: geografia descrittiva da una parte, avventure dall'altra. Anche per queste il rischio costante fu quello delle manipolazioni, dei condensati, delle riesposizioni; per nelle storie dei viaggi e nelle storie dei naufragi che ancora riempiono tanti scaffali delle nostre biblioteche rest fino al secolo scorso la passione per la testimonianza diretta, del vissuto prima che dell'esotico, con un superbo ibridismo di storia e cronaca.
Noi abbiamo voluto rifarci a questo antico modulo di lettura per provare a tracciare una sorta di storia del mare attraverso scritti memorialistici e documentari, autobiografici o di prima mano, ma fin che  possibile divertenti. Fra i nostri autori, gli Scrittori stessi rientrano solo in quanto si sia riusciti a trovare nelle loro opere qualche pagina che, quand'anche tenga del racconto, sia direttamente autobiografica - e in ogni modo ci siamo rivolti di preferenza ai loro diari, alle loro memorie, o, pi lontano ancora, alle loro fonti.
Questa sorta di storia del mare, cos sfaccettata e filtrata
attraverso vicissitudini singole, per. lo pi singolarissime, non pu naturalmente aver pretese di compiutezza, n tanto meno vuol essere una storia della navigazione, delle scoperte geografiche, delle vicende politiche. L'accento cade semmai sull'avventura che nel mare ha avuto fino a ieri il suo pi naturale teatro.
Avventure e viaggi di mare fu pubblicato per la prima volta nel dicembre 1959 dal Feltrinelli in una edizione illustrata, che ebbe una ristampa riveduta e corretta nello stesso mese. Un'edizione ridotta fu pubblicata nell'Universale Economica nel settembre 1965. Nello stesso 1965 fu pubblicata un'edizione tedesca (Logbuch, Bliichert Verlag, Amburgo).
A parte le molte recensioni, ci  grato ricordare due saggi critici, L'avventurosa storia del mare, di Giovenale Santi (L'indicatore, n. 23-24, dicembre 1959, pp. 44-46) e Avventure di mare e il mito di Robinson, di Alessandro Serpieri (Il Ponte, a. xxii, n. 7, luglio 1966, pp. 971-80).
Molti fra gli autori e le opere miscellanee presentati in Avventure e viaggi di mare per la prima volta in senso assoluto, o per la prima volta ripresentati dopo secoli, si sono venuti riprendendo, in questo decennio, da questo e quell'editore; manca invece purtroppo qualsiasi accenno a una ripresa del Ramusio.


Dati bibliografici.

Annone Cartaginese. Aldil delle Colonne d'Ercole Traduzione dal greco di Giovanni Battista Ramusio Dal I vol. della raccolta Delle navigationi et viaggi, del Ramusio, Venezia, 1550.  questa la prima traduzione italiana che si conosca del cosiddetto Periplo, e la si  riportata integralmente, ma riveduta e corretta sul testo datone dal Mller nel I vol. dei suoi Geographi Graeci Minores (Paris, 1853), che si distacca sensibilmente, sia pure in pochi punti, da quello che dovette seguire il Ramusio (la prima edizione del Periplo  di Basilea, 1533).

Anonimo. I vichinghi scoprono l'America
Traduzione dall'islandese, per questa antologia, di Attilio Veraldi Dal Groenlendinga Thttrr nel testo datone dal Gravier (La saga d'Eric le Rouge - Le Rcit des Groenlandais, Paris, Aubier, 1955).

Piero Querini. Da Cesarea a Malta
Dal II vol. della raccolta Delle navigationi et viaggi, del Ramusio, Venezia, 1559.

Alvise da Ca' da Mosto. Navigazione atlantica
Da Le navigazioni atlantiche, a c. del Caddeo, Milano, Alpes,
1928.

Fernando Colombo. Mio padre, l'Ammiraglio Traduzione dallo spagnolo di Alfonso Ulloa Da Le Historie della vita e dei fatti di Cristoforo Colombo per Don Fernando Colombo suo figlio, a c. del Caddeo, Milano, Alpes, 1930.

Michele De Cuneo. Al seguito di Colombo
La lettera fu scoperta da Olindo Guerrini nel 1885 e edita poi nella Raccolta di documenti della R. Commissione Colombiana pel quarto centenario della scoperta dell'America, Roma, 1893.

Cristoforo Colombo. Lettera ai re di Spagna
Traduzione dallo spagnolo di Rinaldo Caddeo Dalle Relazioni di viaggio e lettere di Cristoforo Colombo (1493-1506), a c. del Caddeo, Milano, Bompiani, 1941, per gentile concessione dell'editore.

Thome Lopes. Al seguito di Vasco da Gama Sembra che il testo originale portoghese sia andato perduto; nel Ramusio, che pubblic per primo questa relazione (nel I vol. delle sue Navigazioni et viaggi, Venezia, 1550), il titolo suona cos: Navigatione verso le Indie Orientali, scritta per Thome Lopes, scrivano di una nave portoghese, tradotta in lingua toscana: la qual fu mandata alla Magnifica Repubblica di Firenze, al tempo del magnifico M. Pietro Soderini gonfaloniere perpetuo del popolo fiorentino. In questa antologia, parendoci che il brano scelto risulti gi di lettura alquanto difficile per quel che riguarda la sintassi, abbiamo voluto seguire la lezione, molto ammodernata per la grafia e, in parte, per la lingua stessa, dell'unico tentativo di ristampa del Ramusio dopo il Seicento: Il viaggio di Giovan Leone e le navigazioni di Alvise da Ca' da Mosto, di Pietro di Cintra, di Annone, di un piloto portoghese e di Vasco de Gama, quali si leggono nella raccolta di Giovanbattista Ramusio. Nuova edizione, riveduta sopra quella de' Giunti; in molti luoghi emendata ed arricchita di sei notizie, ecc. Volume unico, Venezia,
1837.

Antonio Pigafetta. Il primo viaggio intorno al mondo
Dalla Relazione del primo viaggio intorno al mondo, a c. del
Manfroni, Milano, Alpes, 1928.

Fernao Mendes Pinto. Alla caccia del pirata Coja Acem Traduzione dal portoghese, per questa antologia, di Franco Levi Setti
Dalla Peregrinando de Fernao Mendez Pinto, nova edigao, conforme a primeira de 1614, Lisboa, 1829.

Francisco da Zarate. Incontro in mare con Drake. Traduzione dall'inglese, per questa antologia, di Gianni Cazzaroli. Dal New Light on Drake, del Nuttal, London, 1914 (tradotto in inglese dal ms. dell'Archivio General de Indias).

Filippo Sassetti. India primo amore.
Dalle Lettere edite e inedite a c. del Marcucci, Firenze, 1885;  la lettera al Cap. fra Piero Spina, cav. di Malta, in Firenze, di Coccino, gennaio 1584.

Francesco Carletti. Un fiorentino intorno al mondo.
Dai Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo, a c. del
Silvestro, Torino, Einaudi, 1959.

Willem Isbrantz Bontekoe. Il fuoco a bordo.
Dal IX vol. del Compendio della storia generale de' viaggi, opera di M. De La Harpe Accademico Parigino, a c. del Formaleoni, Venezia, 1782. Il Journael, ofte Gedenckwaerdige beschrijvinghe vande Oost Indische Reyse fu edito per la prima volta a Hoorn nel 1646.

Alexandre Olivier Exmelin. Il codice della filibusta. Traduzione dal francese di Ugo Cuesta
Dal Manuale del filibustiere, a c. del Cuesta, Milano, Antonioli, 1945, per gentile concessione del traduttore.

Woodes Roggers e altri. Il vero Robinson.
Traduzione dal francese, per questa antologia, di Luciano Bianciardi
Dal II vol. della Histoire des naufrages del Despertes, Paris, 1789.

Dam Joulin. I negri si sono rivoltati.
Traduzione dal francese, per questa antologia, di Gianni Cazzaroli Dal Journal de la traite des ngres, a c. del Mousnier, Paris, Editions de Paris, 1957, per gentile concessione dell'editore.

James Cook. Nel Pacifico e nell'Antartico.
Dal II vol. dei Viaggi intorno al mondo fatti dal capitano Giacomo Cook, Venezia, 1794. Degli scritti originali di Cook  in corso l'edizione critica a c. dell'Hakluyt Society; questa traduzione anonima settecentesca per non si rifa neppure alle prime e maggiori redazioni dell'Hawkesworth e del Douglas, ma  essa stessa uno di quei pi liberi rifacimenti (o  la traduzione - dal francese - di uno di quei pi liberi rifacimenti) grazie ai quali per pi di un secolo Cook fu non solo un personaggio, ma proprio un autore popolarissimo.

William Bligh e John Barrow. L'ammutinamento del Bounty. Traduzione dall'inglese, per questa antologia, di Gianni Cazzaroli Da The Mutiny and Piratical Seizure of H.M.S. Bounty, del Barrow, London, 1831; si  seguita l'edizione a c. del Bridge, London, Oxford University Press, 1947.

A. Corrard e H. Savigny. La zattera della Medusa.
Traduzione dal francese di Alfredo Fabietti Da La zattera della Medusa, Milano, Bompiani, 1939, per gentile concessione dell'editore.
Owen Chase. La vera storia di Moby Dick. Traduzione dall'inglese, per questa antologia, di G. Dossena. Dal Narrative of the Most Extraordinery and Distressing Shipwreck of the Whale-Ship Essex of Nantucket, ere. New York, 1821.

Giuseppe Garibaldi. L'ultimo corsaro.
Da Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, a c. della Reale Commissione, Bologna, Cappelli, 1932.

Herman Melville. Il passeggero Herman Melville. Traduzione dall'inglese, per questa antologia, di Elena Spagnol Dal Journal of a Visit to London and the Continent by Herman Melville, 1849-1850, a c. di E. Melville Metcalf, Harvard University Press, 1948.

Domenico Biaggini. Vita di mozzo.
Dalle Memorie di un vecchio marittimo, Genova, Tip. Carlo Foce, 1935. Per gentile concessione degli eredi dell'autore. A chi avesse il gusto di queste cose non sapremmo suggerire (oltre a una lettura completa del Biaggini) che alcune poche pagine di un vecchio numero dell'Italiano di Leo Longanesi (anno VI n. 6, agosto 1931).

Joseph Conrad. La Tremolino.
Traduzione dall'inglese, per questa antologia, di Luciano Bianciardi
Da The Mirror of the Sea, Leipzig, 1936 (1 ed. 1906).

Edmondo De Amicis. Il vapore degli emigranti. Da Sull'Oceano, Milano, 1889.

Robert Louis Stevenson. Fra gli atolli dei Mari del Sud. Traduzione dall'inglese, per questa antologia, di Luciano Bianciardi
Da In the South Seas, Leipzig, 1901 (1 ed. 1900).

Joshua Slocum. Il navigatore solitario. Traduzione dall'inglese di Marcella Bonsanti Da Intorno al mondo con lo Spray, Roma, Sampietro, 1955, per gentile concessione dell'editore.

Joseph Conrad. Epitaffio per l'arte della vela.
Traduzione dall'inglese, per questa antologia, di Luciano Bianciardi.
Da The Mirror of the Sea, Leipzig, 1936 (1 ed. 1906).

Giovanni Comisso. Piccolo cabotaggio adriatico. Da Al vento dell'Adriatico - Il porto dell'amore - Gente di mare, testo definitivo con capitoli aggiunti, Treviso, Edizioni di Treviso, 1953, per gentile concessione dell'editore.

William R. Anderson e Clay Blair jr. Nautilus, 60 nord Traduzione dall'inglese, per questa antologia, di Gianni Cazzaroli Da Nautilus, 60 nord, London, Hodder and Stoughton, 1959, per gentile concessione dell'editore.


Glossario.

B. = Carlo Bartesono di Rigras, Vocabolario marinaresco, Roma Lega Navale Italiana, 1932.
D.M.A. = Dizionario di marina medievale e moderno, Roma, Reale Accademia d'Italia, 1937.
G. = Alberto Guglielmotti, Vocabolario marino e militare, Roma, 1889.
S. = Simone Strafico, Vocabolario di marina in tre lingue, Milano, 1812-1814.

Abboccare. Mettere il bastimento alla banda, tanto da rasentar l'acqua o da lasciarla entrare dentro fino a sbandare, capovolgersi e affondare.
Abboccarsi: della nave che si capovolge, trabocca o va in fondo. (D.M.A.)

Abbordare. Urtare, investire una nave; spesso si fa, o meglio si faceva, intenzionalmente, per arrembarla.

Abitacolo. Chiesuola.

Accostata. Il movimento angolare che si fa compiere alla prua d'una nave o imbarcazione da un lato o dall'altro mediante l'opportuno uso del timone. (D.M.A.)

Afferrare, Afferrarsi. Impigliare una nave nemica con ancorotti e grappini per tenerla ferma e abbordarla.

Aggottare. Sgottare.

Alare. Tirare un cavo o una catena in senso orizzontale.

Allargarsi. Discostarsi da terra, pigliare il largo.

Allascare. Filare un poco un cavo.

Altezza (d'un Astro). Arco di circolo verticale compreso fra un astro e l'orizzonte astronautico. (D.M.A.) Si prendeva col bastone di Giacobbe e con l'astrolabio. Ora si prende col sestante.

Ammainare. Far discendere un oggetto, pesante, sospeso ad una corda, facendo scorrere mano mano quest'ultima. (B.)

Andana. Fila di navi ancorate l'una affianco all'altra con la poppa legata alla banchina

Antenne. Le lunghe aste che sostengono le vele latine.

A riva, Arriva. Sull'alberatura. A riva!: comando ai marinai di salire sugli alberi.

Arrambare. (Antico.) Arrembare.

Arrembare. Assalire coi marinai una nave dopo averla abbordata. Anticamente valeva anche arraffare.

Artimone. (Antico.) Vela alta
del secondo ordine, aggiunta alla vela maestra, colla testiera a un punto pi elevato dell'albero e colla base sul pennone sottoposto. Dunque: vela di gabbia. L'artimone nel Medio Evo ebbe diverse posizioni e grandezze: ora piccola, ora a poppa, ora a prua. (D.M.A.) Talvolta francesismo di traduttori per vela di mezzana.

Aspa. Manovella dell'argano.

Attraccare. Per le navi e le imbarcazioni, l'atto di avvicinarsi col fianco ad una banchina, o ad un'altra nave fino a toccarla, per compiervi operazioni di sbarco o d'imbarco di materiali o di persone. (B.)

Austro. (Letterario.) Vento di mezzogiorno.

Baglio. Ciascuna delle travi che collegano i fianchi di un bastimento e sostengono i ponti. Testa di baglio: l'estremit del baglio.

Balconata. Sui vascelli e sulle prime grandi corazzate, lungo poggiolo con balaustra, sporgente dalla poppa, che si estendeva da un fianco all'altro, dove avevano accesso i principali alloggi della poppa. (D.M.A.)

Banco. Bassofondo.

Banda. Ciascuno dei lati della nave. Andare, essere, trovarsi alla banda: della nave che s'inclina su d'un fianco. (D.M.A.)

Barcaccia. In passato, sia sulle
navi da guerra sia su quelle mercantili, l'imbarcazione pi grande, robusta ed attrezzata per l'esecuzione di lavori marinareschi. Oggi il nome  rimasto con lo stesso significato sulle navi mercantili, mentre sulle navi da guerra tale imbarcazione si chiama barca a vela. (D.M.A.)

Barcarizzo. Ognuna delle aperture praticate nei fianchi della nave, generalmente all'altezza del ponte di coperta, alle quali, quando la nave  all'ancora, si applicano le scale esterne che conducono dal pelo dell'acqua al ponte suddetto. (B.)

Barra. Bassofondo alla foce di un fiume.

Barra. La leva che serve a far girare il timone. Tutta la barra!: comando di dare al timone tutta la sua inclinazione da un lato o dall'altro.

Bastimento. Nome generico di tutti i galleggianti grandi e piccoli (esclusi quelli che comunemente si chiamano barche), pontati, destinati alla navigazione mediante le vele o sistemi meccanici di propulsione. (D.M.A.) Va notato per che i vecchi marinai (quelli liguri almeno) dicevano bastimenti soltanto i velieri e non i piroscafi.

Bastingaggio. Lo stesso che impavesata, parapetto. Viene dal francese bastingage ed  ripreso dai puristi, ma usato, pi che gli altri sinonimi, dai marinai.

Bastone di Giacobbe. Rozzo strumento, fatto di due pezzi di legno in croce, per prendere l'altezza del Sole e della Polare.

Battagliola. Ringhiera.

Battello. Imbarcazione di bordo, pi piccola delle lance e delle barche. I marinai dei sommergibili chiamano battello anche la loro nave. (D.M.A.)

Beccheggiare, Beccheggio. Il movimento d'oscillazione delle navi per efletto del moto ondoso del mare, nel senso longitudinale, immergendo e sollevando alternativamente la prua e la poppa. (B.)

Bergantino. (Antico, secc. XVI e XVII.) Brigantino.

Bertone. (Antico, secc. XVI e XVII.) Bastimento tondo con tre alberi di vela quadra, e alloggiamenti altissimi a scaglioni rientranti, reggente al mare da 500 a 1000 tonnellate, usato dagli inglesi e dai bretoni. (D.M.A.)

Biscaglina. Scaletta di corda a pioli di legno.

Boccaporto. Ciascuna delle aperture quadrangolari, praticate nei ponti delle navi che servono per il passaggio delle persone da un ponte all'altro e per la caricazione dei materiali nelle stive. (B.)

Bolina. Manovra corrente che serve a tirare verso prora il lato verticale di sopravvento di una vela quadra, quando il veliero voglia stringere il vento. Andare, navigare di
bolina: stringere il vento. (D.M.A.) Linea di bolina: la segue una nave che navighi stringendo il vento.

Boma, Bome. Nelle navi a vela, trave cilindrica orizzontale, avente un'estremit libera e l'altra fissa con perno di rotazione alla parte pi bassa dell'albero poppiero, a piccola distanza dal ponte di coperta.  lunga tanto da oltrepassare un poco con l'estremit libera la poppa della nave, ed  suscettibile di movimento angolare in un piano orizzontale. Serve per distendere il lato inferiore di quella vela trapezoidale di taglio che si chiama randa.
(B.)

Bompresso. Albero non verticale, sporgente fuori prua, nei velieri, su cui si distende il lato inferiore delle vele triangolari dette fiocchi. (D.M.A.)

Bonaccia. Vedi calma.

Bonetta, Bonetto. Vela di coltellaccio.

Bordaggio. (Letterario,, francesismo.) Fasciame.

Bordare. Tirare l'angolo inferiore delle vele per mezzo della scotta. Bordare a ferro: tirare la scotta fino a renderla rigida quasi quanto ferro. Bordare a segno: tirare il pi possibile la scotta.

Bordeggiare. Il modo di navigare a zig-zag di un veliero che debba raggiungere una meta con vento contrario.

Bordo. Il fianco della nave in
tutta la sua lunghezza. A bordo: dentro la nave. Fuori bordo: fuori della nave. Controbordo: di una nave che va o viene parallelamente a un'altra, ma in direzione opposta, si dice che va o viene controbordo. Bordo si chiama anche ogni tratto del percorso che si fa bordeggiando. Rendere il bordo: ancorarsi, mettersi all'ancora in una rada o in un porto. (D.M.A.) Ma il Magni l'usa nel senso di mutar direzione.

Bossolo. (Antico.) Bussola.

Bozzello. I marinai non dicono carrucola, ma bozzello.

Braccio. Manovra corrente che serve a far ruotare orizzontalmente i pennoni. Bracciare: far ruotare orizzontalmente i pennoni per mezzo dei bracci. Bracciare in croce: disporre i pennoni perpendicolarmente alla direzione della chiglia. Il Braccia in vela! di Garibaldi non  confermato da nessuno dei dizionari da noi consultati:  comunque un comando per far vela.

Bragozzo. Barca da pesca adriatica.

Brick. Brigantino.

Brigantino. Nei secoli XIV-XVI si chiamava cos un piccolo bastimento da scorta, sottile, a vele latine e a remi, con 12 o 14 banchi. Il nome pass poi a designare un veliero con due alberi (trinchetto o maestra) a vele quadre e
bompresso. Il brigantino a palo ha anche l'albero di mezzana, a vele auriche. Il brigantino-goletta ha l'albero di trinchetto a vele quadre, l'albero di maestra a vele auriche.

Burchiello. Barca grossa, pesante, lenta, per trasporto di passeggeri e merci sui fiumi. (D.M.A.)

Burchio. Barca forte, a fondo piatto, con remo, colla vela, o ad alzaia, fornita di una copertura di tavola, usata per passeggeri e per merci, sui fiumi e sui laghi. Oggetto di sprezzo per marinai (D.M.A.)

Busca. Preda. Ruberia di marinai. (G.)

Caccia. L'inseguimento di una nave. Dar caccia-, inseguire. Prendere caccia: fuggire all'inseguimento.

Caiacco. Imbarcazione eschimese di pelle di foca per una persona.

Caicco. Imbarcazione del Bosforo.

Calcese, albero a. Quello di un solo pezzo, di legno, recante sull'estremit superiore (a sezione quadrilatera) una cavatoia provvista di puleggia per il passaggio della drizza della vela. (D.M.A.)

Calma. Assenza dei venti e tranquillit del mare. Mentre calma pu essere solo del vento, bonaccia  sempre anche del mare. Maccheria  bonaccia con cielo nuvolo e aria afosa. Calma piatta  la
perfetta immobilit dell'atmosfera e del mare.

Camera. Nella marina mercantile con la parola camera si designa l'insieme dei servizi relativi agli alloggi ed alle esigenze della vita materiale delle persone imbarcate. (B.) Ma si dice talvolta anche per saletta. Camera del biscotto: deposito del biscotto.

Cancare. (Veneziano antico.) Femminile.

Canotto. Piccola imbarcazione, battello.

Capitana. La nave sulla quale era imbarcato il comandante della squadra.

Capitanio. (Genovese veneziano). Capitano.

Capone, Cappone. Grosso paranco col quale si porta l'ancora, levata dal fondo, di lato alla prua.

Cappa. Il termine designa l'andatura con diminuzione della superficie velica, con cui un veliero, stretto dalla violenza del vento, che gl'impedisce di avvalersene per seguire una rotta utile, e lo pone in pericolo di avaria, cerca di resistervi, di non perdere il cammino gi fatto, di dar presa al timone e di ricevere i colpi di mare nel modo meno dannoso. A tale scopo il veliero riduce la sua velatura a seconda dell'intensit del vento, e va all'orza quanto  possibile, ossia stringe il vento. In queste condizioni il bastimento ha pochissima o nessuna velocit.
(D.M.A.) Invece che cappa si pu dire anche trinca.

Cappeggiare. Navigare alla cappa.

Cappello. Far cappello: di nave o imbarcazione che sbandi e si rovesci.

Caracca. Grande nave, al solito portoghese o genovese, da carico e da guerra, con due o tre alberi, due castelli, a prua e a poppa, e qualche cannone, per i viaggi nelle Indie, e poi nel Brasile. (D.M.A.)

Caravella. Veliero leggero e veloce, usato soprattutto da portoghesi e spagnoli nei secoli XV e XVI, per la guerra e pel traffico, a tre o quattro alberi con castelli a prora e a poppa. (D.M.A.)

Carena. Opera viva.

Carenare. Mettere fuori dell'acqua la carena di una nave per nettarla dalle incrostazioni e vegetazioni, calafatarla o rifoderarla con rame, o ripararla. (D.M.A.)

Carta nautica. Carta a uso dei naviganti, sulla quale, mediante speciali sistemi di proiezione, sono rappresentate una zona di mare e le coste adiacenti. (D.M.A.)

Casotto. La camera situata sul ponte di comando, che contiene la ruota di maneggio del timone e la bussola di governo. (B.)

Casseretto. Ponte parziale, sopraelevato rispetto al ponte di coperta, che sui velieri si
estende dall'estrema poppa fino all'albero poppiero. La sua parte prodiera, guarnita di ringhiera, costituisce il ponte di comando della nave a vela. Lo spazio coperto dal casseretto  generalmente destinato ad alloggi. (D.M.A.)

Cassero. Sulle antiche navi da guerra veliere prendeva questo nome la parte del ponte di coperta compresa tra il casseretto e l'albero di maestra. Era un luogo di rappresentanza riservato allo stato maggiore e alle funzioni militari e religiose. Nelle moderne navi da guerra, se vi  un ponte centrale sopraelevato, esso prende il nome di cassero; e sulle navi mercantili la voce  usata talvolta in luogo di casseretto, oppure per designare un ponte centrale sovrapposto al ponte di coperta. (D.M.A.)

Castello. Ponte parziale sopraelevato sulla coperta. Nelle navi antiche c'era anche un castello di poppa; ora il castello va dall'estrema prua fin quasi al trinchetto.

Cavatola. Fenditura rettangolare in cui gira una puleggia o passa un cavo.

Caviglia. Bastoncello di legno duro o di metallo, lungo una trentina di centimetri, lavorato al tornio, e pi grosso da un capo. Infilato verticalmente in un foro praticato in luogo acconcio, serve per legarvi una corda in tensione. - Ciascuno dei raggi
della ruota del timone, le cui estremit sporgenti dalla periferia della ruota stessa, vengono impugnate dal timoniere per girarla. Il comando: Una o due caviglie di timone a dritta o a sinistra, all'orza o alla puggia, vale per far girare la ruota del timone di una o due caviglie nel senso indicato. -- Arnese di legno o di ferro con la cui punta ricurva si allargano i legnuoli dei cavi per fare le impiombature. (D.M.A.)

Cavo. I marinai non dicono corda, n fune, n canapa, ma cavo.

Cerniere. Cassa chiusa e munita di rubinetti che contiene l'acqua potabile pel consumo giornaliero dell'equipaggio. (D.M.A.)

Checchia. Specie di bastimento usato principalmente dagli olandesi e dagl'inglesi: scafo grossolano, poppa larga, due alberi, di mezzana e di maestra, a vele quadre, due rande, bompresso lungo e basso, portata da 80 a 200 tonnellate (D.M.A.)

Chiesuola. La custodia della bussola sulle navi.

Ciurma. Nome collettivo dei rematori delle galee. Oggi  termine letterario (o spregiativo) per equipaggio.

Ciurmare. (Antico, sec. XVII.) Fornire un bastimento di ciurma. (D.M.A.)

Civada. Vela quadra delle dimensioni d'un velaccio, che, fino al principio del secolo
diciottesimo i grandi velieri portavano a prora, fuoribordo, sotto il bompresso. (D.M.A.)

Coffa. Piattaforma semicircolare che trovasi su ogni albero dei velieri a vele quadre, un po' al disotto della estremit superiore del tronco maggiore, con la parte rotonda rivolta verso prora. Il nome ebbe origine sui galeoni dove le coffe avevano la forma della cesta fonda che si chiama coffa o corba. (D.M.A.)

Collo. Si dice che una vela  a collo quando riceve il vento sulla sua faccia prodiera.

Colomba. (Antico.) Spigolo della chiglia, con tutti i suoi rinforzi. (G.)

Coltellaccio. Ciascuna delle quattro vele trapezoidali che le navi a vele quadre spiegano con buon tempo, lateralmente alla gabbia e al parrocchetto. (D.M.A.)

Commando, Comando. Cordino sottile formato dall'unione e torsione di due o tre filacce di canapa catramata di seconda qualit, oppure ricavato da vecchi cavi disfatti. (D.M.A.)

Conserva. Compagnia di navi mercantili, appartenenti a diversi padroni, che facevano viaggio insieme per difesa l'una dell'altra, e che si assicuravano vicendevolmente dai danni della navigazione e dai pirati, con un contratto. (D.M.A.) Navigare di conserva significa ancor oggi navigare in gruppo.

Contro. Controvelacci.

Contramastro, Contremestre. (Antico.) Un ufficiale che dirigeva le manovre, lo stivaggio, lo sbarco e l'imbarco ecc. Talvolta anche: nostromo.

Controbordo, Contrabordo. Fodera della carena. Di Controbordo: vedi bordo.

Controchiglia. Pezzo di costruzione applicato alla chiglia per rinforzarla.

Controfiocco. Il pi alto e il pi piccolo dei fiocchi.

Contromezzana. Vedi gabbia.

Controvelacci. Le vele pi piccole e pi alte dei velieri a vele quadre. Pi precisamente, controvelaccio al singolare  la vela pi alta dell'albero di maestra, controvelaccino quella dell'albero di trinchetto e controbelvedere quella dell'albero di mezzana.

Coperta. Il superiore tra i ponti che si estendono per tutta la lunghezza del bastimento. Vi si possono sopraelevare ponti parziali quali il cassero, il casseretto, il castello.

Coronamento. L'orlo superiore della poppa. (B.)

Corridoio. Lo spazio compreso tra un ponte e l'altro, a cominciare da quello sottostante alla coperta.
Coverta (Antico e dialettale.) Coperta.

Crociante. L'insieme dei pennoni.

Deriva. Lo spostamento laterale
che un galleggiante subisce per l'azione di una corrente marina. (B.)

Disferrarsi. Di nave afferrata che riesce a liberarsi.

Distanze lunari. Distanze angolari tra la Luna e il Sole, o i pianeti od altre stelle, che una volta facevano parte dei metodi per calcolare la longitudine mediante osservazioni astronomiche. (D.M.A.)

Distendere l'ancora. Mediante una grande e robusta imbarcazione, portare un'ancora in un punto prestabilito, ed affondarla, mettendo poi in tensione dalla nave la catena o la gomena a cui l'ancora  legata. (B.)

Doris. Barca a fondo piatto usata dai pescatori di merluzzo.

Draglia. Cavo a cui s'inferisce il fiocco.

Dritta. Il lato della nave a destra di chi guardi a prua. Tribordo, per indicare la dritta, e babordo per indicare la sinistra, sono francesismi mai usati dai marinai.

Drizza. Manovra corrente per alzare pennoni, antenne, picchi, fiocchi e vele di straglio.

Droma. Fascio, coperto di tela, di ricambi dell'alberatura. Si chiama anche dara.

Fasciame. Il complesso delle tavole nelle navi in legno, e delle lamiere in quelle metalliche, che ricoprono l'ossatura, formando la superficie
esterna ed interna dello stesso scafo. (B.)

Feluca. In antico, grosso palischermo coperto, che le galee portavano appresso per comunicare con la terra e tra loro. - Si design poi con questo nome, nel Mediterraneo, un bastimento di piccolo cabotaggio, con una vela latina, a volte con una seconda vela latina pi piccola all'estrema poppa (mezzanella) e il polaccone: da trenta a cinquanta tonnellate. - Barca portoghese scoperta con due alberi a calcese leggermente inclinati a prora, con vele latine, con dieci o dodici remi. Con o senza asta di fiocco. - Nella nomenclatura italiana dei tipi d'attrezzatura dei velieri, la feluca  un piccolo bastimento pontato con due alberi a calcese con vele latine. Non ha asta di fiocco. (D. M.A.)

Femminelle. Le femmine dei cardini del timone.

Ferrare. Afferrare.

Filare. Lasciar scorrere lentamente un cavo, una catena, una manovra corrente, mantenendone sempre il controllo. Filare per occhio: abbandonare l'ancora in mare lasciando scorrere parte della catena o della gomena dall'occhio di cubia: si fa quando, per ragioni impellenti, non si pu salpar l'ancora. 
Filare, detto di nave, vale anche andare, correre.

Fiocco. Il nome generico di quelle vele di taglio a forma di triangolo scalno, che tutti i velieri alzano a proravia dell'albero verticale di prora, e lungo quell'albero un po' inclinato sull'orizzontale, che esce dalla prora e che si chiama bompresso. Albero di fiocco: bompresso.

Fittura. (Veneziano antico.) Attaccatura dei chiodi, delle caviglie, dei pezzi di legno. (D.M.A.)

Fodera. Rivestimento in genere, e, in veneziano, fasciame.

Fondo. Buon fondo, fondo buon tenitore: fondo sul quale le ancore fanno buona presa. Dar fondo, dar fondo all'ancora, dar fondo l'ancora, pigliar fondo: ancorarsi.

Fregata. Dal sec. XIII al XVI, palischermo pi piccolo della feluca, senza coperta, con unica vela latina, guidato da otto o dieci uomini, velocissimo, addetto al servizio delle navi maggiori. Dopo il secolo XVI il nome fu dato a una nave da guerra di dimensioni successivamente pi grandi; finch nel secolo XVIII si design definitivamente col nome di fregata una nave a tre alberi a vele quadre, di forme stellate, armata con una sola batteria coperta e con un'altra a barbetta (ponte scoperto). (D.M.A.)

Fregatina. (Antico, secc. XVI e XVII.) Vedi il primo significato di fregata.

Fusta. Specie di piccola galera
sottile, fina, veloce, con 18-22 remi per banda, un albero a calcese, un polaccone a prua, 203 pezzi d'artiglieria, 8 tromboncini e 50-100 soldati e marinai tutti scapoli, che al bisogno facevano pur da rematori. (D.M.A.)

Gabbia. Sulle galee e altre navi del periodo remico, quella specie di gerla o cofano che esse portavano sotto al calcese dell'albero di maestra, per tenervi le vedette. Con l'adozione dell'attrezzatura a vele quadre, al principio la voce design ci che poi prese il nome di coffa (per in una posizione e con un ufficio assai diversi), e poi divenne il nome della vela quadra immediatamente superiore alla coffa. (D.M.A.) Nei velieri a vele quadre, la vela quadra che sta immediatamente al di sopra della maggiore e pi bassa vela dell'albero di maestra. Il suo pennone si chiama pure pennone di gabbia. Il plurale di questa voce, gabbie, serve ad indicare genericamente anche le corrispondenti vele quadre degli alberi, ossia quella che sta immediatamente al di sopra della bassa vela dell'albero di trinchetto, che si chiama parrocchetto, e quella dell'albero di mezzana che sta al di sopra del pennone di mezzana e che dicesi contromezzana. Perci quando si parla di gabbie d'un veliero
s'intende parlare di queste tre vele e dei loro pennoni: gabbia, parrocchetto e contromezzana. Alla met del sec. XIX molti velieri delle marine mercantili cominciarono ad usare le doppie gabbie, cio sostituirono a ciascuna delle vele di gabbia, parrocchetto e contromezzana, due vele quadre la somma delle cui superfici equivaleva alla superficie della vela unica. Questo maggior frazionamento della velatura fu trovato vantaggioso per la maggior facilit di maneggio derivante dalle minori dimensioni. Si ebbero cos le vele ed i pennoni di bassa gabbia, di basso parrocchetto e di bassa contromezzana, le vele ed i pennoni di gabbia volante, di parrocchetto volante, e di contromezzana volante. (B.)

Galea, Galera. Bastimento sottile, lungo circa 50 metri e largo circa 7, con due o tre alberi a vele latine e da venticinque a trenta remi per lato. I rematori erano generalmente schiavi o condannati. Le galee si usarono in Mediterraneo fino al XVIII secolo, soprattutto per scopi bellici. Galea a terzaruolo: sorta di galeazza veneziana.

Galeazza. Bastimento a vela e a remi, che prese forme definitive nella seconda met del '500. Era d'alto bordo, con casseretto e castello, attrezzato con tre alberi a vele
latine e il bompresso. (D. M.A.)

Galeone. Nei secoli XVI e XVII: veliero da guerra le cui forme e attrezzature nacquero dalle esigenze della navigazione oceanica. Era pi grande della galeazza, alto di bordo, con due ponti e i due castelli di prua e di poppa. I pi grandi ebbero quattro alberi verticali: il trinchetto e la maestra a vele quadre (bassa vela e gabbia), la mezzana e la mezzanella a vele latine. Una coffa per ogni albero. Inoltre le vele quadre di civada al bompresso (D.M.A.)

Garbino. Libeccio (Sud-Ovest).

Gassa. Qualunque occhio formato da un cavo vegetale o metallico. Gassa d'amante: gassa formata con un nodo che non si stringe.

Gavitello. Piccolo galleggiante di legno, di sughero o di metallo. Si usa per segnalare qualche cosa che la superficie delle acque nasconde. (B.)

Gavone di poppa. In ogni nave lo spazio interno compreso tra l'estrema poppa ed una paratia trasversale posta in luogo di uno dei quinti di poppa. (B.)

Gavone di prua. In ogni nave lo spazio compreso tra l'estrema prora e la paratia di collisione. (B.)

Gerii. Cordicelle per terzarolare o serrare le vele.

Gettar l'ancora. I marinai non dicono gettar l'ancora, ma dar fondo.

Gherlino. Grosso cavo per tonneggio, ormeggio o rimorchio.

Ghia. Cavo inferito a uno o due bozzelli, che si adopera per manovre correnti dei pennoni e delle vele, o per sollevar pesi. (D.M.A.)

Giardinetto, Giardino. Ognuna delle due parti poppiere dei fianchi della nave, dove questi si arrotondano pi o meno per formare la poppa.

Giunca. Veliero della Cina e dell'Estremo Oriente le cui vele son cucite su canne parallele.

Goletta. Veliero con due alberi verticali a vele auriche e bompresso.

Gomena. Corda di canapa di quelle pi grosse, che prendono il nome generico di cavi torticci. La sua circonferenza varia dai 20 ai 60 centimetri, e la sua lunghezza  generalmente di circa 200 metri. Prima dell'adozione delle catene, le navi, per l'ormeggio sulle anfore, usavano le gomene. (B.)

Governare. Dirigere col timone e con manovre una nave o un'imbarcazione. Si dice che un bastimento governa bene, o male, o non governa a seconda di come risponde al timone.

Grappini. Ancorotti a quattro marre, senza ceppo. Un tempo s'usavano i grappini d'arrembaggio per afferrare le
navi che si volevano arrembare.

Greco, Grecale. Vento di nordest.

Gropada. (Veneto antico.) Groppo.

Groppo. Violenta e improvvisa raffica di vento seguita in genere da calma.

Grua. In generale prendono questo nome quelle macchine destinate a sollevar pesi, mediante un ferro che talvolta  girato a forma del collo dell'uccello gru, la cui estremit  munita d'una carrucola. (B.)

Guarnimenti. Tutti gli accessori che servono per tenere al loro posto alberi, pennoni, antenne, per allacciarvi le vele e muoverli quando occorre. (B.)

Guarnire. Mettere a posto i guarnimenti.

Imbarcare. Caricare in nave o barca. Intransitivamente vale imbarcarsi e si dice dei marinai che salgono a bordo per prender servizio. Imbarcare acqua: fare acqua.

Imbracare, Imbragare. Legare o cingere per sollevarlo o spostarlo un oggetto, un animale o anche una persona. Il pezzo di cavo o catena acconcio a tal fine si chiama braca o braga.

Imbrogliare. Raccogliere una o pi vele portandone, mediante gli imbrogli, le ralinghe presso il pennone in maniera da potersi afferrare e serrarle, ovvero per sottrarle in gran
parte all'azione del vento, quando occorra diminuire la superficie velica. (G.)

Imbroglio. Manovra corrente per imbrogliare le vele.

Impavesata. Quando i fianchi (murate) di una nave si elevano al di sopra del ponte principale o ponte di coperta, formando un parapetto di riparo per le persone, a quest'ultimo si d il nome d'impavesata. La voce impavesata deriva dal nome medioevale dei pavesi, cio degli scudi che sulle galere erano disposti lungo la parte superiore dei fianchi a scopo di difesa. (B.)

Impiombare. Unire due cavi intrecciandone i legnuoli alle estremit.

Incatenare. In antico, quando poche navi s'incontravano a dover combattere contro molte, per resister meglio e formare tutt'un blocco si legavano con catene. (D.M.A.)

Inferire. Allacciare la vela al pennone, all'antenna, al pico,
alla draglia, allo straglio o alla pennola.

Ingolfarsi. (Antico.) Spingersi in alto mare.

Issare. Alzare.

Lancia. Ciascuna delle imbarcazioni a remi, aventi da cinque a otto banchi, a due remi ciascuno, delle quali sono dotate le navi pei servizi vari. (D.M.A.)

Lancione. Sorta di bastimento
da guerra, pi piccolo della cannoniera e del felucone, somigliante alla lancia, con coperta, due antenne, qualche cannoncino o petriero, venti uomini, usato per guardare le coste.

Lantea. Bastimento dell'Estremo Oriente a sei remi per banda, con sei rematori per remo, in uso tra i commercianti. (D.M.A.)

Lapazza. Pezzo di legno opportunamente sagomato che si applica su di un albero o pennone per rinforzarlo e difenderlo dagli attriti. (B.)

Lardare. Coprire una superficie (di tela, di cavo, ecc.) con filacce di canapa cucite fitte.

Legno. (Letterario.) Bastimento.

Legnuolo. Nella costruzione delle corde vegetali e di quelle metalliche,  l'elemento che si forma, per le prime, con l'unione o torsione di alcune filacce, e, per le seconde, unendo e torcendo alcuni fili, di ferro, o d'acciaio, o di rame. (B.)

Levadera. (Antico, sec. XVII.) Antenna.

Levante. I marinai non dicono oriente, ma levante. Il levante  anche il vento che spira da est.

Levare. (Antico.) Portare, esser capace di portare.

Libare. (Antico.) Sbarcare o gettare le merci da una nave per alleggerirla ed evitare l'incaglio. Oggi si dice alleggiare.

Lignota. Legnuolo.

Linea, Linea equinoziale. L'equatore.

Madiere. In ognuno dei quinti che formano l'ossatura della nave, prende questo nome la parte centrale, cio quella che si unisce alla chiglia.
(B.)

Maestra, Maestro. Albero di maestra: il pi grande degli alberi verticali;  a poppa nei velieri a due alberi, e spostato verso il centro in quelli a tre. Vela di maestra: la vela quadra pi bassa e pi grande dell'albero di maestra.

Manovra. Ciascuno dei cavi vegetali o metallici, o anche catene, guarniti coi relativi accessori all'alberatura e alle vele. Manovra corrente: sistema funicolare adoperato per la manovra dei pennoni e delle vele. Manovra dormiente: quella che concorre a tener salda l'alberatura nei movimenti oscillatori della nave per effetto del moto ondoso e sotto l'azione del vento. (D.M.A.) - L'azione di dirigere il movimento di una nave o di un gruppo di navi secondo determinati criteri e per scopi determinati. (B.)

Marangone. (Antico.) Maestro d'ascia.

Marinaresca. (Antico.) Equipaggio, ciurma.

Marra. Ciascuno dei bracci con cui l'ancora morde il fondo.

Mascone. Ciascuno dei lati della prua.

Mastra del boccaporto. Telaio quadrangolare, in legno o metallo, fissato sugli orli dell'apertura e alquanto elevato rispetto alla superficie del ponte, per impedire all'acqua, che eventualmente vi si trovi, di traboccare dal boccaporto nei locali sottostanti. (D.M.A.) Si dice anche battente.

Matafioni. Cordicelle fissate alle vele per inferirle,
terzarolarle, serrarle.

Mesa. (Veneziano.) Provvigione di viveri per un bastimento. (D.M.A.) Che mesa venga dal latino mensa (vivande) e non da mese parrebbe confermato dal fatto che tutte le stampe del Querini recano (come il nostro brano) le due forme, mesa e mensa.

Mezzana. Albero di mezzana: il pi piccolo degli alberi verticali. Sta a poppa. Quando non porta vele quadre, si chiama anche palo. Vela di mezzana: la vela quadra pi bassa e pi grande dell'albero di mezzana, oppure la vela di taglio dello stesso albero.

Mezzanella. Piccola vela sostenuta da un alberetto posto sull'orlo di poppa dei latini, delle lance e d'altri bastimenti piccoli. Anche l'alberetto che la regge. (D.M.A.)

Molinello. Argano orizzontale per salpare le ancore.

Mollare. Sciogliere una legatura, liberare dalla ritenuta un oggetto mobile. Mollare in bando: allentare del tutto un cavo abbandonandolo a se stesso. (D.M.A.)

Mozzo. Ragazzo addetto ai minori servizi di bordo; oggi i mozzi si chiamano giovanotti, e passano marinai dopo ventiquattro mesi di navigazione.

Murata. Il fianco della nave dalla carena al ponte di coperta.

Nave. Genericamente il termine indica tutti i grandi galleggianti usati per navigare; ma pi particolarmente  il nome di un veliero a tre alberi verticali a vele quadre e bompresso.

Nodo parlato. Nodo che si fa a un cavo per legarlo a un'asta o a un altro cavo.

Occhio di cubia. Foro in cui scorre la catena dell'ancora.

Ombrinali. Fori nelle murate che servono di scolo ai ponti scoperti.

Opera morta. La parte dello scafo che emerge.

Opera viva. La parte immersa dello scafo. Si chiama anche carena.

Ormeggiare. Legare una nave o un'imbarcazione a terra, a una boa; ancorarla, ma in quest'ultimo caso  meno usato.

Ormeggio. I cavi o le catene che servono per ormeggiare.
Anche il luogo dove ci si ormeggia e l'insieme delle manovre per farlo.

Orza. Il lato della nave di dove arriva il vento. Andare, venire all'orza: orzare. (D. M.A.)

Orzare. Governare un veliero in maniera da farne accostare la prora verso la direzione del vento. (D.M.A.)

Ostro. Austro.

Pagliuolo. L'insieme delle tavole o lamiere che coprono il fondo delle stive. Si usa dare tale nome anche al pavimento dei locali delle caldaie e delle macchine. Infine qualsiasi strato di tavole disteso per collocarvi merci o materiali all'asciutto. (B.) Pagliuolo della polvere, o della santabarbara: tavolato sul quale si collocavano le giare e le casse di polvere e di cartucce.

Panna. Lo stato di relativa immobilit in cui volontariamente si pone un veliero, senza togliere le vele, ma con un'opportuna disposizione di queste. (B.)

Pappafico. (Antico.) La vela al di sopra delle gabbie. Oggi si chiama velaccio, velaccino, belvedere rispettivamente per gli alberi di maestra, trinchetto e mezzana.

Paranco. Sistema funicolare composto di due bozzelli, l'uno fisso e l'altro mobile, e di un cavo che passa per le pulegge. (D.M.A.)

Paranzella. Barra a vela latina di 10-20 tonnellate usata nel piccolo cabotaggio mediterraneo.

Parasartie. Tavoloni orizzontali posti fuori bordo per fissarvi sartie e paterazzi.

Parrocchetto. Vedi gabbia.

Paterazzo, Paterasso. Ciascuna delle manovre dormienti che concorrono con le sartie a sostenere lateralmente gli alberi superiori.

Patronizar. (Veneziano.) Aver titolo di propriet o sul bastimento o sul carico. (D.M.A.)

Pattume. Miscuglio di sego, ragia o catrame, zolfo, biacca, olio di pesce, adoperato per spalmare la carena, o qualche volta per chiudere una falla. (D.M.A.)

Pavixi. (Antico.) Pavesi, scudi. Cfr. impavesata.

Pennola. Corta antenna per le vele a terzo e a quarto delle imbarcazioni.

Pennone. Trave di legno o di lamiere metalliche di forma prismatica nella parte centrale e tronco-conica rastremata verso i capi, che s'incrocia a un albero, al quale  mantenuto da armature e manovre per sostenere la vela ad esso inferita. (D.M.A.)

Pericolar. (Veneziano.) Detto di nave, vale naufragare.
Pescare. Questo verbo oltre che nel suo significato ovvio,  usato in marina nel senso di essere immerso. Si dice che una nave pesca un certo numero
di metri e di centimetri, per indicare che la sua immersione  di tanti metri e di tanti centimetri. (D.M.A.)

Petacchio. Nave molto affine al bertone. (D.M.A.)

Petriere. Piccolo pezzo d'artiglieria, usato un tempo a bordo di certi bastimenti. (S.)

Picco. Corto pennone a cui s'inferisce la parte superiore della randa.

Picco. A picco: a perpendicolo.

Piena. Dicesi di vela gonfiata.

Pilota, Piloto. Nel. passato era colui che compiva un servizio simile a quello del moderno ufficiale di rotta (cfr.). Oggi  colui che guida la nave all'entrata o all'uscita dai porti, o nei fiumi, canali, passi difficili ecc., imbarcando a bordo per il tempo necessario a eseguire tale servizio. (D.M.A.)

Poggiare, Puggiare. Governare un veliero allontanandone la prua dalla direzione del vento. Si dice anche venire alla poggia, o alla puggia.

Polaccone. Mezza vela.

Ponente. I marinai non dicono occidente, ma ponente. Il ponente  anche il vento che spira da ovest.

Ponte. Ciascuno dei piani della nave.

Poppavia. A poppavia: si dice di ogni cosa che rispetto ad un'altra trovasi dalla parte della poppa. (B.)

Poppe. S'usava anticamente col significato singolare di poppa.

Portasartie. (Letterario, francesismo.) Parasartie.

Portolano. Quei libri che contengono le descrizioni delle coste e tutte le notizie idrografiche, meteorologiche, etnologiche ed economiche delle diverse regioni del globo, ad uso dei naviganti. (B)

Pozzetto. Nelle barche da diporto aventi il ponte di coperta, si d questo nome alla parte poppiera dove il ponte s'interrompe per lasciare uno spazio pi profondo, una specie di ridotto, dove delle persone possano sedere e trovarvi riparo dal mare. (B.)

Praho, Prao. Bastimento dei mari della Sonda e della Cina, simile alla giunca.

Prodese, Provese. Cavo di ormeggio o da tonneggio che si manda fuori bordo da prua.

Proise. (Antico.) Prodese.

Proravia. A proravia: si dice di ogni cosa che rispetto ad un'altra trovasi dalla parte della prua. (B.)

Punto. Posizione geografica della nave nell'istante considerato, individuata per mezzo della sua latitudine e longitudine, o anche per mezzo del suo rilevamento e distanza rispetto a un punto terrestre di nota posizione. Punto osservato: posizione geografica di una nave determinata per mezzo di osservazioni astronomiche e relativi calcoli. Punto stimato: posizione geografica della nave,
determinata in base alle rotte percorse a cominciare dal punto di partenza in poi e alla velocit della nave, tenendo conto delle influenze perturbatrici dovute al vento e alle correnti marine. (D. M.A.)

Quadrato. Sala mensa degli ufficiali della marina da guerra.

Quinto. Nella tradizionale struttura delle navi, ciascuno dei pezzi di costruzione a forma di U, che si incastrano sulla chiglia perpendicolarmente ad essa, a breve distanza tra loro e, procedendo da un estremo dello scafo all'altro, ne formano l'ossatura. (B.)

Raddobbare. Rimettere a nuovo una nave danneggiata o comunque bisognosa di lavori.

Ralinga. Le corde che sono cucite intorno alle vele e fanno ad esse da orlo, aumentando la loro resistenza. (B.)

Randa. Vela aurica trapezoidale, il cui lato inferiore si distende sulla boma, mentre il superiore si allaccia al picco.

Ribolla, Riboia. Barra del timone.

Rispetto. Riserva.

Riva. Vedi a riva, arriva.

Rollare. L'oscillare della nave da un fianco all'altro alternativamente, per l'azione del moto ondoso del mare. (B.)

Sagola. Piccolo cavo di due o tre centimetri di circonferenza.

Saletta. Nella marina mercantile  la sala mensa degli ufficiali.

Salpare. Levar l'ancora.

Sambuco. Grossa barca a vela per la navigazione costiera nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano.

Sarte. (Antico.) Sartie.

Sartia. Ciascuna delle manovre dormienti che sostengono gli alberi lateralmente e da poppa.

Sassola. Specie di grande cucchiaio di legno che si adopera per sgottare.

Scalandrone. Ponticello con ringhiera che va dalla banchina alla murata della nave attraccata.

Scalmiere. Incavi o forcelle che sostengono il remo e gli fanno da punto d'appoggio durante la voga.

Scarrocciare, Scarroccio. Lo spostarsi d'un galleggiante, in senso laterale verso sottovento, cio dalla parte opposta a quella da cui spira il vento, pur conservando il moto progressivo che gl'imprimono i suoi propulsori (remi, vele, eliche o ruote). (B.)

Schifo. Battello.

Scialuppa. (Letterario, francesismo.) I marinai non dicono scialuppa, ma barca o barcaccia.

Scilocco. (Antico.) Scirocco.

Sciogliere. (Antico.) Salpare.

Scirocco. Vento di sud-est.

Scopamare. Vela di bel tempo, di forma rettangolare o triangolare, che i velieri a vele quadre aggiungono lateralmente e da ciascun lato alla vela di trinchetto. (B.)

Scotta. Manovra corrente che serve a bordare le vele, cio a tirare verso poppa l'angolo inferiore delle vele (bugna).

Scrivano. Colui che sulle navi o nelle galere teneva scritture, amministrazione, depositi, viveri e dispensa. (D.M.A.) Nei bastimenti del secolo scorso e dei primi anni del nostro, l'ufficiale immediatamente inferiore di grado al capitano, detto anche secondo; oggi si chiama primo ufficiale.

Secca. Bassofondo pericoloso. Dare in secca, Dar sulle secche, Dar nelle secche: incagliare in una secca.

Sentina. La parte pi bassa della stiva, dove si raccolgono gli eventuali rifiuti liquidi. (D.M.A.)

Serrare le vele. Piegare, arrotolare le vele e stringerle con
legature lungo i loro pennoni o antenne. (B.)

Serretta. Ciascuna delle tavole con cui si chiudono i boccaporti.

Sevada. (Antico.) Civada.

Sgottare. Cavar l'acqua da un'imbarcazione gettandola fuori bordo con la sassola o con altro recipiente.

Sguarnire, Sguernire. Togliere
i guarnimenti.

Sloop. Bastimento da diporto a un solo albero, grande randa e controranda con 2 o 3 fiocchi. (D.M.A.)

Solcometro. Strumento per misurare la velocit delle navi.

Sopravvento. Nell'uso comune questa parola serve a designare il lato da cui spira il vento. Si dice quindi che il sopravvento  il lato dritto o sinistro della nave, secondo-ch il vento spira sulla dritta o sulla sinistra. Ci equivarrebbe ad indicare come limite delle due zone del sopravvento e del sottovento l'asse longitudinale della nave. Ma se tale delimitazione  sufficiente agli effetti della vita di bordo, essa non  esatta agli effetti della manovra delle navi a vela. Il sopravvento  tutto lo spazio di mare che trovasi dalla parte del vento rispetto alla linea retta orizzontale condotta dal centro della nave perpendicolarmente alla direzione del vento. Tutti gli oggetti, terre o galleggianti che rispetto a questa linea si trovano dalla parte da cui spira il vento, sono sopravvento alla nave, e, per raggiungerli, la nave veliera deve orzare ossia prendere il vento in modo meno favorevole al cammino; e se non pu orzare, perch gi stringe il vento, essa deve bordeggiare. Per contro tutti i luoghi ed i bastimenti che rispetto alla
retta suaccennata si trovano dalla parte opposta a quella da
cui spira il vento (cio sottovento), possono essere raggiunti puggiando, cio prendendo il vento in una direzione pi favorevole al cammino e che consenta una maggior libert e facilit di manovra; tale posizione della nave rispetto a quei luoghi o bastimenti, che dicesi allora essere sopravvento ad essi,  quindi sempre vantaggiosa. Nelle battaglie navali del periodo velico il trovarsi sopravvento al nemico era un importantissimo fattore di successo. (B.)
Sorgere. (Antico.) Dar fondo all'ancora. Sorgere sull'ancora, essere sorti, star sorti: essere alla fonda. Questo verbo si usa nelle locuzioni sorgere su di un'ancora, o su due ancore, per significare che una nave  ormeggiata su una o due ancore. (B.)

Sottovento. Il contrario di sopravvento in tutti i significati.

Spalmare. Stendere il pattume sulla carena.

Stazio. (Antico.) Luogo dove ci si pu ancorare.

Stellato. Di nave: affinato, sottile.

Stima. Il computo, accurato per quanto  possibile, che si fa con tutti gli elementi del cammino della nave: lunghezza dei percorsi e loro direzione, spostamenti dovuti allo scarroccio od a correnti marine di cui eventualmente si conoscono
l'intensit e la direzione. Tale calcolo, che  insegnato dalla scienza nautica, conduce a quella determinazione approssimata della posizione della nave che dicesi punto stimato. (B.)

Stiva. Spazio interno della nave compreso tra il fondo e il primo ponte a cominciare dal basso. -- Ciascuno dei locali in cui  suddiviso, per mezzo di paratie, lo spazio suddetto. (D.M.A.)

Straglio, Strallo. Ciascuna delle manovre dormienti che sostengono gli alberi dalla parte della prora.

Straorzare. Il rapido venire all'orza della nave, sia per incauto maneggio del timone, sia per l'azione di colpi di mare su di un lato della poppa quando si naviga fuggendo il tempo. (B.)

Stringere il vento. Dirigere la prora in una direzione che formi con quella da cui spira il vento, il minimo angolo possibile che consenta ancora di far gonfiare le vele e di ottenere il movimento della nave in avanti. (B.)

Temone. (Antico.) Timone.

Terzarolare. Prendere i terzaroli.

Terzarolo, Terzaruolo. Ciascuna delle porzioni di una vela che si possono sottrarre all'azione del vento per diminuire la superficie esposta, ripiegando la tela lungo il
pennone o l'antenna, ovvero sopra a se stessa, e assicurandone le pieghe con gerii o con matafioni. Con vento fresco si prende una mano di terzaruoli alle gabbie, e, aumentando la forza del vento, si prendono altre mani di terzaruolo alle gabbie stesse e si estende il terzaruolamento alle vele basse. (D.M.A.)

Timone alla latina. Quello costituito da due larghi remi a pala ai due lati della poppa. (D.M.A.)

Tirante. Quella parte della corda con cui  ordito un paranco, che esce dall'ultima puleggia per essere tirata. (B.)

Tolda. Coperta.

Tollere a segno col bossolo. Significa nel Querini: rilevare la posizione della costa con la bussola.

Tonneggiare, Tonneggiarsi. Spostare la nave tirando da bordo cavi fissati a terra, a boe, a altre navi.

Tortizza. (Veneziano antico.) Grosso cavo.

Tramontana. (Antico.) Stella Polare.

Traversia. Forte vento dal largo con direzione pressoch perpendicolare alla costa.

Traverso. La direzione perpendicolare a quella della chiglia della nave, da un lato o dall'altro. (B.)

Trinca. Vedi cappa.

Trincarino. Corso di fasciame dei ponti che corre vicino alle murate seguendo il contorno interno del ponte e a
contatto con le ossature e col fasciame esterno. (D.M.A.) Nella pratica di bordo dicesi trincarino la ristretta zona periferica di ogni ponte, dove sono praticati i canali di scolo verso l'esterno della nave, che si chiamano ombrinali. (B.)

Trinchettina. Il fiocco pi basso ed interno.

Trinchetto. Albero di trinchetto: l'albero verticale a prua del veliero. Vela di trinchetto: la vela quadra, pi bassa e pi grande, dell'albero di trinchetto.

Tromba. (Antico.) Pompa.

Trozza. L'attrezzo che unisce il centro di ciascun pennone e l'estremit prodiera di ogni picco al proprio albero. Pu essere un'armatura o collare di ferro oppure in corda. (B.)

Ufficiale di rotta. L'ufficiale preposto alla condotta della navigazione, cio a stabilire le direzioni dei percorsi che la nave deve seguire, determinarne in qualunque istante la posizione geografica e condurla nel miglior modo all'atterraggio. Sulle navi mercantili tale compito  generalmente diviso tra il capitano e il primo ufficiale. (B.)

Unghia dell'ancora. L'estremit acuminata della marra.

Vascello. Nave, naviglio bastimento. Pi particolarmente soglionsi dire vascelli i bastimenti maggiori da guerra,
e quelli ancora da commercio che sono armati o possono armarsi da guerra. (S.)

Vele. Vele auriche: di taglio, a forma trapezoidale. Basse vele: quelle di trinchetto, maestra e mezzana. Vele latine: di taglio, triangolari, che s'inferiscono alle antenne. Vele quadre: quelle che s'inferiscono ai pennoni. Vele a quarto: trapezoidali, inferite a una pennola sospesa a un quarto della sua lunghezza. Vele di straglio (o strallo): triangolari che s'allacciano agli stragli. Vele di taglio: quelle che s'inferiscono alle antenne, ai picchi, agli stragli, alle draglie; hanno, rispetto alle vele quadre, il vantaggio di stringere pi il vento.

Virare di bordo. Manovra di un veliero per passare da una linea di bolina a quella opposta, cambiando cio il lato dal quale prende il vento. (D.M.A.)

Vogare. I marinai non dicono remare, ma vogare.

Zambuco. (Antico.) Sambuco.

Zavorra. I pesi che le navi imbarcano per ovviare a un difetto di costruzione che compromette la loro stabilit (caso raro), oppure quelli che le navi da commercio caricano in sostituzione di un carico mancante, per mantenere la loro stabilit. (B).

Zopolo. Barca lunga, stretta, coi fianchi, sorgenti su un
grosso tronco che sta immerso nell'acqua, sui quali  fissato un lungo trave trasversale,
che serve per appoggiarvi due lunghi remi ai due capi. (D.M.A.)


Indice.

Annone Cartaginese: Al di l delle Colonne d'Ercole.
Anonimo: I vichinghi scoprono l'America.
Piero Querini: Da Candia alla Norvegia.
Alvise da Ca' da Mosto: Navigazione atlantica.
Fernando Colombo: Mio padre, l'Ammiraglio.
Michele De Cuneo: Al seguito di Colombo.
Cristoforo Colombo: Lettera ai re di Spagna.
Thome Lopes: Al seguito di Vasco da Gama.
Antonio Pigafetta: Il primo viaggio intorno al mondo.
Fernao Mendes Pinto: Alla caccia del pirata Coja Acem.
Francisco da Zarate: Incontro in mare con Drake.
Filippo Sassetti: India primo amore.
Francesco Carletti: Un fiorentino intorno al mondo.
Willem Isbrantz Bontekoe: Il fuoco a bordo.
Alexandre-Olivier Exmelin: Il codice della filibusta.
Woodes Roggers e altri: Il vero Robinson.
Dam Joulin: I negri si sono rivoltati.
James Cook: Nel Pacifico e nell'Antartico.
William Bligh e John Barrow: L'ammutinamento del Bounty.
A. Corrard e H. Savigny: La zattera della Medusa.
Owen Chase: La vera storia di Moby Dick.
Giuseppe Garibaldi: L'ultimo corsaro.
Herman Melville: Il passeggero Herman Melville.
Domenico Biaggini: Vita di mozzo.
Joseph Conrad: La Tremolino.
Edmondo De Amicis: Il vapore degli emigranti.
Robert Louis Stevenson: Fra gli atolli dei Mari del Sud.
Joshua Slocum: Il navigatore solitario.
Joseph Conrad: Epitaffio per l'arte della vela.
Giovanni Comisso: Piccolo cabotaggio adriatico.
William R. Anderson e Clay Blair jr.: Nautilus 60 nord.
Nota.
Dati bibliografici.
Glossario.
...
.
...
FINE.
